Inferno : Canto 1
1.1 Nel mezzo del cammin di nostra vita
Nel mezzo : che la metà della vita cada nel " trentacinquesimo anno " si apprende dalle parole di Dante nel Convivio (IV, XXIII, 9). Il viaggio oltremondano comincia, pertanto, nel 1300, la sera del venerdì santo (cfr. Inf. II, 1 e XII, 112).
1.2 mi ritrovai per una selva oscura
1.3 ché la diritta via era smarrita.
1.4 Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
1.5 esta selva selvaggia e aspra e forte
1.6 che nel pensier rinova la paura!
1.7 Tant'è amara che poco è più morte;
che poco è più morte: Dante si riferisce alla " seconda morte ", quella dello spirito; soltanto la dannazione; infatti, è poco più amara della selva che; quale simbolo della vita peccaminosa, ne costituisce una dolorosa anticipazione.
1.8 ma per trattar del ben ch'i' vi trovai,
1.9 dirò de l'altre cose ch'i' v'ho scorte.
1.10 Io non so ben ridir com'i' v'intrai,
1.11 tant'era pien di sonno a quel punto
1.12 che la verace via abbandonai.
1.13 Ma poi ch'i' fui al piè d'un colle giunto,
1.14 là dove terminava quella valle
1.15 che m'avea di paura il cor compunto,
1.16 guardai in alto, e vidi le sue spalle
1.17 vestite già de' raggi del pianeta
pianeta : il sole ere considerato un pianeta e il più adeguato simbolo della luce di Dio.
1.18 che mena dritto altrui per ogne calle.
1.19 Allor fu la paura un poco queta
1.20 che nel lago del cor m'era durata
lago del cor: è la cavità del cuore nella quale si raccoglie il sangue.
1.21 la notte ch'i' passai con tanta pieta.
pieta: ansia angosciosa.
1.22 E come quei che con lena affannata
E come quei: e come il naufrago che, con respiro ("lena" ) affannoso raggiunta la riva, si volge al mare (" pelago ") in tempesta e osserva ( " guata " ) le acque, ancora incredulo di essere in salvo….
1.23 uscito fuor del pelago a la riva
1.24 si volge a l'acqua perigliosa e guata,
1.25 così l'animo mio, ch'ancor fuggiva,
1.26 si volse a retro a rimirar lo passo
1.27 che non lasciò già mai persona viva.
1.28 Poi ch'ei posato un poco il corpo lasso,
1.29 ripresi via per la piaggia diserta,
1.30 sì che 'l piè fermo sempre era 'l più basso.
sì che 'l piè fermo: sembra che il poeta voglia simboleggiare, nell'incedere mal sicuro ed esitante, come di chi sia zoppo, l'incertezza e lo smarrimento che ancora ottenebrano l'animo suo. Tale è la interpretazione di Piero di Dante, che, forse, l'udì dal padre.
1.31 Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta,
1.32 una lonza leggiera e presta molto,
1.33 che di pel macolato era coverta;
1.34 e non mi si partia dinanzi al volto,
1.35 anzi 'mpediva tanto il mio cammino,
1.36 ch'i' fui per ritornar più volte vòlto.
più volte volto: più volte fui tentato di tornare indietro.
1.37 Temp'era dal principio del mattino,
1.38 e 'l sol montava 'n sù con quelle stelle
1.39 ch'eran con lui quando l'amor divino
quando l'amor divino: reminiscenza biblica; il sole si trova in congiunzione con la costellazione dell'Ariete (" quelle stelle ") in primavera, come quando Dio creò il mondo (" mosse di prima…" ).
1.40 mosse di prima quelle cose belle;
1.41 sì ch'a bene sperar m'era cagione
1.42 di quella fiera a la gaetta pelle
1.43 l'ora del tempo e la dolce stagione;
1.44 ma non sì che paura non mi desse
1.45 la vista che m'apparve d'un leone.
1.46 Questi parea che contra me venisse
1.47 con la test'alta e con rabbiosa fame,
1.48 sì che parea che l'aere ne tremesse.
1.49 Ed una lupa, che di tutte brame
Ed una lupa: si e voluto vedere nelle tre fiere quasi lo specchio della suddivisione dei peccati nell'Inferno; precisamente, la lonza corrisponderebbe alla frode, il leone alla violenza, la lupa all'incontinenza. Ad ogni modo, è chiaro che le fiere rappresentano peccati, o categorie di essi, da cui l'uomo è afflitto.
1.50 sembiava carca ne la sua magrezza,
1.51 e molte genti fé già viver grame,
1.52 questa mi porse tanto di gravezza
1.53 con la paura ch'uscia di sua vista,
1.54 ch'io perdei la speranza de l'altezza.
1.55 E qual è quei che volontieri acquista,
1.56 e giugne 'l tempo che perder lo face,
1.57 che 'n tutti suoi pensier piange e s'attrista;
1.58 tal mi fece la bestia sanza pace,
1.59 che, venendomi 'ncontro, a poco a poco
1.60 mi ripigneva là dove 'l sol tace.
1.61 Mentre ch'i' rovinava in basso loco,
1.62 dinanzi a li occhi mi si fu offerto
1.63 chi per lungo silenzio parea fioco.
chi per lungo silenzio : Virgilio rappresenta la ragione umana e, quindi, la sua voce appare fioca, sommessa, al peccatore che, vivendo nel vizio, dalla retta regione si è allontanato. Ma questo non vuol dire che Virgilio abbia dimostrato di esser "fioco " con atti o gesti. Senza forzare il valore letterale del verso, può benissimo intendersi che, nella cornice tra terrena e oltremondana, offerta dal paesaggio del I canto, l'apparizione di un essere, che Dante non riesce a distinguere se sia ombra o persona umana, suggerisce al poeta l'immagine di uno spirito, quasi di uno spettro che, se dovesse parlare, parlerebbe con voce simile all'evanescente immagine sua.
1.64 Quando vidi costui nel gran diserto,
1.65 «Miserere di me», gridai a lui,
Miserere : "Grido pietoso e solitario, pieno ancora dell'angoscia, passata in quella notte insonne (Momigliano)".
1.66 «qual che tu sii, od ombra od omo certo!».
1.67 Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,
1.68 e li parenti miei furon lombardi,
parenti: latinamente, genitore.
1.69 mantoani per patria ambedui.
1.70 Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
1.71 e vissi a Roma sotto 'l buono Augusto
1.72 nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.
dei falsi e bugiardi: Virgilio esprime il proprio rammarico doloroso non essere vissuto in tempo per ascoltare il Verbo del Cristo. Il poeta lombardo rappresenta per Dante un simbolo più alto della sola ragione umana; egli è il vate (" Poeta fu "), cantore di Enea ("quel giusto figliuol d'Anchise"). Sull'interpretazione cristiana dell'anima virgiliana sembra indulgere il poeta, conformemente allo spirito medioevale, che scorgeva nell'autore dell'Ecloga IV, ad Asinio Pollione, quasi un profeta della venuta del Cristo.
1.73 Poeta fui, e cantai di quel giusto
1.74 figliuol d'Anchise che venne di Troia,
1.75 poi che 'l superbo Ilion fu combusto.
1.76 Ma tu perché ritorni a tanta noia?
1.77 perché non sali il dilettoso monte
1.78 ch'è principio e cagion di tutta gioia?».
1.79 «Or se' tu quel Virgilio e quella fonte
1.80 che spandi di parlar sì largo fiume?»,
1.81 rispuos'io lui con vergognosa fronte.
1.82 «O de li altri poeti onore e lume
1.83 vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore
1.84 che m'ha fatto cercar lo tuo volume.
1.85 Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore;
1.86 tu se' solo colui da cu' io tolsi
1.87 lo bello stilo che m'ha fatto onore.
lo bello stilo: non sembra che debba intendersi in senso troppo angusto, ma che vada riferito all'alto insegnamento circa la missione del poeta, per cui Virgilio oltre che " maestro " è " autore ", cioè colui al quale è dovuta fiducia e obbedienza (cfr. Conv. IV, VI, 5).
1.88 Vedi la bestia per cu' io mi volsi:
1.89 aiutami da lei, famoso saggio,
1.90 ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi».
1.91 «A te convien tenere altro viaggio»,
1.92 rispuose, poi che lagrimar mi vide,
poi che lagrimar: le lacrime del pentimento denunciano che Dante è ormai disposto a percorrere il lungo " viaggio " fino alla redenzione dal peccato.
1.93 «se vuo' campar d'esto loco selvaggio:
1.94 ché questa bestia, per la qual tu gride,
1.95 non lascia altrui passar per la sua via,
1.96 ma tanto lo 'mpedisce che l'uccide;
1.97 e ha natura sì malvagia e ria,
1.98 che mai non empie la bramosa voglia,
1.99 e dopo 'l pasto ha più fame che pria.
1.100 Molti son li animali a cui s'ammoglia,
1.101 e più saranno ancora, infin che 'l veltro
infin che 'l veltro: il veltro è un cane veloce ed agile, particolarmente adatto alla caccia; ed alla lupa, infatti, darà la caccia (" caccerà ", v. 109) per ogni città (" villa "). Non sembra possibile stabilire una precisa identificazione del Veltro (Cristo?, Arrigo VII?, Benedetto XI?, Cangrande della Scala?, ecc.). Forse, Dante vuol vaticinare una restaurazione dell'ordine e dell'autorità civile, per opera di un imperatore, alieno dalla cupidigia dei beni temporali (" terra "), e dall'amore per il denaro ( " peltro " ), simboleggiati dalla lupa. Sue doti saranno " sapienza, amore e virtute " che, per tradizione aristotelica, sono quelle richieste in un capo elettivo.
1.102 verrà, che la farà morir con doglia.
1.103 Questi non ciberà terra né peltro,
1.104 ma sapienza, amore e virtute,
1.105 e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
tra feltro e feltro: come generico è il significato del Veltro, così genericamente va intesa, forse, quest'espressione: il personaggio nascerà di famiglia povera, in quanto il feltro è " una spezie di panno oltre ad ogni altra vilissima " (Boccaccio). Questa interpretazione si accorda, a nostro avviso, con la serie di schietti e modesti eroi che, pur in campo avverso, si batterono per l'"umile" Italia.
1.106 Di quella umile Italia fia salute
1.107 per cui morì la vergine Cammilla,
Cammilla: figlia del re dei Volsci; Turno, Eurialo e Niso, figlio del re dei Rutuli il primo, giovani troiani gli altri, sono eroi virgiliani.
1.108 Eurialo e Turno e Niso di ferute.
1.109 Questi la caccerà per ogne villa,
1.110 fin che l'avrà rimessa ne lo 'nferno,
1.111 là onde 'nvidia prima dipartilla.
1.112 Ond'io per lo tuo me' penso e discerno
per lo tuo me': per il tuo meglio; più che: per il tuo bene.
1.113 che tu mi segui, e io sarò tua guida,
1.114 e trarrotti di qui per loco etterno;
1.115 ove udirai le disperate strida,
1.116 vedrai li antichi spiriti dolenti,
1.117 ch'a la seconda morte ciascun grida;
la seconda morte : è la francescana " morte secunda " del Cantico delle creature, la morte dell'anima, la dannazione, come si è visto al v. 7.
1.118 e vederai color che son contenti
1.119 nel foco, perché speran di venire
1.120 quando che sia a le beate genti.
1.121 A le quai poi se tu vorrai salire,
1.122 anima fia a ciò più di me degna:
1.123 con lei ti lascerò nel mio partire;
1.124 ché quello imperador che là sù regna,
1.125 perch'i' fu' ribellante a la sua legge,
ribellante: non è, Virgilio, un ribelle in senso stretto. Non si oppose alla legge di Dio, né la trasgredì, ma non ebbe fede nel Cristo venturo, come invece fecero i Santi Padri; perciò abita il Limbo.
1.126 non vuol che 'n sua città per me si vegna.
1.127 In tutte parti impera e quivi regge;
1.128 quivi è la sua città e l'alto seggio:
1.129 oh felice colui cu' ivi elegge!».
1.130 E io a lui: «Poeta, io ti richeggio
1.131 per quello Dio che tu non conoscesti,
1.132 acciò ch'io fugga questo male e peggio,
questo male e peggio: il presente abbrutimento nel vizio e la conseguente dannazione.
1.133 che tu mi meni là dov'or dicesti,
1.134 sì ch'io veggia la porta di san Pietro
la porta di san Pietro : la porta del Purgatorio, che consente l'accesso al Paradiso, meta ultima della salvazione.
1.135 e color cui tu fai cotanto mesti».
1.136 Allor si mosse, e io li tenni dietro.
Inferno : Canto 2
2.1 Lo giorno se n'andava, e l'aere bruno
2.2 toglieva li animai che sono in terra
2.3 da le fatiche loro; e io sol uno
2.4 m'apparecchiava a sostener la guerra
la guerra: e' la tragica lotta, che sta per impegnarsi, del corpo, data l'asprezza del "cammino", e dell'anima che deve affrontare gli angosciosi sentimenti ("pietate") suscitati dalla visione dei mali infernali.
2.5 sì del cammino e sì de la pietate,
2.6 che ritrarrà la mente che non erra.
che ritrarrà: che riferirà la memoria ("mente") veritiera. E tale doveva essere la memoria di chi aveva sostenuto tanta "guerra" da mostrare la propria "nobilitate".
2.7 O muse, o alto ingegno, or m'aiutate;
O Muse: le Muse sono cristianamente trasfigurate, tanto che nel Purgatorio Dante le chiamerà "sante" (cfr. I,8).
2.8 o mente che scrivesti ciò ch'io vidi,
2.9 qui si parrà la tua nobilitate.
2.10 Io cominciai: «Poeta che mi guidi,
2.11 guarda la mia virtù s'ell'è possente,
2.12 prima ch'a l'alto passo tu mi fidi.
mi fidi: mi affidi al difficile passaggio ("alto passo").
2.13 Tu dici che di Silvio il parente,
il parente: il padre ("parente") di Silvio è Enea, al quale fu generato da Lavinia, figlia del re Latino. L'altro figlio, Ascanio, nacque dalla troiana Creusa. Enea (cfr. "En.", VI) discese nel mondo ("secolo") immortale, ancor vivo ("corruttibile") e col proprio corpo ("sensibilmente").
2.14 corruttibile ancora, ad immortale
2.15 secolo andò, e fu sensibilmente.
2.16 Però, se l'avversario d'ogne male
Però: tuttavia se Dio ("avversario d'ogni male") gli fu ("i fu") benevolo ("cortese"), ciò non sembra inconcepibile a chi sappia comprendere ("ad omo d'intelletto"), se co nsideri il nobile portato ("effetto") della sua impresa e chi fosse Enea e le sue rare qualità ("e 'l chi e 'l quale").
2.17 cortese i fu, pensando l'alto effetto
2.18 ch'uscir dovea di lui e 'l chi e 'l quale,
2.19 non pare indegno ad omo d'intelletto;
2.20 ch'e' fu de l'alma Roma e di suo impero
2.21 ne l'empireo ciel per padre eletto:
2.22 la quale e 'l quale, a voler dir lo vero,
la quale: Roma ("la quale") e l'Impero ("e 'l quale") furono destinati da dio ad essere il luogo sacro ove ("u'", cfr. lat. "ubi") avrebbe avuto sede il pontefice ("successor del maggior Piero"). Possiamo intendere quel "maggior" nel significato di "sommo", quasi un titolo d'onore.
2.23 fu stabilita per lo loco santo
2.24 u' siede il successor del maggior Piero.
2.25 Per quest'andata onde li dai tu vanto,
2.26 intese cose che furon cagione
intese: Enea apprese dal padre Anchise cose che gli consentirono di vincere, e di porre, così, le remote basi dell'Impero di Roma, città che., per il suo prestigio, determinò l'elezione del suo vescovo a capo della cristianità ("papale ammanto").
2.27 di sua vittoria e del papale ammanto.
2.28 Andovvi poi lo Vas d'elezione,
lo Vas d'elezione: San Paolo è così chiamto negli "Atti degli Apostoli". Egli narra, nella seconda "Epistola ai Corinzi" (XII, 2-4) d'esser salito al terzo cielo, dove udì parole che sonavano conforto alla fede, unico viatico di salvezza ("ch'è principio"…ecc.).
2.29 per recarne conforto a quella fede
2.30 ch'è principio a la via di salvazione.
2.31 Ma io perché venirvi? o chi 'l concede?
2.32 Io non Enea, io non Paulo sono:
2.33 me degno a ciò né io né altri 'l crede.
2.34 Per che, se del venire io m'abbandono,
io m'abbandono: se, quanto al venire, io vi acconsento senza riflettere.
2.35 temo che la venuta non sia folle.
2.36 Se' savio; intendi me' ch'i' non ragiono».
me': meglio, come "Inf." I,112.
2.37 E qual è quei che disvuol ciò che volle
2.38 e per novi pensier cangia proposta,
2.39 sì che dal cominciar tutto si tolle,
2.40 tal mi fec'io 'n quella oscura costa,
oscura costa: è la tenebrosa zona silvestre ove i poeti ancora si trovano.
2.41 perché, pensando, consumai la 'mpresa
2.42 che fu nel cominciar cotanto tosta.
2.43 «S'i' ho ben la parola tua intesa»,
2.44 rispuose del magnanimo quell'ombra;
2.45 «l'anima tua è da viltade offesa;
viltade: è l'esitazione che ostacola ("ingombra") l'uomo, tanto che lo fa recedere ("rivolve") da una onorevole ("onrata") impresa, molte volte ("fiate"), come una falsa immagine fa con una bestia quando s'adombra ("quand'ombra").
2.46 la qual molte fiate l'omo ingombra
2.47 sì che d'onrata impresa lo rivolve,
2.48 come falso veder bestia quand'ombra.
2.49 Da questa tema acciò che tu ti solve,
acciò che tu ti solve: affinché ti liberi.
2.50 dirotti perch'io venni e quel ch'io 'ntesi
2.51 nel primo punto che di te mi dolve.
dolve: dolse.
2.52 Io era tra color che son sospesi,
sospesi: si allude alla pena sofferta dalle anime nel Limbo (cfr. "Inf." IV, 32, segg.).
2.53 e donna mi chiamò beata e bella,
donna: Beatrice.
2.54 tal che di comandare io la richiesi.
2.55 Lucevan li occhi suoi più che la stella;
la stella: in senso generico, per: una stella, le stelle; come spesso in Dante.
2.56 e cominciommi a dir soave e piana,
2.57 con angelica voce, in sua favella:
2.58 "O anima cortese mantoana,
2.59 di cui la fama ancor nel mondo dura,
2.60 e durerà quanto 'l mondo lontana,
2.61 l'amico mio, e non de la ventura,
l'amico mio: il nome di Dante, qui taciuto, apparira soltanto nel Paradiso terrestre (cfr. "Purg." XXX, 55), quando ragioni, che qui non sussistono, lo richiederanno.
2.62 ne la diserta piaggia è impedito
2.63 sì nel cammin, che volt'è per paura;
2.64 e temo che non sia già sì smarrito,
2.65 ch'io mi sia tardi al soccorso levata,
2.66 per quel ch'i' ho di lui nel cielo udito.
2.67 Or movi, e con la tua parola ornata
2.68 e con ciò c'ha mestieri al suo campare
ch'ha mestieri: che è necessario per il suo scampo.
2.69 l'aiuta, sì ch'i' ne sia consolata.
2.70 I' son Beatrice che ti faccio andare;
I' son…: io, che ti esorto ad andare, sono Beatrice e vengo dal cielo ("loco") ove desidero ritornare.
2.71 vegno del loco ove tornar disio;
2.72 amor mi mosse, che mi fa parlare.
2.73 Quando sarò dinanzi al segnor mio,
2.74 di te mi loderò sovente a lui".
di te mi loderò: è "un'arcana promessa" (Torraca) con la quale Beatrice esprime la sua riconoscenza a Virgilio.
2.75 Tacette allora, e poi comincia' io:
2.76 "O donna di virtù, sola per cui
sola per cui: unica creatura per la quale l'umanità ("l'umana spezie") supera ogni cosa contenuta ("eccede ogni contento") dal cielo della luna che è il minore, in quanto più vicino alla terra ("che ha minor li cerchi sui").
2.77 l'umana spezie eccede ogne contento
2.78 di quel ciel c'ha minor li cerchi sui,
2.79 tanto m'aggrada il tuo comandamento,
2.80 che l'ubidir, se già fosse, m'è tardi;
2.81 più non t'è uo' ch'aprirmi il tuo talento.
non t'è uo': non hai bisogno di spiegarmi il tuo desiderio.
2.82 Ma dimmi la cagion che non ti guardi
2.83 de lo scender qua giuso in questo centro
centro: luogo angusto, qual'è l'Inferno.
2.84 de l'ampio loco ove tornar tu ardi".
2.85 "Da che tu vuo' saver cotanto a dentro,
2.86 dirotti brievemente", mi rispuose,
2.87 "perch'io non temo di venir qua entro.
2.88 Temer si dee di sole quelle cose
2.89 c'hanno potenza di fare altrui male;
altrui: agli altri. Cioè bisogna guardarsi dal fare il male.
2.90 de l'altre no, ché non son paurose.
non son paurose: non fanno paura.
2.91 I' son fatta da Dio, sua mercé, tale,
sua mercé: per sua grazia.
2.92 che la vostra miseria non mi tange,
tange: tocca, raggiunge.
2.93 né fiamma d'esto incendio non m'assale.
2.94 Donna è gentil nel ciel che si compiange
Donna: Maria, che si duole…spezza ("frange"), con la sua intercessione, il tremendo ("duro") giudizio di Dio. La Vergine è l'immagine della Misericordia.
2.95 di questo 'mpedimento ov'io ti mando,
2.96 sì che duro giudicio là sù frange.
2.97 Questa chiese Lucia in suo dimando
Lucia: simbolo della Grazia illuminante.
2.98 e disse: - Or ha bisogno il tuo fedele
2.99 di te, e io a te lo raccomando -.
2.100 Lucia, nimica di ciascun crudele,
2.101 si mosse, e venne al loco dov'i' era,
2.102 che mi sedea con l'antica Rachele.
Rachele: figlia di Labano e moglie di Giacobbe, è simbolo della cùvita contemplativa.
2.103 Disse: - Beatrice, loda di Dio vera,
2.104 ché non soccorri quei che t'amò tanto,
2.105 ch'uscì per te de la volgare schiera?
de la volgare schiera?: dalla folla anonima di quanti sono sordi alla vita dello spirito.
2.106 non odi tu la pieta del suo pianto?
2.107 non vedi tu la morte che 'l combatte
2.108 su la fiumana ove 'l mar non ha vanto? -
su la fiumana: la corrente impetuosa delle passioni, sulla quale neppure il mare può menar vanto d'essere più pericoloso, con tutte le sue tempeste.
2.109 Al mondo non fur mai persone ratte
2.110 a far lor pro o a fuggir lor danno,
lor pro: a realizzare il proprio bene.
2.111 com'io, dopo cotai parole fatte,
fatte: formulate.
2.112 venni qua giù del mio beato scanno,
qua giù: nel Limbo.
2.113 fidandomi del tuo parlare onesto,
onesto: onorevole e pieno di dignità.
2.114 ch'onora te e quei ch'udito l'hanno".
2.115 Poscia che m'ebbe ragionato questo,
2.116 li occhi lucenti lagrimando volse;
2.117 per che mi fece del venir più presto;
mi fece: mi rese ancor più impaziente ("più presto") di venire da te.
2.118 e venni a te così com'ella volse;
volse: volle.
2.119 d'inanzi a quella fiera ti levai
2.120 che del bel monte il corto andar ti tolse.
2.121 Dunque: che è? perché, perché restai?
2.122 perché tanta viltà nel core allette?
allette?: alletti, accogli quasi con compiacimento.
2.123 perché ardire e franchezza non hai?
2.124 poscia che tai tre donne benedette
tre donne benedette: la Vergine, Lucia e Beatrice hanno cura ("curan") di te nella corte celeste.
2.125 curan di te ne la corte del cielo,
2.126 e 'l mio parlar tanto ben ti promette?».
2.127 Quali fioretti dal notturno gelo
2.128 chinati e chiusi, poi che 'l sol li 'mbianca
2.129 si drizzan tutti aperti in loro stelo,
2.130 tal mi fec'io di mia virtude stanca,
tal mi fec'io: tale mi sforzai di essere, rispetto alla ("di") debole ("stanca") forza dell'animo mio ("virtude").
2.131 e tanto buono ardire al cor mi corse,
2.132 ch'i' cominciai come persona franca:
franca: libera dal timore.
2.133 «Oh pietosa colei che mi soccorse!
2.134 e te cortese ch'ubidisti tosto
2.135 a le vere parole che ti porse!
2.136 Tu m'hai con disiderio il cor disposto
2.137 sì al venir con le parole tue,
2.138 ch'i' son tornato nel primo proposto.
nel primo proposto: nel primo proposito (cfr. v. 38).
2.139 Or va, ch'un sol volere è d'ambedue:
2.140 tu duca, tu segnore, e tu maestro».
tu duca: tu guida, "quanto è nell'andare", tu signore "quanto è alla preminenza e al comandare", e tu maestro "quanto è al dimostrare" (Boccaccio).
2.141 Così li dissi; e poi che mosso fue,
2.142 intrai per lo cammino alto e silvestro.
Inferno : Canto 3
3.1 "Per me si va ne la città dolente,
Per me: la porta dell'Inferno, con la sua cupa e tragica iscrizione, ci appare improvvisamente, come Improvvisamente apparve a Dante.
3.2 per me si va ne l'etterno dolore,
3.3 per me si va tra la perduta gente.
3.4 Giustizia mosse il mio alto fattore:
alto fattore: è Dio, che creò l'Infermo, mosso da sensi di imperscrutabile giustizia; potenza (" potestate "), sapienza e amore sono gli attributi teologici della Trinità e riferibili facilmente al Padre, al Figlio, allo spirito Santo.
3.5 fecemi la divina podestate,
3.6 la somma sapienza e 'l primo amore.
3.7 Dinanzi a me non fuor cose create
3.8 se non etterne, e io etterno duro.
se non etterne: prima dell'Inferno furono create soltanto cose eterne: angeli, cieli, materia pura ed elementare. L'Inferno, infatti, fu creato soltanto dopo la ribellione degli angeli.
3.9 Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate".
3.10 Queste parole di colore oscuro
colore oscuro: forse non si tratta di una notazione cromatica, ma, più probabilmente, il poeta si riferisce al senso minaccioso, che le parole esprimono, confermato dalla dolorosa gravezza che provocano nell'animo (" il senso lor m'è duro ").
3.11 vid'io scritte al sommo d'una porta;
3.12 per ch'io: «Maestro, il senso lor m'è duro».
3.13 Ed elli a me, come persona accorta:
3.14 «Qui si convien lasciare ogne sospetto;
sospetto: è necessario abbandonare ogni esitazione dovuta alla paura.
3.15 ogne viltà convien che qui sia morta.
3.16 Noi siam venuti al loco ov'i' t'ho detto
t'ho detto: cfr. Inf. I, 114, segg.
3.17 che tu vedrai le genti dolorose
3.18 c'hanno perduto il ben de l'intelletto».
il ben dell'intelletto: il bene di vedere Dio; che é il sommo per l'umano intelletto.
3.19 E poi che la sua mano a la mia puose
3.20 con lieto volto, ond'io mi confortai,
3.21 mi mise dentro a le segrete cose.
segrete cose: la realtà dell'Inferno, che è lontana, separata (cfr. lat. secretum) della conoscenza degli esseri umani.
3.22 Quivi sospiri, pianti e alti guai
guai; guaiti, urla bestiali.
3.23 risonavan per l'aere sanza stelle,
aere sanza stelle: senza stelle è, naturalmente, la profonda tenebra infernale.
3.24 per ch'io al cominciar ne lagrimai.
3.25 Diverse lingue, orribili favelle,
Diverse: strane. In questo incomprensibile e confuso linguaggio, " c'è tutto l'Inferno che manda il suo primo grido " (De Sanctis).
3.26 parole di dolore, accenti d'ira,
3.27 voci alte e fioche, e suon di man con elle
suon di man con elle: un percuotere dello mani misto ad esse voci.
3.28 facevano un tumulto, il qual s'aggira
3.29 sempre in quell'aura sanza tempo tinta,
sanza tempo tinta: etera (" senza tempo ") e color delle tenebre (" tinta").
3.30 come la rena quando turbo spira.
come la rena: "Questa immagine visiva par diffondere una strana foschia di tumulto nell'oscuro aere dell'Inferno " (Rossi).
3.31 E io ch'avea d'error la testa cinta,
3.32 dissi: «Maestro, che è quel ch'i' odo?
3.33 e che gent'è che par nel duol sì vinta?».
nel duol sì vinta?: cosi abbattuta e travolta nel dolore?.
3.34 Ed elli a me: «Questo misero modo
3.35 tegnon l'anime triste di coloro
3.36 che visser sanza 'nfamia e sanza lodo.
sanza 'nfamia e sanza lodo: senza particolare colpa (" infamia ") e senza alcun merito ("lodo") vissero gli ignavi che qui scontano la loro grave viltà.
3.37 Mischiate sono a quel cattivo coro
coro: schiera. Sono gli angeli che rimasero neutrali (" per sé fuoro") quando Lucifero si ribellò a Dio.
3.38 de li angeli che non furon ribelli
3.39 né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
fuoro : furono.
3.40 Caccianli i ciel per non esser men belli,
3.41 né lo profondo inferno li riceve,
3.42 ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli».
ch'alcuna gloria: poiché questi potrebbero reclamare qualche merito (" alcuna gloria ") rispetto ad essi, in quanto ebbero almeno il coraggio di peccare.
3.43 E io: «Maestro, che è tanto greve
che è tanto greve: quale pena grava tanto su di loro.
3.44 a lor, che lamentar li fa sì forte?».
3.45 Rispuose: «Dicerolti molto breve.
Dicerolti : te lo dirò.
3.46 Questi non hanno speranza di morte
di morte: di una fine che ponga termine al loro dolore.
3.47 e la lor cieca vita è tanto bassa,
3.48 che 'nvidiosi son d'ogne altra sorte.
che 'nvidiosi son: l'eterna tenebra di cui sono avvolti, fa sì che essi preferirebbero qualsiasi altra, sia pur dolorosa, condizione.
3.49 Fama di loro il mondo esser non lassa;
non lassa: non lascia, non permette che duri. 51 non ragioniam: verso divenuto proverbiale, come molti altri di questo canto. Lo sdegno del poeta contro gli ignavi è tale che non si sofferma con alcuno di questi dannati (cfr. v. 59). 54: indegna: incapace d'ogni riposo. (cfr. lat. indignus nel senso. passivo).
3.50 misericordia e giustizia li sdegna:
3.51 non ragioniam di lor, ma guarda e passa».
3.52 E io, che riguardai, vidi una 'nsegna
3.53 che girando correva tanto ratta,
3.54 che d'ogne posa mi parea indegna;
3.55 e dietro le venìa sì lunga tratta
tratta: schiera, ma quasi trascinata a forza:.
3.56 di gente, ch'i' non averei creduto
3.57 che morte tanta n'avesse disfatta.
disfatta: s'intende distrutta, ma con un sottile riferimento al numero impressionante di " dannati ". 59 colui: dopo aver riconosciuto anime che sdegna perfino di nominare, il poeta fa un anonimo accenno a Celestino V (Pietro di Angelerio, eremita col nome di Pier da Morrone), pontefice che, nello stesso anno in cui fu eletto (1294), rinunciò, dichiarandosi incapace, e dando m o a Bonifacio VIII di succedergli sul trono. E sembra che Bonifacio facesse pressione sui debole predecessore per indurlo al " gran rifiuto ".
3.58 Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto,
3.59 vidi e conobbi l'ombra di colui
3.60 che fece per viltade il gran rifiuto.
3.61 Incontanente intesi e certo fui
Incontanente: immediatamente.
3.62 che questa era la setta d'i cattivi,
cattivi: i vili sono quasi prigioniera (cfr. lat. capitivus) della loro miseria morale; e spiacciono a Dio, per non aver operato 11 bene e ai nemici di Dio, per non aver osato il male.
3.63 a Dio spiacenti e a' nemici sui.
3.64 Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
sciaurati: sciagurati: i1 cui spirito non nacque mai a vera vita.
3.65 erano ignudi e stimolati molto
3.66 da mosconi e da vespe ch'eran ivi.
3.67 Elle rigavan lor di sangue il volto,
3.68 che, mischiato di lagrime, a' lor piedi
3.69 da fastidiosi vermi era ricolto.
ricolto : raccolto.
3.70 E poi ch'a riguardar oltre mi diedi,
3.71 vidi genti a la riva d'un gran fiume;
alla riva: è l'Acheronte, II primo dei fiumi infernali, descritto da Virgilio nel suo poema (cfr. En., VI).
3.72 per ch'io dissi: «Maestro, or mi concedi
3.73 ch'i' sappia quali sono, e qual costume
qual costume: consuetudine, ma, qui, è piuttosto lo stato d'animo che fa apparire (" parer ) gli spiriti così ansiosi di attraversare il fiume.
3.74 le fa di trapassar parer sì pronte,
3.75 com'io discerno per lo fioco lume».
3.76 Ed elli a me: «Le cose ti fier conte
fier conte: ti saranno cognite, rivelate.
3.77 quando noi fermerem li nostri passi
3.78 su la trista riviera d'Acheronte».
3.79 Allor con li occhi vergognosi e bassi,
3.80 temendo no 'l mio dir li fosse grave,
temendo no l: temendo che il mio parlare gli sembrasse inopportuno, mi astenni (" trassi ") dal parlare.
3.81 infino al fiume del parlar mi trassi.
3.82 Ed ecco verso noi venir per nave
3.83 un vecchio, bianco per antico pelo,
un vecchio: è Caronte, pilota della navicella infernale, come già nella tradizione virgiliana (cfr. En., VI).
3.84 gridando: «Guai a voi, anime prave!
prave: malvage.
3.85 Non isperate mai veder lo cielo:
3.86 i' vegno per menarvi a l'altra riva
3.87 ne le tenebre etterne, in caldo e 'n gelo.
3.88 E tu che se' costì, anima viva,
anima viva: Dante é vivo soprattutto perché ha ancora la possibilità di salvarsi dalla dannazione. Perciò Caronte lo esorta ad allontanarsi (" partiti… ").
3.89 pàrtiti da cotesti che son morti».
3.90 Ma poi che vide ch'io non mi partiva,
3.91 disse: «Per altra via, per altri porti
3.92 verrai a piaggia, non qui, per passare:
a piaggia: alla riva; ma seguendo altro viaggio e approdando ad altri porti. Cioè con la navicella condotta dall'Angelo nocchiero, che trasporta le anime al Purgatorio (cfr. Purg. II, 41).
3.93 più lieve legno convien che ti porti».
3.94 E 'l duca lui: «Caron, non ti crucciare:
3.95 vuolsi così colà dove si puote
vuolsi: si vuole così, là dove si può ("puote ") ciò che si vuole. Con questa formula ancora Virgilio si difenderà dalle opposizioni dei demoni (cfr. Inf. V. 23 e, in parte, VII, 11).
3.96 ciò che si vuole, e più non dimandare».
3.97 Quinci fuor quete le lanose gote
Quinci: allora, da quel momento.
3.98 al nocchier de la livida palude,
3.99 che 'ntorno a li occhi avea di fiamme rote.
di fiamme rote: l'accesa luminosità degli occhi di Caronte fa quasi apparire bagliori di fiamma nel suo sguardo.
3.100 Ma quell'anime, ch'eran lasse e nude,
3.101 cangiar colore e dibattero i denti,
cangiar: mutarono colore e batte rono denti appena (. ratto che ") udirono le crudeli parole.
3.102 ratto che 'nteser le parole crude.
3.103 Bestemmiavano Dio e lor parenti,
parenti: i genitori (cfr. lat. parentes).
3.104 l'umana spezie e 'l loco e 'l tempo e 'l seme
3.105 di lor semenza e di lor nascimenti.
3.106 Poi si ritrasser tutte quante insieme,
3.107 forte piangendo, a la riva malvagia
3.108 ch'attende ciascun uom che Dio non teme.
che Dio non teme: privo del timor di Dio. 111: s'adagia: cerca di accomodarsi a proprio agio nella barca.
3.109 Caron dimonio, con occhi di bragia,
3.110 loro accennando, tutte le raccoglie;
3.111 batte col remo qualunque s'adagia.
3.112 Come d'autunno si levan le foglie
3.113 l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo
3.114 vede a la terra tutte le sue spoglie,
3.115 similemente il mal seme d'Adamo
3.116 gittansi di quel lito ad una ad una,
3.117 per cenni come augel per suo richiamo.
per cenni: rispondendo al cenno di Caronte (cfr. v. 110).
3.118 Così sen vanno su per l'onda bruna,
3.119 e avanti che sien di là discese,
3.120 anche di qua nuova schiera s'auna.
anche: ancora, nuovamente, si raccoglie (" s'auná ").
3.121 «Figliuol mio», disse 'l maestro cortese,
3.122 «quelli che muoion ne l'ira di Dio
3.123 tutti convegnon qui d'ogne paese:
3.124 e pronti sono a trapassar lo rio,
3.125 ché la divina giustizia li sprona,
3.126 sì che la tema si volve in disio.
sì che la tema: la divina giustizia sprona le anime al punto che il senso di timore si tramuta in desiderio.
3.127 Quinci non passa mai anima buona;
Quindi: di qui.
3.128 e però, se Caron di te si lagna,
3.129 ben puoi sapere omai che 'l suo dir suona».
che 'l suo dir suona: cosa significano le sue parole.
3.130 Finito questo, la buia campagna
3.131 tremò sì forte, che de lo spavento
3.132 la mente di sudore ancor mi bagna.
3.133 La terra lagrimosa diede vento,
La terra lagrimosa: la terra del pianto eterno.
3.134 che balenò una luce vermiglia
3.135 la qual mi vinse ciascun sentimento
3.136 e caddi come l'uom cui sonno piglia.
Inferno : Canto 4
4.1 Ruppemi l'alto sonno ne la testa
l'alto sonno : il profondo letargo, in cui il poeta è caduto alla fine del canto precedente, è di natura misteriosa e sovrannaturale, come questo improvviso risveglio.
4.2 un greve truono, sì ch'io mi riscossi
4.3 come persona ch'è per forza desta;
4.4 e l'occhio riposato intorno mossi,
4.5 dritto levato, e fiso riguardai
4.6 per conoscer lo loco dov'io fossi.
4.7 Vero è che 'n su la proda mi trovai
Vero è: formula di tre , che serve a do tare, sene spiegare, i fatto che Dante si trova sull'orlo (" proda ") della valle infernale.
4.8 de la valle d'abisso dolorosa
4.9 che 'ntrono accoglie d'infiniti guai.
4.10 Oscura e profonda era e nebulosa
4.11 tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
per ficcar: per quanto spingessi lo sguardo in fondo.
4.12 io non vi discernea alcuna cosa.
4.13 «Or discendiam qua giù nel cieco mondo»,
4.14 cominciò il poeta tutto smorto.
tutto smorto: non si dimentichi che Virgilio si trova alla soglia del Limbo, dove egli sconta la sua pena. Ma la ragione del gallare è spiegata al c. 19.
4.15 «Io sarò primo, e tu sarai secondo».
4.16 E io, che del color mi fui accorto,
4.17 dissi: «Come verrò, se tu paventi
4.18 che suoli al mio dubbiare esser conforto?».
4.19 Ed elli a me: «L'angoscia de le genti
4.20 che son qua giù, nel viso mi dipigne
4.21 quella pietà che tu per tema senti.
per tema senti: interpreti come timore.
4.22 Andiam, ché la via lunga ne sospigne».
ne sospinge: ci sospinge, ci incalza.
4.23 Così si mise e così mi fé intrare
4.24 nel primo cerchio che l'abisso cigne.
nel primo cerchio: cioè il Limbo, che cinge l'abisso infernale.
4.25 Quivi, secondo che per ascoltare,
secondo che: per ascoltare: secondo quel che si poteva udire ascoltando, non c era altra espressione di dolore (" non avea pianto ") che profondi sospiri.
4.26 non avea pianto mai che di sospiri,
4.27 che l'aura etterna facevan tremare;
4.28 ciò avvenia di duol sanza martìri
di duol sanza martìri: é un tormento senza manifestazioni materiali.
4.29 ch'avean le turbe, ch'eran molte e grandi,
4.30 d'infanti e di femmine e di viri.
d'infanti: sono racchiusi nel Limbo i bambini morti senza battesimo, donne e uomini che, pur non avendo peccato, non conobbero, tuttavia, 1a vera religione. Si ricordi quel che dice Virgilio al c. I, 71-72.
4.31 Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi
4.32 che spiriti son questi che tu vedi?
4.33 Or vo' che sappi, innanzi che più andi,
che più andi: che vada più oltre.
4.34 ch'ei non peccaro; e s'elli hanno mercedi,
mercedi: meriti. Ma non é sufficiente aver dei meriti, se non si é ricevuto il battesimo, vera porta del cristianesimo.
4.35 non basta, perché non ebber battesmo,
4.36 ch'è porta de la fede che tu credi;
4.37 e s'e' furon dinanzi al cristianesmo,
4.38 non adorar debitamente a Dio:
non adorar: non credettero nel Cristo venturo, come invece fecero i Santi Padri. E tra questi tali é Virgilio stesso (" io medesmo ").
4.39 e di questi cotai son io medesmo.
4.40 Per tai difetti, non per altro rio,
rio: colpa. Perciò sono esclusi dalla salvazione ( " perduti " ) e soltanto colpiti (" sol di tanto offesi ") dalla pena di vivere nel costante desiderio di Dio, senza mai poter essere appagati ("sanza speme " ).
4.41 semo perduti, e sol di tanto offesi,
4.42 che sanza speme vivemo in disio».
4.43 Gran duol mi prese al cor quando lo 'ntesi,
4.44 però che gente di molto valore
4.45 conobbi che 'n quel limbo eran sospesi.
eran sospesi: né salvi, né dannati (cfr. Inf. II, 52).
4.46 «Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore»,
4.47 comincia' io per voler esser certo
4.48 di quella fede che vince ogne errore:
4.49 «uscicci mai alcuno, o per suo merto
uscicci: uscì mai di qui.
4.50 o per altrui, che poi fosse beato?».
4.51 E quei che 'ntese il mio parlar coverto,
parlar coverto: la domanda di Dante mira a sentir confermata da Virgilio una verità già acquisita per fede.
4.52 rispuose: «Io era nuovo in questo stato,
Io era nuovo: Virgilio morì nel 19 a.C. ed era quindi da poco (" nuovo ") nel Limbo quando vi discese Cristo (" un Possente ") che liberò i Patriarchi dall'Inferno.
4.53 quando ci vidi venire un Possente,
4.54 con segno di vittoria coronato.
4.55 Trasseci l'ombra del primo parente,
Trasseci: trasse di qui (cfr. v. 19) l'anima di Adamo (" rimo parente "), del suo secondogenito A le, di Noè, scampato al diluvio, di Mosè, che diede le leggi al popolo ebreo, di Abramo di Davide, autore dei Salmi, di Giacobbe, detto Israel, di suo padre Isacco, dei suoi dodici figli, capostipiti delle dodici tribù del popolo d'Israele, della moglie Rachele.
4.56 d'Abèl suo figlio e quella di Noè,
4.57 di Moisè legista e ubidente;
4.58 Abraàm patriarca e Davìd re,
Abraàm… David… Israèl: i nomi stranieri od estranei alla declinazione latina, sono accentati sull'ultima sillaba, secondo l'uso medioevale (cfr. c. IV, 137 e seg. : c. V, 58, 63 e passim).
4.59 Israèl con lo padre e co' suoi nati
4.60 e con Rachele, per cui tanto fé;
per cui tanto fé': Giacobbe, per ottenere la mano di Rachele servì per quattordici anni il padre di lei, Labano.
4.61 e altri molti, e feceli beati.
4.62 E vo' che sappi che, dinanzi ad essi,
dinanzi ad essi: prima della venuta di Cristo nessuno si era salvato dal Limbo.
4.63 spiriti umani non eran salvati».
4.64 Non lasciavam l'andar perch'ei dicessi,
Non lasciavam: non ci arrestavamo per il fatto che egli, Virgilio, parlasse (" ei dicessi "), ma attraversavamo la folla delle anime, folte come alberi in un bosco (" selva ").
4.65 ma passavam la selva tuttavia,
4.66 la selva, dico, di spiriti spessi.
4.67 Non era lunga ancor la nostra via
4.68 di qua dal sonno, quand'io vidi un foco
di qua del sommo: di qua dall'or lo del cerchio, quando scorsi una luce ( " foco " ) che un buio emisfero ( " emisperio di tenebre") circondava ("vincìa ", cfr. lat. vincire).
4.69 ch'emisperio di tenebre vincia.
4.70 Di lungi n'eravamo ancora un poco,
4.71 ma non sì ch'io non discernessi in parte
4.72 ch'orrevol gente possedea quel loco.
che orrevol: quale onorevole consesso occupava quel luogo.
4.73 «O tu ch'onori scienzia e arte,
4.74 questi chi son c'hanno cotanta onranza,
onranza: onoranza. Sono infatti separati dagli altri abitatori del Limbo, che si trovano nelle tenebre.
4.75 che dal modo de li altri li diparte?».
4.76 E quelli a me: «L'onrata nominanza
L'onrata nominanza: la fama onorevole che di loro echeggia su nel mondo, fa ottenere dal cielo questo privilegio che cosi li distingue.
4.77 che di lor suona sù ne la tua vita,
4.78 grazia acquista in ciel che sì li avanza».
4.79 Intanto voce fu per me udita:
4.80 «Onorate l'altissimo poeta:
4.81 l'ombra sua torna, ch'era dipartita».
4.82 Poi che la voce fu restata e queta,
4.83 vidi quattro grand'ombre a noi venire:
4.84 sembianz'avevan né trista né lieta.
4.85 Lo buon maestro cominciò a dire:
4.86 «Mira colui con quella spada in mano,
Mira colui: Omero, poeta greco, è raffigurato con la spada, perché cantò le armi e la guerra di Troia. Orazio Flacco è il grande lirico Latino, particolarmente noto nel Medioevo per le sue Satire; Ovidio Nasone è l'autore delle Metamorfosi; infine, Anneo Lucano è l'autore del poema Farsaglia.
4.87 che vien dinanzi ai tre sì come sire:
4.88 quelli è Omero poeta sovrano;
4.89 l'altro è Orazio satiro che vene;
4.90 Ovidio è 'l terzo, e l'ultimo Lucano.
4.91 Però che ciascun meco si convene
Però che: poiché ciascuno è simile a me ("meco si convene ") nel nome di poeta, che un'unica voce nominò (v. 80), mi fanno onore e cosi facendo fanno bene "perché, onorando me, onorano se stessi e la poesia " (Torraca).
4.92 nel nome che sonò la voce sola,
4.93 fannomi onore, e di ciò fanno bene».
4.94 Così vid'i' adunar la bella scola
4.95 di quel segnor de l'altissimo canto
quel segnor: Omero.
4.96 che sovra li altri com'aquila vola.
4.97 Da ch'ebber ragionato insieme alquanto,
4.98 volsersi a me con salutevol cenno,
4.99 e 'l mio maestro sorrise di tanto;
di tanto: di così grande onore.
4.100 e più d'onore ancora assai mi fenno,
mi fenno: mi fecero onore ancor più grande accogliendomi come sesto nella loro schiera.
4.101 ch'e' sì mi fecer de la loro schiera,
4.102 sì ch'io fui sesto tra cotanto senno.
4.103 Così andammo infino a la lumera,
lumera: lumiera, cioè la luce o " foco " del v. 68.
4.104 parlando cose che 'l tacere è bello,
che 'l tacere è bello: che è opportuno non riferire, perché estranee al tema della narrazione, così come era lodevole e gradito parlarne allora.
4.105 sì com'era 'l parlar colà dov'era.
4.106 Venimmo al piè d'un nobile castello,
nobile castello: le sette mura del castello rappresentano le quattro virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza) e le tre intellettuali (intelletto, scienza, sapienza).
4.107 sette volte cerchiato d'alte mura,
4.108 difeso intorno d'un bel fiumicello.
4.109 Questo passammo come terra dura;
4.110 per sette porte intrai con questi savi:
4.111 giugnemmo in prato di fresca verdura.
4.112 Genti v'eran con occhi tardi e gravi,
4.113 di grande autorità ne' lor sembianti:
4.114 parlavan rado, con voci soavi.
4.115 Traemmoci così da l'un de' canti,
4.116 in loco aperto, luminoso e alto,
4.117 sì che veder si potien tutti quanti.
4.118 Colà diritto, sovra 'l verde smalto,
'l verde smalto: il colore verde del prato:.
4.119 mi fuor mostrati li spiriti magni,
4.120 che del vedere in me stesso m'essalto.
4.121 I' vidi Eletra con molti compagni,
Eletra…: madre di Dardano, fondatore della stirpe troiana; Ettore: figlio di Priamo e difensore di Troia; Enea: figlio di Anchise e padre di Silvio, da cui discese la :stirpe romana (cfr. Inf. II, 13 e segg.); Cesare, dagli occhi d'aquila (" grifagni ") è il fondatore dell'Impero; per Cammilla, cfr. c. I, 107; Pantasiela è la regina delle Amazzoni, uccisa da Achille sotto Troia; per Latino e Lavinia, cfr. c. II, 13 e n.; Bruto è il fondatore della repubblica, dopo la cacciata di Tarquinio; Lucrezia è la moglie di Collatino, la quale, oltraggiata da Tarquinio, si uccise; Giulia è la figlia di Cesare e sposa di Pompeo; Marzia è la moglie di Catone l'Uticense; Corviglia è la celebre Cornelia, madre dei Gracchi; il Saladino, noto nel Medio Evo per la sua liberalità, è un grande sultano d'Egitto e sta in disparte ( " in parte " ) perché unico esempio di virtù tra i suoi correligionari.
4.122 tra ' quai conobbi Ettòr ed Enea,
4.123 Cesare armato con li occhi grifagni.
4.124 Vidi Cammilla e la Pantasilea;
4.125 da l'altra parte, vidi 'l re Latino
4.126 che con Lavina sua figlia sedea.
4.127 Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,
4.128 Lucrezia, Iulia, Marzia e Corniglia;
4.129 e solo, in parte, vidi 'l Saladino.
4.130 Poi ch'innalzai un poco più le ciglia,
4.131 vidi 'l maestro di color che sanno
'l maestro: è Aristotele di Stagire, cui fanno corona: Socrate e Platone, filosofi ateniesi, Democrito di Abdera, il quale ritiene (" pone ") che il mondo si sia formato casualmente; per aggregamento de li atomi, Diogene cinico, Anassagora Clazomene, Talete di Mileto, Empedocle d'Agrigento, Eraclito di Efeso, Zenone, fondatore della scuola stoica.
4.132 seder tra filosofica famiglia.
4.133 Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
4.134 quivi vid'io Socrate e Platone,
4.135 che 'nnanzi a li altri più presso li stanno;
4.136 Democrito, che 'l mondo a caso pone,
4.137 Diogenés, Anassagora e Tale,
4.138 Empedoclès, Eraclito e Zenone;
4.139 e vidi il buono accoglitor del quale,
4.140 Diascoride dico; e vidi Orfeo,
Diascoride: medico del I sec. d.C., autore di un trattato sulle piante e le loro qualità (" quale "); Orfeo é il leggendario cantore tracio; Tullio è il celebre Cicerone, ricordato qui da Dante come filosofo; Livio é lo storico Tito Livio, Seneca é autore di alcuni trattati di filosofia morale; Euclide é il celebre matematico alessandrino; Tolomeo é l'astronomo egiziano del II sec. d.C., da cui prende nome il sistema geocentrico, seguito da Dante: Ipocrate e Galeno (" Galienò ") sono m ci greci, Avicenna, medico e filosofo arabo: Averroè ( " Averroìs " ) è il filosofo arabo del sec. XII, ommentatore di Aristotele.
4.141 Tulio e Lino e Seneca morale;
4.142 Euclide geomètra e Tolomeo,
4.143 Ipocràte, Avicenna e Galieno,
4.144 Averoìs, che 'l gran comento feo.
4.145 Io non posso ritrar di tutti a pieno,
4.146 però che sì mi caccia il lungo tema,
4.147 che molte volte al fatto il dir vien meno.
il dir: molte volte 11 mio discorso è inadeguato alla realtà.
4.148 La sesta compagnia in due si scema:
si scema: si divide in due.
4.149 per altra via mi mena il savio duca,
4.150 fuor de la queta, ne l'aura che trema.
4.151 E vegno in parte ove non è che luca.
ove non è che luca: dove non c'è nulla che dia luce; nel buio eterno, cioè, del II cerchio.
Inferno : Canto 5
5.1 Così discesi del cerchio primaio
primaio : primo.
5.2 giù nel secondo, che men loco cinghia,
cinghia: cinge meno spazio (l'inferno ha forma d'imbuto) e tanto maggior pena, che stimola ai lamenti ( " guaio " ).
5.3 e tanto più dolor, che punge a guaio.
5.4 Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
Minòs: leggendario re di Creta, famoso per il suo senso della giustizia, è posto da Dante quale giudice infernale; egli assegna la pena secondo il modo di avvolgersi con la coda ("secondo ch'è avvinghia "). Cioè si cinge con la coda tante volte quanti sono i cerchi (" quantunque gradi ") che l'anima dannata (" mal nata ") deve discendere.
5.5 essamina le colpe ne l'intrata;
5.6 giudica e manda secondo ch'avvinghia.
5.7 Dico che quando l'anima mal nata
5.8 li vien dinanzi, tutta si confessa;
5.9 e quel conoscitor de le peccata
5.10 vede qual loco d'inferno è da essa;
5.11 cignesi con la coda tante volte
5.12 quantunque gradi vuol che giù sia messa.
5.13 Sempre dinanzi a lui ne stanno molte;
5.14 vanno a vicenda ciascuna al giudizio;
5.15 dicono e odono, e poi son giù volte.
5.16 «O tu che vieni al doloroso ospizio»,
doloroso ospizio: albergo del dolore, cioè l'inferno.
5.17 disse Minòs a me quando mi vide,
5.18 lasciando l'atto di cotanto offizio,
di contanto offizio: del giudicare le anime.
5.19 «guarda com'entri e di cui tu ti fide;
guarda: considera bene i meriti per cui (" com' ") entri e la persona di cui ti fidi (" fide").
5.20 non t'inganni l'ampiezza de l'intrare!».
5.21 E 'l duca mio a lui: «Perché pur gride?
5.22 Non impedir lo suo fatale andare:
5.23 vuolsi così colà dove si puote
vuolsi: cfr. c. III, 95 e n.
5.24 ciò che si vuole, e più non dimandare».
5.25 Or incomincian le dolenti note
le dolenti note: i dolorosi lamenti.
5.26 a farmisi sentire; or son venuto
5.27 là dove molto pianto mi percuote.
5.28 Io venni in loco d'ogne luce muto,
muto: si ricordi " là dove il sol tace " (cfr. c. I, 60).
5.29 che mugghia come fa mar per tempesta,
5.30 se da contrari venti è combattuto.
5.31 La bufera infernal, che mai non resta,
non resta: che non avrà mai fine e trascina con il suo impeto rapace (" rapina" ).
5.32 mena li spirti con la sua rapina;
5.33 voltando e percotendo li molesta.
5.34 Quando giungon davanti a la ruina,
ruina: il punto maggiormente investito dalla bufera.
5.35 quivi le strida, il compianto, il lamento;
il compianto: il pianto collettivo (cfr. lat. cum).
5.36 bestemmian quivi la virtù divina.
5.37 Intesi ch'a così fatto tormento
5.38 enno dannati i peccator carnali,
enno dannati: sono puniti i lussuriosi, che sottomettono la ragione alle voglie dei sensi.
5.39 che la ragion sommettono al talento.
5.40 E come li stornei ne portan l'ali
li stornei: e come le ali portano, sorreggono, gli stormi nel cielo invernale, a stormi ampi e folti, cosi quel vento (" fiato ") trascina le anime dannate (" spiriti mali ").
5.41 nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
5.42 così quel fiato li spiriti mali
5.43 di qua, di là, di giù, di sù li mena;
5.44 nulla speranza li conforta mai,
5.45 non che di posa, ma di minor pena.
non che di posa: non di pausa, che si può anche avere (cfr. v. 96), ma di diminuire l'intensità della pena.
5.46 E come i gru van cantando lor lai,
lai: cantilena lamentosa; in provenzale, la parola indicava il canto degli uccelli.
5.47 faccendo in aere di sé lunga riga,
5.48 così vid'io venir, traendo guai,
5.49 ombre portate da la detta briga;
briga: tempesta.
5.50 per ch'i' dissi: «Maestro, chi son quelle
5.51 genti che l'aura nera sì gastiga?».
5.52 «La prima di color di cui novelle
5.53 tu vuo' saper», mi disse quelli allotta,
allotta : allora.
5.54 «fu imperadrice di molte favelle.
fu imperadrice: regnò su molti popoli di diversa lingua. E' Semiramide, regina d'Assiria, " di cui si legge " in Paolo Orosio (Historiae adversum Paganos, I, 4) che ammise come lecita ogni dissolutezza, per liberarsi dal biasimo che le derivava della sua accesa lussuria.
5.55 A vizio di lussuria fu sì rotta,
5.56 che libito fé licito in sua legge,
5.57 per tòrre il biasmo in che era condotta.
5.58 Ell'è Semiramìs, di cui si legge
5.59 che succedette a Nino e fu sua sposa:
5.60 tenne la terra che 'l Soldan corregge.
che 'l Soldan corregge: che il Sultano d'Egitto governa.
5.61 L'altra è colei che s'ancise amorosa,
che s'ancise: che si uccise per amore dl Enea, dopo esser venuta meno alla promessa di serbarsi fedele alla memoria del marito Sicheo. E' Didone.
5.62 e ruppe fede al cener di Sicheo;
5.63 poi è Cleopatràs lussuriosa.
Cleopatràs: Cleopatra, regina di Egitto; Elena è la moglie di Menelao, rapita da Paride, per colpa della quale fu combattuta la guerra di Troia (" tanto reo tempo si volse "); Achille è il famoso eroe greco, che si trovò a combattere negli ultimi giorni di sua vita ("al fine ") con l'amore, che lo prese, di Polissena, figlia di Priamo; Paris è Paride e Tristano è i1 cavaliere della Tavola Rotonda, innamorato di Isotta, moglie dello zio Marco, re di Cornovaglia.
5.64 Elena vedi, per cui tanto reo
5.65 tempo si volse, e vedi 'l grande Achille,
5.66 che con amore al fine combatteo.
5.67 Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille
5.68 ombre mostrommi e nominommi a dito,
5.69 ch'amor di nostra vita dipartille.
ch'amor: che amore allontanò da questa vita. Tutti, infatti, perirono di morte violenta.
5.70 Poscia ch'io ebbi il mio dottore udito
dottore: nel senso etimologico (cfr. lat. doceo): maestro (cfr. c. II, 140 e n.).
5.71 nomar le donne antiche e ' cavalieri,
nomar: nominare, elencare.
5.72 pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.
5.73 I' cominciai: «Poeta, volontieri
5.74 parlerei a quei due che 'nsieme vanno,
che 'nsieme vanno: soli tra i peccatori trascinati dalla bufera, Paolo e Francesca sono uniti per l'eternità. Francesca da Polenta, moglie di Gianciotto Malatesta, signore di Rimini, uomo deforme e zoppo, amò il fratello di questi, Paolo. Gianciotto vendicò il suo onore, uccidendoli entrambi.
5.75 e paion sì al vento esser leggieri».
5.76 Ed elli a me: «Vedrai quando saranno
5.77 più presso a noi; e tu allor li priega
5.78 per quello amor che i mena, ed ei verranno».
per quello amor che i mena: in nome di quell'amore che li ha perduti e che li conduce ancora uniti nella violenta bufera.
5.79 Sì tosto come il vento a noi li piega,
5.80 mossi la voce: «O anime affannate,
5.81 venite a noi parlar, s'altri nol niega!».
s'altri nol niega: se l'imperscrutabile potenza divina non lo vieta.
5.82 Quali colombe dal disio chiamate
5.83 con l'ali alzate e ferme al dolce nido
5.84 vegnon per l'aere, dal voler portate;
5.85 cotali uscir de la schiera ov'è Dido,
cotali uscir: similmente uscirono dalla schiera ove è Didone.
5.86 a noi venendo per l'aere maligno,
5.87 sì forte fu l'affettuoso grido.
l'affettuoso grido: il vocativo " O anime affannate " del v. 80.
5.88 «O animal grazioso e benigno
O animal grazioso: o creatura cortese.
5.89 che visitando vai per l'aere perso
perso: è un colore "misto di purpureo e di nero ma vince lo nero, e da lui si dinomina" (Conv. IV, XX, 2).
5.90 noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
5.91 se fosse amico il re de l'universo,
5.92 noi pregheremmo lui de la tua pace,
5.93 poi c'hai pietà del nostro mal perverso.
5.94 Di quel che udire e che parlar vi piace,
5.95 noi udiremo e parleremo a voi,
5.96 mentre che 'l vento, come fa, ci tace.
ci tace: Paolo e Francesca si trovano momentaneamente al di fuori della bufera infernale (cfr. v. 45 e n.).
5.97 Siede la terra dove nata fui
5.98 su la marina dove 'l Po discende
su la marina: Francesca nacque a Ravenna, città sita presso la foce ove sbocca il Po con i suoi affluenti (" seguaci sui ").
5.99 per aver pace co' seguaci sui.
5.100 Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende
ratto s'apprende: fa rapida presa. E' immagine stilnovista, cara al Guinizelli e a Dante stesso (cfr. V.N. XX).
5.101 prese costui de la bella persona
5.102 che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.
e'l modo: la morte violenta che non le permise di pentirsi.
5.103 Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
Amor: l'amore che non consente a nessuno che sia amato di non riamare.
5.104 mi prese del costui piacer sì forte,
del costui piacer: della bellezza di questi.
5.105 che, come vedi, ancor non m'abbandona.
5.106 Amor condusse noi ad una morte:
5.107 Caina attende chi a vita ci spense».
5.108 Queste parole da lor ci fuor porte.
ad une morte: a morire insieme.
5.109 Quand'io intesi quell'anime offense,
5.110 china' il viso e tanto il tenni basso,
5.111 fin che 'l poeta mi disse: «Che pense?».
5.112 Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
5.113 quanti dolci pensier, quanto disio
5.114 menò costoro al doloroso passo!».
5.115 Poi mi rivolsi a loro e parla' io,
5.116 e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
5.117 a lagrimar mi fanno tristo e pio.
5.118 Ma dimmi: al tempo de' dolci sospiri,
5.119 a che e come concedette amore
5.120 che conosceste i dubbiosi disiri?».
5.121 E quella a me: «Nessun maggior dolore
5.122 che ricordarsi del tempo felice
5.123 ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.
5.124 Ma s'a conoscer la prima radice
5.125 del nostro amor tu hai cotanto affetto,
5.126 dirò come colui che piange e dice.
5.127 Noi leggiavamo un giorno per diletto
5.128 di Lancialotto come amor lo strinse;
5.129 soli eravamo e sanza alcun sospetto.
5.130 Per più fiate li occhi ci sospinse
5.131 quella lettura, e scolorocci il viso;
5.132 ma solo un punto fu quel che ci vinse.
5.133 Quando leggemmo il disiato riso
5.134 esser basciato da cotanto amante,
5.135 questi, che mai da me non fia diviso,
5.136 la bocca mi basciò tutto tremante.
5.137 Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:
5.138 quel giorno più non vi leggemmo avante».
5.139 Mentre che l'uno spirto questo disse,
5.140 l'altro piangea; sì che di pietade
5.141 io venni men così com'io morisse.
5.142 E caddi come corpo morto cade.
Inferno : Canto 6
6.1 Al tornar de la mente, che si chiuse
6.2 dinanzi a la pietà de'due cognati,
6.3 che di trestizia tutto mi confuse,
6.4 novi tormenti e novi tormentati
6.5 mi veggio intorno, come ch'io mi mova
6.6 e ch'io mi volga, e come che io guati.
6.7 Io sono al terzo cerchio, de la piova
6.8 etterna, maladetta, fredda e greve;
6.9 regola e qualità mai non l'è nova.
6.10 Grandine grossa, acqua tinta e neve
6.11 per l'aere tenebroso si riversa;
6.12 pute la terra che questo riceve.
6.13 Cerbero, fiera crudele e diversa,
6.14 con tre gole caninamente latra
6.15 sovra la gente che quivi è sommersa.
6.16 Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
6.17 e 'l ventre largo, e unghiate le mani;
6.18 graffia li spirti, ed iscoia ed isquatra.
6.19 Urlar li fa la pioggia come cani;
6.20 de l'un de' lati fanno a l'altro schermo;
6.21 volgonsi spesso i miseri profani.
6.22 Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
6.23 le bocche aperse e mostrocci le sanne;
6.24 non avea membro che tenesse fermo.
6.25 E 'l duca mio distese le sue spanne,
6.26 prese la terra, e con piene le pugna
6.27 la gittò dentro a le bramose canne.
6.28 Qual è quel cane ch'abbaiando agogna,
6.29 e si racqueta poi che 'l pasto morde,
6.30 ché solo a divorarlo intende e pugna,
6.31 cotai si fecer quelle facce lorde
6.32 de lo demonio Cerbero, che 'ntrona
6.33 l'anime sì, ch'esser vorrebber sorde.
6.34 Noi passavam su per l'ombre che adona
6.35 la greve pioggia, e ponavam le piante
6.36 sovra lor vanità che par persona.
6.37 Elle giacean per terra tutte quante,
6.38 fuor d'una ch'a seder si levò, ratto
6.39 ch'ella ci vide passarsi davante.
6.40 «O tu che se' per questo 'nferno tratto»,
6.41 mi disse, «riconoscimi, se sai:
6.42 tu fosti, prima ch'io disfatto, fatto».
6.43 E io a lui: «L'angoscia che tu hai
6.44 forse ti tira fuor de la mia mente,
6.45 sì che non par ch'i' ti vedessi mai.
6.46 Ma dimmi chi tu se' che 'n sì dolente
6.47 loco se' messo e hai sì fatta pena,
6.48 che, s'altra è maggio, nulla è sì spiacente».
6.49 Ed elli a me: «La tua città, ch'è piena
6.50 d'invidia sì che già trabocca il sacco,
6.51 seco mi tenne in la vita serena.
6.52 Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
6.53 per la dannosa colpa de la gola,
6.54 come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
6.55 E io anima trista non son sola,
6.56 ché tutte queste a simil pena stanno
6.57 per simil colpa». E più non fé parola.
6.58 Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno
6.59 mi pesa sì, ch'a lagrimar mi 'nvita;
6.60 ma dimmi, se tu sai, a che verranno
6.61 li cittadin de la città partita;
6.62 s'alcun v'è giusto; e dimmi la cagione
6.63 per che l'ha tanta discordia assalita».
6.64 E quelli a me: «Dopo lunga tencione
6.65 verranno al sangue, e la parte selvaggia
6.66 caccerà l'altra con molta offensione.
6.67 Poi appresso convien che questa caggia
6.68 infra tre soli, e che l'altra sormonti
6.69 con la forza di tal che testé piaggia.
6.70 Alte terrà lungo tempo le fronti,
6.71 tenendo l'altra sotto gravi pesi,
6.72 come che di ciò pianga o che n'aonti.
6.73 Giusti son due, e non vi sono intesi;
6.74 superbia, invidia e avarizia sono
6.75 le tre faville c'hanno i cuori accesi».
6.76 Qui puose fine al lagrimabil suono.
6.77 E io a lui: «Ancor vo' che mi 'nsegni,
6.78 e che di più parlar mi facci dono.
6.79 Farinata e 'l Tegghiaio, che fuor sì degni,
6.80 Iacopo Rusticucci, Arrigo e 'l Mosca
6.81 e li altri ch'a ben far puoser li 'ngegni,
6.82 dimmi ove sono e fa ch'io li conosca;
6.83 ché gran disio mi stringe di savere
6.84 se 'l ciel li addolcia, o lo 'nferno li attosca».
6.85 E quelli: «Ei son tra l'anime più nere:
6.86 diverse colpe giù li grava al fondo:
6.87 se tanto scendi, là i potrai vedere.
6.88 Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
6.89 priegoti ch'a la mente altrui mi rechi:
6.90 più non ti dico e più non ti rispondo».
6.91 Li diritti occhi torse allora in biechi;
6.92 guardommi un poco, e poi chinò la testa:
6.93 cadde con essa a par de li altri ciechi.
6.94 E 'l duca disse a me: «Più non si desta
6.95 di qua dal suon de l'angelica tromba,
6.96 quando verrà la nimica podesta:
6.97 ciascun rivederà la trista tomba,
6.98 ripiglierà sua carne e sua figura,
6.99 udirà quel ch'in etterno rimbomba».
6.100 Sì trapassammo per sozza mistura
6.101 de l'ombre e de la pioggia, a passi lenti,
6.102 toccando un poco la vita futura;
6.103 per ch'io dissi: «Maestro, esti tormenti
6.104 crescerann'ei dopo la gran sentenza,
6.105 o fier minori, o saran sì cocenti?».
6.106 Ed elli a me: «Ritorna a tua scienza,
6.107 che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
Caina: è la parte del nono cerchio dell'Inferno dove sono dannati i traditori dei parenti. 109: offense: offese, cioè colpite prima dalla travolgente passione, poi dalla fatale tragedia.
6.108 più senta il bene, e così la doglienza.
6.109 Tutto che questa gente maladetta
6.110 in vera perfezion già mai non vada,
6.111 di là più che di qua essere aspetta».
6.112 Noi aggirammo a tondo quella strada,
Oh lasso: espressione di doloroso rammarico : ohimé!.
6.113 parlando più assai ch'i' non ridico;
quanto disìo: quanto desiderio condusse costoro al tragico passaggio dalla vita alla morte eterna.
6.114 venimmo al punto dove si digrada:
6.115 quivi trovammo Pluto, il gran nemico.
Inferno : Canto 7
7.1 «Papé Satàn, pape Satàn aleppe!»,
7.2 cominciò Pluto con la voce chioccia;
7.3 e quel savio gentil, che tutto seppe,
7.4 disse per confortarmi: «Non ti noccia
7.5 la tua paura; ché, poder ch'elli abbia,
come ch': dovunque.
7.6 non ci torrà lo scender questa roccia».
7.7 Poi si rivolse a quella 'nfiata labbia,
piova: una pioggia dirotta, continua e gelata.
7.8 e disse: «Taci, maladetto lupo!
7.9 consuma dentro te con la tua rabbia.
regola: la quantità e la qualità non variano mai.
7.10 Non è sanza cagion l'andare al cupo:
acqua tinta: acqua sporca.
7.11 vuolsi ne l'alto, là dove Michele
7.12 fé la vendetta del superbo strupo».
pute: maleodorante è il suolo che riceve lo scroscio (" questo "). 13 Cerbero: mitica fiera, posta a guardia dell'Ade (cfr. En., VI) e qui rappresentata da Dante come un demonio (v. 32) dalla figure deforme e strana ("diversa"), che latra come un cane. Non solo è a guardia dei dannati per colpa della gola, ma li scuoia e li squarta (" isquatra ") e, con le tre avide bocche, se ne pasce l'ampio ventre, macchiandosi la barba, nera (" atra ") come la tenebra infernale.
7.13 Quali dal vento le gonfiate vele
7.14 caggiono avvolte, poi che l'alber fiacca,
7.15 tal cadde a terra la fiera crudele.
7.16 Così scendemmo ne la quarta lacca
7.17 pigliando più de la dolente ripa
7.18 che 'l mal de l'universo tutto insacca.
7.19 Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa
7.20 nove travaglie e pene quant'io viddi?
de l'un de' lati: i peccatori (" profani ") si voltano spesso difendendo così dalla pioggia il fianco non esposto.
7.21 e perché nostra colpa sì ne scipa?
7.22 Come fa l'onda là sovra Cariddi,
vermo: essere ripugnante.
7.23 che si frange con quella in cui s'intoppa,
7.24 così convien che qui la gente riddi.
7.25 Qui vid'i' gente più ch'altrove troppa,
spanne: le mani aperte.
7.26 e d'una parte e d'altra, con grand'urli,
7.27 voltando pesi per forza di poppa.
7.28 Percoteansi 'ncontro; e poscia pur lì
agogna: chiede cibo protendendo il muso.
7.29 si rivolgea ciascun, voltando a retro,
7.30 gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?».
intende e pugna: come il cane é intento a mangiare e " par combatta col cibo " (Tommaseo), similmente ( "cotai ") si comportarono quelle facce unte.
7.31 Così tornavan per lo cerchio tetro
7.32 da ogne mano a l'opposito punto,
7.33 gridandosi anche loro ontoso metro;
7.34 poi si volgea ciascun, quand'era giunto,
adona: fiacca, abbatte.
7.35 per lo suo mezzo cerchio a l'altra giostra.
7.36 E io, ch'avea lo cor quasi compunto,
sovra la vanità: sull'inconsistente evanescenza degli spiriti, che pure avevano figura umana.
7.37 dissi: «Maestro mio, or mi dimostra
7.38 che gente è questa, e se tutti fuor cherci
ratto : appena.
7.39 questi chercuti a la sinistra nostra».
7.40 Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci
tratto : guidato.
7.41 sì de la mente in la vita primaia,
7.42 che con misura nullo spendio ferci.
tu fosti…: tu nascesti prima che io morissi.
7.43 Assai la voce lor chiaro l'abbaia
7.44 quando vegnono a' due punti del cerchio
7.45 dove colpa contraria li dispaia.
7.46 Questi fuor cherci, che non han coperchio
7.47 piloso al capo, e papi e cardinali,
7.48 in cui usa avarizia il suo soperchio».
è maggio: é maggiore, più grave.
7.49 E io: «Maestro, tra questi cotali
7.50 dovre' io ben riconoscere alcuni
7.51 che furo immondi di cotesti mali».
vita sereno: serena è la vita, se confrontata con l'attuale pena.
7.52 Ed elli a me: «Vano pensiero aduni:
Ciacco: nome usato in Toscana come abbreviazione di Giacomo, sul modello del francese Jacques. Forse si tratta del poeta Ciacco dell'Anguillara, ma non è certo.
7.53 la sconoscente vita che i fé sozzi
7.54 ad ogne conoscenza or li fa bruni.
7.55 In etterno verranno a li due cozzi:
7.56 questi resurgeranno del sepulcro
7.57 col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.
7.58 Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
7.59 ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
7.60 qual ella sia, parole non ci appulcro.
a che verranno: a qual sorte son destinati i cittadini di Firenze, città dilaniata dalle fazioni ( " partita " ).
7.61 Or puoi, figliuol, veder la corta buffa
7.62 d'i ben che son commessi a la fortuna,
7.63 per che l'umana gente si rabbuffa;
7.64 ché tutto l'oro ch'è sotto la luna
Dopo lunga tencione: dopo lunga contesa, ci sarà uno scontro sanguinoso tra i Bianchi, capeggiati dai Cerchi, e i Neri guidati dai Donati; e questi soccomberanno. I Cerchi ("la parte selvaggia ") erano noti per la loro " bizzarra salvatichezza " (Villani).
7.65 e che già fu, di quest'anime stanche
7.66 non poterebbe farne posare una».
7.67 «Maestro mio», diss'io, «or mi dì anche:
Poi appresso convien: é fatale che la fazione del Cerchi cada (" caggia ") entro tre anni ( " infra tre soli " ) e che l'altra abbia la rivincita, con l'aiuto di papa Bonifacio VIII, che ora si destreggia fra entrambe ("testé piaggia"). Sono questi, avvenimenti accaduti in Firenze tra il calendimaggio del 1300 e il 1302.
7.68 questa fortuna di che tu mi tocche,
7.69 che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?».
7.70 E quelli a me: «Oh creature sciocche,
7.71 quanta ignoranza è quella che v'offende!
7.72 Or vo' che tu mia sentenza ne 'mbocche.
come che: quantunque i Bianchi se ne addolorino e se ne adontino (" n'adonti " ).
7.73 Colui lo cui saver tutto trascende,
due: in senso generico.
7.74 fece li cieli e diè lor chi conduce
avarizia : nel senso etimologico di cupidigia.
7.75 sì ch'ogne parte ad ogne parte splende,
7.76 distribuendo igualmente la luce.
7.77 Similemente a li splendor mondani
vo' : voglio.
7.78 ordinò general ministra e duce
7.79 che permutasse a tempo li ben vani
Farinata: é un eresiarca; lo si incontrerà nel c. X.; il Tegghiaio e Iacopo Rusticuccí sono tra i sodomiti (c. XVI), Mosca Lamberti è tra i seminatori di scandali (c. XXVIII); di Arrigo non si hanno notizie precise.
7.80 di gente in gente e d'uno in altro sangue,
7.81 oltre la difension d'i senni umani;
7.82 per ch'una gente impera e l'altra langue,
7.83 seguendo lo giudicio di costei,
7.84 che è occulto come in erba l'angue.
se 'l ciel: se il cielo li conforti della sua dolcezza, o l'inferno li avveleni con la sua tossica atmosfera ("li attosca ").
7.85 Vostro saver non ha contasto a lei:
Ei : essi.
7.86 questa provede, giudica, e persegue
grava : trascina giù : verbo sing. col sogg. plur.
7.87 suo regno come il loro li altri dèi.
7.88 Le sue permutazion non hanno triegue;
7.89 necessità la fa esser veloce;
mente: memoria (cfr. c. 11, 6). 94.
7.90 sì spesso vien chi vicenda consegue.
7.91 Quest'è colei ch'è tanto posta in croce
7.92 pur da color che le dovrien dar lode,
7.93 dandole biasmo a torto e mala voce;
7.94 ma ella s'è beata e ciò non ode:
Più non si desta: non si desterà più prima che risuoni la tromba del Giudizio Universale, quando verrà Cristo, potenza nemica del male ("nimica podesta"): allora ognuno rivedrà la sua tomba, dove rivestirà il proprio corpo, e ascolterà la sentenza finale per l'eternità ( " che in eterno rimbomba " ).
7.95 con l'altre prime creature lieta
7.96 volve sua spera e beata si gode.
7.97 Or discendiamo omai a maggior pieta;
7.98 già ogne stella cade che saliva
7.99 quand'io mi mossi, e 'l troppo star si vieta».
7.100 Noi ricidemmo il cerchio a l'altra riva
7.101 sovr'una fonte che bolle e riversa
7.102 per un fossato che da lei deriva.
toccando: trattando, senza approfondire, l'argomento della vita futura.
7.103 L'acqua era buia assai più che persa;
esti : questi.
7.104 e noi, in compagnia de l'onde bige,
7.105 intrammo giù per una via diversa.
fier : saranno.
7.106 In la palude va c'ha nome Stige
tua scienza: la dottrina aristotelico-tomista, secondo la quale, quanto più una cosa è perfetta, tanto più sente il bene e il dolore (" doglienza "); secondo San Tommaso l'anima non è perfetta se non unita a1 corpo, e perciò la pena sarà maggiore dopo il Giudizio.
7.107 questo tristo ruscel, quand'è disceso
7.108 al piè de le maligne piagge grige.
7.109 E io, che di mirare stava inteso,
Tutto che: sebbene questa gente dannata non raggiunga mai la vera perfezione, tuttavia aspetta di essere in maggior compiutezza dopo la resurrezione della carne (" di là "), piuttosto che prima ( "più che di qua" ).
7.110 vidi genti fangose in quel pantano,
7.111 ignude tutte, con sembiante offeso.
7.112 Queste si percotean non pur con mano,
7.113 ma con la testa e col petto e coi piedi,
7.114 troncandosi co' denti a brano a brano.
si digrada : si discende nell'altro cerchio (detto anche grado; cfr. c. V, 12: "quantunque gradi").
7.115 Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi
Pluto: Mitico dio delle ricchezze, e perciò " nemico", in quanto i beni materiali sono causa di rovina per l'anima.
7.116 l'anime di color cui vinse l'ira;
7.117 e anche vo' che tu per certo credi
7.118 che sotto l'acqua è gente che sospira,
7.119 e fanno pullular quest'acqua al summo,
7.120 come l'occhio ti dice, u' che s'aggira.
7.121 Fitti nel limo, dicon: "Tristi fummo
7.122 ne l'aere dolce che dal sol s'allegra,
7.123 portando dentro accidioso fummo:
7.124 or ci attristiam ne la belletta negra".
7.125 Quest'inno si gorgoglian ne la strozza,
7.126 ché dir nol posson con parola integra».
7.127 Così girammo de la lorda pozza
7.128 grand'arco tra la ripa secca e 'l mézzo,
7.129 con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.
7.130 Venimmo al piè d'una torre al da sezzo.
Inferno : Canto 8
8.1 Io dico, seguitando, ch'assai prima
8.2 che noi fossimo al piè de l'alta torre,
8.3 li occhi nostri n'andar suso a la cima
suso a la cima: su fino alla sommità.
8.4 per due fiammette che i vedemmo porre
che i: che Ivi.
8.5 e un'altra da lungi render cenno
8.6 tanto ch'a pena il potea l'occhio tòrre.
tòrre: percepire; tanto da lontano (" lungi ") proveniva la luce.
8.7 E io mi volsi al mar di tutto 'l senno;
al mar: a Virgilio, che sempre comprende e risolve le situazioni (cfr. c.VII,3).
8.8 dissi: «Questo che dice? e che risponde
8.9 quell'altro foco? e chi son quei che 'l fenno?».
che 'l fenno? : che lo fecero : l'un fuoco e l'altro.
8.10 Ed elli a me: «Su per le sucide onde
sucide : sudice, fangose.
8.11 già scorgere puoi quello che s'aspetta,
8.12 se 'l fummo del pantan nol ti nasconde».
8.13 Corda non pinse mai da sé saetta
pinse: spinse, scoccò.
8.14 che sì corresse via per l'aere snella,
8.15 com'io vidi una nave piccioletta
8.16 venir per l'acqua verso noi in quella,
in quella: in quel momento.
8.17 sotto 'l governo d'un sol galeoto,
galeoto : pilota.
8.18 che gridava: «Or se' giunta, anima fella!».
Or se' giunta: ora sei presa, anima malvagia.
8.19 «Flegiàs, Flegiàs, tu gridi a vòto»,
Flegiàs: mitico figlio di Marte, il quale incendiò il Tempio di Delfo per vendicarsi di Apollo, che gli aveva sedotto la figlia Coronide. Ma fu punito dal dio e cacciato nell'Averno (dr. En., VI). Qui è custode del V cerchio.
8.20 disse lo mio segnore «a questa volta:
a questa volta: per questa volta, gridi inutilmente (" a vòto "). Ci avrai con te solo durante il passaggio della palude (" loto ").
8.21 più non ci avrai che sol passando il loto».
8.22 Qual è colui che grande inganno ascolta
8.23 che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
rammarca : rammarica.
8.24 fecesi Flegiàs ne l'ira accolta.
accolta: repressa interamente. 27, parve carca: apparve carica; infatti Dante è un corpo e non uno spirito.
8.25 Lo duca mio discese ne la barca,
8.26 e poi mi fece intrare appresso lui;
8.27 e sol quand'io fui dentro parve carca.
8.28 Tosto che 'l duca e io nel legno fui,
8.29 segando se ne va l'antica prora
segando: solcando le acque più che non sia solita fare con altri.
8.30 de l'acqua più che non suol con altrui.
8.31 Mentre noi corravam la morta gora,
la morta gora: la palude stigia, le cui acque stagnanti sono come morte.
8.32 dinanzi mi si fece un pien di fango,
8.33 e disse: «Chi se' tu che vieni anzi ora?».
anzi ora?: prima del tempo, cioè ancor vivo.
8.34 E io a lui: «S'i' vegno, non rimango;
8.35 ma tu chi se', che sì se' fatto brutto?».
8.36 Rispuose: «Vedi che son un che piango».
8.37 E io a lui: «Con piangere e con lutto,
8.38 spirito maladetto, ti rimani;
brutto?: bruttato dal fango.
8.39 ch'i' ti conosco, ancor sie lordo tutto».
ancor sie lordo: sebbene tu sia tutto insozzato.
8.40 Allor distese al legno ambo le mani;
8.41 per che 'l maestro accorto lo sospinse,
per che: per cui.
8.42 dicendo: «Via costà con li altri cani!».
8.43 Lo collo poi con le braccia mi cinse;
8.44 basciommi 'l volto, e disse: «Alma sdegnosa,
8.45 benedetta colei che 'n te s'incinse!
colei: tua madre che ti generò; "cingonsi sopra noi le madri mentre nel ventre ci portano" (Boccaccio).
8.46 Quei fu al mondo persona orgogliosa;
8.47 bontà non è che sua memoria fregi:
bontà non è: non v'è episodio di generosità che adorni (" fregi") in sua memoria: perciò il suo spirito è qui palesemente iroso.
8.48 così s'è l'ombra sua qui furiosa.
8.49 Quanti si tegnon or là sù gran regi
8.50 che qui staranno come porci in brago,
8.51 di sé lasciando orribili dispregi!».
di sé lasciando: lasciando di sé spregevoli memorie.
8.52 E io: «Maestro, molto sarei vago
vago : desideroso.
8.53 di vederlo attuffare in questa broda
broda: parola con la quale, beffardamente, Dante definisce la palude. " Broda " è infatti l'acqua sporca e grassa dei rifiuti di cucina.
8.54 prima che noi uscissimo del lago».
8.55 Ed elli a me: «Avante che la proda
8.56 ti si lasci veder, tu sarai sazio:
8.57 di tal disio convien che tu goda».
8.58 Dopo ciò poco vid'io quello strazio
strazio : scempio.
8.59 far di costui a le fangose genti,
a le fangose genti: dalle anime bruttate dal fango.
8.60 che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.
8.61 Tutti gridavano: «A Filippo Argenti!»;
Filippo Argenti: cavaliere fiorentino della famiglia Adimari Cavicciuli, noto per la sua iracondia; era detto degli Arienti per l'abitudine di ferrare di argento il suo cavallo.
8.62 e 'l fiorentino spirito bizzarro
bizzarro: " noi tegnamo bizzarri coloro che subitamente e per ogni piccola cagione corrono in ira, né mai da quella per alcuna dimostrazione rimuovere si possono " (Boccaccio).
8.63 in sé medesmo si volvea co' denti.
in sé medesmo: si sfogava a morsi contro sè stesso.
8.64 Quivi il lasciammo, che più non ne narro;
8.65 ma ne l'orecchie mi percosse un duolo,
un duolo: grida di dolore.
8.66 per ch'io avante l'occhio intento sbarro.
8.67 Lo buon maestro disse: «Omai, figliuolo,
Omai: ormai si avvicina ("s'appressa " ).
8.68 s'appressa la città c'ha nome Dite,
Dite: la città di Lucifero, posta nella parte inferiore dell'Inferno. In Dite, infatti, Dante identifica Lucifero.
8.69 coi gravi cittadin, col grande stuolo».
gravi: gli abitanti gravati dai tormenti e l'esercito (" stuolo ") dei diavoli.
8.70 E io: «Maestro, già le sue meschite
meschite: moschee, cioè templi dei popoli infedeli, " composti ad onor del demonio e non di Dio " (Boccaccio).
8.71 là entro certe ne la valle cerno,
cerno: distinguo chiaramente (" certe ").
8.72 vermiglie come se di foco uscite
8.73 fossero». Ed ei mi disse: «Il foco etterno
8.74 ch'entro l'affoca le dimostra rosse,
8.75 come tu vedi in questo basso inferno».
basso inferno: in contrapposizione con l'alto, dove sono puniti, come s'è visto, gli incontinenti.
8.76 Noi pur giugnemmo dentro a l'alte fosse
pur : finalmente.
8.77 che vallan quella terra sconsolata:
vallan: cerchiano, cingono.
8.78 le mura mi parean che ferro fosse.
8.79 Non sanza prima far grande aggirata,
8.80 venimmo in parte dove il nocchier forte
8.81 «Usciteci», gridò: «qui è l'intrata».
Usciteci: uscite di qui (" ci ").
8.82 Io vidi più di mille in su le porte
più di mille: sono diavoli.
8.83 da ciel piovuti, che stizzosamente
8.84 dicean: «Chi è costui che sanza morte
8.85 va per lo regno de la morta gente?».
8.86 E 'l savio mio maestro fece segno
8.87 di voler lor parlar segretamente.
segretamente: a parte, in privato.
8.88 Allor chiusero un poco il gran disdegno,
8.89 e disser: «Vien tu solo, e quei sen vada,
8.90 che sì ardito intrò per questo regno.
8.91 Sol si ritorni per la folle strada:
Sol si ritorni: torni indietro da solo. C'è molta malizia in queste parole, in conformità del luogo in cui ci troviamo.
8.92 pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai
8.93 che li ha' iscorta sì buia contrada».
li ha' iscorta: gli hai mostrato.
8.94 Pensa, lettor, se io mi sconfortai
8.95 nel suon de le parole maladette,
8.96 ché non credetti ritornarci mai.
ritornarci: ritornare qui (" ci "), nel mondo.
8.97 «O caro duca mio, che più di sette
più di sette: ha valore indeterminato come due (cfr. c. VI, 73 e n.).
8.98 volte m'hai sicurtà renduta e tratto
8.99 d'alto periglio che 'ncontra mi stette,
8.100 non mi lasciar», diss'io, «così disfatto;
8.101 e se 'l passar più oltre ci è negato,
8.102 ritroviam l'orme nostre insieme ratto».
8.103 E quel segnor che lì m'avea menato,
8.104 mi disse: «Non temer; ché 'l nostro passo
passo : passaggio.
8.105 non ci può tòrre alcun: da tal n'è dato.
tòrre: togliere, impedire, poiché ci è concesso da Dio ("da tal ").
8.106 Ma qui m'attendi, e lo spirito lasso
8.107 conforta e ciba di speranza buona,
8.108 ch'i' non ti lascerò nel mondo basso».
nel mondo basso: l'inferno, senza particolare riferimento al basso inferno.
8.109 Così sen va, e quivi m'abbandona
8.110 lo dolce padre, e io rimagno in forse,
8.111 che sì e no nel capo mi tenciona.
che sì e no: che nel mio capo sì alternano dubbi contrastanti.
8.112 Udir non potti quello ch'a lor porse;
non potti : non potei udire quello che disse (" porse ") loro.
8.113 ma ei non stette là con essi guari,
guari : molto tempo, a lungo.
8.114 che ciascun dentro a pruova si ricorse.
a pruova : a gara.
8.115 Chiuser le porte que' nostri avversari
8.116 nel petto al mio segnor, che fuor rimase,
nel petto: in faccia.
8.117 e rivolsesi a me con passi rari.
8.118 Li occhi a la terra e le ciglia avea rase
rase: " private come per effetto di rasoio " (Torraca).
8.119 d'ogne baldanza, e dicea ne' sospiri:
ne': tra i.
8.120 «Chi m'ha negate le dolenti case!».
8.121 E a me disse: «Tu, perch'io m'adiri,
perch'io: sebbene io.
8.122 non sbigottir, ch'io vincerò la prova,
8.123 qual ch'a la difension dentro s'aggiri.
qual ch': chiunque vi sia dentro a disporre impedimenti ("a la difension " ).
8.124 Questa lor tracotanza non è nova;
8.125 ché già l'usaro a men segreta porta,
a men segreta porta : la porta dell'Inferno, abbattuta da Cristo durante la discesa al Limbo, e da allora rimasta spalancata.
8.126 la qual sanza serrame ancor si trova.
8.127 Sovr'essa vedestù la scritta morta:
vedestù: vedesti tu la scritta che parla della morte dell'anima.
8.128 e già di qua da lei discende l'erta,
e già…: ed ecco che da essa porta discende colui (" tal ") per il cui intervento la città di Dite (" la terra ") ci sarà aperta.
8.129 passando per li cerchi sanza scorta,
8.130 tal che per lui ne fia la terra aperta».
Inferno : Canto 9
9.1 Quel color che viltà di fuor mi pinse
Quel color: quel pallore che la paura mi aveva diffuso sul volto ("di fuor "), vedendo Virgilio tornare indietro ( " in volta " ), più rapidamente fece sparire (" dentro… ristrinse ") il suo insolito rossore (" il suo novo ").
9.2 veggendo il duca mio tornare in volta,
9.3 più tosto dentro il suo novo ristrinse.
9.4 Attento si fermò com'uom ch'ascolta;
9.5 ché l'occhio nol potea menare a lunga
a lunga: lontano.
9.6 per l'aere nero e per la nebbia folta.
9.7 «Pur a noi converrà vincer la punga»,
…punga: eppure dovremo vincere la partita (" punga " è metatesi di pugna).
9.8 cominciò el, «se non... Tal ne s'offerse.
ne s'offerse: ci si offerse; allude a Beatrice ( " Tal " ).
9.9 Oh quanto tarda a me ch'altri qui giunga!».
ch'altri: è il Messo celeste.
9.10 I' vidi ben sì com'ei ricoperse
9.11 lo cominciar con l'altro che poi venne,
lo cominciar : le prime parole con le seguenti, che furono diverse da quelle.
9.12 che fur parole a le prime diverse;
9.13 ma nondimen paura il suo dir dienne,
dienne: mi diede.
9.14 perch'io traeva la parola tronca
perch' io traeva: perché io attribuivo alla frase interrotta (se non…, v. 8), un senso, forse, peggiore di quel che avesse in realtà.
9.15 forse a peggior sentenzia che non tenne.
9.16 «In questo fondo de la trista conca
In questo fondo: nella città di Dite, scende mai qualcuno del Limbo (" del primo grado "), di quelli che hanno, come pena, troncata (" cionca ") la speranza di vedere Dio?.
9.17 discende mai alcun del primo grado,
9.18 che sol per pena ha la speranza cionca?».
9.19 Questa question fec'io; e quei «Di rado
9.20 incontra», mi rispuose, «che di noi
incontra: accade.
9.21 faccia il cammino alcun per qual io vado.
alcun : alcuno di noi. Anche Virgilio è uno degli spiriti del Limbo.
9.22 Ver è ch'altra fiata qua giù fui,
ch'altra fiata: che altra volta.
9.23 congiurato da quella Eritón cruda
congiurato: chiamato dagli scongiuri di quella crudele Eritone, che richiamava le anime dei morti nei loro corpi. Eritone fu una maga della Tessaglia, di cui si legge, nella "Farsaglia" di Lucano (cfr. VI, 507), che richiamò in vita un soldato, perché questi predicesse l'esito della guerra tra Cesare e Pompeo.
9.24 che richiamava l'ombre a' corpi sui.
9.25 Di poco era di me la carne nuda,
nuda: spoglia della mia anima.
9.26 ch'ella mi fece intrar dentr'a quel muro,
9.27 per trarne un spirto del cerchio di Giuda.
cerchio dl Giuda: la Giudecca, parte dell'ultimo cerchio dell'Inferno.
9.28 Quell'è 'l più basso loco e 'l più oscuro,
9.29 e 'l più lontan dal ciel che tutto gira:
dal ciel: il 9° cielo o Primo Mobile.
9.30 ben so 'l cammin; però ti fa sicuro.
9.31 Questa palude che 'l gran puzzo spira
9.32 cigne dintorno la città dolente,
9.33 u' non potemo intrare omai sanz'ira».
sanz'ira: senza suscitare sdegnate opposizioni.
9.34 E altro disse, ma non l'ho a mente;
9.35 però che l'occhio m'avea tutto tratto
9.36 ver' l'alta torre a la cima rovente,
a la cima rovente: si ricordi che le torri della città di Dite sono " vermiglie come se di foco uscite fossero " (cfr. c. VIII, 72).
9.37 dove in un punto furon dritte ratto
furon dritte ratto: si drizzarono improvvisamente.
9.38 tre furie infernal di sangue tinte,
9.39 che membra feminine avieno e atto,
atto : atteggiamento.
9.40 e con idre verdissime eran cinte;
idre : serpenti d'acqua; costituivano come una verde cintura.
9.41 serpentelli e ceraste avien per crine,
ceraste: serpenti con " uno o due cornicelli in capo" (Boccaccio), da cui ("onde") le tempie erano ricoperte in modo spaventoso (" fiere ").
9.42 onde le fiere tempie erano avvinte.
9.43 E quei, che ben conobbe le meschine
meschine: serve, schiave; secondo l'etimologia araba.
9.44 de la regina de l'etterno pianto,
regina: Proserpina, moglie di Plutone, dio dell'Ade pagano.
9.45 «Guarda», mi disse, «le feroci Erine.
Erine: Erinni i Greci chiamavano le Furie, figlie della Notte, i cui nomi erano Aletto, Tesifone e Megera. Sembrano simboleggiare le tre specie dell'ira (acuta, difficile, amara).
9.46 Quest'è Megera dal sinistro canto;
canto : lato.
9.47 quella che piange dal destro è Aletto;
9.48 Tesifón è nel mezzo»; e tacque a tanto.
9.49 Con l'unghie si fendea ciascuna il petto;
9.50 battiensi a palme, e gridavan sì alto,
battiensi a palme: si ripercuotevano con le palme.
9.51 ch'i' mi strinsi al poeta per sospetto.
per sospetto: per paura (cfr. c. III, 14 e n.).
9.52 «Vegna Medusa: sì 'l farem di smalto»,
Medusa: una delle tre Gorgoni, figlie di Forco, capace di trasformare in pietra (" di smalto ") chiunque la guardasse.
9.53 dicevan tutte riguardando in giuso;
in giuso: in basso.
9.54 «mal non vengiammo in Teseo l'assalto».
mal non vengiammo: male facemmo a non vendicare contro ( " in " ) Teseo l'assalto che egli, con Piritoo, fece nell'Ade, allo scopo di rapire Proserpina. Teseo, infatti, preso prigioniero, fu liberato da Ercole.
9.55 «Volgiti 'n dietro e tien lo viso chiuso;
lo viso: la vista, perciò gli occhi.
9.56 ché se 'l Gorgón si mostra e tu 'l vedessi,
9.57 nulla sarebbe di tornar mai suso».
nulla: nessuna speranza vi sarebbe di tornare su (" s'uso ").
9.58 Così disse 'l maestro; ed elli stessi
stessi: forma arcaica di stesso.
9.59 mi volse, e non si tenne a le mie mani,
9.60 che con le sue ancor non mi chiudessi.
9.61 O voi ch'avete li 'ntelletti sani,
9.62 mirate la dottrina che s'asconde
9.63 sotto 'l velame de li versi strani.
sotto 'l velame: Dante si rivolge a chi è capace di comprendere (" O voi ch'avete…"), per avvertire che sotto la rappresentazione delle Furie e della Medusa si nasconde un significato allegorico: le Furie "tentano d'impedire all'uomo, al cristiano di redimersi"; e Medusa potrebbe rappresentare lo "stupore" che pietrifica l'anima (Torraca).
9.64 E già venia su per le torbide onde
9.65 un fracasso d'un suon, pien di spavento,
9.66 per cui tremavano amendue le sponde,
amendue : entrambe.
9.67 non altrimenti fatto che d'un vento
9.68 impetuoso per li avversi ardori,
per li avversi ardori: per lo scontrarsi di aria calda con aria fredda.
9.69 che fier la selva e sanz'alcun rattento
fier: ferisce, colpisce senza che nulla possa fargli ostacolo ( " sanz'alcun rattento ").
9.70 li rami schianta, abbatte e porta fori;
9.71 dinanzi polveroso va superbo,
9.72 e fa fuggir le fiere e li pastori.
9.73 Li occhi mi sciolse e disse: «Or drizza il nerbo
il nerbo del viso: la facoltà percettiva della vista (cfr. v. 55).
9.74 del viso su per quella schiuma antica
schiuma: l'acqua dello Stige.
9.75 per indi ove quel fummo è più acerbo».
per indi: da quella parte ove il fumo è più acre.
9.76 Come le rane innanzi a la nimica
9.77 biscia per l'acqua si dileguan tutte,
9.78 fin ch'a la terra ciascuna s'abbica,
s'abbica : aderisce a terra come a formare un piccolo mucchio, simile al covone di grano (bica).
9.79 vid'io più di mille anime distrutte
9.80 fuggir così dinanzi ad un ch'al passo
9.81 passava Stige con le piante asciutte.
9.82 Dal volto rimovea quell'aere grasso,
9.83 menando la sinistra innanzi spesso;
9.84 e sol di quell'angoscia parea lasso.
lasso : infastidito.
9.85 Ben m'accorsi ch'elli era da ciel messo,
9.86 e volsimi al maestro; e quei fé segno
9.87 ch'i' stessi queto ed inchinassi ad esso.
9.88 Ahi quanto mi parea pien di disdegno!
9.89 Venne a la porta, e con una verghetta
9.90 l'aperse, che non v'ebbe alcun ritegno.
ritegno: ostacolo (crf. "ratteuto " del v. 69).
9.91 «O cacciati del ciel, gente dispetta»,
dispetta: spregiata e spregevole.
9.92 cominciò elli in su l'orribil soglia,
9.93 «ond'esta oltracotanza in voi s'alletta?
s'alletta?: si accoglie?.
9.94 Perché recalcitrate a quella voglia
9.95 a cui non puote il fin mai esser mozzo,
esser mozzo: il fine del volere divino (" voglia ") non può non essere compiuto.
9.96 e che più volte v'ha cresciuta doglia?
9.97 Che giova ne le fata dar di cozzo?
9.98 Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
9.99 ne porta ancor pelato il mento e 'l gozzo».
ne porta: Cerbero, per essersi opposto ad Ercole, disceso all'Ade, fu da questo incatenato, tanto da avere ancora il mento e la gola (" gozzo ") spelacchiati dal collare.
9.100 Poi si rivolse per la strada lorda,
9.101 e non fé motto a noi, ma fé sembiante
9.102 d'omo cui altra cura stringa e morda
altra cura: altro pensiero che lo urga ed affretti.
9.103 che quella di colui che li è davante;
9.104 e noi movemmo i piedi inver' la terra,
inver' la terra: verso la città di Dite (cfr. c. VIII, 130 e n. 128).
9.105 sicuri appresso le parole sante.
9.106 Dentro li 'ntrammo sanz'alcuna guerra;
li : vi.
9.107 e io, ch'avea di riguardar disio
9.108 la condizion che tal fortezza serra,
la condizion: la qualità dei peccatori rinchiusi nella fortezza.
9.109 com'io fui dentro, l'occhio intorno invio;
9.110 e veggio ad ogne man grande campagna
9.111 piena di duolo e di tormento rio.
9.112 Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,
Arli: Arles, città della Provenza; Pola è la città dell'Istria, che bagna i confini (" termini ") dell'Italia.
9.113 sì com'a Pola, presso del Carnaro
9.114 ch'Italia chiude e suoi termini bagna,
9.115 fanno i sepulcri tutt'il loco varo,
fanno…: i sepolcri rendono tutto il luogo vario ("varo "), non uniforme.
9.116 così facevan quivi d'ogne parte,
9.117 salvo che 'l modo v'era più amaro;
9.118 ché tra gli avelli fiamme erano sparte,
sparte: sparse.
9.119 per le quali eran sì del tutto accesi,
9.120 che ferro più non chiede verun'arte.
che ferro: che il ferro vi potrebbe esser lavorato senza ricorrere ad alcun altro artificio (" verun'arte ").
9.121 Tutti li lor coperchi eran sospesi,
sospesi: sollevati. Gli avelli sono, cioè, scoperchiati.
9.122 e fuor n'uscivan sì duri lamenti,
9.123 che ben parean di miseri e d'offesi.
9.124 E io: «Maestro, quai son quelle genti
quai: quali.
9.125 che, seppellite dentro da quell'arche,
9.126 si fan sentir coi sospiri dolenti?».
9.127 Ed elli a me: «Qui son li eresiarche
li eresiarche: gli eresiarchi, capi o promotori di eresie e gli eretici ("lor seguaci " ).
9.128 con lor seguaci, d'ogne setta, e molto
9.129 più che non credi son le tombe carche.
carche : piene.
9.130 Simile qui con simile è sepolto,
Simile: sono sepolti insieme gli appartenenti alla medesima setta e le tombe ("monimenti") bruciano più o meno a seconda della gravitò dell'eresia.
9.131 e i monimenti son più e men caldi».
9.132 E poi ch'a la man destra si fu vòlto,
9.133 passammo tra i martiri e li alti spaldi.
Inferno : Canto 10
10.1 Ora sen va per un secreto calle,
secreto calle: appartato sentiero, tra la muraglia che circonda la città ("terra"), e le tombe (" martìri ").
10.2 tra 'l muro de la terra e li martìri,
10.3 lo mio maestro, e io dopo le spalle.
dopo : dietro.
10.4 «O virtù somma, che per li empi giri
10.5 mi volvi», cominciai, «com'a te piace,
mi volvi: mi conduci. Ma c'è il senso del percorrere gli " empi giri ", i cerchi d'inferno.
10.6 parlami, e sodisfammi a' miei disiri.
10.7 La gente che per li sepolcri giace
10.8 potrebbesi veder? già son levati
10.9 tutt'i coperchi, e nessun guardia face».
guardia face: fa la guardia.
10.10 E quelli a me: «Tutti saran serrati
10.11 quando di Iosafàt qui torneranno
di Iosafàt : dalla valle di Iosafàt, presso Gerusalemme, dove si svolgerà il Giudizio Universale, dopo il quale i dannati riprenderanno il loro corpo.
10.12 coi corpi che là sù hanno lasciati.
10.13 Suo cimitero da questa parte hanno
Suo : loro.
10.14 con Epicuro tutti suoi seguaci,
Epicuro: filosofo greco. Gli epicurei negano l'immortalità dell'anima (" l'anima col corpo morta fanno ") e, pur non essendo eretici in senso stretto, sono tuttavia colpevoli di irreligiosità. Nel Medio Evo si accusarono di epicureismo i Ghibellini, come Dante stesso testimonierà.
10.15 che l'anima col corpo morta fanno.
10.16 Però a la dimanda che mi faci
10.17 quinc'entro satisfatto sarà tosto,
quinc'entro: di qui dentro.
10.18 e al disio ancor che tu mi taci».
che tu mi taci: il desiderio di vedere Farinata, qui taciuto, ma intuibile per le parole rivolte da Dante a Ciacco (cfr. c. VI, 79).
10.19 E io: «Buon duca, non tegno riposto
10.20 a te mio cuor se non per dicer poco,
10.21 e tu m'hai non pur mo a ciò disposto».
non pur mo: non solo ora (cfr. c. III: 76 e 80).
10.22 «O Tosco che per la città del foco
O Tosco: o toscano.
10.23 vivo ten vai così parlando onesto,
10.24 piacciati di restare in questo loco.
10.25 La tua loquela ti fa manifesto
loquela: accento, inflessione della voce.
10.26 di quella nobil patria natio
nobil patria: Firenze.
10.27 a la qual forse fui troppo molesto».
10.28 Subitamente questo suono uscìo
Subitamente : improvvisamente questa voce proruppe.
10.29 d'una de l'arche; però m'accostai,
però : perciò.
10.30 temendo, un poco più al duca mio.
10.31 Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?
10.32 Vedi là Farinata che s'è dritto:
10.33 da la cintola in sù tutto 'l vedrai».
10.34 Io avea già il mio viso nel suo fitto;
10.35 ed el s'ergea col petto e con la fronte
10.36 com'avesse l'inferno a gran dispitto.
a gran dispitto: in dispregio (cfr. c. IX, 91).
10.37 E l'animose man del duca e pronte
l'animose : incoraggianti, soccorrevoli.
10.38 mi pinser tra le sepulture a lui,
10.39 dicendo: «Le parole tue sien conte».
conte: cognite, cioè chiare e non avventate (cfr. c. III, 76).
10.40 Com'io al piè de la sua tomba fui,
10.41 guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
10.42 mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?».
Chi fuor…?: da quali antenati discendi?.
10.43 Io ch'era d'ubidir disideroso,
10.44 non gliel celai, ma tutto gliel'apersi;
10.45 ond'ei levò le ciglia un poco in suso;
in suso: in alto. Cioè corrugò la fronte, nell'atto di ricordare.
10.46 poi disse: «Fieramente furo avversi
10.47 a me e a miei primi e a mia parte,
e a miei primi e a mia parte: ai miei antenati e al mio partito, si che li cacciai per due volte (" due fiate "). Manente, detto Farinata, appartenne alla famiglia fiorentina degli Uberti e fu il baluardo del partito ghibellino; contribuì alla cacciata dei Guelfi nel 1248 e nel 1260 (battaglia di Montaperti).
10.48 sì che per due fiate li dispersi».
10.49 «S'ei fur cacciati, ei tornar d'ogne parte»,
S'ei: se essi furono cacciati, tornarono però dopo entrambe le sconfitte: e cioè nel 1251 e nel 1266. Ma i Ghibellini (" i vostri " ) non riuscirono a tornare più : infatti, dopo la Pasqua del 1267 persero ogni autorità politica e gli Uberti non furono più riammessi in città, neppure dopo la pacificazione del 1280.
10.50 rispuos'io lui, «l'una e l'altra fiata;
10.51 ma i vostri non appreser ben quell'arte».
10.52 Allor surse a la vista scoperchiata
a la vista scoperchiata: all'apertura della tomba il cui coperchio era sollevato. "Vista" equivale a finestra (cfr. Purg. c. IX, 67).
10.53 un'ombra, lungo questa, infino al mento:
un'ombra: è lo spirito di Cavalcante Cavalcanti, padre di Guido, poeta e amico di Dante.
10.54 credo che s'era in ginocchie levata.
10.55 Dintorno mi guardò, come talento
10.56 avesse di veder s'altri era meco;
10.57 e poi che 'l sospecciar fu tutto spento,
'l sospecciar: il sospettare, nel senso etimologico di guardare dal basso in alto (cfr. lat. subspicere). 59 per altezza d'ingegno: per meriti intellettuali.
10.58 piangendo disse: «Se per questo cieco
10.59 carcere vai per altezza d'ingegno,
10.60 mio figlio ov'è? e perché non è teco?».
10.61 E io a lui: «Da me stesso non vegno:
Da me stesso non vegno : non vengo per mio merito; c'è stato, infatti, l'intervento delle tre donne benedette.
10.62 colui ch'attende là, per qui mi mena
colui: Virgilio rappresenta la ragione umana illuminata dalla verità rivelata. E la Rivelazione, invece, disdegnò Guido Cavalcanti che, come il padre, aveva fama di epicureo.
10.63 forse cui Guido vostro ebbe a disdegno».
10.64 Le sue parole e 'l modo de la pena
10.65 m'avean di costui già letto il nome;
letto : rivelato.
10.66 però fu la risposta così piena.
piena : decisa.
10.67 Di subito drizzato gridò: «Come?
10.68 dicesti "elli ebbe"? non viv'elli ancora?
10.69 non fiere li occhi suoi lo dolce lume?».
fiere: ferisce, colpisce i suoi occhi la dolce luce (" dolce lume ") del sole?.
10.70 Quando s'accorse d'alcuna dimora
dimora: indugio, esitazione.
10.71 ch'io facea dinanzi a la risposta,
10.72 supin ricadde e più non parve fora.
10.73 Ma quell'altro magnanimo, a cui posta
a cui posta : a richiesta del quale mi ero arrestato (cfr. v. 22 e segg.).
10.74 restato m'era, non mutò aspetto,
10.75 né mosse collo, né piegò sua costa:
costa : fianco.
10.76 e sé continuando al primo detto,
10.77 «S'elli han quell'arte», disse, «male appresa,
10.78 ciò mi tormenta più che questo letto.
letto: giaciglio, costituito dalla tomba.
10.79 Ma non cinquanta volte fia raccesa
Ma non cinquanta: Ma non cinquanta volte tornerà a risplendere la faccia della regina infernale…; la regina (cfr. c. IX, 44) è Proserpina, la quale si identifica con Diana, in terra, e con la Luna, in cielo. Tutta la frase vale: non passeranno cinquanta lunazioni, cioè mesi; perciò quattro anni e due mesi. E' un'allusione all'esilio di Dante, decretato nell'estate 1304, cioè dopo cinquanta mesi dall'aprile 1300, in cui inizia il viaggio oltremondano.
10.80 la faccia de la donna che qui regge,
10.81 che tu saprai quanto quell'arte pesa.
10.82 E se tu mai nel dolce mondo regge,
regge: ritorni, con valore ottativo (cfr. lat. redeas).
10.83 dimmi: perché quel popolo è sì empio
10.84 incontr'a' miei in ciascuna sua legge?».
10.85 Ond'io a lui: «Lo strazio e 'l grande scempio
10.86 che fece l'Arbia colorata in rosso,
l'Arbia: fiume presso Montaperti, dove il 4 settembre 1280 avvenne la battaglia sanguinosa vinta dai Ghibellini di Farinata.
10.87 tal orazion fa far nel nostro tempio».
tal orazion: tali deliberazioni; per conseguenza "tempio" va inteso come città.
10.88 Poi ch'ebbe sospirando il capo mosso,
10.89 «A ciò non fu' io sol», disse, «né certo
A ciò: allo " strazio " e al " grande scempio".
10.90 sanza cagion con li altri sarei mosso.
10.91 Ma fu' io solo, là dove sofferto
là: là dove da ciascuno fu tollerato di distruggere Firenze; Farinata allude al concilio di Empoli, riunitosi dopo Montaperti,nel quale egli solo, si oppose ai colleghi ghibellini contro il progetto di distruggere Firenze.
10.92 fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
10.93 colui che la difesi a viso aperto».
10.94 «Deh, se riposi mai vostra semenza»,
se riposi: possa aver pace la vostra discendenza.
10.95 prega' io lui, «solvetemi quel nodo
solvetemi quel nodo: scioglietemi quel dubbio.
10.96 che qui ha 'nviluppata mia sentenza.
10.97 El par che voi veggiate, se ben odo,
El par: Sembra. " El " è pleonastico e sta per " ei ".
10.98 dinanzi quel che 'l tempo seco adduce,
10.99 e nel presente tenete altro modo».
10.100 «Noi veggiam, come quei c'ha mala luce,
Noi veggiam: noi vediamo le cose che ci (" ne ") sono lontane, come il presbite che ha cattiva vista ("mala luce".); di tanto ancora ci illumina Iddio (" sommo duce "). Quando si avvicinano o sono presenti è vana ogni nostra facoltà. Cosi si spiega l'atteggiamento di Cavalcanti.
10.101 le cose», disse, «che ne son lontano;
10.102 cotanto ancor ne splende il sommo duce.
10.103 Quando s'appressano o son, tutto è vano
10.104 nostro intelletto; e s'altri non ci apporta,
10.105 nulla sapem di vostro stato umano.
10.106 Però comprender puoi che tutta morta
10.107 fia nostra conoscenza da quel punto
da quel punto: da quando, dopo il Giudizio universale non vi sarà più futuro, ma soltanto l'eternità.
10.108 che del futuro fia chiusa la porta».
10.109 Allor, come di mia colpa compunto,
10.110 dissi: «Or direte dunque a quel caduto
a quel caduto : a Cavalcanti.
10.111 che 'l suo nato è co'vivi ancor congiunto;
10.112 e s'i' fui, dianzi, a la risposta muto,
10.113 fate i saper che 'l fei perché pensava
perché pensava : perché la mia mente era presa dal dubbio che mi avete sciolto.
10.114 già ne l'error che m'avete soluto».
10.115 E già 'l maestro mio mi richiamava;
10.116 per ch'i' pregai lo spirto più avaccio
più avaccio: più in fretta.
10.117 che mi dicesse chi con lu' istava.
10.118 Dissemi: «Qui con più di mille giaccio:
10.119 qua dentro è 'l secondo Federico,
'l secondo Federico : l'imperatore Federico II; il Cardinale è Ottaviano degli Ubaldini, simpatizzante per i Ghibellini e ritenuto miscredente.
10.120 e 'l Cardinale; e de li altri mi taccio».
10.121 Indi s'ascose; e io inver' l'antico
10.122 poeta volsi i passi, ripensando
10.123 a quel parlar che mi parea nemico.
a quel parlar: alla profezia del v. 79 e segg.
10.124 Elli si mosse; e poi, così andando,
10.125 mi disse: «Perché se' tu sì smarrito?».
10.126 E io li sodisfeci al suo dimando.
10.127 «La mente tua conservi quel ch'udito
10.128 hai contra te», mi comandò quel saggio.
10.129 «E ora attendi qui», e drizzò 'l dito:
attendi : fai attenzione.
10.130 «quando sarai dinanzi al dolce raggio
10.131 di quella il cui bell'occhio tutto vede,
di quella: Beatrice, luminosa nella gloria celeste.
10.132 da lei saprai di tua vita il viaggio».
10.133 Appresso mosse a man sinistra il piede:
10.134 lasciammo il muro e gimmo inver' lo mezzo
gimmo : andammo verso il mezzo del cerchio.
10.135 per un sentier ch'a una valle fiede,
fiede: ferisce, colpisce, cioè giunge.
10.136 che 'nfin là sù facea spiacer suo lezzo.
che 'nfin là sù: che faceva spiacere il suo disgustoso odore ("lezzo") fin lassù.
Inferno : Canto 11
11.1 In su l'estremità d'un'alta ripa
In su l'estremità: giungemmo sopra un ammasso (" stipa ") di più crudeli tormenti, quando fummo sull'orlo di un profondo scoscendimento (" alta ripa "), formato da grandi blocchi di pietra, accatastati in cerchio.
11.2 che facevan gran pietre rotte in cerchio
11.3 venimmo sopra più crudele stipa;
11.4 e quivi, per l'orribile soperchio
soperchio : eccesso.
11.5 del puzzo che 'l profondo abisso gitta,
11.6 ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio
11.7 d'un grand'avello, ov'io vidi una scritta
11.8 che dicea: "Anastasio papa guardo,
guardo: custodisco papa Anastasio II, che Fotino distolse dall'ortodossia cattolica. Fotino, diacono di Tessalonica e seguace dell'eresia monofisita di Acacio, secondo la cronaca di Martino Polono traviò Anatasio II, papa dal 496 al 498.
11.9 lo qual trasse Fotin de la via dritta".
11.10 «Lo nostro scender conviene esser tardo,
tardo : lento.
11.11 sì che s'ausi un poco in prima il senso
s'ausi : s'assuefaccia, si abitui.
11.12 al tristo fiato; e poi no i fia riguardo».
no i fia riguardo: non ci sarà bisogno di precauzione.
11.13 Così 'l maestro; e io «Alcun compenso»,
11.14 dissi lui, «trova che 'l tempo non passi
11.15 perduto». Ed elli: «Vedi ch'a ciò penso».
11.16 «Figliuol mio, dentro da cotesti sassi»,
11.17 cominciò poi a dir, «son tre cerchietti
son tre cerchietti: cerchi più piccoli dei precedenti; sono il 7°, l'8° e il 9°, tutti digradanti (" di grado in grado ").
11.18 di grado in grado, come que' che lassi.
11.19 Tutti son pien di spirti maladetti;
11.20 ma perché poi ti basti pur la vista,
pur : soltanto.
11.21 intendi come e perché son costretti.
costretti: stretti insieme.
11.22 D'ogne malizia, ch'odio in cielo acquista,
D'ogne malizia : il fine di ogni cattiva azione volontaria (" malizia") è la violazione del diritto (" ingiuria ") ed ogni fine o violazione è tale, che offende il prossimo (" altrui ") o con violenza o con frode.
11.23 ingiuria è 'l fine, ed ogne fin cotale
11.24 o con forza o con frode altrui contrista.
11.25 Ma perché frode è de l'uom proprio male,
è de l'uom proprio male: perché il fraudolento volge a danno altrui, abusando del proprio intelletto e non soltanto della forza, che ha in comune con gli altri animali. Perciò questi peccatori stanno più in basso (" di sotto ").
11.26 più spiace a Dio; e però stan di sotto
11.27 li frodolenti, e più dolor li assale.
11.28 Di violenti il primo cerchio è tutto;
il primo: è il 7° cerchio.
11.29 ma perché si fa forza a tre persone,
a tre persone: a tre specie di persone: Dio, il prossimo e sé stesso (cfr. v. 31).
11.30 in tre gironi è distinto e costrutto.
11.31 A Dio, a sé, al prossimo si pòne
si pòne far forza: si può usar violenza, contro le loro persone e contro le loro cose.
11.32 far forza, dico in loro e in lor cose,
11.33 come udirai con aperta ragione.
aperta ragione: chiaro ragionamento, dichiarazione.
11.34 Morte per forza e ferute dogliose
Morte per forza: si possono recare ( " si danno " ) al prossimo morte violenta ("per forza ) e ferite nella persona; e rovine, incendi ed estorsioni negli averi. Per cui, gli omicidi e coloro che feriscono contro diritto (" mal fiere " : ferisce), gli autori di rovine (" guastatori") e di estorsioni (" predon "), tutti li tormenta il primo girone.
11.35 nel prossimo si danno, e nel suo avere
11.36 ruine, incendi e tollette dannose;
tollette: questa parola, che Dante usa anche nella forma " maltolletto " (Par., V, 33), significò ruberie, estorsioni, ed anche balzelli vessatorii.
11.37 onde omicide e ciascun che mal fiere,
11.38 guastatori e predon, tutti tormenta
11.39 lo giron primo per diverse schiere.
11.40 Puote omo avere in sé man violenta
in sé: contro di sé, mediante il suicidio (" priva sé del vostro mondo ").
11.41 e ne' suoi beni; e però nel secondo
11.42 giron convien che sanza pro si penta
sanza pro: senza giovamento.
11.43 qualunque priva sé del vostro mondo,
11.44 biscazza e fonde la sua facultade,
biscazza: sperpera giocando nelle bische il suo avere ("facultade ").
11.45 e piange là dov'esser de' giocondo.
e piange: e piange per quelle ricchezze sperperate, che dovevano renderlo lieto (" giocondo ").
11.46 Puossi far forza nella deitade,
11.47 col cor negando e bestemmiando quella,
col cor negando: negando la divinità, o bestemmiandola, con la violenza della passione; con l'intelletto, invece, la negano gli eretici.
11.48 e spregiando natura e sua bontade;
e spregiando: e disprezzando nella natura la bontà della divinità; cioè, peccando contro natura.
11.49 e però lo minor giron suggella
lo minor giron: il 3° girone, il più piccolo, bolla ( " suggella " ) con il suo marchio i sodomiti (peccatori contro natura, cosi chiamati dalla biblica città di Sodoma, distrutta per punizione da una pioggia di fuoco, a causa della corruzione dei suoi abitanti), gli usurai (che abbondavano nella città di Cahors = Caorsa, in Francia), e i bestemmiatori.
11.50 del segno suo e Soddoma e Caorsa
11.51 e chi, spregiando Dio col cor, favella.
11.52 La frode, ond'ogne coscienza è morsa,
La frode: " la frode è tal vizio, che le coscienze più dure ne hanno rimorso" (Tommaseo).
11.53 può l'omo usare in colui che 'n lui fida
può l'omo: si può usare la frode contro chi si fida e contro chi non accoglie in sé (" imborsa ") nessuna fiducia (" fidanza ").
11.54 e in quel che fidanza non imborsa.
11.55 Questo modo di retro par ch'incida
Questo modo di retro: la frode contro chi non si fida pare che distrugga soltanto (" pur ") il vincolo naturale d'amore esistente tra gli uomini.
11.56 pur lo vinco d'amor che fa natura;
11.57 onde nel cerchio secondo s'annida
nel cerchio secondo: nel secondo dei tre " cerchietti ", cioè nell'8°.
11.58 ipocresia, lusinghe e chi affattura,
ipocresia: l'8° cerchio è distinto in bolge: 1° ruffiani, 2° adulatori ("lusinghe "), 3° simoniaci, 4° maliardi e indovini (" chi affattura ") 5° barattieri, 6° ipocriti, 7° ladri (" ladroneccio "), 8° onsiglieri fraudolenti, 9° seminatori di scandali e scismi, 10° traditori (" simile lordura ").
11.59 falsità, ladroneccio e simonia,
11.60 ruffian, baratti e simile lordura.
11.61 Per l'altro modo quell'amor s'oblia
Per l'altro modo : frodando chi si fida sì distrugge e il vincolo naturale e l'altro che si aggiunge (parentela, patria, amicizia, beneficio) e per cui si crea uno speciale rapporto di fiducia ( " fede spezial ").
11.62 che fa natura, e quel ch'è poi aggiunto,
11.63 di che la fede spezial si cria;
11.64 onde nel cerchio minore, ov'è 'l punto
nel cerchio minore: sempre dei tre " cerchietti ", cioè nel 9°, ove è il centro della terra e dove risiede Lucifero (" Dite ").
11.65 de l'universo in su che Dite siede,
11.66 qualunque trade in etterno è consunto».
trade : tradisce.
11.67 E io: «Maestro, assai chiara procede
11.68 la tua ragione, e assai ben distingue
11.69 questo baràtro e 'l popol ch'e' possiede.
baràtro: il basso Inferno che tiene prigionieri (" possiede ") i peccatori.
11.70 Ma dimmi: quei de la palude pingue,
quei de la palude: quelli della grande ( " pingue " ) palude, lo Stige, sono gl'iracondi e gli accidiosi.
11.71 che mena il vento, e che batte la pioggia,
11.72 e che s'incontran con sì aspre lingue,
con sì aspre lingue: rinfacciandosi la colpa (cfr. c. VII, 30).
11.73 perché non dentro da la città roggia
roggia: colore del ferro rovente; tale è l'" affocata " città di Dite.
11.74 sono ei puniti, se Dio li ha in ira?
11.75 e se non li ha, perché sono a tal foggia?».
11.76 Ed elli a me «Perché tanto delira»,
delira: esce dal retto cammino (cfr. lat. lira : solco).
11.77 disse «lo 'ngegno tuo da quel che sòle?
11.78 o ver la mente dove altrove mira?
dove altrove mira ? : già altre volte Dante si è rivolto a Virgilio con un suo particolare " parlar coperto ".
11.79 Non ti rimembra di quelle parole
11.80 con le quai la tua Etica pertratta
la tua Etica pertratta: l'Etica di Aristotele, da te conosciuta (" tua "), tratta compiutamente (" pertratta").
11.81 le tre disposizion che 'l ciel non vole,
le tre disposízion: le tre disposizioni al peccato: l'incontinenza, cioè l'incapacità di contenere entro giusti limiti l'uso dei beni leciti, che non ha per fine l'" ingiuria " e perciò meno offende Dio e attira ( " accatta " ) minor biasimo. La malizia è, soprattutto, la frode; la " matta bestialitade " è la violenza.
11.82 incontenenza, malizia e la matta
11.83 bestialitade? e come incontenenza
11.84 men Dio offende e men biasimo accatta?
11.85 Se tu riguardi ben questa sentenza,
sentenza : opinione.
11.86 e rechiti a la mente chi son quelli
11.87 che sù di fuor sostegnon penitenza,
sù: nei cerchi superiori.
11.88 tu vedrai ben perché da questi felli
felli: malvagi. Come in c. VIII, 18.
11.89 sien dipartiti, e perché men crucciata
dipartiti : separati.
11.90 la divina vendetta li martelli».
11.91 «O sol che sani ogni vista turbata,
11.92 tu mi contenti sì quando tu solvi,
tu mi contenti: mi dà tanto godimento quando sciogli i miei dubbi, che dubitare mi piace non meno che sapere.
11.93 che, non men che saver, dubbiar m'aggrata.
11.94 Ancora in dietro un poco ti rivolvi»,
ti rivolvi : rivolgiti.
11.95 diss'io, «là dove di' ch'usura offende
11.96 la divina bontade, e 'l groppo solvi».
'l groppo solvi: sciogli il nodo.
11.97 «Filosofia», mi disse, «a chi la 'ntende,
11.98 nota, non pure in una sola parte,
11.99 come natura lo suo corso prende
come natura: come la natura tragga origine dall'intelletto di Dio e dal suo operare (" arte ").
11.100 dal divino 'ntelletto e da sua arte;
11.101 e se tu ben la tua Fisica note,
Fisica: la Fisica aristotelica, da te studiata.
11.102 tu troverai, non dopo molte carte,
11.103 che l'arte vostra quella, quanto pote,
che l'arte vostra: che l'operare dell'uomo (" arte vostra ") segue, imita la natura, come lo scolaro imita il maestro. Cosi l'arte degli uomini, imitando la natura, che è figlia di Dio, a Dio è " quasi nepote ".
11.104 segue, come 'l maestro fa 'l discente;
11.105 sì che vostr'arte a Dio quasi è nepote.
11.106 Da queste due, se tu ti rechi a mente
11.107 lo Genesi dal principio, convene
lo Genesí : se ricordi il libro della Genesi, la gente deve (" convene ") trarre il suo motivo di esistenza (" vita ") e di progresso (" avanzar ") da natura ed arte ("da queste due").
11.108 prender sua vita e avanzar la gente;
11.109 e perché l'usuriere altra via tene,
11.110 per sé natura e per la sua seguace
per sé: in sé e nella sua seguace (l'arte).
11.111 dispregia, poi ch'in altro pon la spene.
11.112 Ma seguimi oramai, che 'l gir mi piace;
'l gir: l'andare.
11.113 ché i Pesci guizzan su per l'orizzonta,
i Pesci: i Pesci si trovano all'orizzonte e, poiché precedono l'Ariete, costellazione in cui si trova il sole (cfr. c. I, 38), ciò vuol dire che sta per sorgere l'alba.
11.114 e 'l Carro tutto sovra 'l Coro giace,
e 'l Carro: l'Orsa maggiore è in direzione dei Coro o vento di maestro, che soffia da nord-ovest.
11.115 e 'l balzo via là oltra si dismonta».
e 'l balzo: e la " ripa " (" balzo ") si può discendere un po' più in là.
Inferno : Canto 12
12.1 Era lo loco ov'a scender la riva
Era lo loco: il luogo ove venimmo a discendere la parete scoscesa era dirupato (" alpestro " ) e, per quel che inoltre vi si trovava (" che v'er' anco "), era tale che ognuno eviterebbe di guardarlo.
12.2 venimmo, alpestro e, per quel che v'er'anco,
12.3 tal, ch'ogne vista ne sarebbe schiva.
12.4 Qual è quella ruina che nel fianco
ruina: la frana che investì (" percosse ") l'Adige sul fianco al di qua di Trento, o per un terremoto, o per erosione delle acque (" sostegno manco "), identificata da alcuni negli Slavini di Marco, presso Rovereto.
12.5 di qua da Trento l'Adice percosse,
12.6 o per tremoto o per sostegno manco,
12.7 che da cima del monte, onde si mosse,
12.8 al piano è sì la roccia discoscesa,
12.9 ch'alcuna via darebbe a chi sù fosse:
ch'alcuna via: ché non consentirebbe alcun passaggio a chi di là volesse scendere; tale era la china di quel burrone (" burrato " ).
12.10 cotal di quel burrato era la scesa;
12.11 e 'n su la punta de la rotta lacca
lacca: la costa rocciosa.
12.12 l'infamia di Creti era distesa
l'infamia di Creti: il Minotauro, essere spaventoso, metà uomo e metà toro, nato in modo infamante dall'unione bestiale tra un toro e Pasifae, moglie del re di Creta Minosse, la quale, per godere l'amplesso della bestia, si nascose in una vacca di legno.
12.13 che fu concetta ne la falsa vacca;
concetta : concepita.
12.14 e quando vide noi, sé stesso morse,
12.15 sì come quei cui l'ira dentro fiacca.
fiacca: domina interamente.
12.16 Lo savio mio inver' lui gridò: «Forse
12.17 tu credi che qui sia 'l duca d'Atene,
'l duca d'Atene: Teseo liberò Atene dal tributo di giovani vite umane, dovute perché fossero date in pasto al Minotauro, uccidendo il mostro con l'aiuto di Arianna, figlia di Minosse e di Pasifae e perciò sorella, per parte di madre, del Minotauro.
12.18 che sù nel mondo la morte ti porse?
12.19 Pàrtiti, bestia: ché questi non vene
12.20 ammaestrato da la tua sorella,
12.21 ma vassi per veder le vostre pene».
12.22 Qual è quel toro che si slaccia in quella
si slaccia: si libera dai legami nel momento (" in quella ") in cui ha ricevuto il colpo mortale, per cui non sa più fuggire ( " gir " ) ma saltella qua e là.
12.23 c'ha ricevuto già 'l colpo mortale,
12.24 che gir non sa, ma qua e là saltella,
12.25 vid'io lo Minotauro far cotale;
far cotale: comportarsi nello stesso modo.
12.26 e quello accorto gridò: «Corri al varco:
quello : Virgilio.
12.27 mentre ch'e' 'nfuria, è buon che tu ti cale».
è buon che tu ti cale: è bene che ti cali giù.
12.28 Così prendemmo via giù per lo scarco
scarco: scarico delle pietre che costituiscono la frana.
12.29 di quelle pietre, che spesso moviensi
12.30 sotto i miei piedi per lo novo carco.
per lo novo carco: per l'insolito peso del corpo.
12.31 Io gia pensando; e quei disse: «Tu pensi
gia : andavo.
12.32 forse a questa ruina ch'è guardata
a questa: a questa.
12.33 da quell'ira bestial ch'i' ora spensi.
ira bestial: siamo nel cerchio dei violenti che soggiacquero alla matta bestialità (cfr. c. XI, 81 e n.), qui simboleggiata dal Minotauro.
12.34 Or vo' che sappi che l'altra fiata
12.35 ch'i' discesi qua giù nel basso inferno,
12.36 questa roccia non era ancor cascata.
12.37 Ma certo poco pria, se ben discerno,
12.38 che venisse colui che la gran preda
colui: Cristo, che tolse a Lucifero (" Dite ") la gran preda dal Limbo (" cerchio superno "; cfr. c. IV, 55 e segg.).
12.39 levò a Dite del cerchio superno,
12.40 da tutte parti l'alta valle feda
l'alta valle feda: la profonda e sozza valle, l'Inferno, subì un terremoto nel momento in cui Cristo spirò; poco prima, dunque, che scendesse al Limbo.
12.41 tremò sì, ch'i' pensai che l'universo
12.42 sentisse amor, per lo qual è chi creda
sentisse amor: secondo la dottrina di Empedocle, tramandata da Aristotele, tutte le cose si sarebbero formate per la discordia sorta tra i quattro elementi fondamentali, per cui, tornando la concordia (" amor ") il mondo si sarebbe convertito (" converso ") in un nuovo caos.
12.43 più volte il mondo in caòsso converso;
12.44 e in quel punto questa vecchia roccia
12.45 qui e altrove, tal fece riverso.
fece riverso: si rovesciò in questo modo.
12.46 Ma ficca li occhi a valle, ché s'approccia
s' approccia : s'approssima.
12.47 la riviera del sangue in la qual bolle
la riviera: il fiume di sangue bollente, detto Flegetonte, nel quale è immerso chiunque (" qual che ") usi violenza al prossimo. Siamo, cioè, nel I girone.
12.48 qual che per violenza in altrui noccia».
12.49 Oh cieca cupidigia e ira folle,
12.50 che sì ci sproni ne la vita corta,
12.51 e ne l'etterna poi sì mal c'immolle!
c'immolle: ci immolli, ci immergi.
12.52 Io vidi un'ampia fossa in arco torta,
12.53 come quella che tutto 'l piano abbraccia,
12.54 secondo ch'avea detto la mia scorta;
12.55 e tra 'l piè de la ripa ed essa, in traccia
ed essa: la fossa, il fiume di sangue.
12.56 corrien centauri, armati di saette,
centauri: mitici figli di Issione, re dei Lapiti: erano raffigurati con aspetto umano fino alla cintola e come cavalli nel resto. Qui essi procedono in fila (" in traccia ").
12.57 come solien nel mondo andare a caccia.
12.58 Veggendoci calar, ciascun ristette,
12.59 e de la schiera tre si dipartiro
12.60 con archi e asticciuole prima elette;
prima elette: scelte in precedenza.
12.61 e l'un gridò da lungi: «A qual martiro
12.62 venite voi che scendete la costa?
12.63 Ditel costinci; se non, l'arco tiro».
costinci: dal luogo ove vi trovate.
12.64 Lo mio maestro disse: «La risposta
12.65 farem noi a Chirón costà di presso:
a Chìron: Chirone fu un celebre centauro, al quale fu affidata l'educazione di Achille.
12.66 mal fu la voglia tua sempre sì tosta».
12.67 Poi mi tentò, e disse: «Quelli è Nesso,
mi tentò: mi toccò leggermente. Nesso è un centauro dal carattere impetuoso (cfr. v. 66); tentò di rapire Deianira, moglie di Ercole, ma fu da lui ucciso con una freccia bagnata nel sangue dell'Idra di Lerna. Prima di morire, consegnò a Deianira una veste macchiata del proprio sangue avvelenato, che la donna fece indossare ad Ercole, rendendolo pazzo; cosi Nesso " fé di sé la vendetta elli stesso ".
12.68 che morì per la bella Deianira
12.69 e fé di sé la vendetta elli stesso.
12.70 E quel di mezzo, ch'al petto si mira,
12.71 è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;
12.72 quell'altro è Folo, che fu sì pien d'ira.
Folo: centauro violento, durante le nozze di Piritoo e Ippodamia diede esca, col suo comportamento, alla guerra tra Lapiti e centauri.
12.73 Dintorno al fosso vanno a mille a mille,
12.74 saettando qual anima si svelle
qual anima: qualunque anima cerca di uscir fuori dal sangue più di quanto la colpa le ha dato in sorte (" sortille ").
12.75 del sangue più che sua colpa sortille».
12.76 Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:
12.77 Chirón prese uno strale, e con la cocca
cocca: la parte posteriore della freccia.
12.78 fece la barba in dietro a le mascelle.
12.79 Quando s'ebbe scoperta la gran bocca,
12.80 disse a' compagni: «Siete voi accorti
12.81 che quel di retro move ciò ch'el tocca?
12.82 Così non soglion far li piè d'i morti».
12.83 E 'l mio buon duca, che già li er'al petto,
12.84 dove le due nature son consorti,
dove: dove la natura umana e quella equina si congiungono (" son consorti").
12.85 rispuose: «Ben è vivo, e sì soletto
sì soletto: con le mie sole facoltà.
12.86 mostrar li mi convien la valle buia;
12.87 necessità 'l ci 'nduce, e non diletto.
necessità: è questo per Dante l'unico mezzo di salvazione, in quanto decretato nell'alto dei cieli.
12.88 Tal si partì da cantare alleluia
Tal: Beatrice interruppe il canto delle lodi al Signore ("alleluia") e mi affidò quest'incarico eccezionale ("officio novo " ).
12.89 che mi commise quest'officio novo:
12.90 non è ladron, né io anima fuia.
fuia: ladra (cfr. lat. fur).
12.91 Ma per quella virtù per cu' io movo
12.92 li passi miei per sì selvaggia strada,
12.93 danne un de' tuoi, a cui noi siamo a provo,
a provo: presso (cfr. lat. ad prope).
12.94 e che ne mostri là dove si guada
12.95 e che porti costui in su la groppa,
12.96 ché non è spirto che per l'aere vada».
12.97 Chirón si volse in su la destra poppa,
12.98 e disse a Nesso: «Torna, e sì li guida,
12.99 e fa cansar s'altra schiera v'intoppa».
v'intoppa: vi incontra, opponendo l'ostacolo.
12.100 Or ci movemmo con la scorta fida
12.101 lungo la proda del bollor vermiglio,
la proda: la riva.
12.102 dove i bolliti facieno alte strida.
12.103 Io vidi gente sotto infino al ciglio;
12.104 e 'l gran centauro disse: «E' son tiranni
12.105 che dier nel sangue e ne l'aver di piglio.
che dier: che furono violenti (" dier… di piglio ").
12.106 Quivi si piangon li spietati danni;
12.107 quivi è Alessandro, e Dionisio fero,
Alessandro: Alessandro Magno, definito violento e crudele da Seneca, Lucano e Paolo Orosio; Dionisio è Dionigi, tiranno di Siracusa, città della Sicilia (" Cicilia "); Azzolino è Ezzelino III da Romano, tiranno della Marca Trevigiana; Opizzo è Obizzo II d'Este, marchese di Ferrara, ucciso dal suo pessimo figlio (" figliastro ") Azzo VIII.
12.108 che fé Cicilia aver dolorosi anni.
12.109 E quella fronte c'ha 'l pel così nero,
12.110 è Azzolino; e quell'altro ch'è biondo,
12.111 è Opizzo da Esti, il qual per vero
12.112 fu spento dal figliastro sù nel mondo».
12.113 Allor mi volsi al poeta, e quei disse:
12.114 «Questi ti sia or primo, e io secondo».
ti sia or primo: sia la tua guida.
12.115 Poco più oltre il centauro s'affisse
12.116 sovr'una gente che 'nfino a la gola
12.117 parea che di quel bulicame uscisse.
bulicame: il sangue ribollente e pullulante.
12.118 Mostrocci un'ombra da l'un canto sola,
12.119 dicendo: «Colui fesse in grembo a Dio
Colui: è Guido di Monfort, il quale, in una chiesa di Viterbo (" in grembo a Dio "), uccise Arrigo, congiunto di Edoardo I d'Inghilterra, con un colpo che gli fendé (" fesse ") il cuore, che ancora gronda sangue ("cola ") sul Tamigi. Sembra, infatti, che Arrigo fosse sepolto in Inghilterra e che il suo cuore venisse posto in una coppa sorretta da una statua sulle rive del Tamigi.
12.120 lo cor che 'n su Tamisi ancor si cola».
12.121 Poi vidi gente che di fuor del rio
12.122 tenean la testa e ancor tutto 'l casso;
'l casso: la cassa toracica.
12.123 e di costoro assai riconobb'io.
12.124 Così a più a più si facea basso
12.125 quel sangue, sì che cocea pur li piedi;
pur : soltanto.
12.126 e quindi fu del fosso il nostro passo.
quindi: di lì avvenne il nostro passaggio (" passo " ).
12.127 «Sì come tu da questa parte vedi
12.128 lo bulicame che sempre si scema»,
12.129 disse 'l centauro, «voglio che tu credi
12.130 che da quest'altra a più a più giù prema
da quest'altra: dall'altra parte il fondo si fa sempre più basso, fino a ricongiungersi dove sono i tiranni.
12.131 lo fondo suo, infin ch'el si raggiunge
12.132 ove la tirannia convien che gema.
12.133 La divina giustizia di qua punge
12.134 quell'Attila che fu flagello in terra
Attila: è il famoso capo degli Unni, detto flagello di Dio; Pirro è, probabilmente, il figlio di Achille, rappresentato nell'antichità come un sanguinario (cfr. En. II; 526 e segg ); Sesto è figlio di Pompeo, rivelatosi indegno del padre, quando si diede alla pirateria.
12.135 e Pirro e Sesto; e in etterno munge
munge: spreme le lacrime, che fa versare ( " diserra " ) mediante il sangue bollente.
12.136 le lagrime, che col bollor diserra,
12.137 a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,
Rinier da Corneto: famoso " rubatore " maremmano, contemporaneo di Dante; l'altro è Rinieri de' Pazzi di Valdarno, anche lui famigerato bandito da strada.
12.138 che fecero a le strade tanta guerra».
12.139 Poi si rivolse, e ripassossi 'l guazzo.
'l guazzo: detto ciò, Nesso voltò indietro e ripassò il guado.
Inferno : Canto 13
13.1 Non era ancor di là Nesso arrivato,
13.2 quando noi ci mettemmo per un bosco
13.3 che da neun sentiero era segnato.
13.4 Non fronda verde, ma di color fosco;
13.5 non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti;
non rami schietti: non rami lisci, ma pieni di nodi e contorti (" 'nvolti ").
13.6 non pomi v'eran, ma stecchi con tòsco:
tòsco: tossico, veleno.
13.7 non han sì aspri sterpi né sì folti
13.8 quelle fiere selvagge che 'n odio hanno
quelle fiere: quegli animali selvatici che popolano la Maremma toscana (" tra Cecina e Corneto "), ed hanno in odio i luoghi coltivati (" colti "). Il Cecina è un piccolo fiume che scorre nella regione volterrana, Corneto è una piccola città presso Civitavecchia.
13.9 tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.
13.10 Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
le brutte Arpìe: figlie di Taumante e di Elettra, erano raffigurate con volto di donna e corpo di uccello. Erano rapaci e usavano insozzare con l'orrida profluvie del ventre tutto ciò che toccavano. Scacciarono dalle isole Strofadi o Striladi, Enea e i suoi compagni ( " i Troiani " ), profetizzando insopportabile fame (" futuro danno "). L'episodio è in Virgilio (cfr. En. III, 227 e 253, segg.).
13.11 che cacciar de le Strofade i Troiani
13.12 con tristo annunzio di futuro danno.
13.13 Ali hanno late, e colli e visi umani,
late: ampie e aperte.
13.14 piè con artigli, e pennuto 'l gran ventre;
13.15 fanno lamenti in su li alberi strani.
strani: può riferirsi agli alberi o ai lamenti; meglio agli alberi, il cui aspetto (crf. v. 4-9) era veramente insolito.
13.16 E 'l buon maestro «Prima che più entre,
13.17 sappi che se' nel secondo girone»,
13.18 mi cominciò a dire, «e sarai mentre
13.19 che tu verrai ne l'orribil sabbione.
sabbione: è quello che forma il 3° girone.
13.20 Però riguarda ben; sì vederai
13.21 cose che torrien fede al mio sermone».
che torrien fede: che renderebbero incredibili le mie parole (" sermone "), se mi limitassi a parlartene.
13.22 Io sentia d'ogne parte trarre guai,
13.23 e non vedea persona che 'l facesse;
13.24 per ch'io tutto smarrito m'arrestai.
13.25 Cred'io ch'ei credette ch'io credesse
Cred'io…: io suppongo che egli credette che io ritenessi.
13.26 che tante voci uscisser, tra quei bronchi
bronchi: grossi rami nodosi.
13.27 da gente che per noi si nascondesse.
per noi: per causa nostra:.
13.28 Però disse 'l maestro: «Se tu tronchi
13.29 qualche fraschetta d'una d'este piante,
13.30 li pensier c'hai si faran tutti monchi».
li pensier: le tue supposizioni cadranno d'un tratto.
13.31 Allor porsi la mano un poco avante,
13.32 e colsi un ramicel da un gran pruno;
pruno: grande albero spinoso.
13.33 e 'l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».
Perché mi schiante?: perché mi spezzi ?.
13.34 Da che fatto fu poi di sangue bruno,
13.35 ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
scerpi : laceri.
13.36 non hai tu spirto di pietade alcuno?
13.37 Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
13.38 ben dovrebb'esser la tua man più pia,
pia: pietosa, caritatevole.
13.39 se state fossimo anime di serpi».
13.40 Come d'un stizzo verde ch'arso sia
Come d'un stizzo: come da un ramo verde, che sia acceso da un capo che dall'altro trasuda (" geme ") e sibila (" cigola ") per l'aria costretta ad uscire in seguito alla dilatazione, così dal legno schiantato uscivano insieme parole e sangue.
13.41 da l'un de'capi, che da l'altro geme
13.42 e cigola per vento che va via,
13.43 sì de la scheggia rotta usciva insieme
13.44 parole e sangue; ond'io lasciai la cima
13.45 cadere, e stetti come l'uom che teme.
13.46 «S'elli avesse potuto creder prima»,
13.47 rispuose 'l savio mio, «anima lesa,
lesa: ferita e offesa.
13.48 ciò c'ha veduto pur con la mia rima,
con la mia rima: allude all'episodio virgiliano di Polidoro (cfr. Purg. c. XX, n. 115), figlio di Priamo, la cui voce si fa sentire, proveniente da una pianta di mirto, quando Enea ne schianta tre virgulti.
13.49 non averebbe in te la man distesa;
13.50 ma la cosa incredibile mi fece
13.51 indurlo ad ovra ch'a me stesso pesa.
ovra: gesto che a me stesso è penoso.
13.52 Ma dilli chi tu fosti, sì che 'n vece
'n vece: in luogo di una riparazione (" ammenda ") per il male compiuto, rinnovi la tua memoria su nel mondo, dove gli è concesso (" lece ") ritornare.
13.53 d'alcun'ammenda tua fama rinfreschi
13.54 nel mondo sù, dove tornar li lece».
13.55 E 'l tronco: «Sì col dolce dir m'adeschi,
m'adeschi : m'inviti.
13.56 ch'i' non posso tacere; e voi non gravi
voi non gravi: non vi sia sgradito.
13.57 perch'io un poco a ragionar m'inveschi.
m'inveschi : mi intrattenga.
13.58 Io son colui che tenni ambo le chiavi
ambo le chiavi: " l'affermativa che apriva (" diserrando ") lo cuore e la negativa che lo serrava " (Buti). Nel tronco é lo spirito di Pier delle Vigne, protonotaro e logoteta di Federico II, del quale seppe conquistare la piena fiducia; ma, caduto in disgrazia del suo signore, fu imprigionato e accecato, per cui si uccise.
13.59 del cor di Federigo, e che le volsi,
13.60 serrando e diserrando, sì soavi,
sì soavi: con tanta delicata accortezza, che allontanai quasi tutti gli altri dalla sua intimità (" secreto ").
13.61 che dal secreto suo quasi ogn'uom tolsi:
13.62 fede portai al glorioso offizio,
13.63 tanto ch'i' ne perde' li sonni e ' polsi.
tanto ch'i ne perde': tanto che ne persi le forze.
13.64 La meretrice che mai da l'ospizio
La meretrice: l'invidia, capace di prostituire le coscienze, che non distolse mai gli occhi disonesti dalla reggia dell'imperatore (" Cesare ")….
13.65 di Cesare non torse li occhi putti,
13.66 morte comune e de le corti vizio,
13.67 infiammò contra me li animi tutti;
13.68 e li 'nfiammati infiammar sì Augusto,
Augusto : l'imperatore.
13.69 che ' lieti onor tornaro in tristi lutti.
tornaro: si mutarono.
13.70 L'animo mio, per disdegnoso gusto,
13.71 credendo col morir fuggir disdegno,
13.72 ingiusto fece me contra me giusto.
ingiusto fece: mi rese colpevole, in quanto suicida, contro di me che pure ero innocente delle colpe attribuitemi.
13.73 Per le nove radici d'esto legno
nove: nuove, relativamente al tempo e al modo.
13.74 vi giuro che già mai non ruppi fede
13.75 al mio segnor, che fu d'onor sì degno.
13.76 E se di voi alcun nel mondo riede,
riede : ritorna.
13.77 conforti la memoria mia, che giace
13.78 ancor del colpo che 'nvidia le diede».
del colpo: a causa del colpo.
13.79 Un poco attese, e poi «Da ch'el si tace»,
13.80 disse 'l poeta a me, «non perder l'ora;
l'ora : l'occasione.
13.81 ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace».
13.82 Ond'io a lui: «Domandal tu ancora
13.83 di quel che credi ch'a me satisfaccia;
13.84 ch'i' non potrei, tanta pietà m'accora».
13.85 Perciò ricominciò: «Se l'om ti faccia
Se l'om ti faccia: voglia il cielo che ti si conceda; " se " ha valore ottativo, come al v. 82 del c. X, e " l'om " è l'"on" impersonale dei Francesi.
13.86 liberamente ciò che 'l tuo dir priega,
liberamente : spontaneamente.
13.87 spirito incarcerato, ancor ti piaccia
incarcerato: imprigionato nel tronco.
13.88 di dirne come l'anima si lega
si lega : si materializza in questi legni nodosi (" nocchi ").
13.89 in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
13.90 s'alcuna mai di tai membra si spiega».
si spiega: si libera.
13.91 Allor soffiò il tronco forte, e poi
13.92 si convertì quel vento in cotal voce:
13.93 «Brievemente sarà risposto a voi.
13.94 Quando si parte l'anima feroce
feroce: poiché "incrudelisce contro se medesima " (Buti).
13.95 dal corpo ond'ella stessa s'è disvelta,
13.96 Minòs la manda a la settima foce.
a la settima foce: al settimo cerchio.
13.97 Cade in la selva, e non l'è parte scelta;
13.98 ma là dove fortuna la balestra,
13.99 quivi germoglia come gran di spelta.
gran di spelta: una specie di biada che si sviluppa facilmente.
13.100 Surge in vermena e in pianta silvestra:
vermena: stelo tenue ed erbaceo.
13.101 l'Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
13.102 fanno dolore, e al dolor fenestra.
fenestra: apertura donde escono i lamenti.
13.103 Come l'altre verrem per nostre spoglie,
per nostre spoglie: per la resurrezione dei corpi dopo il Giudizio Universale.
13.104 ma non però ch'alcuna sen rivesta,
13.105 ché non è giusto aver ciò ch'om si toglie.
13.106 Qui le trascineremo, e per la mesta
13.107 selva saranno i nostri corpi appesi,
13.108 ciascuno al prun de l'ombra sua molesta».
molesta: perché l'anima (" ombra ") lo spinse al suicidio.
13.109 Noi eravamo ancora al tronco attesi,
attesi : intenti.
13.110 credendo ch'altro ne volesse dire,
13.111 quando noi fummo d'un romor sorpresi,
13.112 similemente a colui che venire
13.113 sente 'l porco e la caccia a la sua posta,
'l porco: il cinghiale e la muta con i cacciatori al luogo ove è appostato (" posta ").
13.114 ch'ode le bestie, e le frasche stormire.
13.115 Ed ecco due da la sinistra costa,
13.116 nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
13.117 che de la selva rompieno ogni rosta.
rosta: frasca; in particolare quelle usate per scacciare le mosche.
13.118 Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».
accorri, morte : é un irrealizzabile desiderio.
13.119 E l'altro, cui pareva tardar troppo,
cui pareva tardar troppo: al quale sembrava di essere troppo lento.
13.120 gridava: «Lano, sì non furo accorte
Lano: Lano da Siena è un noto scialacquatore e sappiamo che morì nella battaglia di Pieve del Toppo (" giostre dal Toppo ") combattuta tra Aretini e Senesi.
13.121 le gambe tue a le giostre dal Toppo!».
13.122 E poi che forse li fallia la lena,
fallìa la lena: veniva meno la forza.
13.123 di sé e d'un cespuglio fece un groppo.
13.124 Di rietro a loro era la selva piena
13.125 di nere cagne, bramose e correnti
13.126 come veltri ch'uscisser di catena.
13.127 In quel che s'appiattò miser li denti,
In quel: nelle membra dell'altro scialacquatore, Giacomo da Sant'Andrea, nobiluomo padovano, nel 1237 al seguito di Federico II e nel 1239 fatto uccidere da Ezzelino. Di lui si narravano le più folli prodiglità.
13.128 e quel dilaceraro a brano a brano;
13.129 poi sen portar quelle membra dolenti.
13.130 Presemi allor la mia scorta per mano,
13.131 e menommi al cespuglio che piangea,
13.132 per le rotture sanguinenti in vano.
in vano: senza trovar conforto.
13.133 «O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea,
13.134 che t'è giovato di me fare schermo?
13.135 che colpa ho io de la tua vita rea?».
13.136 Quando 'l maestro fu sovr'esso fermo,
13.137 disse «Chi fosti, che per tante punte
13.138 soffi con sangue doloroso sermo?».
doloroso sermo: dolorose parole.
13.139 Ed elli a noi: «O anime che giunte
13.140 siete a veder lo strazio disonesto
disonesto: indecoroso e infamante.
13.141 c'ha le mie fronde sì da me disgiunte,
13.142 raccoglietele al piè del tristo cesto.
cesto: la base del cespuglio.
13.143 I' fui de la città che nel Batista
I' fui: fui di Firenze, città che mutò in San Giovanni Battista il primo patrono: Marte. E per questo egli, il dio (" ei "), sempre l'agiterà con la guerra (" con l'arte sua ").
13.144 mutò il primo padrone; ond'ei per questo
13.145 sempre con l'arte sua la farà trista;
13.146 e se non fosse che 'n sul passo d'Arno
sul passo d'Arno: sul passaggio attraverso l'Arno, cioè Ponte Vecchio.
13.147 rimane ancor di lui alcuna vista,
alcuna vista: una immagine visibile. Allude al frammento d'una statua, ritenuta di Marte, posta sul ponte Vecchio fino al 1333, quando fu trascinata via da un'inondazione.
13.148 que' cittadin che poi la rifondarno
13.149 sovra 'l cener che d'Attila rimase,
'l cener: questa distruzione di Firenze è leggendaria.
13.150 avrebber fatto lavorare indarno.
lavorare indarno: inutile sarebbe stata la ricostruzione di Firenze, se non fosse stata ritrovata la statua abbattuta in Arno dai barbari.
13.151 Io fei gibetto a me de le mie case».
gibetto: dell'antico francese gibet = forca, vuol dire: io mi impiccai nelle mie case. Si tratta di Lotto degli Agli o di Rocco de' Mozzi.
Inferno : Canto 14
14.1 Poi che la carità del natio loco
carità: amore di patria.
14.2 mi strinse, raunai le fronde sparte,
raunai le fronde sparte: radunai le foglie sparse.
14.3 e rende'le a colui, ch'era già fioco.
già fioco: ormai sfinito dal dolore, non parlava più.
14.4 Indi venimmo al fine ove si parte
fine : confine, ove si separa (" si parte " ).
14.5 lo secondo giron dal terzo, e dove
14.6 si vede di giustizia orribil arte.
14.7 A ben manifestar le cose nove,
14.8 dico che arrivammo ad una landa
14.9 che dal suo letto ogne pianta rimove.
rimove: non consente di germogliare sul suo terreno ( " letto " ).
14.10 La dolorosa selva l'è ghirlanda
l'è ghirlanda: la circonda. Si ricordi che i tre gironi sono concentrici.
14.11 intorno, come 'l fosso tristo ad essa:
'l fosso tristo : il Flegetonte.
14.12 quivi fermammo i passi a randa a randa.
a randa a randa: proprio sull'orlo (cfr. il tedesco Rand).
14.13 Lo spazzo era una rena arida e spessa,
spazzo: spazio di terreno aperto e desolato.
14.14 non d'altra foggia fatta che colei
14.15 che fu da' piè di Caton già soppressa.
soppressa: calpestata, quando Catone Uticense attraversò il deserto libico con i resti dell'esercito pompeiano.
14.16 O vendetta di Dio, quanto tu dei
vendetta : giusta punizione; dei : devi.
14.17 esser temuta da ciascun che legge
14.18 ciò che fu manifesto a li occhi miei!
14.19 D'anime nude vidi molte gregge
14.20 che piangean tutte assai miseramente,
14.21 e parea posta lor diversa legge.
e parea: e appariva che era loro segnata una pena non uguale per tutti (" diversa " ).
14.22 Supin giacea in terra alcuna gente,
Supin: nel III girone del 7° cerchio sono puniti i violenti contro Dio nella persona (bestemmiatori), che giacciono supini sul sabbione; i violenti contro l'arte (usurai), seduti in terra e i violenti contro natura (sodomiti), trascinati in un'interminabile corsa.
14.23 alcuna si sedea tutta raccolta,
14.24 e altra andava continuamente.
14.25 Quella che giva intorno era più molta,
era più molta: era più numerosa; si tratta dei sodomiti.
14.26 e quella men che giacea al tormento,
14.27 ma più al duolo avea la lingua sciolta.
ma più al duolo…: emetteva più dolorosi lamenti; si tratta dei bestemmiatori.
14.28 Sovra tutto 'l sabbion, d'un cader lento,
d'un cader lento: con una lenta caduta, piovevano larghe fiammelle, come fiocchi di neve su di un monte ("alpe ") quando non spira il vento.
14.29 piovean di foco dilatate falde,
14.30 come di neve in alpe sanza vento.
14.31 Quali Alessandro in quelle parti calde
Quali: come Alessandro Magno, in India, vide cadere sul suo esercito (" stuolo ") delle fiamme che restavano intatte fino a terra per cui provvide a far calpestare il suolo dalle sue truppe, in modo che il fuoco (" vapore ") più facilmente si poteva estinguere ( " mei si stingueva " ). finché 1e fiamme non si erano accumulate; così scendeva il fuoco eterno " l'etternale ardore ".
14.32 d'India vide sopra 'l suo stuolo
14.33 fiamme cadere infino a terra salde,
14.34 per ch'ei provide a scalpitar lo suolo
14.35 con le sue schiere, acciò che lo vapore
14.36 mei si stingueva mentre ch'era solo:
14.37 tale scendeva l'etternale ardore;
14.38 onde la rena s'accendea, com'esca
com'esca: come l'esca accesa dall'acciarino (" focile ").
14.39 sotto focile, a doppiar lo dolore.
14.40 Sanza riposo mai era la tresca
la tresca: il movimento delle mani da una parte e dall'altra ("or quindi or quinci "), cercando di allontanare il fuoco caduto da ultimo (" arsura fresca ").
14.41 de le misere mani, or quindi or quinci
14.42 escotendo da sé l'arsura fresca.
14.43 I' cominciai: «Maestro, tu che vinci
14.44 tutte le cose, fuor che ' demon duri
14.45 ch'a l'intrar de la porta incontra uscinci,
uscinci: ci uscirono.
14.46 chi è quel grande che non par che curi
quel grande: quello spirito gigantesco. E' Capaneo, uno dei sette re che combatterono a Tebe contro Eteocle. Salito per primo sulle mura della città assediata, oso' sfidare Giove che lo fulminò.
14.47 lo 'ncendio e giace dispettoso e torto,
14.48 sì che la pioggia non par che 'l marturi?».
che 'l marturi?: che riesca a "lomarlo"?.
14.49 E quel medesmo, che si fu accorto
14.50 ch'io domandava il mio duca di lui,
14.51 gridò: «Qual io fui vivo, tal son morto.
14.52 Se Giove stanchi 'l suo fabbro da cui
Se Giove stanchi: anche se Giove affatica Vulcano ( "'l suo fabbro" ) da cui rabbioso (" crucciato ") prese la folgore con la quale fui colpito a morte; o se egli sollecita (" stanchi ") i Ciclopi (" li altri ") che si dànno il cambio (" a muta a muta ") nella nera fucina dell'Etna (" Mongibello "), chiamando in soccorso Vulcano, come fece alla battaglia di Flegra contro i Giganti che minacciavano il cielo, pur saettandomi con tutta la sua forza, non potrebbe piegarmi (" aver vendetta allegra ").
14.53 crucciato prese la folgore aguta
14.54 onde l'ultimo dì percosso fui;
14.55 o s'elli stanchi li altri a muta a muta
14.56 in Mongibello a la focina negra,
14.57 chiamando "Buon Vulcano, aiuta, aiuta!",
14.58 sì com'el fece a la pugna di Flegra,
14.59 e me saetti con tutta sua forza,
14.60 non ne potrebbe aver vendetta allegra».
14.61 Allora il duca mio parlò di forza
14.62 tanto, ch'i' non l'avea sì forte udito:
14.63 «O Capaneo, in ciò che non s'ammorza
14.64 la tua superbia, se' tu più punito:
14.65 nullo martiro, fuor che la tua rabbia,
nullo martiro: nessuna pena sarebbe adeguata al tuo furore, tranne la tua rabbia.
14.66 sarebbe al tuo furor dolor compito».
14.67 Poi si rivolse a me con miglior labbia
con miglior labbia: con aspetto più sereno.
14.68 dicendo: «Quei fu l'un d'i sette regi
14.69 ch'assiser Tebe; ed ebbe e par ch'elli abbia
ch'assiser: che assediarono.
14.70 Dio in disdegno, e poco par che 'l pregi;
14.71 ma, com'io dissi lui, li suoi dispetti
li suoi dispetti: la sua rabbia impotente é un meritato ornamento.
14.72 sono al suo petto assai debiti fregi.
14.73 Or mi vien dietro, e guarda che non metti,
14.74 ancor, li piedi ne la rena arsiccia;
14.75 ma sempre al bosco tien li piedi stretti».
stretti: accostàti, per quanto puoi.
14.76 Tacendo divenimmo là 've spiccia
14.77 fuor de la selva un picciol fiumicello,
14.78 lo cui rossore ancor mi raccapriccia.
lo cui rossore: le acque sono vermiglie perché il fiumicello deriva dal Flegetonte.
14.79 Quale del Bulicame esce ruscello
Bulicame: sorgente termale nei pressi di Viterbo, che formava in seguito (" poi ") un ruscello, le cui acque le meretrici si dividevano per le loro abluzioni.
14.80 che parton poi tra lor le peccatrici,
14.81 tal per la rena giù sen giva quello.
14.82 Lo fondo suo e ambo le pendici
14.83 fatt'era 'n pietra, e ' margini dallato;
14.84 per ch'io m'accorsi che 'l passo era lici.
lici: di lì (cfr. lat. illic) era il passaggio; cioè dove le sponde erano pietrose.
14.85 «Tra tutto l'altro ch'i' t'ho dimostrato,
14.86 poscia che noi intrammo per la porta
14.87 lo cui sogliare a nessuno è negato,
lo cui sogliare: la cui soglia tutti possono varcare; è la porta dell'Inferno, priva di serratura.
14.88 cosa non fu da li tuoi occhi scorta
14.89 notabile com'è 'l presente rio,
14.90 che sovra sé tutte fiammelle ammorta».
ammorta : spegne, smorza.
14.91 Queste parole fuor del duca mio;
14.92 per ch'io 'l pregai che mi largisse 'l pasto
che mi largisse: che mi esponesse la spiegazione (" il pasto") di cui mi aveva acceso il desiderio.
14.93 di cui largito m'avea il disio.
14.94 «In mezzo mar siede un paese guasto»,
In mezzo mar: nel mare Mediterraneo giace un paese deserto (" guasto "), chiamato Creta, sotto il cui re Saturno il mondo si conservò puro; cioè durante l'età dell'oro.
14.95 diss'elli allora, «che s'appella Creta,
14.96 sotto 'l cui rege fu già 'l mondo casto.
14.97 Una montagna v'è che già fu lieta
lieta : rallegrata.
14.98 d'acqua e di fronde, che si chiamò Ida:
Ida: é l'attuale monte Psiloriti.
14.99 or è diserta come cosa vieta.
vieta: vecchia (cfr. lat. vetus).
14.100 Rea la scelse già per cuna fida
Rea: Rea o Cibele, moglie di Saturno, la scelse per allevarvi Giove e, per sottrarlo al padre che lo avrebbe divorato per non esser da lui privato del trono, lo affidò ai Coribanti, suoi sacerdoti che ne coprissero i vagiti col fracasso consueto ai loro riti.
14.101 del suo figliuolo, e per celarlo meglio,
14.102 quando piangea, vi facea far le grida.
14.103 Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,
veglio: vecchio. Il veglio di Creta ha valore allegorico; volge le spalle all'Oriente (Damiata è Damietta, alle foci del Nilo), donde prima venne l'umanità e guarda a Roma, centro dell'Impero e della cristianità, come a suo specchio (" speglio "). Il corpo rappresenta le varie età mitiche: la testa, quella dell'oro, il petto, quella dell'argento, il bacino fino alla biforcazione delle gambe (" forcata ") quella del rame, le gambe quella del ferro (" ferro eletto " : puro). II piede destro, di terracotta, sembra simboleggiare il potere spirituale, reso fragile dalla cupidigia dei beni temporali. Ogni parte del corpo, inoltre, presenta una fessura che versa lacrime capaci di forare (" foran ") la grotta dove si trova il veglio, dando origine ai fiume infernali.
14.104 che tien volte le spalle inver' Dammiata
14.105 e Roma guarda come suo speglio.
14.106 La sua testa è di fin oro formata,
14.107 e puro argento son le braccia e 'l petto,
14.108 poi è di rame infino a la forcata;
14.109 da indi in giuso è tutto ferro eletto,
14.110 salvo che 'l destro piede è terra cotta;
14.111 e sta 'n su quel più che 'n su l'altro, eretto.
14.112 Ciascuna parte, fuor che l'oro, è rotta
14.113 d'una fessura che lagrime goccia,
14.114 le quali, accolte, foran quella grotta.
14.115 Lor corso in questa valle si diroccia:
si diroccia: cade di roccia in roccia.
14.116 fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
14.117 poi sen van giù per questa stretta doccia
doccia: canale; é il " fiumicello " del v. 77.
14.118 infin, là ove più non si dismonta
più non si dismonta: più giù non si discende.
14.119 fanno Cocito; e qual sia quello stagno
Cocito: cfr. c. XXXII, 22 e segg.
14.120 tu lo vedrai, però qui non si conta».
non si conta: non si descrive.
14.121 E io a lui: «Se 'l presente rigagno
rigagno : rigagnolo, fiumicello.
14.122 si diriva così dal nostro mondo,
14.123 perché ci appar pur a questo vivagno?».
vivagno: orlo, margine della selva tra il II e il III girone.
14.124 Ed elli a me: «Tu sai che 'l loco è tondo;
14.125 e tutto che tu sie venuto molto,
tutto che…: sebbene tu abbia proceduto molto, soltanto a sinistra, tuttavia non hai compiuto il percorso di un'intera circonferenza; perciò non devi meravigliarti se si presenta qualcosa che ancor non hai visto (" nova ").
14.126 pur a sinistra, giù calando al fondo,
14.127 non se' ancor per tutto il cerchio vòlto:
14.128 per che, se cosa n'apparisce nova,
14.129 non de' addur maraviglia al tuo volto».
14.130 E io ancor: «Maestro, ove si trova
14.131 Flegetonta e Letè? ché de l'un taci,
dell'un: del Letè taci e del Flegetonte dici che sl forma dalle lacrime del veglio (" d'esta piova ").
14.132 e l'altro di' che si fa d'esta piova».
14.133 «In tutte tue question certo mi piaci»,
14.134 rispuose; «ma 'l bollor de l'acqua rossa
'l bollor: il ribollire dell'acqua rossa doveva spiegarti che quello era il Flegetonte; tale nome significa infatti bollente.
14.135 dovea ben solver l'una che tu faci.
14.136 Letè vedrai, ma fuor di questa fossa,
14.137 là dove vanno l'anime a lavarsi
là dove: nel Paradiso terrestre (cfr. Purg. XXVIII, 121).
14.138 quando la colpa pentuta è rimossa».
14.139 Poi disse: «Omai è tempo da scostarsi
14.140 dal bosco; fa che di retro a me vegne:
14.141 li margini fan via, che non son arsi,
fan via: permettono il passaggio.
14.142 e sopra loro ogne vapor si spegne».
Inferno : Canto 15
15.1 Ora cen porta l'un de' duri margini;
15.2 e 'l fummo del ruscel di sopra aduggia,
e 'l fummo: e il vapore che si leva dal ruscello fa ombra ( " aduggia " ) e ristagna, cosicché ripara dal fuoco l'acqua e le rive (" argini ").
15.3 sì che dal foco salva l'acqua e li argini.
15.4 Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,
tra Guizzante e Bruggia: tra Wissand e Bruges, in Fiandra, elevano argini e dighe (" lo schermo ") perché il mare sia contenuto.
15.5 temendo 'l fiotto che 'nver lor s'avventa,
15.6 fanno lo schermo perché 'l mar si fuggia;
15.7 e quali Padoan lungo la Brenta,
15.8 per difender lor ville e lor castelli,
15.9 anzi che Carentana il caldo senta:
anzi che Carentana: prima che la Carinzia (comprendendo in essa anche la Valsugana, dove nasce la Brenta) subisca il calore che scioglie le nevi e ingrossa i fiumi.
15.10 a tale imagine eran fatti quelli,
15.11 tutto che né sì alti né sì grossi,
tutto che: sebbene.
15.12 qual che si fosse, lo maestro felli.
lo maestro felli: l'artefice li costruì, chiunque egli fosse, o Dio o uno dei suoi ministri.
15.13 Già eravam da la selva rimossi
rimossi: allontanati.
15.14 tanto, ch'i' non avrei visto dov'era,
15.15 perch'io in dietro rivolto mi fossi,
perch'io: per quanto io.
15.16 quando incontrammo d'anime una schiera
15.17 che venìan lungo l'argine, e ciascuna
15.18 ci riguardava come suol da sera
15.19 guardare uno altro sotto nuova luna;
guardare uno altro: come si suole (" uno " impersonale) guardare un'altro incontrato di sera quando, per la luna nuova, il buio è profondo; cioè, aguzzando la vista, come fa il vecchio sarto per attraversare col filo la cruna di un ago.
15.20 e sì ver' noi aguzzavan le ciglia
15.21 come 'l vecchio sartor fa ne la cruna.
15.22 Così adocchiato da cotal famiglia,
famiglia: schiera di colpevoli di peccato analogo (cfr. c. IV, 132).
15.23 fui conosciuto da un, che mi prese
15.24 per lo lembo e gridò: «Qual maraviglia!».
15.25 E io, quando 'l suo braccio a me distese,
15.26 ficcai li occhi per lo cotto aspetto,
cotto: bruciato dall'eterna pioggia di fuoco.
15.27 sì che 'l viso abbrusciato non difese
non difese: non impedì (cfr. il francese "defendu"=proibito) al mio discernimento (" 'ntelletto ") di riconoscerlo.
15.28 la conoscenza sua al mio 'ntelletto;
15.29 e chinando la mano a la sua faccia,
15.30 rispuosi: «Siete voi qui, ser Brunetto?».
ser Brunetto?: Brunetto Latini, notaio (perciò è detto " ser "), letterato e uomo politico fiorentino, fu maestro di Dante e autore de "Li Livres du Tresor" e di molti libri di filosofia . E' qui punito tra i sodomiti.
15.31 E quelli: «O figliuol mio, non ti dispiaccia
15.32 se Brunetto Latino un poco teco
15.33 c e lascia andar la traccia».
ritorna 'ndietro: la pena è di andare sempre senza arrestarsi: perciò egli torna indietro, lasciando la fila (" traccia " cfr. c. XII, n. SB) dei compagni; per non fermarsi.
15.34 I' dissi lui: «Quanto posso, ven preco;
15.35 e se volete che con voi m'asseggia,
m'asseggia: mi fermi.
15.36 faròl, se piace a costui che vo seco».
15.37 «O figliuol», disse, «qual di questa greggia
qual : chiunque.
15.38 s'arresta punto, giace poi cent'anni
15.39 sanz'arrostarsi quando 'l foco il feggia.
sanz'arrostarsi: senza possibilità di farsi schermo con le braccia come se queste fossero una frasca (" rosta " : cfr. c. XIII, 117 e n.), quando il fuoco lo ferisca ( " feggia " ).
15.40 Però va oltre: i' ti verrò a' panni;
15.41 e poi rigiugnerò la mia masnada,
15.42 che va piangendo i suoi etterni danni».
15.43 I' non osava scender de la strada
scender: si ricordi che Dante procede lungo i " margini " (cfr. v. 1), elevati rispetto al sabbione.
15.44 per andar par di lui; ma 'l capo chino
15.45 tenea com'uom che reverente vada.
15.46 El cominciò: «Qual fortuna o destino
15.47 anzi l'ultimo dì qua giù ti mena?
anzi l'ultimo dì: prima della morte corporale.
15.48 e chi è questi che mostra 'l cammino?».
15.49 «Là sù di sopra, in la vita serena»,
15.50 rispuos'io lui, «mi smarri' in una valle,
15.51 avanti che l'età mia fosse piena.
avanti…: prima di raggiungere il " mezzo del cammin di nostra vita ".
15.52 Pur ier mattina le volsi le spalle:
15.53 questi m'apparve, tornand'io in quella,
15.54 e reducemi a ca per questo calle».
a ca: a casa; cioè in cielo, ove è la dimora delle anime.
15.55 Ed elli a me: «Se tu segui tua stella,
tua stella: la benevola influenza del cielo.
15.56 non puoi fallire a glorioso porto,
fallire: mancar di giungere.
15.57 se ben m'accorsi ne la vita bella;
15.58 e s'io non fossi sì per tempo morto,
sì per tempo: troppo presto in confronto a Dante che, quando Brunetto morì, nel 1293 o '94, contava 28 o 29 anni.
15.59 veggendo il cielo a te così benigno,
15.60 dato t'avrei a l'opera conforto.
conforto : sostegno, aiuto.
15.61 Ma quello ingrato popolo maligno
15.62 che discese di Fiesole ab antico,
di Fiesole ab antico: si racconta che anticamente Cesare, dopo aver distrutto Fiesole, fondò Firenze, popolandola di coloni romani e di Fiesolani, i quali ultimi conservano ancora un carattere rude ed aspro come il monte donde provengono.
15.63 e tiene ancor del monte e del macigno,
15.64 ti si farà, per tuo ben far, nimico:
15.65 ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi
ed è ragion: ed é giusto, perché il dolce fico non può allignare tra i sorbi aspri, dal sapore acidulo.
15.66 si disconvien fruttare al dolce fico.
15.67 Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
orbi: i Fiorentini, nella loro cecità, peccano di invidia, superbia, avarizia come già ha detto Ciacco (cfr. c. VI, 74 e seguente).
15.68 gent'è avara, invidiosa e superba:
15.69 dai lor costumi fa che tu ti forbi.
ti forbi : ti purifichi (da forbire : nettare).
15.70 La tua fortuna tanto onor ti serba,
15.71 che l'una parte e l'altra avranno fame
l'una parte e l'altra: i Bianchi e i Neri ti perseguiteranno ("avranno fame di te " ) ma non potranno averti ( " ma lungi… ").
15.72 di te; ma lungi fia dal becco l'erba.
15.73 Faccian le bestie fiesolane strame
strame : foraggio; perciò: si divorino tra di loro.
15.74 di lor medesme, e non tocchin la pianta,
15.75 s'alcuna surge ancora in lor letame,
15.76 in cui riviva la sementa santa
15.77 di que' Roman che vi rimaser quando
di que' Roman: cfr. n. al v. 62.
15.78 fu fatto il nido di malizia tanta».
15.79 «Se fosse tutto pieno il mio dimando»,
Se fosse tutto pieno: se si potesse esaudire il mio desiderio, voi sareste ancora tra i vivi.
15.80 rispuos'io lui, «voi non sareste ancora
15.81 de l'umana natura posto in bando;
15.82 ché 'n la mente m'è fitta, e or m'accora,
15.83 la cara e buona imagine paterna
15.84 di voi quando nel mondo ad ora ad ora
ad ora ad ora : di quanto in quando.
15.85 m'insegnavate come l'uom s'etterna:
15.86 e quant'io l'abbia in grado, mentr'io vivo
e quant'io: e quanto io ve ne sia grato, è necessario e giusto che si scorga dalle mie parole, finché avrò vita.
15.87 convien che ne la mia lingua si scerna.
15.88 Ciò che narrate di mio corso scrivo,
di mio corso: del corso della mia vita, lo incido nella memoria (" scrivo ") e lo conservo per farmelo chiarire (" chiosar"), confrontato con altre predizioni (" testo "), quelle di Ciacco e di Farinata, da una Donna (Beatrice) che saprà farlo (cfr. c. X, 132) se a lei arrivo.
15.89 e serbolo a chiosar con altro testo
15.90 a donna che saprà, s'a lei arrivo.
15.91 Tanto vogl'io che vi sia manifesto,
Tanto… : questo solo (" tanto ") voglio che vi sia manifesto: che sono pronto a sostenere i rovesci della sorte purché la mia coscienza non mi rimproveri ("garra").
15.92 pur che mia coscienza non mi garra,
15.93 che a la Fortuna, come vuol, son presto.
15.94 Non è nuova a li orecchi miei tal arra:
arra: caparra, nel senso di minaccia.
15.95 però giri Fortuna la sua rota
15.96 come le piace, e 'l villan la sua marra».
e 'l villan la sua marra: conclusione di sapore proverbiale; Dante si cura dei colpi della fortuna quanto si curerebbe dello zappare di un bifolco.
15.97 Lo mio maestro allora in su la gota
15.98 destra si volse in dietro, e riguardommi;
15.99 poi disse: «Bene ascolta chi la nota».
Bene ascolta chi la nota: ascolta con profitto chi, questa sentenza, la ripone nella memoria.
15.100 Né per tanto di men parlando vommi
per tanto: per l'intervento di Virgilio.
15.101 con ser Brunetto, e dimando chi sono
15.102 li suoi compagni più noti e più sommi.
15.103 Ed elli a me: «Saper d'alcuno è buono;
15.104 de li altri fia laudabile tacerci,
15.105 ché 'l tempo sarìa corto a tanto suono.
ché 'l tempo: ché mancherebbe il tempo per fare un elenco completo.
15.106 In somma sappi che tutti fur cherci
cherci : ecclesiastici.
15.107 e litterati grandi e di gran fama,
15.108 d'un peccato medesmo al mondo lerci.
15.109 Priscian sen va con quella turba grama,
Priscian: é Prisciano da Cesarea, famoso grammatico latino; Francesco d'Accorso é un giurista bolognese del sec. XIII.
15.110 e Francesco d'Accorso anche; e vedervi,
15.111 s'avessi avuto di tal tigna brama,
15.112 colui potei che dal servo de' servi
colui potei: avresti anche potuto vedervi colui che, già vescovo di Firenze fu trasferito a Vicenza (" in Bacchiglione ") dal papa ( " servo de' servi " ) e in quella città morì ("lasciò…"). E' Andrea dei Mozzi.
15.113 fu trasmutato d'Arno in Bacchiglione,
15.114 dove lasciò li mal protesi nervi.
15.115 Di più direi; ma 'l venire e 'l sermone
15.116 più lungo esser non può, però ch'i' veggio
15.117 là surger nuovo fummo del sabbione.
nuovo fummo: é il polverio alzato da una nuova schiera, con la quale Brunetto non può e non deve confondersi (" esser non deggio").
15.118 Gente vien con la quale esser non deggio.
15.119 Sieti raccomandato il mio Tesoro
15.120 nel qual io vivo ancora, e più non cheggio».
15.121 Poi si rivolse, e parve di coloro
15.122 che corrono a Verona il drappo verde
il drappo verde: gara di corsa podistica che si effettuava a Verona la prima domenica di quaresima.
15.123 per la campagna; e parve di costoro
15.124 quelli che vince, non colui che perde.
Inferno : Canto 16
16.1 Già era in loco onde s'udìa 'l rimbombo
16.2 de l'acqua che cadea ne l'altro giro,
ne l'altro giro: nell'altro cerchio, l'ottavo.
16.3 simile a quel che l'arnie fanno rombo,
simile: simile al cupo ronzio (" rombo ") che proviene dagli alveari ("arnie").
16.4 quando tre ombre insieme si partiro,
si partiro: si staccarono dalle altre.
16.5 correndo, d'una torma che passava
16.6 sotto la pioggia de l'aspro martiro.
16.7 Venian ver noi, e ciascuna gridava:
16.8 «Sòstati tu ch'a l'abito ne sembri
a l'abito: dal modo di vestire, sembri essere qualcuno della nostra malvagia città (" terra prava ").
16.9 esser alcun di nostra terra prava».
16.10 Ahimè, che piaghe vidi ne' lor membri
16.11 ricenti e vecchie, da le fiamme incese!
16.12 Ancor men duol pur ch'i' me ne rimembri.
pur ch'i' me ne rimembri: sol che me ne ricordi.
16.13 A le lor grida il mio dottor s'attese;
s'attese: rivolse la sua attenzione.
16.14 volse 'l viso ver me, e: «Or aspetta»,
16.15 disse «a costor si vuole esser cortese.
si vuole: bisogna.
16.16 E se non fosse il foco che saetta
16.17 la natura del loco, i' dicerei
16.18 che meglio stesse a te che a lor la fretta».
che meglio stesse: che meglio converrebbe a te, affrettarti al colloquio, che non a loro. Si spiega perché questi sodomiti sono cittadini ragguardevoli "ch'a ben far puoser li 'ngegni " (cfr. c. VI, 81).
16.19 Ricominciar, come noi restammo, ei
16.20 l'antico verso; e quando a noi fuor giunti,
l'antico verso: il consueto lamento.
16.21 fenno una rota di sé tutti e trei.
una rota: tutti e tre (" trei ") si disposero in cerchio e continuarono a procedere rotando; i sodomiti non possono mai fermarsi.
16.22 Qual sogliono i campion far nudi e unti,
Qual sogliono…: come usano fare gli atleti, nudi ed unti d'olio, cercando di individuare con gli occhi (" avvisando ") il punto ove afferrare con vantaggio l'avversario, prima che tra loro si colpiscano di piatto e di punta (" battuti e punti "). Vale a dire, con ceffoni e pugni.
16.23 avvisando lor presa e lor vantaggio,
16.24 prima che sien tra lor battuti e punti,
16.25 così rotando, ciascuno il visaggio
visaggio: il viso, cioè lo sguardo, si che in essi il collo e i piedi erano volti in direzioni contrarie. Cioè procedevano, ruotando, e volgevano il capo a Dante.
16.26 drizzava a me, sì che 'n contraro il collo
16.27 faceva ai piè continuo viaggio.
16.28 E «Se miseria d'esto loco sollo
loco sollo : luogo molle; è il sabbione, cedevole sotto i passi.
16.29 rende in dispetto noi e nostri prieghi»,
16.30 cominciò l'uno «e 'l tinto aspetto e brollo,
brollo: brullo, squallido perché bruciacchiato.
16.31 la fama nostra il tuo animo pieghi
16.32 a dirne chi tu se', che i vivi piedi
16.33 così sicuro per lo 'nferno freghi.
freghi: più che strisciare (fregare) Dante poggia saldamente in terra i piedi, mentre i dannati, evidentemente, procedono saltellando per lo smisurato calore del sabbione ardente (cfr. " pestar " del v. seguente).
16.34 Questi, l'orme di cui pestar mi vedi,
16.35 tutto che nudo e dipelato vada,
16.36 fu di grado maggior che tu non credi:
16.37 nepote fu de la buona Gualdrada;
Gualdrada: figlia di Bellincione Berti, fu donna di esemplare virtù. Suo nipote, Guido Guerra, fu insigne uomo d'arme di parte guelfa: mori nel 1272.
16.38 Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita
16.39 fece col senno assai e con la spada.
16.40 L'altro, ch'appresso me la rena trita,
trita: calpesta il cedevole sabbione.
16.41 è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce
Tegghiaio Aldobrandi: fu podestà di Arezzo nel 1256. Cercò di evitare, senza riuscirvi, la sconfitta di Montaperti; per cui la sua fama (" voce ") dovrebbe essere apprezzata (" gradita ") nel mondo.
16.42 nel mondo sù dovrìa esser gradita.
16.43 E io, che posto son con loro in croce,
16.44 Iacopo Rusticucci fui; e certo
Iacopo Rusticucci: gentiluomo e diplomatico, sembra qui confessare il suo peccato, attribuendone in certo modo la prima origine alla crudeltà mentale della moglie ritrosa (" fiera ").
16.45 la fiera moglie più ch'altro mi nuoce».
16.46 S'i' fossi stato dal foco coperto,
S'i' fossi: Dante da gran tempo (cfr. c. VI, v. 79) desiderava incontrarsi con il Tegghiaio e Iacopo Rusticucci.
16.47 gittato mi sarei tra lor di sotto,
16.48 e credo che 'l dottor l'avria sofferto;
sofferto : permesso, tollerato.
16.49 ma perch'io mi sarei brusciato e cotto,
16.50 vinse paura la mia buona voglia
16.51 che di loro abbracciar mi facea ghiotto.
ghiotto : desideroso.
16.52 Poi cominciai: «Non dispetto, ma doglia
dispetto: disprezzo, come al v. 29.
16.53 la vostra condizion dentro mi fisse,
16.54 tanta che tardi tutta si dispoglia,
tardi tutta si dispoglia: ci vorrà del tempo prima che dilegui completamente.
16.55 tosto che questo mio segnor mi disse
tosto che: non appena Virgilio mi disse (cfr. v. 14 e segg.) parole per cui io pensai che venisse gente così ragguardevole come voi siete, il vostro stato (" condizion ") mi suggerì (" dentro mi fisse ") non disprezzo, ma dolore.
16.56 parole per le quali i' mi pensai
16.57 che qual voi siete, tal gente venisse.
16.58 Di vostra terra sono, e sempre mai
sempre mai : sempre.
16.59 l'ovra di voi e li onorati nomi
16.60 con affezion ritrassi e ascoltai.
ritrassí: appresi.
16.61 Lascio lo fele e vo per dolci pomi
lo fele: il fiele, l'amaro dell'inferno; i " pomi " sono il frutto del bene a lui promesso da ( " per " ) Virgilio.
16.62 promessi a me per lo verace duca;
16.63 ma 'nfino al centro pria convien ch'i' tomi».
tomi: cada, discenda.
16.64 «Se lungamente l'anima conduca
Se: con valore ottativo, come già altrove (cfr. c. X, 82 e 94).
16.65 le membra tue», rispuose quelli ancora,
16.66 «e se la fama tua dopo te luca,
luca : risplenda.
16.67 cortesia e valor dì se dimora
cortesia e valor: onestà e gentile bontà. dì : dicci.
16.68 ne la nostra città sì come suole,
16.69 o se del tutto se n'è gita fora;
16.70 ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole
Guiglielmo Borsiere : cavaliere fiorentino assai lodato dal Boccaccio, che ne scrive nel Decamerone (I, 8). 71: per poco: da poco tempo.
16.71 con noi per poco e va là coi compagni,
16.72 assai ne cruccia con le sue parole».
ne cruccia: ci rattrista, parlandoci della corruzione di Firenze. Il Rusticucci chiede notizie a Dante, perché i dannati, come sappiamo (cfr. c. X, 100 e segg.), prevedono il futuro, ma ignorano il presente.
16.73 «La gente nuova e i sùbiti guadagni
La gente nuova: gli arrivisti e i nuovi ricchi son montati in superbia ed hanno perso il senso del limite, o Firenze, si che già ne lamenti le conseguenze (" sì che tu già ten piagni.). E' un'improvvisa apostrofe contro la " terra prava ".
16.74 orgoglio e dismisura han generata,
16.75 Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni».
16.76 Così gridai con la faccia levata;
16.77 e i tre, che ciò inteser per risposta,
16.78 guardar l'un l'altro com'al ver si guata.
16.79 «Se l'altre volte sì poco ti costa»,
16.80 rispuoser tutti «il satisfare altrui,
16.81 felice te se sì parli a tua posta!
a tua posta: a tuo giudizio, liberamente.
16.82 Però, se campi d'esti luoghi bui
campi : scampi.
16.83 e torni a riveder le belle stelle,
16.84 quando ti gioverà dicere "I' fui",
ti gioverà: ti sarà caro ricordare "Io fui nell'al di là".
16.85 fa che di noi a la gente favelle».
16.86 Indi rupper la rota, e a fuggirsi
16.87 ali sembiar le gambe loro isnelle.
sembiar : sembrarono.
16.88 Un amen non saria potuto dirsi
16.89 tosto così com'e' fuoro spariti;
16.90 per ch'al maestro parve di partirsi.
16.91 Io lo seguiva, e poco eravam iti,
16.92 che 'l suon de l'acqua n'era sì vicino,
che 'l suon : è il " rimbombo " del verso I.
16.93 che per parlar saremmo a pena uditi.
per parlar: per quanto parlassimo.
16.94 Come quel fiume c'ha proprio cammino
Come quel fiume: come quel fiume (il Montone) che per primo (" prima ") ha un suo corso fino al mare (" proprio cammino ") tra quelli del versante sinistro dell'Appennino, andando dal Monviso verso levante, e che nel corso superiore (" suso ") prima di scendere a valle, si chiama Acquacheta e a Forlì è privo (" vacante ") di quel nome (si chiama infatti Montone) come quel fiume scroscia ( " rimbomba " ) sopra San Benedetto dell'Alpe, poiché precipita ( " per cadere " ) per un pendio ( " scesa ") insufficiente a contenere disciplinatamente le acque ("ove dovea per mille esser recetto"), perché dovrebbero esser raccolte da mille simili pendii, data in loro abbondanza; cosi, ecc. La comparazione é appesantita da troppi riferimenti geografici.
16.95 prima dal Monte Viso 'nver' levante,
16.96 da la sinistra costa d'Apennino,
16.97 che si chiama Acquacheta suso, avante
16.98 che si divalli giù nel basso letto,
16.99 e a Forlì di quel nome è vacante,
16.100 rimbomba là sovra San Benedetto
16.101 de l'Alpe per cadere ad una scesa
16.102 ove dovea per mille esser recetto;
16.103 così, giù d'una ripa discoscesa,
16.104 trovammo risonar quell'acqua tinta,
16.105 sì che 'n poc'ora avria l'orecchia offesa.
16.106 Io avea una corda intorno cinta,
uno corda: l'allegoria è oscurissima. Potrebbe rappresentare "l'osservanza della legge " (Torraca), mediante la quale Dante pensò una volta ("alcuna volta") di prender la lonza, simbolo di frode (cfr. c. I, n. 49) e che servirà a domare Gerione, anch'esso " immagine di froda " (cfr. canto XVII, 7).
16.107 e con essa pensai alcuna volta
16.108 prender la lonza a la pelle dipinta.
a la pelle dipinta: "a la gaietta pelle " (cfr. c. I, 42).
16.109 Poscia ch'io l'ebbi tutta da me sciolta,
16.110 sì come 'l duca m'avea comandato,
16.111 porsila a lui aggroppata e ravvolta.
aggroppata e ravvolta : raggomitolata.
16.112 Ond'ei si volse inver' lo destro lato,
16.113 e alquanto di lunge da la sponda
16.114 la gittò giuso in quell'alto burrato.
16.115 "E' pur convien che novità risponda"
novità: qualcosa di nuovo, mai vista prima.
16.116 dicea fra me medesmo "al novo cenno
16.117 che 'l maestro con l'occhio sì seconda".
seconda : segue.
16.118 Ahi quanto cauti li uomini esser dienno
16.119 presso a color che non veggion pur l'ovra,
pur l'ovra : non soltanto i fatti, ma penetrano nei nostri pensieri.
16.120 ma per entro i pensier miran col senno!
16.121 El disse a me: «Tosto verrà di sovra
16.122 ciò ch'io attendo e che il tuo pensier sogna:
16.123 tosto convien ch'al tuo viso si scovra».
viso : vista.
16.124 Sempre a quel ver c'ha faccia di menzogna
16.125 de' l'uom chiuder le labbra fin ch'el puote,
de' : deve.
16.126 però che sanza colpa fa vergogna;
però che: perché senza colpa ti fa sembrare bugiardo.
16.127 ma qui tacer nol posso; e per le note
16.128 di questa comedìa, lettor, ti giuro,
comedìa: commedia. Il semplice titolo del poema prevale qui sulla designazione del generer letterario.
16.129 s'elle non sien di lunga grazia vòte,
s'elle: voglia il cielo che non siano prive di lungo favore (" grazia ").
16.130 ch'i' vidi per quell'aere grosso e scuro
aere grosso e scuro: atmosfera densa e cupa, in cui sembra nuotare (" notando " ) la figura che susciterebbe spavento (" maravigliosa " ) anche nel cuore più saldo (" sicuro ").
16.131 venir notando una figura in suso,
16.132 maravigliosa ad ogne cor sicuro,
16.133 sì come torna colui che va giuso
colui: il marinaio che è sceso a disincagliare l'ancora che fa presa ("aggrappa") in uno scoglio o altro.
16.134 talora a solver l'àncora ch'aggrappa
16.135 o scoglio o altro che nel mare è chiuso,
16.136 che 'n sù si stende, e da piè si rattrappa.
che 'n sù si stende: che si protende col busto e si spinge coi piedi dopo averli raccolti a se (" piè si rattrappa ").
Inferno : Canto 17
17.1 «Ecco la fiera con la coda aguzza,
coda aguzza: materialmente rappresentata da una velenosa biforcazione, (cfr. v. 26) la coda di Gerione, simbolo della frode, é aguzza perché penetra (" passa ") le montagne e abbatte qualsiasi ostacolo (" rompe i muri e l'armi ").
17.2 che passa i monti, e rompe i muri e l'armi!
17.3 Ecco colei che tutto 'l mondo appuzza!».
17.4 Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;
17.5 e accennolle che venisse a proda
a proda: all'orlo, vicino al limite (" fin ") del margine di pietra dove avevano camminato.
17.6 vicino al fin d'i passeggiati marmi.
17.7 E quella sozza imagine di froda
17.8 sen venne, e arrivò la testa e 'l busto,
arrivò : nel senso etimologico di : trasse a riva la testa e il busto.
17.9 ma 'n su la riva non trasse la coda.
non trasse: la coda resta nascosta nella voragine, come nascosta é l'insidia contenuta nella frode.
17.10 La faccia sua era faccia d'uom giusto,
La faccia: la frode, dunque, si presenta con un volto insospettabile, ma solo in superficie (" la pelle "); ché tutto il resto ha natura di serpente con attributi bestiali (" branche… pilose… ascelle ").
17.11 tanto benigna avea di fuor la pelle,
17.12 e d'un serpente tutto l'altro fusto;
17.13 due branche avea pilose insin l'ascelle;
17.14 lo dosso e 'l petto e ambedue le coste
17.15 dipinti avea di nodi e di rotelle.
di nodi e di rotelle: simboleggiano i raggiri consueti alla frode.
17.16 Con più color, sommesse e sovraposte
17.17 non fer mai drappi Tartari né Turchi,
Tartari nè Turchí: né Tartari, né Turchi eseguirono mai tessuti ("sommesse": stoffe messe sotto un ricamo). o ricami (" sovraposte " : ricami posti sopra una stoffa), con più diversi colori.
17.18 né fuor tai tele per Aragne imposte.
nè fur tai tele: né furono poste sul telaio (" imposte ") tele simili (" tai " : tali) da (" per ") Aracne, o Aracne, famosa tessitrice lidia, la quale superò Minerva nell'arte del ricamo e, per vendetta, fu trasformata in ragno.
17.19 Come tal volta stanno a riva i burchi,
i burchi: sorta di barche da trasporto.
17.20 che parte sono in acqua e parte in terra,
17.21 e come là tra li Tedeschi lurchi
lurchi: ghiottoni (cfr. lat. lurco).
17.22 lo bivero s'assetta a far sua guerra,
lo bivero: il castoro (cfr. lat. fiber o biber) si acconcia a pescare i pesci, come si credeva, immergendo la coda in acqua.
17.23 così la fiera pessima si stava
17.24 su l'orlo ch'è di pietra e 'l sabbion serra.
17.25 Nel vano tutta sua coda guizzava,
Nel vano: nel vuoto della voragine.
17.26 torcendo in sù la venenosa forca
la venenosa forca: la velenosa punta biforcuta.
17.27 ch'a guisa di scorpion la punta armava.
17.28 Lo duca disse: «Or convien che si torca
17.29 la nostra via un poco insino a quella
17.30 bestia malvagia che colà si corca».
17.31 Però scendemmo a la destra mammella,
a la destre mammella: verso il lato destro.
17.32 e diece passi femmo in su lo stremo,
17.33 per ben cessar la rena e la fiammella.
per ben cessar: per evitare il sabbione e le fiamme.
17.34 E quando noi a lei venuti semo,
17.35 poco più oltre veggio in su la rena
17.36 gente seder propinqua al loco scemo.
propinqua al loco scemo: vicina al luogo mancante di riparo, aperto sulla voragine.
17.37 Quivi 'l maestro «Acciò che tutta piena
17.38 esperienza d'esto giron porti»,
17.39 mi disse, «va, e vedi la lor mena.
la lor mena: la loro condizione. Sono i violenti contro l'arte, cioè gli usurai, che siedono sul sabbione ardente.
17.40 Li tuoi ragionamenti sian là corti:
17.41 mentre che torni, parlerò con questa,
con questa: con la fiera, Gerione.
17.42 che ne conceda i suoi omeri forti».
17.43 Così ancor su per la strema testa
la strema testa: l'orlo estremo.
17.44 di quel settimo cerchio tutto solo
17.45 andai, dove sedea la gente mesta.
17.46 Per li occhi fora scoppiava lor duolo;
lor duolo: il loro dolore si manifestava in un irrefrenabile e silenzioso pianto.
17.47 è di qua, di là soccorrien con le mani
17.48 quando a' vapori, e quando al caldo suolo:
17.49 non altrimenti fan di state i cani
di state: durante la calura estiva.
17.50 or col ceffo, or col piè, quando son morsi
col ceffo: col muso lungo.
17.51 o da pulci o da mosche o da tafani.
17.52 Poi che nel viso a certi li occhi porsi,
17.53 ne' quali 'l doloroso foco casca,
17.54 non ne conobbi alcun; ma io m'accorsi
17.55 che dal collo a ciascun pendea una tasca
17.56 ch'avea certo colore e certo segno,
certo colore e certo segno: un determinato colore e un particolare disegno.
17.57 e quindi par che 'l loro occhio si pasca.
e quindi: e di quella borsa sembra che il loro occhio si sazi (" si pasca ").
17.58 E com'io riguardando tra lor vegno,
17.59 in una borsa gialla vidi azzurro
vidi azzurro: una macchia di colore che aveva l'aspetto ( " faccia " ) e l'atteggiamento (" contegno ") d'un leone. E' lo stemma dei Gianfigliazzi, famiglia guelfa di parte nera.
17.60 che d'un leone avea faccia e contegno
17.61 Poi, procedendo di mio sguardo il curro,
procedendo: avanzando il carro (" curro ") del mio sguardo.
17.62 vidine un'altra come sangue rossa,
un'altra: la borsa mostra un'oca bianca su fondo rosso e rappresenta lo stemma degli Obriachi, famiglia ghibellina di Firenze.
17.63 mostrando un'oca bianca più che burro.
17.64 E un che d'una scrofa azzurra e grossa
E un: la scrofa azzurra in campo bianco rappresenta la stemma degli Scrovegni, famiglia padovana.
17.65 segnato avea lo suo sacchetto bianco,
17.66 mi disse: «Che fai tu in questa fossa?
17.67 Or te ne va; e perché se' vivo anco,
17.68 sappi che 'l mio vicin Vitaliano
sappi: temendo che Dante, vivo, possa riportare su nel mondo notizie della sua pena, l'interlocutore si vendica, annunciadogli che il suo concittadino (" vicin ") Vitaliano del Dente, podestà di Padova, lo raggiungerà presto e sederà alla sua sinistra.
17.69 sederà qui dal mio sinistro fianco.
17.70 Con questi Fiorentin son padoano:
17.71 spesse fiate mi 'ntronan li orecchi
17.72 gridando: "Vegna 'l cavalier sovrano,
Vegna: è il grido dei due fiorentini che, beffardamente invocano la prossima venuta del concittadino Giovanni dei Buiamonti, detto per scherno "il cavalier sovrano" e il cui stemma reca tre caproni (" becchi ").
17.73 che recherà la tasca con tre becchi!"».
17.74 Qui distorse la bocca e di fuor trasse
la lingua: lo sberleffo finale accentua il carattere bestiale del dannato.
17.75 la lingua, come bue che 'l naso lecchi.
17.76 E io, temendo no 'l più star crucciasse
no 'l più star: che il restare più a lungo.
17.77 lui che di poco star m'avea 'mmonito,
17.78 torna'mi in dietro da l'anime lasse.
17.79 Trova' il duca mio ch'era salito
17.80 già su la groppa del fiero animale,
17.81 e disse a me: «Or sie forte e ardito.
17.82 Omai si scende per sì fatte scale:
17.83 monta dinanzi, ch'i' voglio esser mezzo,
ch'i' voglio esser mezzo : intendo trovarmi in mezzo per preservarti dal male.
17.84 sì che la coda non possa far male».
17.85 Qual è colui che sì presso ha 'l riprezzo
riprezzo: il brivido della febbre malarica (" quartana "), che ha già le unghie illividite.
17.86 de la quartana, c'ha già l'unghie smorte,
17.87 e triema tutto pur guardando 'l rezzo,
pur guardando 'l rezzo: soltanto a guardare un luogo ombroso e ventilato.
17.88 tal divenn'io a le parole porte;
17.89 ma vergogna mi fé le sue minacce,
17.90 che innanzi a buon segnor fa servo forte.
che innanzi: che dinanzi a un padrone coraggioso (" buon ") rende forte il servo.
17.91 I' m'assettai in su quelle spallacce;
m'assettai: mi accomodai.
17.92 sì volli dir, ma la voce non venne
17.93 com'io credetti: "Fa che tu m'abbracce".
17.94 Ma esso, ch'altra volta mi sovvenne
17.95 ad altro forse, tosto ch'i' montai
ad altro forse: in altre situazioni incerte.
17.96 con le braccia m'avvinse e mi sostenne;
17.97 e disse: «Gerion, moviti omai:
Gerion: il Gerione mitologico aveva tre corpi e tre teste; il mostro dantesco ne ha conservato soltanto il nome.
17.98 le rote larghe e lo scender sia poco:
le rote: i giri siano ampi e la discesa sia lenta.
17.99 pensa la nova soma che tu hai».
nova : inconsueta.
17.100 Come la navicella esce di loco
17.101 in dietro in dietro, sì quindi si tolse;
quindi: di lì.
17.102 e poi ch'al tutto si sentì a gioco,
a gioco: a suo agio.
17.103 là 'v'era 'l petto, la coda rivolse,
17.104 e quella tesa, come anguilla, mosse,
17.105 e con le branche l'aere a sé raccolse.
17.106 Maggior paura non credo che fosse
17.107 quando Fetonte abbandonò li freni,
Fetonte: figlio del Sole, ottenne dal padre il permesso di guidare il suo carro celeste, ma non seppe reggere i cavalli (" abbandonò li freni "), per cui il cielo, come ancora appare, si bruciò (" si cosse ") dando origine alla Via Lattea.
17.108 per che 'l ciel, come pare ancor, si cosse;
17.109 né quando Icaro misero le reni
Icaro: figlio di Dedalo, volò col padre da Creta ove erano prigionieri, con l'ausilio di ali formate da penne d'uccello tenute insieme dalla cera. Il giovinetto, volando alto, si accostò troppo al sole e sentì le penne cadere (" spennar ") essendosi liquefatta la cera.
17.110 sentì spennar per la scaldata cera,
17.111 gridando il padre a lui «Mala via tieni!»,
17.112 che fu la mia, quando vidi ch'i' era
che fu la mia: da collegare a " Maggior paura… ", v. I06.
17.113 ne l'aere d'ogne parte, e vidi spenta
spenta: la tenebra della voragine impedisce ogni vista.
17.114 ogne veduta fuor che de la fera.
17.115 Ella sen va notando lenta lenta:
17.116 rota e discende, ma non me n'accorgo
17.117 se non che al viso e di sotto mi venta.
mi venta: mi fa vento.
17.118 Io sentia già da la man destra il gorgo
17.119 far sotto noi un orribile scroscio,
17.120 per che con li occhi 'n giù la testa sporgo.
17.121 Allor fu' io più timido a lo stoscio,
più timido a lo stoscio:più timoroso di saltare giù, di cadere ("stoscio"=salto, caduta).
17.122 però ch'i' vidi fuochi e senti' pianti;
17.123 ond'io tremando tutto mi raccoscio.
17.124 E vidi poi, ché nol vedea davanti,
17.125 lo scendere e 'l girar per li gran mali
17.126 che s'appressavan da diversi canti.
17.127 Come 'l falcon ch'è stato assai su l'ali,
17.128 che sanza veder logoro o uccello
sanza veder: senza aver scorto una preda (" uccello ") ne il richiamo (" logoro " ) delude il falconiere che esclama : " Ohmè tu scendi ", e ritorna sconfitto (" lasso ") là donde era volato pieno di baldanza ( " isnello " ).
17.129 fa dire al falconiere «Omè, tu cali!»,
17.130 discende lasso onde si move isnello,
17.131 per cento rote, e da lunge si pone
e da lunge si pone…: dal falconiere, " perché sa di averlo scontentato, tutto pieno di dispetto e di corruccio " (Torraca).
17.132 dal suo maestro, disdegnoso e fello;
17.133 così ne puose al fondo Gerione
17.134 al piè al piè de la stagliata rocca
al piè al pié: proprio al piede, cioè rasente alla ripida parete rocciosa ( " rocca " ).
17.135 e, discarcate le nostre persone,
discarcate: scaricate, deposte.
17.136 si dileguò come da corda cocca.
cocca: la parte terminale della freccia.
Inferno : Canto 18
18.1 Luogo è in inferno detto Malebolge,
Malebolge: bolgia vuol dire sacca; Malebolge è dunque la parte dell'Inferno che "insacca" (cfr. c. VII, 18) "il mal dell'universo".
18.2 tutto di pietra di color ferrigno,
18.3 come la cerchia che dintorno il volge.
la cerchia: della parete che circonda la voragine.
18.4 Nel dritto mezzo del campo maligno
Nel dritto mezzo: proprio nel mezzo… si apre ("vaneggia") un pozzo… di cui spiegherò la struttura e la funzione ("l'ordigno") a suo luogo ("suo loco", alla latina).
18.5 vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
18.6 di cui suo loco dicerò l'ordigno.
18.7 Quel cinghio che rimane adunque è tondo
Quel cinghio: la parte circolare ("cinghio") che rimane tra il pozzo e la parete rocciosa, cioè Malebolge, è formata da cerchi concentrici ("tondo") ed ha il fondo diviso in dieci fossati ("valli"), cioè in bolge.
18.8 tra 'l pozzo e 'l piè de l'alta ripa dura,
18.9 e ha distinto in dieci valli il fondo.
18.10 Quale, dove per guardia de le mura
Quale: quale aspetto ("figura") presenta ("rende"), dove diversi fossi circondano i castelli per difesa delle mura ("guardia"), il terreno ("la parte") in cui essi sono scavati, tale aspetto ("imagine") qui presentavano le bolge ("quelli"); e, come in tali fortezze dalle soglie sporgono ("son") ponticelli, che raggiungono l'argine esterno ("alla ripa di fuor") del fosso, così dal basso della roccia si staccavano scogli che attraversavano ("ricidien") gli argini e i fossati fino al pozzo che li interrompe ("i tronca") e li riceve ("raccogli").
18.11 più e più fossi cingon li castelli,
18.12 la parte dove son rende figura,
18.13 tale imagine quivi facean quelli;
18.14 e come a tai fortezze da' lor sogli
18.15 a la ripa di fuor son ponticelli,
18.16 così da imo de la roccia scogli
18.17 movien che ricidien li argini e ' fossi
18.18 infino al pozzo che i tronca e raccogli.
18.19 In questo luogo, de la schiena scossi
scossi: fatti discendere.
18.20 di Gerion, trovammoci; e 'l poeta
18.21 tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.
18.22 A la man destra vidi nova pieta,
pieta: pietosa visione.
18.23 novo tormento e novi frustatori,
18.24 di che la prima bolgia era repleta.
repleta: ripiena.
18.25 Nel fondo erano ignudi i peccatori;
18.26 dal mezzo in qua ci venien verso 'l volto,
dal mezzo in qua: la prima bolgia è percorsa da due schiere di dannati, che procedono l'una in senso inverso dall'altra. La prima, che occupa la metà della bolgia dal centro all'argine ove sono i poeti, avanza di fronte; la seconda, che occupa l'altra metà della bolgia, procede mostrando le spalle: cioè va nella stessa direzione di Dante e Virgilio ("con noi"), ma con andatura più veloce ("passi maggiori").
18.27 di là con noi, ma con passi maggiori,
18.28 come i Roman per l'essercito molto,
come i Roman: come i Romani, per l'eccezionale affollamento dovuto ai pellegrini convenuti per il giubileo, nel 1300, hanno trovato ("colto") un sistema ("modo") per far passare la gente sul ponte Sant'Angelo, per cui da un lato di esso tutti avanzavano verso Castel Sant'Angelo e si recavano a San Pietro, e dall'altro lato del ponte andavano verso Monte Giordano.
18.29 l'anno del giubileo, su per lo ponte
18.30 hanno a passar la gente modo colto,
18.31 che da l'un lato tutti hanno la fronte
18.32 verso 'l castello e vanno a Santo Pietro;
18.33 da l'altra sponda vanno verso 'l monte.
18.34 Di qua, di là, su per lo sasso tetro
18.35 vidi demon cornuti con gran ferze,
ferze: sferze, fruste.
18.36 che li battien crudelmente di retro.
18.37 Ahi come facean lor levar le berze
le berze: le calcagna.
18.38 a le prime percosse! già nessuno
18.39 le seconde aspettava né le terze.
18.40 Mentr'io andava, li occhi miei in uno
18.41 furo scontrati; e io sì tosto dissi:
18.42 «Già di veder costui non son digiuno».
non son digiuno: son sazio; cioè, Dante vuol dire che non per la prima volta vede quel dannato, e che lo riconosce.
18.43 Per ch'io a figurarlo i piedi affissi;
affissi: arrestai il passo per meglio ravvisarlo ("figurarlo").
18.44 e 'l dolce duca meco si ristette,
dolce: perché condiscendente.
18.45 e assentio ch'alquanto in dietro gissi.
in dietro: perché il dannato, che procede in direzione opposta a quella di Dante, è già passato, sferzato dai demoni.
18.46 E quel frustato celar si credette
18.47 bassando 'l viso; ma poco li valse,
18.48 ch'io dissi: «O tu che l'occhio a terra gette,
18.49 se le fazion che porti non son false,
se le fazion: se le tue fattezze non sono alterate.
18.50 Venedico se' tu Caccianemico.
Venedico: è Venedico de' Caccianimici, nobile bolognese di parte guelfa, perciò sostenitore dei Geremei contro i Lambertazzi ghibellini; fu podestà ed ebbe altri importanti incarichi.
18.51 Ma che ti mena a sì pungenti salse?».
salse: tormenti.
18.52 Ed elli a me: «Mal volentier lo dico;
18.53 ma sforzami la tua chiara favella,
la tua chiara favella: le tue parole con cui mostri chiaramente d'avermi riconosciuto.
18.54 che mi fa sovvenir del mondo antico.
18.55 I' fui colui che la Ghisolabella
la Ghisolabella: Venedico persuase la propria sorella Ghisolabella, già sposata, a cedere alle voglie del Marchese di Ferrara, Obizzo II d'Este.
18.56 condussi a far la voglia del marchese,
18.57 come che suoni la sconcia novella.
come che suoni: comunque sia stato narrato il turpe episodio ("sconcia novella").
18.58 E non pur io qui piango bolognese;
18.59 anzi n'è questo luogo tanto pieno,
18.60 che tante lingue non son ora apprese
che tante lingue: che non altrettanto numerose sono le lingue ora ammaestrate ("apprese") a dire "sia" ("sipa") nel territorio di Bologna ("tra Sàvena e Reno").
18.61 a dicer "sipa" tra Sàvena e Reno;
18.62 e se di ciò vuoi fede o testimonio,
18.63 rècati a mente il nostro avaro seno».
avaro seno: animo avido di denaro.
18.64 Così parlando il percosse un demonio
18.65 de la sua scuriada, e disse: «Via,
de la sua scuriada: con la sua frusta.
18.66 ruffian! qui non son femmine da conio».
femmine da conio: donne da corrompere, per denaro. Col conio si stampano le monete.
18.67 I' mi raggiunsi con la scorta mia;
18.68 poscia con pochi passi divenimmo
18.69 là 'v'uno scoglio de la ripa uscia.
della ripa uscia: si dipartiva dalla riva.
18.70 Assai leggeramente quel salimmo;
18.71 e vòlti a destra su per la sua scheggia,
scheggia: la cima scheggiata.
18.72 da quelle cerchie etterne ci partimmo.
cerchie: sono i giri che compiono i dannati.
18.73 Quando noi fummo là dov'el vaneggia
vaneggia: è vuoto; al di sotto, per consentire il passaggio.
18.74 di sotto per dar passo a li sferzati,
18.75 lo duca disse: «Attienti, e fa che feggia
Attienti: arrestati e fa' che ti raggiunga ("feggia": ferisca) lo sguardo ("lo viso") di questi altri mal nati, che ancora non hai visto in viso, perché procedevano nella nostra stessa direzione.
18.76 lo viso in te di quest'altri mal nati,
18.77 ai quali ancor non vedesti la faccia
18.78 però che son con noi insieme andati».
18.79 Del vecchio ponte guardavam la traccia
Del: dal.
18.80 che venìa verso noi da l'altra banda,
18.81 e che la ferza similmente scaccia.
18.82 E 'l buon maestro, sanza mia dimanda,
18.83 mi disse: «Guarda quel grande che vene,
18.84 e per dolor non par lagrime spanda:
18.85 quanto aspetto reale ancor ritene!
18.86 Quelli è Iasón, che per cuore e per senno
Iason: Giasone è il mitico eroe che guidò gli argonauti nella Colchide, alla conquista del vello d'oro.
18.87 li Colchi del monton privati féne.
féne: fece, rese privi ("privati").
18.88 Ello passò per l'isola di Lenno,
l'isola di Lenno: gli abitanti dell'isola di Lemno, per punizione imposta da Venere, trascuravano le loro mogli, le quali, colizzatesi, li uccisero tutti. In quest'isola Giasone sedusse la giovane Isifile, figlia del re Toante, la quale prima aveva ingannato le compagne, sottraendo alla morte il padre, all'epoca della strage dei maschi. Per aver abbandonato la fanciulla da lui resa madre, Giasone è punito tra i seduttori e, nell'Inferno, si fa vendetta anche del tradimento perpetrato ai danni di Medea. Figlia di Oeta, re della Colchide, Medea aiutò l'eroe nella conquista del vello d'oro; fuggì poi con lui ma, sebbene gli avesse dato due figli, si vide tradita quando il volubile Giasone si innamorò di Creùsa (o Glauche), figlia di Creonte, re di Corinto.
18.89 poi che l'ardite femmine spietate
18.90 tutti li maschi loro a morte dienno.
18.91 Ivi con segni e con parole ornate
18.92 Isifile ingannò, la giovinetta
18.93 che prima avea tutte l'altre ingannate.
18.94 Lasciolla quivi, gravida, soletta;
18.95 tal colpa a tal martiro lui condanna;
18.96 e anche di Medea si fa vendetta.
18.97 Con lui sen va chi da tal parte inganna:
da tal parte: in questo modo, cioè con la seduzione.
18.98 e questo basti de la prima valle
prima valle: la prima bolgia.
18.99 sapere e di color che 'n sé assanna».
assanna: azzanna, racchiude.
18.100 Già eravam là 've lo stretto calle
calle: il ponticello incrocia con il secondo argine e questo fa da base ("spalle") al ponte che attraversa la seconda bolgia.
18.101 con l'argine secondo s'incrocicchia,
18.102 e fa di quello ad un altr'arco spalle.
18.103 Quindi sentimmo gente che si nicchia
si nicchia: si lamenta. Sono gli adulatori.
18.104 ne l'altra bolgia e che col muso scuffa,
scuffa: soffia rumorosamente con le narici.
18.105 e sé medesma con le palme picchia.
18.106 Le ripe eran grommate d'una muffa,
18.107 per l'alito di giù che vi s'appasta,
vi s'appasta: vi si deposita, formando come una sozza patina che travagliava violentemente la vista e l'olfatto.
18.108 che con li occhi e col naso facea zuffa.
18.109 Lo fondo è cupo sì, che non ci basta
18.110 loco a veder sanza montare al dosso
sanza montare: se non salendo sulla parte più elevata del ponte.
18.111 de l'arco, ove lo scoglio più sovrasta.
18.112 Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso
18.113 vidi gente attuffata in uno sterco
18.114 che da li uman privadi parea mosso.
da li uman privadi: pareva provenire dalle latrine.
18.115 E mentre ch'io là giù con l'occhio cerco,
18.116 vidi un col capo sì di merda lordo,
18.117 che non parea s'era laico o cherco.
che non parea: non appariva chiaro se avesse la chierica o no.
18.118 Quei mi sgridò: «Perché se' tu sì gordo
18.119 di riguardar più me che li altri brutti?».
18.120 E io a lui: «Perché, se ben ricordo,
18.121 già t'ho veduto coi capelli asciutti,
18.122 e se' Alessio Interminei da Lucca:
Alessio Interminei: è il lucchese Interminelli, nobile di parte bianca, vissuto nella seconda metà del secolo XIII.
18.123 però t'adocchio più che li altri tutti».
18.124 Ed elli allor, battendosi la zucca:
18.125 «Qua giù m'hanno sommerso le lusinghe
18.126 ond'io non ebbi mai la lingua stucca».
stucca: stanca, sazia.
18.127 Appresso ciò lo duca «Fa che pinghe»,
che pinghe: che tu spinga, sì da raggiungere ("attinghe").
18.128 mi disse «il viso un poco più avante,
18.129 sì che la faccia ben con l'occhio attinghe
18.130 di quella sozza e scapigliata fante
fante: giovane donna.
18.131 che là si graffia con l'unghie merdose,
18.132 e or s'accoscia e ora è in piedi stante.
18.133 Taide è, la puttana che rispuose
Taide: è la meretrice di cui si parla in una scena dell'"Eunuco" di Terenzio, citata da Cicerone nel "De Amicitia". Trasone (il "drudo suo"), avendole donato una schiava, chiese al mezzano, Gnatone se il regalo fosse giunto gradito. La risposta di Gnatone è qui da Dante attribuita a Taide stessa.
18.134 al drudo suo quando disse "Ho io grazie
grazie: grandi meriti presso ("appo", cfr. lat. "apud") di te.
18.135 grandi apo te?": "Anzi maravigliose!".
18.136 E quinci sien le nostre viste sazie».
quinci: di questa bolgia.
Inferno : Canto 19
19.1 O Simon mago, o miseri seguaci
O Simon mago: è il mago Simone di Samaria il quale, vedendo infondere lo Spirito Santo mediante l'imposizione delle mani, volle anche lui ottenere quel potere, offrendo del denaro agli Apostoli Pietro e Giovanni; per questo fu maledetto da San Pietro (cfr. Atti degli Apostoli VIII, 9 e segg.). Dal suo nome si chiamano simoniaci quelli che fanno mercato delle cose sacre, che sono puniti nella terza bolgia.
19.2 che le cose di Dio, che di bontate
19.3 deon essere spose, e voi rapaci
19.4 per oro e per argento avolterate,
avolterate: adulterate; cioè corrompete e prostituite.
19.5 or convien che per voi suoni la tromba,
19.6 però che ne la terza bolgia state.
19.7 Già eravamo, a la seguente tomba,
tomba: la bolgia e il ponte che l'attraversa.
19.8 montati de lo scoglio in quella parte
19.9 ch'a punto sovra mezzo 'l fosso piomba.
19.10 O somma sapienza, quanta è l'arte
19.11 che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,
19.12 e quanto giusto tua virtù comparte!
e quanto giusto: e quanto giustamente la tua virtù distribuisce le pene e i premi.
19.13 Io vidi per le coste e per lo fondo
19.14 piena la pietra livida di fóri,
19.15 d'un largo tutti e ciascun era tondo.
d'un largo tutti: tutti della medesima larghezza.
19.16 Non mi parean men ampi né maggiori
19.17 che que' che son nel mio bel San Giovanni,
nel mio bel San Giovanni: il Battistero di Firenze (San Giovanni) aveva, presso il fonte battesimale, quattro pozzetti per immergervi i battezzandi; ancora al tempo di Dante il Battesimo si amministrava mediante l'immersione. Dante spezzò uno di questi pozzetti per salvare un bambino che, caduto in acqua, rischiava di annegare. L'episodio avrà dato luogo a calunnie e ad accuse di sacrilegio, che il poeta si fa premura di smentire ( " e questo sia suggel ").
19.18 fatti per loco d'i battezzatori;
19.19 l'un de li quali, ancor non è molt'anni,
19.20 rupp'io per un che dentro v'annegava:
19.21 e questo sia suggel ch'ogn'omo sganni.
19.22 Fuor de la bocca a ciascun soperchiava
soperchiava: sporgeva fino al polpaccio ( " al grosso " ).
19.23 d'un peccator li piedi e de le gambe
19.24 infino al grosso, e l'altro dentro stava.
19.25 Le piante erano a tutti accese intrambe;
19.26 per che sì forte guizzavan le giunte,
le giunte: le giunture, che avrebbero spezzato corde di vimini (" ritorte ") e di fibre intrecciate (" strambe ").
19.27 che spezzate averien ritorte e strambe.
19.28 Qual suole il fiammeggiar de le cose unte
19.29 muoversi pur su per la strema buccia,
per la strema buccia: sulla superficie esterna, come è proprio delle cose grasse (" unte ") quando bruciano.
19.30 tal era lì dai calcagni a le punte.
19.31 «Chi è colui, maestro, che si cruccia
19.32 guizzando più che li altri suoi consorti»,
consorti: compagni di sorte.
19.33 diss'io, «e cui più roggia fiamma succia?».
più roggia: cui più rossa fiamma dà il martirio, e la fiamma più che ardere par suggere (" succia ") la untura.
19.34 Ed elli a me: «Se tu vuo' ch'i' ti porti
19.35 là giù per quella ripa che più giace,
che più giace: che è meno inclinata.
19.36 da lui saprai di sé e de' suoi torti».
19.37 E io: «Tanto m'è bel, quanto a te piace:
m'è bel: mi è gradito.
19.38 tu se' segnore, e sai ch'i' non mi parto
19.39 dal tuo volere, e sai quel che si tace».
quel che si tace: anche i pensieri.
19.40 Allor venimmo in su l'argine quarto:
quarto: se si calcola a partire dalla parete che limita Malebolge. E', cioè, l'argine che separa la terza dalla quarta bolgia.
19.41 volgemmo e discendemmo a mano stanca
a mano stanca: a sinistra, sul fondo forato e angusto (" arto ").
19.42 là giù nel fondo foracchiato e arto.
19.43 Lo buon maestro ancor de la sua anca
19.44 non mi dipuose, sì mi giunse al rotto
non mi dipuose: non mi lasciò allontanare dal suo fianco (" anca ") sino a quando mi condusse al foro (" mi giunse al rotto ") di quello che cosi piangeva con la gamba (" zanca ": cianca).
19.45 di quel che si piangeva con la zanca.
19.46 «O qual che se' che 'l di sù tien di sotto,
19.47 anima trista come pal commessa»,
come pal: piantata come un palo.
19.48 comincia' io a dir, «se puoi, fa motto».
19.49 Io stava come 'l frate che confessa
Io stava: la mia posizione era simile a quella del frate che confessa il perfido assassino, condannato alla propagginazione, cioè ad essere interrato col capo in giù, il quale, dopo che é stato posto nella fossa (" poi ch'è fitto" ), richiama il confessore, per cui ritarda l'esecuzione (" per che la morte cessa ").
19.50 lo perfido assessin, che, poi ch'è fitto,
19.51 richiama lui, per che la morte cessa.
19.52 Ed el gridò: «Se' tu già costì ritto,
19.53 se' tu già costì ritto, Bonifazio?
Bonifazio: Benedetto Caetani, papa dal 1294 al 1303, col nome di Bonifacio VIII. Il dannato che si rivolge a Dante è il pontefice Niccolò III, che si meraviglia della prematura venuta di Bonifacio (" Se' tu già costì "), e crede che gli abbia mentito " lo scritto ", cioè il libro del futuro che i dannati sono in grado di leggere. Siamo, infatti, nel 1300, e Bonifacio VIII morrà nel 1303. Tutto l'equivoco, per cui Niccolò scambia Dante con Bonifacio, dipende dal fatto che i simoniaci sono capofitti nel foro e non vedono all'esterno.
19.54 Di parecchi anni mi mentì lo scritto.
19.55 Se' tu sì tosto di quell'aver sazio
Se' tu: sei tu così presto sazio di quelle ricchezze (" aver ") per le quali non esitasti a prendere con inganno la bella signora (" donna " : cfr., lat. domina), cioè la Chiesa, ed a farne scempio? L'" inganno" allude alla voce secondo la quale Bonifacio avrebbe influito sul debole Celestino V per condurlo all'abdicazione in altro luogo stigmatizzata da Dante (cfr. c. III, 59 e n.).
19.56 per lo qual non temesti tòrre a 'nganno
19.57 la bella donna, e poi di farne strazio?».
19.58 Tal mi fec'io, quai son color che stanno,
quai son: come sono quelli che per non aver capito ciò che loro vien detto, restano confusi (" stanno… scornati ") e non sanno rispondere.
19.59 per non intender ciò ch'è lor risposto,
19.60 quasi scornati, e risponder non sanno.
19.61 Allor Virgilio disse: «Dilli tosto:
19.62 "Non son colui, non son colui che credi"»;
19.63 e io rispuosi come a me fu imposto.
19.64 Per che lo spirto tutti storse i piedi;
storse i piedi: è l'unica manifestazione di dolore concessa a questi spiriti capovolti.
19.65 poi, sospirando e con voce di pianto,
19.66 mi disse: «Dunque che a me richiedi?
19.67 Se di saper ch'i' sia ti cal cotanto,
ti cal: ti sta a cuore.
19.68 che tu abbi però la ripa corsa,
però: per questo.
19.69 sappi ch'i' fui vestito del gran manto;
gran manto: il manto dei pontefici (cfr. c. II, 27).
19.70 e veramente fui figliuol de l'orsa,
figliuol de l'orsa: Niccolò III, al secolo Giovanni Gaetano Orsini (" dell'orsa ") fu così avido, per favorire i suoi parenti (" per avanzar li orsatti "), che, sulla terra, mise in borsa le ricchezze (" su l'avere ") e, nell'Inferno, per conseguenza cacciò sè stesso nella bolgia (" borsa ") dei simoniaci.
19.71 cupido sì per avanzar li orsatti,
19.72 che sù l'avere e qui me misi in borsa.
19.73 Di sotto al capo mio son li altri tratti
tratti: trascinati. Sono i suoi predecessori.
19.74 che precedetter me simoneggiando,
19.75 per le fessure de la pietra piatti.
19.76 Là giù cascherò io altresì quando
19.77 verrà colui ch'i' credea che tu fossi
colui: Bonifacio VIII. Man mano che giunge un nuovo dannato, occupa il posto dell'ultimo arrivato, con le gambe sporgenti dal foro e gli altri che lo han preceduto scendono verso il basso.
19.78 allor ch'i' feci 'l sùbito dimando.
19.79 Ma più è 'l tempo già che i piè mi cossi
Ma più: il tempo di questa mia pena é più lungo di quello che toccherà a lui. Infatti Niccolò, morto nel 1280; sarà sostituito da Bonifacio nel 1303; e il nuovo simoniaco, Clemente V, giungerà nel 1314.
19.80 e ch'i' son stato così sottosopra,
19.81 ch'el non starà piantato coi piè rossi:
19.82 ché dopo lui verrà di più laida opra
di più laida opra: più vergognosamente colpevole di simonia.
19.83 di ver' ponente, un pastor sanza legge,
di ver' ponente: dalla Francia. Clemente V, al secolo Bertrand de Got, fu arcivescovo di Bordeaux; fu pastore " sanza legge ", simile a Giasone, di cui si legge, nel II libro dei Maccabei, che comprò da Antioco, re di Siria, il pontificato per servirsene a scopi personali. E come verso Giasone fu indulgente ed incline il re Antioco, così Filippo il Bello (" chi Francia regge " ) sarà arrendevole ( " molle " ) verso di lui, ottenendo però in cambio indegne concessioni, tra cui il trasferimento della Santa Sede in Avignone.
19.84 tal che convien che lui e me ricuopra.
19.85 Novo Iasón sarà, di cui si legge
19.86 ne' Maccabei; e come a quel fu molle
19.87 suo re, così fia lui chi Francia regge».
19.88 Io non so s'i' mi fui qui troppo folle,
19.89 ch'i' pur rispuosi lui a questo metro:
metro : tono. Cioè: Niccolò ha citato il libro dei Maccabei e Dante replica sulla base del Vangelo e degli Atti degli Apostoli; e chiede: quale somma pretese Nostro Signore da San Pietro per affidargli le chiavi del Paradiso?….
19.90 «Deh, or mi dì : quanto tesoro volle
19.91 Nostro Segnore in prima da san Pietro
19.92 ch'ei ponesse le chiavi in sua balìa?
19.93 Certo non chiese se non "Viemmi retro".
19.94 Né Pier né li altri tolsero a Matia
Né Pier: Né Pietro, né gli altri Apostoli chiesero denaro a Mattia, quando dalla sorte fu chiamato a prendere il posto di Giuda (" l'anima ria ").
19.95 oro od argento, quando fu sortito
19.96 al loco che perdé l'anima ria.
19.97 Però ti sta, ché tu se' ben punito;
19.98 e guarda ben la mal tolta moneta
guarda: conserva, custodisci (cfr. francese garder).
19.99 ch'esser ti fece contra Carlo ardito.
contra Carlo ardito: Niccolò III avversò Carlo I d'Angiò, facendosi forte del denaro estorto con l'appropriazione indebita delle decime.
19.100 E se non fosse ch'ancor lo mi vieta
19.101 la reverenza delle somme chiavi
somme chiavi: le chiavi di San Pietro (cfr. n. 89).
19.102 che tu tenesti ne la vita lieta,
19.103 io userei parole ancor più gravi;
19.104 ché la vostra avarizia il mondo attrista,
19.105 calcando i buoni e sollevando i pravi.
19.106 Di voi pastor s'accorse il Vangelista,
s'accorse il Vangelista: San Giovanni Evangelista nell'Apocalisse raffigurò nella meretrice la Roma pagana. Dante, variando i valori simbolici, nella donna identifica la Chiesa corrotta, che estende il suo dominio sui popoli (" sopra l'acque "), disposta a fornicare (" puttaneggiar") coi potenti della terra. Le sette teste sarebbero i sette doni dello Spirito Santo o i Sacramenti, da cui la Chiesa prese vita (" nacque ") e le dieci corna sarebbero i comandamenti di Dio, che le diedero forza ( " argomento " ) finché il papa ( " suo marito " ) fu virtuoso.
19.107 quando colei che siede sopra l'acque
19.108 puttaneggiar coi regi a lui fu vista;
19.109 quella che con le sette teste nacque,
19.110 e da le diece corna ebbe argomento,
19.111 fin che virtute al suo marito piacque.
19.112 Fatto v'avete Dio d'oro e d'argento;
19.113 e che altro è da voi a l'idolatre,
e che altro: e che differenza c'è tra voi e gli idolatri.
19.114 se non ch'elli uno, e voi ne orate cento?
19.115 Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
19.116 non la tua conversion, ma quella dote
quella dote: la donazione con cui Costantino cedette Roma a papa Silvestro, che fu il primo papa ricco (" ricco patre "). Lorenzo Valla, nel sec. XV, dimostrò esser falsa tale donazione, ritenuta autentica ancora ai tempi di Dante.
19.117 che da te prese il primo ricco patre!».
19.118 E mentr'io li cantava cotai note,
19.119 o ira o coscienza che 'l mordesse,
19.120 forte spingava con ambo le piote.
spingava: scalciava con entrambe le piante dei piedi (" piote ").
19.121 I' credo ben ch'al mio duca piacesse,
19.122 con sì contenta labbia sempre attese
labbia: aspetto (cfr. c. XIV, 67).
19.123 lo suon de le parole vere espresse.
19.124 Però con ambo le braccia mi prese;
19.125 e poi che tutto su mi s'ebbe al petto,
19.126 rimontò per la via onde discese.
la via: il pendio dell'argine.
19.127 Né si stancò d'avermi a sé distretto,
distretto: stretto a sè.
19.128 sì men portò sovra 'l colmo de l'arco
19.129 che dal quarto al quinto argine è tragetto.
tragetto : passaggio.
19.130 Quivi soavemente spuose il carco,
spuose: depose il carico.
19.131 soave per lo scoglio sconcio ed erto
sconcio: impraticabile.
19.132 che sarebbe a le capre duro varco.
19.133 Indi un altro vallon mi fu scoperto.
un altro vallon: la valle formata dalla quarta bolgia.
Inferno : Canto 20
20.1 Di nova pena mi conven far versi
20.2 e dar matera al ventesimo canto
20.3 de la prima canzon ch'è d'i sommersi.
canzon : cantica.
20.4 Io era già disposto tutto quanto
20.5 a riguardar ne lo scoperto fondo,
20.6 che si bagnava d'angoscioso pianto;
20.7 e vidi gente per lo vallon tondo
20.8 venir, tacendo e lagrimando, al passo
al passo : lentamente, come chi avanza recitando le litanie (" letane ") in questo mondo.
20.9 che fanno le letane in questo mondo.
20.10 Come 'l viso mi scese in lor più basso,
20.11 mirabilmente apparve esser travolto
esser travolto ciascun: ciascuno, di questa nuova schiera di dannati, era volto al contrario (" travolto ") nel punto ove il mento sovrasta il busto (" casso "), poiché il viso era girato (" tornato ") dalla parte delle reni ed era necessario che camminasse all'indietro, dato che a ciascuno era impedito vedere davanti.
20.12 ciascun tra 'l mento e 'l principio del casso;
20.13 ché da le reni era tornato 'l volto
20.14 e in dietro venir li convenia,
20.15 perché 'l veder dinanzi era lor tolto.
20.16 Forse per forza già di parlasia
parlasia : paralisi.
20.17 si travolse così alcun del tutto;
20.18 ma io nol vidi, né credo che sia.
20.19 Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto
20.20 di tua lezione, or pensa per te stesso
di tua lezione: dalla lettura del poema.
20.21 com'io potea tener lo viso asciutto,
20.22 quando la nostra imagine di presso
la nostra imagine: la figura umana così deformata, che le lacrime bagnavano il posteriore lungo la fenditura (" fesso ") dei glutei.
20.23 vidi sì torta, che 'l pianto de li occhi
20.24 le natiche bagnava per lo fesso.
20.25 Certo io piangea, poggiato a un de' rocchi
rocchi: sporgenze rocciose.
20.26 del duro scoglio, sì che la mia scorta
20.27 mi disse: «Ancor se' tu de li altri sciocchi?
sciocchi: coloro che hanno compassione dei malvagi.
20.28 Qui vive la pietà quand'è ben morta;
Qui: in questa bolgia, dove i dannati sono consapevoli di aver voluto usurpare prerogative divine, la pietà consiste nel non aver pietà.
20.29 chi è più scellerato che colui
che colui: passo oscuro, di cui sono possibili almeno due spiegazioni. La prima è che nessuno è più scellerato di colui che s'impietosisce per gli effetti del giudizio divino. Ma che Virgilio dia a Dante dello " scellerato " oltre che dello " sciocco " è parso un po' forte. Si è fatta perciò strada un'altra interpretazione, che nessuno, cioè, è più scellerato di colui, che pretendendo di conoscere il futuro, rende passivo (" passion comporta ") il giudizio divino.
20.30 che al giudicio divin passion comporta?
20.31 Drizza la testa, drizza, e vedi a cui
a cui: Anfiarao, al quale, davanti agli occhi dei Tebani, si aperse la terra di sotto, per cui quelli gli gridavano: "Dove precipiti ( " rui "), perché abbandoni il combattimento?". Anfiarao aveva previsto la sua tragica fine e si nascose; ma fu tradito dalla moglie Erifile e costretto a seguire Polínice nella guerra dei sette contro Tebe, ove la sua previsione si avverò (cfr. Purg. c. XII, 50 e n.).
20.32 s'aperse a li occhi d'i Teban la terra;
20.33 per ch'ei gridavan tutti: "Dove rui,
20.34 Anfiarao? perché lasci la guerra?".
20.35 E non restò di ruinare a valle
20.36 fino a Minòs che ciascheduno afferra.
20.37 Mira c'ha fatto petto de le spalle:
20.38 perché volle veder troppo davante,
20.39 di retro guarda e fa retroso calle.
20.40 Vedi Tiresia, che mutò sembiante
Tiresia: indovino tebano il quale, avendo separato due serpenti in amore, fu trasformato in femmina; e gli fu necessario, sette anni dopo ( " poi " ), battere di nuovo con un bastoncello i due serpenti, ancora una volta in amore (" avvolti"), prima di riassumere sembianze (" penne ") maschili (cfr. Ovidio: Metamorfosi III, 324, segg.).
20.41 quando di maschio femmina divenne
20.42 cangiandosi le membra tutte quante;
20.43 e prima, poi, ribatter li convenne
20.44 li duo serpenti avvolti, con la verga,
20.45 che riavesse le maschili penne.
20.46 Aronta è quel ch'al ventre li s'atterga,
Aronta: é Arunte, aruspice etrusco, il quale oscuramente predisse la vittoria di Cesare su Pompeo; abitava nei monti di Luni, antica città etrusca presso la foce della Magra, dove i Carraresi, che vivono nella pianura sottostante, lavorano la campagna con la roncola (donde il verbo " ronca "). Arunte " s'atterga al ventre " di Tiresia, cioè segue l'altro che, come s'è detto, cammina all'indietro ed ha il ventre al posto delle spalle (terga).
20.47 che ne' monti di Luni, dove ronca
20.48 lo Carrarese che di sotto alberga,
20.49 ebbe tra ' bianchi marmi la spelonca
20.50 per sua dimora; onde a guardar le stelle
20.51 e 'l mar no li era la veduta tronca.
20.52 E quella che ricuopre le mammelle,
20.53 che tu non vedi, con le trecce sciolte,
20.54 e ha di là ogne pilosa pelle,
20.55 Manto fu, che cercò per terre molte;
Manto: figlia di Tiresia; fuggita da Tebe, vagò per molte terre in cerca di rifugio, finché prese dimora nel luogo dove poi fu costruita Mantova, città che da lei prese il nome e che diede i natali a Virgilio.
20.56 poscia si puose là dove nacqu'io;
20.57 onde un poco mi piace che m'ascolte.
20.58 Poscia che 'l padre suo di vita uscìo,
20.59 e venne serva la città di Baco,
e venne serva: quando Tebe, città sacra a Bacco, cadde in potere di Creonte, dopo la morte di Eteocle e Polinice.
20.60 questa gran tempo per lo mondo gio.
20.61 Suso in Italia bella giace un laco,
un laco: il lago di Garda o Benaco.
20.62 a piè de l'Alpe che serra Lamagna
Lamagna : Alemagna, Germania.
20.63 sovra Tiralli, c'ha nome Benaco.
Tiralli: castello presso Merano, sede dei conti del Tirolo.
20.64 Per mille fonti, credo, e più si bagna
20.65 tra Garda e Val Camonica e Pennino
tra Garda: il territorio compreso tra Garda, Valcamonica e le Alpi, (chiamate al tempo di Dante Alpes Apenninae), è bagnato da mille e più corsi d'acqua che confluiscono nel detto lago; e, nel mezzo, vi è il punto d'incrocio, che segna il confine delle diocesi e che è sotto comune giurisdizione dei vescovi dl Trento, Brescia e Verona, i quali potrebbero tutti impartire la benedizione (" segnar ") ammesso che volessero recarvisi.
20.66 de l'acqua che nel detto laco stagna.
20.67 Loco è nel mezzo là dove 'l trentino
20.68 pastore e quel di Brescia e 'l veronese
20.69 segnar poria, s'e' fesse quel cammino.
20.70 Siede Peschiera, bello e forte arnese
Peschiera : è la bella e forte rocca (" arnese ") capace di fronteggiare Bresciani e Bergamaschi. Qui confluiscono le acque che non possono essere contenute dal Garda e l'emissario che se ne forma, come l'acqua comincia (" mette co ") a scorrere, prende il nome di Mincio, fino a Governolo (" Governol "), dove si getta nel Po.
20.71 da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,
20.72 ove la riva 'ntorno più discese.
20.73 Ivi convien che tutto quanto caschi
20.74 ciò che 'n grembo a Benaco star non può,
20.75 e fassi fiume giù per verdi paschi.
20.76 Tosto che l'acqua a correr mette co,
20.77 non più Benaco, ma Mencio si chiama
20.78 fino a Governol, dove cade in Po.
20.79 Non molto ha corso, ch'el trova una lama,
lama : una depressione.
20.80 ne la qual si distende e la 'mpaluda;
20.81 e suol di state talor essere grama.
grama : malsana.
20.82 Quindi passando la vergine cruda
la vergine cruda: la fiera e selvaggia fanciulla è Manto.
20.83 vide terra, nel mezzo del pantano,
20.84 sanza coltura e d'abitanti nuda.
20.85 Lì, per fuggire ogne consorzio umano,
20.86 ristette con suoi servi a far sue arti,
20.87 e visse, e vi lasciò suo corpo vano.
vano: vuoto perché senz'anima.
20.88 Li uomini poi che 'ntorno erano sparti
20.89 s'accolsero a quel loco, ch'era forte
20.90 per lo pantan ch'avea da tutte parti.
20.91 Fer la città sovra quell'ossa morte;
Fer: fecero, fondarono.
20.92 e per colei che 'l loco prima elesse,
20.93 Mantua l'appellar sanz'altra sorte.
sanz'altra sorte: senza interrogare gli oracoli.
20.94 Già fuor le genti sue dentro più spesse,
più spesse: più numerose.
20.95 prima che la mattia da Casalodi
prima che la mattia: prima che la stoltezza del guelfo conte Alberto Casalodi fosse ingannata dal ghibellino Pinamonte de' Bonacolsi il quale, nel 1272, si impadronì della città.
20.96 da Pinamonte inganno ricevesse.
20.97 Però t'assenno che, se tu mai odi
t'assenno: ti avverto, ti ammonisco.
20.98 originar la mia terra altrimenti,
20.99 la verità nulla menzogna frodi».
la verità: nessuna menzogna prenda il posto (" frodi ") della verità.
20.100 E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti
20.101 mi son sì certi e prendon sì mia fede,
20.102 che li altri mi sarien carboni spenti.
20.103 Ma dimmi, de la gente che procede,
20.104 se tu ne vedi alcun degno di nota;
20.105 ché solo a ciò la mia mente rifiede».
rifiede: ferisce di nuovo, torna a mirare.
20.106 Allor mi disse: «Quel che da la gota
Quel: é Euripilo, l'indovino che al tempo della guerra di Troia, quando la Grecia si trovò ad essere deserta degli uomini partiti all'assedio, sì che appena vi rimasero i bambini nella culla, insieme con Calcante scelse il momento ( " 'l punto " ) per salpare (" tagliar la prima fune ") dal porto di Aulide.
20.107 porge la barba in su le spalle brune,
20.108 fu - quando Grecia fu di maschi vòta,
20.109 sì ch'a pena rimaser per le cune -
20.110 augure, e diede 'l punto con Calcanta
20.111 in Aulide a tagliar la prima fune.
20.112 Euripilo ebbe nome, e così 'l canta
20.113 l'alta mia tragedìa in alcun loco:
tragedìa : l'Eneide (cfr. c. II, 114 e segg.). Tragedia è per Dante un componimento d'argomento e di stile elevati.
20.114 ben lo sai tu che la sai tutta quanta.
20.115 Quell'altro che ne' fianchi è così poco,
ne' fianchi…: è cosi scarno nei fianchi.
20.116 Michele Scotto fu, che veramente
Michele Scotto: scozzese di nascita, fu astrologo di Federico II e tradusse in latino alcune opere di Aristotele.
20.117 de le magiche frode seppe 'l gioco.
20.118 Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,
Guido Bonatti: forlivese, fu astrologo di Guido da Montefeltro; Asdente è maestro Benvenuto di Parma, ciabattino dedicatosi alla scienza della divinazione. Salimbene afferma che fu chiamato Asdente (= senza denti) per scherno, in quanto i denti grossi e irregolari quasi gli impedivano di parlare.
20.119 ch'avere inteso al cuoio e a lo spago
20.120 ora vorrebbe, ma tardi si pente.
20.121 Vedi le triste che lasciaron l'ago,
20.122 la spuola e 'l fuso, e fecersi 'ndivine;
20.123 fecer malie con erbe e con imago.
20.124 Ma vienne omai, ché già tiene 'l confine
20.125 d'amendue li emisperi e tocca l'onda
20.126 sotto Sobilia Caino e le spine;
Caino e le spine: secondo un'antica credenza popolare si scorgerebbe Caino con un fascio di spine (cfr. Par. II, 51) nella luna; questa tocca il mare sotto Siviglia (" Sobilia ") e si trova ora al confine tra i due emisferi, cioè tramonta. Poiché la notte precedente ci fu plenilunio (" tonda ") si calcola che siano le sei del mattino.
20.127 e già iernotte fu la luna tonda:
20.128 ben ten de' ricordar, ché non ti nocque
non ti nocque: ti giovò (litote).
20.129 alcuna volta per la selva fonda».
20.130 Sì mi parlava, e andavamo introcque.
introcque: intanto (cfr. latino inter hoc).
Inferno : Canto 21
21.1 Così di ponte in ponte, altro parlando
di ponte in ponte: dal ponte della quarta bolgia a quello della quinta.
21.2 che la mia comedìa cantar non cura,
21.3 venimmo; e tenavamo 'l colmo, quando
'l colmo: la parte più elevata, come in c. XIX, 128.
21.4 restammo per veder l'altra fessura
fessura: la quinta bolgia.
21.5 di Malebolge e li altri pianti vani;
21.6 e vidila mirabilmente oscura.
21.7 Quale ne l'arzanà de' Viniziani
arzanà: l'arsenale di Venezia.
21.8 bolle l'inverno la tenace pece
21.9 a rimpalmare i legni lor non sani,
a rimpalmare: per spalmare di nuovo le loro navi colpite da avaria (" non sani "), che non possono navigare; e invece di prendere il mare ( " in quella vece ")….
21.10 ché navicar non ponno - in quella vece
21.11 chi fa suo legno novo e chi ristoppa
ristoppa: tura con nuova stoppa le falle delle fiancate.
21.12 le coste a quel che più viaggi fece;
21.13 chi ribatte da proda e chi da poppa;
ribatte: ribadisce le parti inchiodate.
21.14 altri fa remi e altri volge sarte;
volge sarte: attorciglia le sartie, chi attoppa la vela minore (" terzeruolo "), chi la maggiore (" artimon ").
21.15 chi terzeruolo e artimon rintoppa -;
21.16 tal, non per foco, ma per divin'arte,
21.17 bollia là giuso una pegola spessa,
pegola: pece (cfr. impegolare), che imbrattava con la sua viscosità (" 'nviscava ").
21.18 che 'nviscava la ripa d'ogne parte.
21.19 I' vedea lei, ma non vedea in essa
I' vedea lei: io vedevo la pece, ma non vi scorgevo altro che (" mai che ") le bolle.
21.20 mai che le bolle che 'l bollor levava,
21.21 e gonfiar tutta, e riseder compressa.
riseder: riabbassarsi di livello.
21.22 Mentr'io là giù fisamente mirava,
21.23 lo duca mio, dicendo «Guarda, guarda!»,
Guarda, guarda!: bada, bada!.
21.24 mi trasse a sé del loco dov'io stava.
21.25 Allor mi volsi come l'uom cui tarda
l'uom cui tarda: l'uomo ansioso di vedere (" cui tarda di veder ") ciò che gli é necessario (" convien ") evitare e al quale l'improvvisa paura toglie gagliardia ( " sgagliarda " ); e che, sebbene continui a guardare (" per veder "), non indugia a fuggire.
21.26 di veder quel che li convien fuggire
21.27 e cui paura sùbita sgagliarda,
21.28 che, per veder, non indugia 'l partire:
21.29 e vidi dietro a noi un diavol nero
21.30 correndo su per lo scoglio venire.
su per lo scoglio: su per il ponte ove Dante si trova.
21.31 Ahi quant'elli era ne l'aspetto fero!
21.32 e quanto mi parea ne l'atto acerbo,
acerbo : crudele nell'atteggiamento (" atto ").
21.33 con l'ali aperte e sovra i piè leggero!
21.34 L'omero suo, ch'era aguto e superbo,
L'omero suo: un peccatore gravava (" carcava " ) le sue spalle che erano ben rilevate e ossute, con entrambi i fianchi, e il diavolo ("quei") teneva stretto il collo dei piedi (" nerbo ").
21.35 carcava un peccator con ambo l'anche,
21.36 e quei tenea de' piè ghermito 'l nerbo.
21.37 Del nostro ponte disse: «O Malebranche,
Del : dal. Malebranche : nome generico dei diavoli di questa bolgia.
21.38 ecco un de li anzian di Santa Zita!
anzian di santa Zita: magistrati della Signoria di Lucca, ove era particolarmente venerata santa Zita. Si tratterebbe, stando alla testimonianza di un antico commentatore, di un certo Martino Bottaio (morto nel 1300), forse compagno in baratteria con il Bonturo nominato al v.41.
21.39 Mettetel sotto, ch'i' torno per anche
sotto: sotto la pece bollente.
21.40 a quella terra che n'è ben fornita:
a quella terra: alla città di Lucca che é ben fornita di barattieri.
21.41 ogn'uom v'è barattier, fuor che Bonturo;
Bonturo: è Bonturo Dati, capo del partito popolare di Lucca, e famoso barattiere: la frase, quindi è ironica. Barattiere è chi trae illeciti guadagni dal pubblico denaro e chi prostituisce la giustizia. Ciò spiega il tono forense del v. seg., con la presenza del lat. " ita ".
21.42 del no, per li denar vi si fa ita».
del no: per denaro il no diventa sì ("ita " : cfr. lat. ita est: é cosi).
21.43 Là giù 'l buttò, e per lo scoglio duro
21.44 si volse; e mai non fu mastino sciolto
21.45 con tanta fretta a seguitar lo furo.
a seguitar lo furo: ad inseguire un ladro (cfr. lat. fur).
21.46 Quel s'attuffò, e tornò sù convolto;
convolto: raccolto nelle membra e mostrando la schiena.
21.47 ma i demon che del ponte avean coperchio,
avean coperchio: erano coperti dal ponte, cioè vi stavano sotto.
21.48 gridar: «Qui non ha loco il Santo Volto:
Qui non ha loco: qui non c'è il Santo Volto, cioè un antico crocifisso di legno, davanti al quale i Lucchesi usavano inchinarsi, in atto somigliante a quello del dannato, tornato a galla tutto " convolto ".
21.49 qui si nuota altrimenti che nel Serchio!
Serchio: fiume presso Lucca. Continua la crudele ironia del v. precedente.
21.50 Però, se tu non vuo' di nostri graffi,
21.51 non far sopra la pegola soverchio».
non far: non soperchiare, non venire a galla; sì da star sopra la pece.
21.52 Poi l'addentar con più di cento raffi,
raffi : uncini.
21.53 disser: «Coverto convien che qui balli,
21.54 sì che, se puoi, nascosamente accaffi».
nascosamente accaffi: arraffi di nascosto qualcosa sotto la pece, come, in vita, occulti guadagni ti procurò la baratteria.
21.55 Non altrimenti i cuoci a' lor vassalli
21.56 fanno attuffare in mezzo la caldaia
21.57 la carne con li uncin, perché non galli.
non galli: non galleggi.
21.58 Lo buon maestro «Acciò che non si paia
21.59 che tu ci sia», mi disse, «giù t'acquatta
21.60 dopo uno scheggio, ch'alcun schermo t'aia;
dopo: dietro (cfr. lat. post) una sporgenza che ti offra riparo (" schermo ").
21.61 e per nulla offension che mi sia fatta,
e per nulla offension: e per qualsiasi offesa mi possa esser fatta, non temere, che queste cose mi sono note (" conte " : cognite), e già altra volta mi trovai a simile contesa (cfr. c. IX, 22 e segg.).
21.62 non temer tu, ch'i' ho le cose conte,
21.63 perch'altra volta fui a tal baratta».
21.64 Poscia passò di là dal co del ponte;
dal co: dal capo.
21.65 e com'el giunse in su la ripa sesta,
ripa sesta: quella tra la quinta e la sesta bolgia.
21.66 mestier li fu d'aver sicura fronte.
21.67 Con quel furore e con quella tempesta
21.68 ch'escono i cani a dosso al poverello
21.69 che di sùbito chiede ove s'arresta,
chiede: domanda l'elemosina dal punto in cui la furia dei cani l'ha costretto a fermarsi.
21.70 usciron quei di sotto al ponticello,
21.71 e volser contra lui tutt'i runcigli;
runcigli : roncigli, uncini.
21.72 ma el gridò: «Nessun di voi sia fello!
fello : ribaldo.
21.73 Innanzi che l'uncin vostro mi pigli,
21.74 traggasi avante l'un di voi che m'oda,
21.75 e poi d'arruncigliarmi si consigli».
21.76 Tutti gridaron: «Vada Malacoda!»;
Malacoda: é il primo dei numerosi diavoli presentati da Dante in questo canto.
21.77 per ch'un si mosse - e li altri stetter fermi -,
21.78 e venne a lui dicendo: «Che li approda?».
Che li approda?: che gli giova? A cosa gli serve?.
21.79 «Credi tu, Malacoda, qui vedermi
21.80 esser venuto», disse 'l mio maestro,
21.81 «sicuro già da tutti vostri schermi,
schermi : ostacoli.
21.82 sanza voler divino e fato destro?
destro : favorevole, propizio.
21.83 Lascian'andar, ché nel cielo è voluto
21.84 ch'i' mostri altrui questo cammin silvestro».
21.85 Allor li fu l'orgoglio sì caduto,
21.86 ch'e' si lasciò cascar l'uncino a' piedi,
21.87 e disse a li altri: «Omai non sia feruto».
feruto : ferito.
21.88 E 'l duca mio a me: «O tu che siedi
21.89 tra li scheggion del ponte quatto quatto,
21.90 sicuramente omai a me ti riedi».
21.91 Per ch'io mi mossi, e a lui venni ratto;
21.92 e i diavoli si fecer tutti avanti,
21.93 sì ch'io temetti ch'ei tenesser patto;
temetti ch'ei: costruzione latineggiante, come timeo ut per cui si desidera ciò che si teme; e Dante qui desidera che i diavoli mantengano la promessa del v.87. Della costruzione analoga a quella latina di timeo ne, per cui si teme una cosa indesiderata, ci sono diversi esempi nel poema (cfr. Inf. XVII, 76; XXII, 92).
21.94 così vid'io già temer li fanti
21.95 ch'uscivan patteggiati di Caprona,
Caprona: castello dei Pisani, conquistato dai Fiorentini e Lucchesi nel 1289, l'anno in cui Dante combatté a Campaldino. I difensori si arresero a patto di aver salva la vita.
21.96 veggendo sé tra nemici cotanti.
21.97 I' m'accostai con tutta la persona
21.98 lungo 'l mio duca, e non torceva li occhi
21.99 da la sembianza lor ch'era non buona.
21.100 Ei chinavan li raffi e «Vuo' che 'l tocchi»,
21.101 diceva l'un con l'altro, «in sul groppone?».
21.102 E rispondien: «Sì, fa che gliel'accocchi!».
accocchi: aggiusti, assesti. .
21.103 Ma quel demonio che tenea sermone
21.104 col duca mio, si volse tutto presto,
21.105 e disse: «Posa, posa, Scarmiglione!».
21.106 Poi disse a noi: «Più oltre andar per questo
21.107 iscoglio non si può, però che giace
21.108 tutto spezzato al fondo l'arco sesto.
l'arco sesto: il ponte sulla sesta bolgia.
21.109 E se l'andare avante pur vi piace,
21.110 andatevene su per questa grotta;
grotta: l'argine roccioso tra la quinta e la sesta bolgia.
21.111 presso è un altro scoglio che via face.
che via face: che consente il passaggio. Ma è una maligna bugia.
21.112 Ier, più oltre cinqu'ore che quest'otta,
Ier…: Ieri, all'ora che ne conta oltre cinque più di quest'ora (" otta "), si sono compiuti 1266 anni da che questa via fu interrotta. Il terremoto che causò le interruzioni (cfr. c. XII, 37-45) avvenne alla morte di Cristo. E poiché, secondo Dante (cfr. Conv. IV, XXIII, 10-11) Cristo morì nel suo 34° anno, quasi all'ora sesta, cioè a mezzogiorno, si ha: 1266 + 34 = 1300, giorno del Venerdì Santo, in cui comincia il viaggio oltremondano (cfr. c. I, 1). Riguardo all'ora si ha: 12 - 5 = 7. Sono cioè circa le sette del mattino; è trascorsa circa un'ora da quando Dante é giunto al ponte della quinta bolgia (cfr. c. XX 124 e n. 126).
21.113 mille dugento con sessanta sei
21.114 anni compié che qui la via fu rotta.
21.115 Io mando verso là di questi miei
21.116 a riguardar s'alcun se ne sciorina;
se ne sciorina: si solleva sulla pece emergendo.
21.117 gite con lor, che non saranno rei».
21.118 «Tra'ti avante, Alichino, e Calcabrina»,
21.119 cominciò elli a dire, «e tu, Cagnazzo;
21.120 e Barbariccia guidi la decina.
la decina: la squadra di dieci diavoli.
21.121 Libicocco vegn'oltre e Draghignazzo,
21.122 Ciriatto sannuto e Graffiacane
21.123 e Farfarello e Rubicante pazzo.
21.124 Cercate 'ntorno le boglienti pane;
Cercate 'ntorno: controllate le bollenti panie.
21.125 costor sian salvi infino a l'altro scheggio
21.126 che tutto intero va sovra le tane».
tane : bolge.
21.127 «Omè, maestro, che è quel ch'i' veggio?»,
21.128 diss'io, «deh, sanza scorta andianci soli,
21.129 se tu sa' ir; ch'i' per me non la cheggio.
21.130 Se tu se' sì accorto come suoli,
21.131 non vedi tu ch'e' digrignan li denti,
21.132 e con le ciglia ne minaccian duoli?».
e con le ciglia: con l'ammiccare degli sguardi.
21.133 Ed elli a me: «Non vo' che tu paventi;
21.134 lasciali digrignar pur a lor senno,
21.135 ch'e' fanno ciò per li lessi dolenti».
li lessi dolenti: i dannati bolliti nella pece.
21.136 Per l'argine sinistro volta dienno;
Per l'argine sinistro: voltarono a sinistra.
21.137 ma prima avea ciascun la lingua stretta
21.138 coi denti, verso lor duca, per cenno;
per cenno: come invito a dare un sonoro segnale di partenza, che non tarda a venire (v. 139).
21.139 ed elli avea del cul fatto trombetta.
Inferno : Canto 22
22.1 Io vidi già cavalier muover campo,
muover campo: mettersi in cammino.
22.2 e cominciare stormo e far lor mostra,
stormo: assalto; e schierarsi per la rassegna (" far lor mostra ").
22.3 e talvolta partir per loro scampo;
partir: ritirarsi per cercare scampo.
22.4 corridor vidi per la terra vostra,
corridor : avanguardie esploranti.
22.5 o Aretini, e vidi gir gualdane,
gualdane: incursioni dl cavalleria.
22.6 fedir torneamenti e correr giostra;
fedir torneamenti: combattere tornei e gareggiare nelle giostre.
22.7 quando con trombe, e quando con campane,
22.8 con tamburi e con cenni di castella,
cenni di castella: segnali lanciati dalla torre dei castelli (cfr. c. VIII, 1 e segg.).
22.9 e con cose nostrali e con istrane;
nostrali e con istrane: segnali nostri o stranieri.
22.10 né già con sì diversa cennamella
né già: però mai con così straordinario strumento a fiato ( " cennamella " ) come quello usato da Barbariccia.
22.11 cavalier vidi muover né pedoni,
22.12 né nave a segno di terra o di stella.
a segno: al segnale proveniente da terra o dalla stella polare.
22.13 Noi andavam con li diece demoni.
22.14 Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa
ne la chiesa…: proverbio popolare. 16. 'ntesa : attenzione.
22.15 coi santi, e in taverna coi ghiottoni.
22.16 Pur a la pegola era la mia 'ntesa,
22.17 per veder de la bolgia ogne contegno
contegno : condizione.
22.18 e de la gente ch'entro v'era incesa.
incesa: bruciata, lessata.
22.19 Come i dalfini, quando fanno segno
22.20 a' marinar con l'arco de la schiena,
con l'arco de la schiena: il paragone richiama l'aspetto dell'Anziano di Lucca che riemerge " convolto " (cfr. c. XXI 48).
22.21 che s'argomentin di campar lor legno,
che s'argomentin: perché s'industrino a salvare la loro nave dalla tempesta, che si credeva i delfini preannunciassero.
22.22 talor così, ad alleggiar la pena,
alleggiar : alleviare.
22.23 mostrav'alcun de' peccatori il dosso
il dosso: la schiena.
22.24 e nascondea in men che non balena.
22.25 E come a l'orlo de l'acqua d'un fosso
22.26 stanno i ranocchi pur col muso fuori,
22.27 sì che celano i piedi e l'altro grosso,
l'altro grosso: il resto del corpo.
22.28 sì stavan d'ogne parte i peccatori;
22.29 ma come s'appressava Barbariccia,
22.30 così si ritraén sotto i bollori.
22.31 I' vidi, e anco il cor me n'accapriccia,
me n'accapriccia: espressione già vista in c. XIV, 78.
22.32 uno aspettar così, com'elli 'ncontra
'ncontra : capita.
22.33 ch'una rana rimane e l'altra spiccia;
spiccia: fugge via.
22.34 e Graffiacan, che li era più di contra,
22.35 li arruncigliò le 'mpegolate chiome
22.36 e trassel sù, che mi parve una lontra.
una lontra: la lontra, quando è bagnata, appare untuosa.
22.37 I' sapea già di tutti quanti 'l nome,
22.38 sì li notai quando fuorono eletti,
eletti: scelti (da Malacoda); e, quando si chiamarono tra loro, feci attenzione (" attesi ") a come si chiamassero.
22.39 e poi ch'e' si chiamaro, attesi come.
22.40 «O Rubicante, fa che tu li metti
22.41 li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!»,
22.42 gridavan tutti insieme i maladetti.
22.43 E io: «Maestro mio, fa, se tu puoi,
22.44 che tu sappi chi è lo sciagurato
22.45 venuto a man de li avversari suoi».
a man: nelle mani. In generale, per Dante, il demonio è l'"antico avversaro " (cfr. Purg. XI, 20).
22.46 Lo duca mio li s'accostò allato;
22.47 domandollo ond'ei fosse, e quei rispuose:
22.48 «I' fui del regno di Navarra nato.
nato: nativo. E' Ciampolo di Navarra. La madre che lo aveva avuto da uno scioperato (" ribaldo ") scialacquatore e, forse, suicida ( " distruggitor di sè " ), lo pose al servizio di un signore. Fu poi alla corte (" famiglia ") del re Tebaldo II di Navarra, ove esercitò 1a baratteria, colpa di cui rende conto nella pece bollente.
22.49 Mia madre a servo d'un segnor mi puose,
22.50 che m'avea generato d'un ribaldo,
22.51 distruggitor di sé e di sue cose.
22.52 Poi fui famiglia del buon re Tebaldo:
22.53 quivi mi misi a far baratteria;
22.54 di ch'io rendo ragione in questo caldo».
22.55 E Ciriatto, a cui di bocca uscia
22.56 d'ogne parte una sanna come a porco,
22.57 li fé sentir come l'una sdrucia.
come l'una sdrucia: come la zanna stracciava.
22.58 Tra male gatte era venuto 'l sorco;
'l sorco: Ciampolo è come un topo tra i gatti.
22.59 ma Barbariccia il chiuse con le braccia,
22.60 e disse: «State in là, mentr'io lo 'nforco».
lo 'nforco: lo circondo con le braccia; al modo che un cavaliere inforca la sua cavalcatura con le gambe.
22.61 E al maestro mio volse la faccia:
22.62 «Domanda», disse, «ancor, se più disii
22.63 saper da lui, prima ch'altri 'l disfaccia».
altri : i demoni.
22.64 Lo duca dunque: «Or dì : de li altri rii
22.65 conosci tu alcun che sia latino
latino: italiano; come in c. XXVII, 27 e 33.
22.66 sotto la pece?». E quelli: «I' mi partii,
22.67 poco è, da un che fu di là vicino.
vicino: perché nato in Sardegna, non nella penisola. Si tratta di frate Gomita.
22.68 Così foss'io ancor con lui coperto,
22.69 ch'i' non temerei unghia né uncino!».
22.70 E Libicocco «Troppo avem sofferto»,
sofferto : tollerato, pazientato.
22.71 disse; e preseli 'l braccio col runciglio,
22.72 sì che, stracciando, ne portò un lacerto.
lacerto: un brano di carne e muscolo.
22.73 Draghignazzo anco i volle dar di piglio
22.74 giuso a le gambe; onde 'l decurio loro
'l decurio: il decurione, comandante la " decina " (cfr. c. XXI, 120).
22.75 si volse intorno intorno con mal piglio.
mal piglio: aspetto minaccioso.
22.76 Quand'elli un poco rappaciati fuoro,
22.77 a lui, ch'ancor mirava sua ferita,
22.78 domandò 'l duca mio sanza dimoro:
sanza dimoro: senza indugio.
22.79 «Chi fu colui da cui mala partita
da cui: da cui dici di esserti allontanato per tua disgrazia.
22.80 di' che facesti per venire a proda?».
22.81 Ed ei rispuose: «Fu frate Gomita,
frate Gomita: personaggio poco conosciuto; forse fu funzionario di Nino Visconti in Sardegna, nel giudicato di Gallura; fu ricettacolo (" vasel ") d'ogni frode, e, avuti in suo potere i nemici del suo signore (" donno "), li lasciò andare, previo compenso, dopo un farsesco giudizio ( "di piano": cfr. lat. de plano: procedura sommaria ).
22.82 quel di Gallura, vasel d'ogne froda,
22.83 ch'ebbe i nemici di suo donno in mano,
22.84 e fé sì lor, che ciascun se ne loda.
22.85 Danar si tolse, e lasciolli di piano,
22.86 sì com'e' dice; e ne li altri offici anche
22.87 barattier fu non picciol, ma sovrano.
22.88 Usa con esso donno Michel Zanche
Usa: sta abitualmente con quel messere (" donno " in Sardegna aveva anche questo senso) Michele Zanche, del giudicato sardo del Logudoro. Anche di costui non si sa molto. Forse fu vicario di Enzo, re di Sardegna, della cui prigionia avrebbe approfittato per esercitare la baratteria. Fu ucciso dal genero Branca Doria (cfr. c. XXXIII, 137 e segg.).
22.89 di Logodoro; e a dir di Sardigna
22.90 le lingue lor non si sentono stanche.
22.91 Omè, vedete l'altro che digrigna:
22.92 i' direi anche, ma i' temo ch'ello
anche : ancora.
22.93 non s'apparecchi a grattarmi la tigna».
a grattarmi la tigna: a graffiarmi con l'uncino.
22.94 E 'l gran proposto, vòlto a Farfarello
'l gran proposto: il gran capo Barbariccia.
22.95 che stralunava li occhi per fedire,
22.96 disse: «Fatti 'n costà, malvagio uccello!».
Fatti 'n costà: fatti in là.
22.97 «Se voi volete vedere o udire»,
22.98 ricominciò lo spaurato appresso
22.99 «Toschi o Lombardi, io ne farò venire;
22.100 ma stieno i Malebranche un poco in cesso,
in cesso : fermi e in disparte.
22.101 sì ch'ei non teman de le lor vendette;
22.102 e io, seggendo in questo loco stesso,
seggendo: stando fermo; promessa ingannevole per far ritirare i diavoli e aver modo di rituffarsi.
22.103 per un ch'io son, ne farò venir sette
22.104 quand'io suffolerò, com'è nostro uso
suffolerò: fischierò; con questo segnale, dice Ciampolo, i dannati usano avvertire che non ci sono demoni in giro.
22.105 di fare allor che fori alcun si mette».
22.106 Cagnazzo a cotal motto levò 'l muso,
22.107 crollando 'l capo, e disse: «Odi malizia
22.108 ch'elli ha pensata per gittarsi giuso!».
22.109 Ond'ei, ch'avea lacciuoli a gran divizia,
lacciuoli: inganni, trappole.
22.110 rispuose: «Malizioso son io troppo,
22.111 quand'io procuro a' mia maggior trestizia».
quand'io procuro: dal momento che l'inganno ricade sui miei simili.
22.112 Alichin non si tenne e, di rintoppo
22.113 a li altri, disse a lui: «Se tu ti cali,
22.114 io non ti verrò dietro di gualoppo,
22.115 ma batterò sovra la pece l'ali.
22.116 Lascisi 'l collo, e sia la ripa scudo,
Lascisi 'l collo: lasciamo il colle, cioè la sommità dell'argine e questo sia riparo a Ciampolo, per vedere se da solo vale più di noi.
22.117 a veder se tu sol più di noi vali».
22.118 O tu che leggi, udirai nuovo ludo:
ludo : gara.
22.119 ciascun da l'altra costa li occhi volse;
ciascun: ognuno volse gli occhi dall'argine e, primo fra tutti, Cagnazzo che era il più restio (" crudo ").
22.120 quel prima, ch'a ciò fare era più crudo.
22.121 Lo Navarrese ben suo tempo colse;
22.122 fermò le piante a terra, e in un punto
22.123 saltò e dal proposto lor si sciolse.
dal proposto lor si sciolse: si liberò dalla stretta di Barbariccia (" proposto "), che lo aveva inforcato (v. 50).
22.124 Di che ciascun di colpa fu compunto,
22.125 ma quei più che cagion fu del difetto;
ma quei: Alichino, maggiore responsabile dell'errore (" difetto "), si slancia gridando: Sei preso !.
22.126 però si mosse e gridò: «Tu se' giunto!».
22.127 Ma poco i valse: ché l'ali al sospetto
ché l'ali: le ali non poterono essere più veloci della paura (" sospetto ") dell'altro.
22.128 non potero avanzar: quelli andò sotto,
22.129 e quei drizzò volando suso il petto:
22.130 non altrimenti l'anitra di botto,
22.131 quando 'l falcon s'appressa, giù s'attuffa,
22.132 ed ei ritorna sù crucciato e rotto.
rotto : sconfitto.
22.133 Irato Calcabrina de la buffa,
buffa: beffa.
22.134 volando dietro li tenne, invaghito
invaghito: desideroso che Ciampolo scampasse, per aver motivo di zuffa con Alichino.
22.135 che quei campasse per aver la zuffa;
22.136 e come 'l barattier fu disparito,
22.137 così volse li artigli al suo compagno,
22.138 e fu con lui sopra 'l fosso ghermito.
e fu… ghermito: e si trovò allacciato.
22.139 Ma l'altro fu bene sparvier grifagno
grifagno: è lo sparviero catturato adulto, difficile da addomesticare, ma adatto alla caccia.
22.140 ad artigliar ben lui, e amendue
22.141 cadder nel mezzo del bogliente stagno.
22.142 Lo caldo sghermitor sùbito fue;
Lo caldo: il caldo fu un rapido separatore (" sghermitor " : contrario di ghermitore).
22.143 ma però di levarsi era neente,
era neente: non c'era possibilità.
22.144 sì avieno inviscate l'ali sue.
22.145 Barbariccia, con li altri suoi dolente,
22.146 quattro ne fé volar da l'altra costa
22.147 con tutt'i raffi, e assai prestamente
22.148 di qua, di là discesero a la posta;
discesero a la posta: si calarono dove occorreva appostarsi per aiutare i compagni.
22.149 porser li uncini verso li 'mpaniati,
22.150 ch'eran già cotti dentro da la crosta;
crosta: la piaga causata dalla scottatura.
22.151 e noi lasciammo lor così 'mpacciati.
Inferno : Canto 23
23.1 Taciti, soli, sanza compagnia
23.2 n'andavam l'un dinanzi e l'altro dopo,
23.3 come frati minor vanno per via.
23.4 Vòlt'era in su la favola d'Isopo
la favola d'Isopo: la favola cui allude Dante, che non è di Esopo ma di Fedro, narra che una volta una rana, volendo affogare un topo, che le aveva chiesto aiuto per attraversare un fiume, gli legò una zampa alla sua, con la scusa di meglio sostenerlo; quando fu in mezzo alla corrente, la rana si inabissò, cercando di trascinare il topo, i cui sforzi per restare a galla attirarono, però, un nibbio; e, come il rapace, sceso in volo, artigliò il topo, trascinò in alto anche la rana, sempre legata per la zampa. E Dante aggiunge: mo e issa (l'uno dal lat. "modo", l'altro dal lat. "ipsa hora" significano entrambi: ora) non sono uguali l'uno all'altro più che la favola e la zuffa dei diavoli, a patto che si paragonino con discernimento il principio e la fine. Infatti al principio la rana e Calcabrina hanno un analogo fine: nuocere al topo e ad Alichino; e alla fine il nibbio e la pece fanno entrambi giustizia delle cattive intenzioni.
23.5 lo mio pensier per la presente rissa,
23.6 dov'el parlò de la rana e del topo;
23.7 ché più non si pareggia "mo" e "issa"
23.8 che l'un con l'altro fa, se ben s'accoppia
23.9 principio e fine con la mente fissa.
23.10 E come l'un pensier de l'altro scoppia,
23.11 così nacque di quello un altro poi,
23.12 che la prima paura mi fé doppia.
la prima paura: quella di cui al. c XXI, 91 e 127.
23.13 Io pensava così: «Questi per noi
per noi: per colpa nostra.
23.14 sono scherniti con danno e con beffa
23.15 sì fatta, ch'assai credo che lor nòi.
nòi: li irriti, riempiendoli di vergogna. Notare la rima equivoca col verso 13.
23.16 Se l'ira sovra 'l mal voler s'aggueffa,
s'aggueffa: si accumula, si aggiunge. Propriamente " gueffa " è un gomitolo di spago.
23.17 ei ne verranno dietro più crudeli
23.18 che 'l cane a quella lievre ch'elli acceffa».
a quella lievre: a quella lepre che afferra col muso (" ceffo " è il muso; cfr. c. XVII, 50).
23.19 Già mi sentia tutti arricciar li peli
23.20 de la paura e stava in dietro intento,
23.21 quand'io dissi: «Maestro, se non celi
23.22 te e me tostamente, i' ho pavento
23.23 de Malebranche. Noi li avem già dietro;
23.24 io li 'magino sì, che già li sento».
23.25 E quei: «S'i' fossi di piombato vetro,
piombato vetro: uno specchio che è una lastra di vetro con uno strato di piombo.
23.26 l'imagine di fuor tua non trarrei
l'imagine: non ritrarrei la tua immagine esteriore più presto di quanto non otterrei quella dei tuoi riposti pensieri.
23.27 più tosto a me, che quella dentro 'mpetro.
23.28 Pur mo venieno i tuo' pensier tra' miei
23.29 con simile atto e con simile faccia,
23.30 sì che d'intrambi un sol consiglio fei.
sì che d'intrambi: così che presi una comune risoluzione, data l'analogia dei pensieri e tuoi e miei.
23.31 S'elli è che sì la destra costa giaccia,
giaccia: abbia tale pendenza.
23.32 che noi possiam ne l'altra bolgia scendere
ne l'altra bolgia: nella sesta.
23.33 noi fuggirem l'maginata caccia».
23.34 Già non compié di tal consiglio rendere
Già non compié: non aveva ancor finito di espormi la sua decisione (" consiglio ").
23.35 ch'io li vidi venir con l'ali tese
23.36 non molto lungi, per volerne prendere.
volerne : volerci.
23.37 Lo duca mio di sùbito mi prese
23.38 come la madre ch'al romore è desta
23.39 e vede presso a sè le fiamme accese
23.40 che prende il figlio e fugge e non s'arresta
23.41 avendo più di lui che di sé cura,
23.42 tanto che solo una camicia vesta;
tanto che: neppure il tempo occorrente ad indossare una camicia. Nel Medio Evo non si usava camicia da notte.
23.43 e giù dal collo de la ripa dura
collo: sommità (cfr. c. XXII, 118).
23.44 supin si diede a la pendente roccia,
supin si diede: si lasciò andare supino lungo il pendio roccioso che chiude la sesta bolgia dalla parte della quinta.
23.45 che l'un de' lati a l'altra bolgia tura.
23.46 Non corse mai sì tosto acqua per doccia
doccia : canale.
23.47 a volger ruota di molin terragno,
terragno: che sta in terraferma.
23.48 quand'ella più verso le pale approccia,
quand'ella: quando essa (l'acqua) più si avvicina alle pale e accresce la velocità, data dalla pendenza del canale da cui proviene.
23.49 come 'l maestro mio per quel vivagno,
vivagno: margine, orlo (cfr. XIV, 123).
23.50 portandosene me sovra 'l suo petto,
23.51 come suo figlio, non come compagno.
23.52 A pena fuoro i piè suoi giunti al letto
al letto: al fondo della sesta bolgia (" fondo ").
23.53 del fondo giù, ch'e' furon in sul colle
ch'e': che essi, i diavoli.
23.54 sovresso noi; ma non lì era sospetto;
ma non lì era sospetto: ma non c'era da aver paura, perché la Provvidenza vieta a tutti la possibilità (" poder… tolle ") di allontanarsi dalla bolgia, cui li ha posti a guardia.
23.55 ché l'alta provedenza che lor volle
23.56 porre ministri de la fossa quinta,
23.57 poder di partirs'indi a tutti tolle.
23.58 Là giù trovammo una gente dipinta
una gente dipinta: sono gli ipocriti, che in vita mascherarono sempre ogni loro pensiero, per cui Dante ne dà una pittorica aggettivazione, che ben s'adatta, del resto, anche alle cappe dorate che qui indossano.
23.59 che giva intorno assai con lenti passi,
23.60 piangendo e nel sembiante stanca e vinta.
23.61 Elli avean cappe con cappucci bassi
23.62 dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
de la taglia: della foggia con lunghe maniche e largo cappuccio, che si fa dai monaci di Cluny, in Francia.
23.63 che in Clugnì per li monaci fassi.
23.64 Di fuor dorate son, sì ch'elli abbaglia;
23.65 ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
23.66 che Federigo le mettea di paglia.
che Federigo: che, al confronto, quelle con cui erano puniti i rei di lesa maestà al tempo di Federico II, sembravano leggere come paglia.
23.67 Oh in etterno faticoso manto!
23.68 Noi ci volgemmo ancor pur a man manca
23.69 con loro insieme, intenti al tristo pianto;
23.70 ma per lo peso quella gente stanca
23.71 venìa sì pian, che noi eravam nuovi
nuovi di compagnia: nuovi compagni avevamo a fianco, ad ogni passo, per il lentissimo procedere di quelli.
23.72 di compagnia ad ogne mover d'anca.
23.73 Per ch'io al duca mio: «Fa che tu trovi
23.74 alcun ch'al fatto o al nome si conosca,
al fatto o al nome: per le azioni o per il nome sia noto.
23.75 e li occhi, sì andando, intorno movi».
23.76 E un che 'ntese la parola tosca,
23.77 di retro a noi gridò: «Tenete i piedi,
Tenete i piedi: fermate il passo.
23.78 voi che correte sì per l'aura fosca!
23.79 Forse ch'avrai da me quel che tu chiedi».
Forse ch': forse.
23.80 Onde 'l duca si volse e disse: «Aspetta
23.81 e poi secondo il suo passo procedi».
23.82 Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta
23.83 de l'animo, col viso, d'esser meco;
23.84 ma tardavali 'l carco e la via stretta.
ma tardavali: ma li attardava il peso e lo spazio ristretto dall'ingombro delle cappe di piombo.
23.85 Quando fuor giunti, assai con l'occhio bieco
con l'occhio bieco: guardando di traverso, e per l'ostacolo del cappuccio, e perché non hanno perso lo sguardo ipocrita.
23.86 mi rimiraron sanza far parola;
23.87 poi si volsero in sé, e dicean seco:
in sé: tra di loro (cfr. lat. inter se).
23.88 «Costui par vivo a l'atto de la gola;
a l'atto della gola: le pulsazioni e il respiro sono visibili proprio nella gola.
23.89 e s'e' son morti, per qual privilegio
23.90 vanno scoperti de la grave stola?».
grave stola: la cappa di piombo.
23.91 Poi disser me: «O Tosco, ch'al collegio
23.92 de l'ipocriti tristi se' venuto,
23.93 dir chi tu se' non avere in dispregio».
23.94 E io a loro: «I' fui nato e cresciuto
23.95 sovra 'l bel fiume d'Arno a la gran villa,
villa: città; cioè Firenze.
23.96 e son col corpo ch'i' ho sempre avuto.
23.97 Ma voi chi siete, a cui tanto distilla
a cui: a cui giù per le guance scende, a stilla a stilla, tanto dolore quanto io ne vedo.
23.98 quant'i' veggio dolor giù per le guance?
23.99 e che pena è in voi che sì sfavilla?».
sfavilla: le cappe sono estesamente dorate e lucenti.
23.100 E l'un rispuose a me: «Le cappe rance
rance: color arancio, dorate.
23.101 son di piombo sì grosse, che li pesi
23.102 fan così cigolar le lor bilance.
le lor bilance: corpi che le sostengono.
23.103 Frati godenti fummo, e bolognesi;
Frati godenti: ordine di frati laici, istituito a Bologna nel 1261. Il nome Gaudenti assunto dai frati perché era " lo più diritto nome " di " ogni omo a Dio renduto " (Guittone), finì col suonare scherno quando l'ordine si traviò.
23.104 io Catalano e questi Loderingo
io Catalano: è Catalano dei Malavolti, bolognese, il quale con Loderingo degli Andalò, suo concittadino, ebbe diverse podesterie in varie città. Nel 1268 i due furono chiamati a Firenze (" da tua terra ") con l'ufficio di podestà (" per conservar sua pace "); ma, ipocritamente, favorirono la parte guelfa, per cui si ebbe la fuga dei ghibellini e la distruzione delle case degli Uberti site presso il " Gardingo ", antica fortezza longobarda eretta " a guardia " di Firenze.
23.105 nomati, e da tua terra insieme presi,
23.106 come suole esser tolto un uom solingo,
23.107 per conservar sua pace; e fummo tali,
23.108 ch'ancor si pare intorno dal Gardingo».
23.109 Io cominciai: «O frati, i vostri mali...»;
23.110 ma più non dissi, ch'a l'occhio mi corse
23.111 un, crucifisso in terra con tre pali.
23.112 Quando mi vide, tutto si distorse,
23.113 soffiando ne la barba con sospiri;
23.114 e 'l frate Catalan, ch'a ciò s'accorse,
ch'a ciò s'accorse: che al sentir sospirare il crocifisso si accorse che io lo guardavo.
23.115 mi disse: «Quel confitto che tu miri,
23.116 consigliò i Farisei che convenia
consigliò i Farisei: è Caifas, il sommo pontefice che, fingendo di parlare per il comune interesse, persuase i Farisei che era necessario far morire un uomo per il bene del popolo; determinando in tal modo la crocifissione di Gesù Cristo.
23.117 porre un uom per lo popolo a' martìri.
23.118 Attraversato è, nudo, ne la via,
23.119 come tu vedi, ed è mestier ch'el senta
ed è mestier ch'el senta: ed è giusto che senta come pesa chiunque passi, prima che sia passato (" pria ").
23.120 qualunque passa, come pesa, pria.
23.121 E a tal modo il socero si stenta
il socero: così é punito il suocero Anna e gli altri Farisei, che parteciparono a quel concilio che fu la prima radice di sciagura per gli Ebrei. Infatti Dio vendicò la morte di Cristo con la distruzione di Gerusalemme, ad opera di Tito.
23.122 in questa fossa, e li altri dal concilio
23.123 che fu per li Giudei mala sementa».
23.124 Allor vid'io maravigliar Virgilio
maravigliar Virgilio: la commossa meraviglia può, in linea subordinata, ricordarci che, nella precedente discesa, Virgilio non aveva visto Caifas, non ancora morto.
23.125 sovra colui ch'era disteso in croce
23.126 tanto vilmente ne l'etterno essilio.
23.127 Poscia drizzò al frate cotal voce:
23.128 «Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci
23.129 s'a la man destra giace alcuna foce
foce : sbocco, uscita.
23.130 onde noi amendue possiamo uscirci,
23.131 sanza costrigner de li angeli neri
angeli neri: i demoni.
23.132 che vegnan d'esto fondo a dipartirci».
23.133 Rispuose adunque: «Più che tu non speri
23.134 s'appressa un sasso che de la gran cerchia
un sasso: una serie di ponti.
23.135 si move e varca tutt'i vallon feri,
23.136 salvo che 'n questo è rotto e nol coperchia:
23.137 montar potrete su per la ruina,
su per la ruina: su per le macerie del ponte, rotto proprio sulla sesta bolgia, che giacciono in pendenza (" in costa ") e si elevano dal fondo (" soperchia ").
23.138 che giace in costa e nel fondo soperchia».
23.139 Lo duca stette un poco a testa china;
23.140 poi disse: «Mal contava la bisogna
Mal contava: ci informava male su quel che bisognasse fare, colui che afferra con l'uncino i peccatori nella quinta bolgia (" di qua "). Si ricordi la falsa informazione di Malacoda (cfr. c. XXI, 111).
23.141 colui che i peccator di qua uncina».
23.142 E 'l frate: «Io udi' già dire a Bologna
E 'l frate: la frase di Catalano è una sapida e sottile canzonatura dei dotti teologi bolognesi e, per riflesso, di Virgilio, così malignamente giocato da Malacoda.
23.143 del diavol vizi assai, tra ' quali udi'
23.144 ch'elli è bugiardo, e padre di menzogna».
23.145 Appresso il duca a gran passi sen gì,
sen gì: si avviò.
23.146 turbato un poco d'ira nel sembiante;
23.147 ond'io da li 'ncarcati mi parti'
da li 'ncarcati : dai peccatori gravati dal peso delle cappe.
23.148 dietro a le poste de le care piante.
poste: peste, passi.
Inferno : Canto 24
24.1 In quella parte del giovanetto anno
giovanetto: cominciato da poco, tra il 21 gennaio e il 21 febbraio, quando il sole rinforza (" tempra ") i suoi raggi (" i crin "), trovandosi sotto la costellazione dell'Acquario e già le notti si avviano (" sen vanno ") a durare la metà esatta del giorno (" al mezzo dí "); il che accade il giorno dell'equinozio di primavera (21 marzo).
24.2 che 'l sole i crin sotto l'Aquario tempra
24.3 e già le notti al mezzo dì sen vanno,
24.4 quando la brina in su la terra assempra
assempra: imita l'aspetto che offre la neve ( " sorella bianca " ), ma per poco tempo, che la " penna " con cui la brina disegna i suoi bianchi arabeschi si stempera al primo raggio di sole.
24.5 l'imagine di sua sorella bianca,
24.6 ma poco dura a la sua penna tempra,
24.7 lo villanello a cui la roba manca,
la roba: il foraggio per nutrire il bestiame.
24.8 si leva, e guarda, e vede la campagna
24.9 biancheggiar tutta; ond'ei si batte l'anca,
24.10 ritorna in casa, e qua e là si lagna,
24.11 come 'l tapin che non sa che si faccia;
24.12 poi riede, e la speranza ringavagna,
riede: torna ad uscire e ripone nell'animo la speranza. Le gavagne sono delle grosse ceste usate dai contadini.
24.13 veggendo 'l mondo aver cangiata faccia
24.14 in poco d'ora, e prende suo vincastro,
vincastro: verga flessibile, per guidare il gregge.
24.15 e fuor le pecorelle a pascer caccia.
24.16 Così mi fece sbigottir lo mastro
lo mastro: il maestro, Virgilio.
24.17 quand'io li vidi sì turbar la fronte,
24.18 e così tosto al mal giunse lo 'mpiastro;
lo 'mpiastro: il rimedio.
24.19 ché, come noi venimmo al guasto ponte,
guasto ponte: il ponte crollato.
24.20 lo duca a me si volse con quel piglio
24.21 dolce ch'io vidi prima a piè del monte.
24.22 Le braccia aperse, dopo alcun consiglio
24.23 eletto seco riguardando prima
eletto seco: scelto tra sè il partito più conveniente.
24.24 ben la ruina, e diedemi di piglio.
24.25 E come quei ch'adopera ed estima,
adopera ed estima: agisce e pensa a ciò che deve fare, sì che pare che sempre si premunisca ( " si proveggia " ).
24.26 che sempre par che 'nnanzi si proveggia,
24.27 così, levando me sù ver la cima
24.28 d'un ronchione, avvisava un'altra scheggia
avvisava: valutava con l'occhio.
24.29 dicendo: «Sovra quella poi t'aggrappa;
24.30 ma tenta pria s'è tal ch'ella ti reggia».
24.31 Non era via da vestito di cappa,
da vestito di cappa: possibile per gli ipocriti, ricoperti delle loro cappe di piombo.
24.32 ché noi a pena, ei lieve e io sospinto,
24.33 potavam sù montar di chiappa in chiappa.
di chiappa in chiappa: di sporgenza in sporgenza, che offrisse un facile appiglio.
24.34 E se non fosse che da quel precinto
24.35 più che da l'altro era la costa corta,
era la costa corta: poiché il fondo di Malebolge è tutto in pendenza verso l'abisso, gli argini di ogni bolgia risultano più alti dal lato verso la bolgia precedente e più bassi verso quella seguente. Dante sale la parete scoscesa che cinge (" precinto ") la sesta bolgia e immette nella settima.
24.36 non so di lui, ma io sarei ben vinto.
24.37 Ma perché Malebolge inver' la porta
24.38 del bassissimo pozzo tutta pende,
24.39 lo sito di ciascuna valle porta
lo sito: la posizione.
24.40 che l'una costa surge e l'altra scende;
24.41 noi pur venimmo al fine in su la punta
pur : finalmente.
24.42 onde l'ultima pietra si scoscende.
24.43 La lena m'era del polmon sì munta
24.44 quand'io fui sù, ch'i' non potea più oltre,
24.45 anzi m'assisi ne la prima giunta.
ne la prima giunta: appena giunto in cima.
24.46 «Omai convien che tu così ti spoltre»,
ti spoltre: ti spoltrisca, abbandoni la pigrizia.
24.47 disse 'l maestro; «ché, seggendo in piuma,
seggendo: stando adagiati.
24.48 in fama non si vien, né sotto coltre;
24.49 sanza la qual chi sua vita consuma,
24.50 cotal vestigio in terra di sé lascia,
vestigio: segno, ricordo.
24.51 qual fummo in aere e in acqua la schiuma.
24.52 E però leva sù: vinci l'ambascia
24.53 con l'animo che vince ogne battaglia,
24.54 se col suo grave corpo non s'accascia.
grave corpo: corpo appesantito dalla materia.
24.55 Più lunga scala convien che si saglia;
si saglia: si salga.
24.56 non basta da costoro esser partito.
24.57 Se tu mi 'ntendi, or fa sì che ti vaglia».
ti vaglia: ti valga.
24.58 Leva'mi allor, mostrandomi fornito
Leva'mi: mi levai:.
24.59 meglio di lena ch'i' non mi sentìa;
24.60 e dissi: «Va, ch'i' son forte e ardito».
24.61 Su per lo scoglio prendemmo la via,
24.62 ch'era ronchioso, stretto e malagevole,
24.63 ed erto più assai che quel di pria.
ed erto: più difficile da attraversare che quello situato a cavallo della quinta bolgia.
24.64 Parlando andava per non parer fievole;
Parlando andava: procedevo conversando, per non parere troppo debole.
24.65 onde una voce uscì de l'altro fosso,
24.66 a parole formar disconvenevole.
disconvenevole: incapace di articolar parole.
24.67 Non so che disse, ancor che sovra 'l dosso
ancor che: sebbene mi trovassi sul punto centrale (" dosso ") del ponte ( " de l'arco ").
24.68 fossi de l'arco già che varca quivi;
24.69 ma chi parlava ad ire parea mosso.
ad ire: sembrava spinto all'ira e perciò la sua voce non articolava bene le parole (cfr. v. 66).
24.70 Io era vòlto in giù, ma li occhi vivi
24.71 non poteano ire al fondo per lo scuro;
24.72 per ch'io: «Maestro, fa che tu arrivi
24.73 da l'altro cinghio e dismontiam lo muro;
cinghio : l'argine della bolgia.
24.74 ché, com'i' odo quinci e non intendo,
odo: percepisco, ma non comprendo; così spingo giù lo sguardo, ma non distinguo.
24.75 così giù veggio e neente affiguro».
24.76 «Altra risposta», disse, «non ti rendo
24.77 se non lo far; ché la dimanda onesta
onesta : giusta.
24.78 si de' seguir con l'opera tacendo».
24.79 Noi discendemmo il ponte da la testa
24.80 dove s'aggiugne con l'ottava ripa,
l'ottava ripa: l'argine fra la settima e l'ottava bolgia.
24.81 e poi mi fu la bolgia manifesta:
24.82 e vidivi entro terribile stipa
stipa: massa imponente e confusa.
24.83 di serpenti, e di sì diversa mena
mena : comportamento.
24.84 che la memoria il sangue ancor mi scipa.
scipa: sciupa, guasta, come al c. VII, 21. Cioè: lo spaventoso ricordo fa guastare il sangue.
24.85 Più non si vanti Libia con sua rena;
24.86 ché se chelidri, iaculi e faree
chelidri, iaculi e faree: con " cencri " e " anfisibena " sono nomi di serpenti desunti da Lucano (cfr. Farsaglia IX, 700 e segg.).
24.87 produce, e cencri con anfisibena,
24.88 né tante pestilenzie né sì ree
24.89 mostrò già mai con tutta l'Etiopia
24.90 né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.
di sopra al Mar Rosso èe: è di sopra al Mar Rosso: l'Arabia, anch'essa desertica e infestata da serpenti.
24.91 Tra questa cruda e tristissima copia
copia: l'intricata massa dei serpenti.
24.92 correan genti nude e spaventate,
24.93 sanza sperar pertugio o elitropia:
pertugio o elitropia: un anfratto ove rifugiarsi o la famosa pietra filosofale (" elitropia ") che si credeva rendesse invisibili.
24.94 con serpi le man dietro avean legate;
24.95 quelle ficcavan per le ren la coda
24.96 e 'l capo, ed eran dinanzi aggroppate.
24.97 Ed ecco a un ch'era da nostra proda,
da nostra proda: presso l'argine sul quale noi eravamo.
24.98 s'avventò un serpente che 'l trafisse
24.99 là dove 'l collo a le spalle s'annoda.
24.100 Né O sì tosto mai né I si scrisse,
Né O sì tosto mai né I: la O e la I sono le vocali più rapide a scriversi.
24.101 com'el s'accese e arse, e cener tutto
24.102 convenne che cascando divenisse;
24.103 e poi che fu a terra sì distrutto,
24.104 la polver si raccolse per sé stessa,
per sé stessa: per un moto spontaneo ed improvviso (" di butto ") ritornò nella forma di prima (" in quel medesmo ").
24.105 e 'n quel medesmo ritornò di butto.
24.106 Così per li gran savi si confessa
per li gran savi: dai sapienti si attesta (" si confessa "); e tra questi soprattutto Ovidio, al quale Dante si ispira (cfr. Metamorfosi, XV, 392 e segg.): ma, della Fenice, uccello leggendario, si legge anche in Plinio e in Brunetto Latini.
24.107 che la fenice more e poi rinasce,
24.108 quando al cinquecentesimo anno appressa;
24.109 erba né biado in sua vita non pasce,
24.110 ma sol d'incenso lagrime e d'amomo,
amomo: è sostanza aromatica come l'incenso.
24.111 e nardo e mirra son l'ultime fasce.
l'ultime fasce: quando è presso a morire, la Fenice si avvolge in spighe di nardo e mirra.
24.112 E qual è quel che cade, e non sa como,
E qual è quel: l'epilettico era considerato posseduto dal demonio, oppure oppresso da altra ostruzione (" oppilazion ") " delle vie degli spiriti vitali " (Tommaseo).
24.113 per forza di demon ch'a terra il tira,
24.114 o d'altra oppilazion che lega l'omo,
24.115 quando si leva, che 'ntorno si mira
24.116 tutto smarrito de la grande angoscia
24.117 ch'elli ha sofferta, e guardando sospira:
24.118 tal era il peccator levato poscia.
24.119 Oh potenza di Dio, quant'è severa,
24.120 che cotai colpi per vendetta croscia!
croscia: abbatte, fa piombare; il verbo, costruito transitivamente, ha il suo oggetto in " colpi ". " Vendetta " è la giusta punizione, come nel c. XIV, 16.
24.121 Lo duca il domandò poi chi ello era;
24.122 per ch'ei rispuose: «Io piovvi di Toscana,
24.123 poco tempo è, in questa gola fiera.
24.124 Vita bestial mi piacque e non umana,
24.125 sì come a mul ch'i' fui; son Vanni Fucci
Vanni Fucci: è il figlio bastardo (perciò si definisce mulo) di Fucci dei Lazzari, pistoiese. E' qui punito tra i ladri, che non devono essere confusi con i predoni del 1° girone del VII cerchio (cfr. c. XII), perché quelli agirono con violenza, questi con malizia (cfr. v. 137 seg.).
24.126 bestia, e Pistoia mi fu degna tana».
24.127 E io al duca: «Dilli che non mucci,
mucci : sgusci via.
24.128 e domanda che colpa qua giù 'l pinse;
24.129 ch'io 'l vidi uomo di sangue e di crucci».
ch'io 'l vidi: l'ho conosciuto come uomo sanguinario e attaccabrighe. Dante poté conoscerlo durante la guerra contro Pisa, quando Vanni militò sotto le insegne fiorentine (1292-93).
24.130 E 'l peccator, che 'ntese, non s'infinse,
24.131 ma drizzò verso me l'animo e 'l volto,
24.132 e di trista vergogna si dipinse;
24.133 poi disse: «Più mi duol che tu m'hai colto
24.134 ne la miseria dove tu mi vedi,
24.135 che quando fui de l'altra vita tolto.
24.136 Io non posso negar quel che tu chiedi;
24.137 in giù son messo tanto perch'io fui
24.138 ladro a la sagrestia d'i belli arredi,
a la sagrestia: il furto di arredi sacri e del tesoro della cappella di San Iacopo, nella cattedrale di Pistoia, fu attribuito (" apposto ") ad altri, e cioè a Rampino di Ranuccio Foresi, poi scagionato dal notaio Vanni della Monna.
24.139 e falsamente già fu apposto altrui.
24.140 Ma perché di tal vista tu non godi,
24.141 se mai sarai di fuor da' luoghi bui,
24.142 apri li orecchi al mio annunzio, e odi:
24.143 Pistoia in pria d'i Neri si dimagra;
si dimagra: si spopola dei Neri cacciati dai Bianchi (maggio 1301).
24.144 poi Fiorenza rinova gente e modi.
Fiorenza rinova: il I novembre 1301, per l'intervento di Carlo di Valois, la situazione politica di Firenze cambia con il ritorno al potere dei Neri e con la cacciata dei Bianchi.
24.145 Tragge Marte vapor di Val di Magra
Tragge: Marte trascina dalla Lunigiana ( " Val di Magra " ) il Marchese Moroello Malaspina, che è circondato dai Bianchi, suoi nemici (" nuvoli "); con una dura battaglia si combatterà nel territorio di Pistoia (" Campo Picen "), e il Malaspina, capo dei Neri, sconfiggerà i Bianchi (" spezzerà la nebbia "). Sono avvenimenti che vanno dal 1302 al 1306.
24.146 ch'è di torbidi nuvoli involuto;
24.147 e con tempesta impetuosa e agra
24.148 sovra Campo Picen fia combattuto;
24.149 ond'ei repente spezzerà la nebbia,
24.150 sì ch'ogne Bianco ne sarà feruto.
24.151 E detto l'ho perché doler ti debbia!».
perché doler ti debbia: Dante era stato Guelfo di parte Bianca.
Inferno : Canto 25
25.1 Al fine de le sue parole il ladro
25.2 le mani alzò con amendue le fiche,
le fiche: gesto sconcio che Vanni Fucci, (" il ladro "), leva come una bestemmia, alzando le mani chiuse a pugno, e con il pollice sporgente tra l'indice e il medio.
25.3 gridando: «Togli, Dio, ch'a te le squadro!».
25.4 Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,
25.5 perch'una li s'avvolse allora al collo,
25.6 come dicesse "Non vo' che più diche";
diche : parli.
25.7 e un'altra a le braccia, e rilegollo,
25.8 ribadendo sé stessa sì dinanzi,
25.9 che non potea con esse dare un crollo.
con esse dare un crollo: con le braccia non poteva effettuare il minimo movimento, tanto strettamente era avvinto il serpente.
25.10 Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
stanzi: decidi di incenerirti.
25.11 d'incenerarti sì che più non duri,
25.12 poi che 'n mal fare il seme tuo avanzi?
il seme tuo avanzi: superi i tuoi antenati, cioè i ribaldi fuggiaschi dell'esercito di Catilina, dai quali Pistoia si credeva fosse stata fondata.
25.13 Per tutt'i cerchi de lo 'nferno scuri
25.14 non vidi spirto in Dio tanto superbo,
25.15 non quel che cadde a Tebe giù da' muri.
quel che cadde a Tebe: Capaneo (cfr. c. XIV, 68 e segg.).
25.16 El si fuggì che non parlò più verbo;
verbo: parola (cfr. lat. verbum).
25.17 e io vidi un centauro pien di rabbia
25.18 venir chiamando: «Ov'è, ov'è l'acerbo?».
l'acerbo: il malvagio.
25.19 Maremma non cred'io che tante n'abbia,
25.20 quante bisce elli avea su per la groppa
25.21 infin ove comincia nostra labbia.
nostra labbia: il nostro aspetto, quello umano; i centauri, come s'è visto, erano per metà uomini e per metà cavalli.
25.22 Sovra le spalle, dietro de la coppa,
coppa: nuca; particolarmente detto di animali.
25.23 con l'ali aperte li giacea un draco;
25.24 e quello affuoca qualunque s'intoppa.
s'intoppa : s'incontra, urtando.
25.25 Lo mio maestro disse: «Questi è Caco,
Caco: personaggio mitologico descritto da Virgilio (cfr. En. VIII 194 e segg.) e liberamente trasformato da Dante in centauro; abitava sotto una rupe (" sasso ") del monte Aventino ove più volte mostrò la sua violenza (" di sangue… fece laco "). Non è punito nello stesso cerchio degli altri centauri (" suoi fratei ") perché, oltre ad essere violento, rubò con frode gli armenti di Ercole e di Gerione, trascinando i buoi per la coda, in modo che le orme rovesciate guidassero lontano dal luogo ove li aveva nascosti. Ma fu smascherato da Ercole, che l'uccise con la sua mazza, dandogli cento colpi mentre, forse, Caco non sentì che i primi dieci (" non sentì le diece "), ben sufficienti ad ammazzarlo.
25.26 che, sotto 'l sasso di monte Aventino,
25.27 di sangue fece spesse volte laco.
25.28 Non va co' suoi fratei per un cammino
25.29 per lo furto che frodolente fece
25.30 del grande armento ch'elli ebbe a vicino;
25.31 onde cessar le sue opere biece
biece : bieche.
25.32 sotto la mazza d'Ercule, che forse
25.33 gliene diè cento, e non sentì le diece».
25.34 Mentre che sì parlava, ed el trascorse,
trascorse : corse via.
25.35 e tre spiriti venner sotto noi,
e: ecco che.
25.36 de' quai né io né 'l duca mio s'accorse,
25.37 se non quando gridar: «Chi siete voi?»;
25.38 per che nostra novella si ristette,
per che: e per questo richiamo si interruppe (" si ristette ") il racconto (" nostra novella ") e rivolgemmo ad essi la nostra attenzione.
25.39 e intendemmo pur ad essi poi.
25.40 Io non li conoscea; ma ei seguette,
ei seguette: accadde, come suole accadere talvolta, che uno dovette (" convenette ") chiamare un altro.
25.41 come suol seguitar per alcun caso,
25.42 che l'un nomar un altro convenette,
25.43 dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»;
Cianfa dove fia rimaso?: Cianfa dove sarà rimasto? Cianfa Donati fu guelfo fiorentino di parte Nera.
25.44 per ch'io, acciò che 'l duca stesse attento,
25.45 mi puosi 'l dito su dal mento al naso.
su dal mento al naso: cioè il dito incrocia la bocca nel gesto di chi domanda silenzio, per meglio prestare attenzione.
25.46 Se tu se' or, lettore, a creder lento
25.47 ciò ch'io dirò, non sarà maraviglia,
25.48 ché io che 'l vidi, a pena il mi consento.
il mi consento: me lo permetto; cioè posso crederlo.
25.49 Com'io tenea levate in lor le ciglia,
25.50 e un serpente con sei piè si lancia
e un serpente: ecco che un serpente con sei piedi…; naturalmente è Cianfa, così trasformato in serpe, che aggredisce Agnolo Brunelleschi (cfr. v. 68) per dar vita ad una nuova misteriosa trasformazione.
25.51 dinanzi a l'uno, e tutto a lui s'appiglia.
25.52 Co' piè di mezzo li avvinse la pancia,
25.53 e con li anterior le braccia prese;
25.54 poi li addentò e l'una e l'altra guancia;
25.55 li diretani a le cosce distese,
li diretani: i piedi posteriori.
25.56 e miseli la coda tra 'mbedue,
25.57 e dietro per le ren sù la ritese.
25.58 Ellera abbarbicata mai non fue
Ellera : edera.
25.59 ad alber sì, come l'orribil fiera
25.60 per l'altrui membra avviticchiò le sue.
25.61 Poi s'appiccar, come di calda cera
s'appiccar: si appiccicarono, si fusero.
25.62 fossero stati, e mischiar lor colore,
25.63 né l'un né l'altro già parea quel ch'era:
né l'un : né il serpe ( " l'un " ) né l'uomo (" l'altro ") ormai ( " già " ) appariva come era prima, come procede innanzi alla fiamma (" ardore ") su per la carta ( " lo papiro "), mentre brucia, un color bruno che non è ancor nero, come la carta bruciata, mentre il bianco del foglio va scomparendo (" more ").
25.64 come procede innanzi da l'ardore,
25.65 per lo papiro suso, un color bruno
25.66 che non è nero ancora e 'l bianco more.
25.67 Li altri due 'l riguardavano, e ciascuno
25.68 gridava: «Omè, Agnel, come ti muti!
Agnel: è Agnolello o Agnolo Brunelleschi, nobile fiorentino di famiglia ghibellina, il quale dopo il 1300 passò prima ai Bianchi, indi ai Neri.
25.69 Vedi che già non se' né due né uno».
né due né uno: Dante coglie il momento in cui la trasformazione si va compiendo, e non è ancor compiuta.
25.70 Già eran li due capi un divenuti,
25.71 quando n'apparver due figure miste
25.72 in una faccia, ov'eran due perduti.
25.73 Fersi le braccia due di quattro liste;
Fersi: si fecero, divennero due liste, di quattro che erano; due del serpe, due dell'uomo.
25.74 le cosce con le gambe e 'l ventre e 'l casso
casso : torace.
25.75 divenner membra che non fuor mai viste.
25.76 Ogne primaio aspetto ivi era casso:
primaio: ogni aspetto di prima era cancellato (" casso ").
25.77 due e nessun l'imagine perversa
25.78 parea; e tal sen gio con lento passo.
sen gio: se ne andava, simile ad un uomo ed a serpente, senza esser né l'uno né l'altro.
25.79 Come 'l ramarro sotto la gran fersa
fersa: sferza dei giorni di canicola.
25.80 dei dì canicular, cangiando sepe,
25.81 folgore par se la via attraversa,
25.82 sì pareva, venendo verso c
l'epe : i ventri.
25.83 de li altri due, un serpentello acceso,
un serpentello acceso: con gli occhi fiammeggianti. II serpentello è Francesco Cavalcanti (cfr. v. 151). 85 e quella parte: è l'ombelico, parte donde l'uomo, ancor nel seno materno, trae il suo primo alimento.
25.84 livido e nero come gran di pepe;
25.85 e quella parte onde prima è preso
25.86 nostro alimento, a l'un di lor trafisse;
25.87 poi cadde giuso innanzi lui disteso.
25.88 Lo trafitto 'l mirò, ma nulla disse;
25.89 anzi, co' piè fermati, sbadigliava
sbadigliava: l'uomo morsicato comincia a perder conoscenza ed ha inizio la trasformazione.
25.90 pur come sonno o febbre l'assalisse.
25.91 Elli 'l serpente, e quei lui riguardava;
25.92 l'un per la piaga, e l'altro per la bocca
25.93 fummavan forte, e 'l fummo si scontrava.
25.94 Taccia Lucano ormai là dove tocca
Lucano: è il poeta latino Anneo Lucano, autore del poema Farsaglia (cfr. c. IV, 90 e n. 86), nel quale narra (cfr. IX, 761 segg.) di Sabello, soldato dell'esercito di Catone, morto di consunzione per il morso di un serpente e di Nassidio, suo commilitone (cfr. IX, 789 segg.), gonfiatosi fino a scoppiare per analoga causa.
25.95 del misero Sabello e di Nasidio,
25.96 e attenda a udir quel ch'or si scocca.
25.97 Taccia di Cadmo e d'Aretusa Ovidio;
Ovidio: è il poeta latino Ovidio Nasone (cfr. c. IV, 90 e n. 86), autore delle Metamorfosi, in cui si legge (cfr. IV, 563 segg.) di Cadmo, fondatore di Tebe, trasformato in serpente e di Aretusa (cfr. V, 572 segg.) trasformata in fonte.
25.98 ché se quello in serpente e quella in fonte
25.99 converte poetando, io non lo 'nvidio;
25.100 ché due nature mai a fronte a fronte
25.101 non trasmutò sì ch'amendue le forme
25.102 a cambiar lor matera fosser pronte.
25.103 Insieme si rispuosero a tai norme,
si rispuosero: si corrisposero secondo tali regole (" norme ") per cui il serpente biforcò la coda (" in forca fesse "), formando due gambe e il ferito unì i piedi (" l'orme "), formando una coda. Le gambe e le cosce si congiunsero al punto che, in breve, la giuntura non mostrava alcun segno che apparisse (" paresse "). La coda del serpente (" fessa ") prendeva (" togliea ") la figura che si perdeva nell'uomo ( " là ") e la sua pelle si faceva morbida, mentre quella dell'uomo si faceva squamosa.( " dura " ).
25.104 che 'l serpente la coda in forca fesse,
25.105 e il feruto ristrinse insieme l'orme.
25.106 Le gambe con le cosce seco stesse
25.107 s'appiccar sì, che 'n poco la giuntura
25.108 non facea segno alcun che si paresse.
25.109 Togliea la coda fessa la figura
25.110 che si perdeva là, e la sua pelle
25.111 si facea molle, e quella di là dura.
25.112 Io vidi intrar le braccia per l'ascelle,
25.113 e i due piè de la fiera, ch'eran corti,
25.114 tanto allungar quanto accorciavan quelle.
25.115 Poscia li piè di retro, insieme attorti,
li piè di rietro: i piedi posteriori del serpente, formando un unico corpo (" attorti "), diventarono il membro virile, che l'uomo tien coperto (" cela "), e l'uomo ( " 'l misero " ), dal suo membro, aveva sporti ( " porti " ) due piedi, corrispondenti a quelli posteriori del serpente. Mentre il fumo avvolge entrambe le figure, attribuendo a ciascuna il colore dell'altra, dando peli al serpente e rendendo glabro l'uomo, il serpente si levò in piedi e l'altro cadde giù, senza torcer gli occhi (" lucerne ") empi, sotto i quali ciascuno cambiava il volto ancora informe (" muso ").
25.116 diventaron lo membro che l'uom cela,
25.117 e 'l misero del suo n'avea due porti.
25.118 Mentre che 'l fummo l'uno e l'altro vela
25.119 di color novo, e genera 'l pel suso
25.120 per l'una parte e da l'altra il dipela,
25.121 l'un si levò e l'altro cadde giuso,
25.122 non torcendo però le lucerne empie,
25.123 sotto le quai ciascun cambiava muso.
25.124 Quel ch'era dritto, il trasse ver' le tempie,
25.125 e di troppa matera ch'in là venne
25.126 uscir li orecchi de le gote scempie;
scempie: prive. Il serpente, infatti, non aveva orecchie.
25.127 ciò che non corse in dietro e si ritenne
25.128 di quel soverchio, fé naso a la faccia
25.129 e le labbra ingrossò quanto convenne.
25.130 Quel che giacea, il muso innanzi caccia,
25.131 e li orecchi ritira per la testa
25.132 come face le corna la lumaccia;
la lumaccia: la lumaca.
25.133 e la lingua, ch'avea unita e presta
presta: pronta e adatta.
25.134 prima a parlar, si fende, e la forcuta
25.135 ne l'altro si richiude; e 'l fummo resta.
si richiude: si salda, divenendo una. E il fumo scompare.
25.136 L'anima ch'era fiera divenuta,
25.137 suffolando si fugge per la valle,
suffolando : sibilando.
25.138 e l'altro dietro a lui parlando sputa.
sputa: quale estremo segno della trascorsa animalità.
25.139 Poscia li volse le novelle spalle,
25.140 e disse a l'altro: «I' vo' che Buoso corra,
Buoso: è, probabilmente, Buoso Donati; altri propende per Buoso degli Abati.
25.141 com'ho fatt'io, carpon per questo calle».
25.142 Così vid'io la settima zavorra
la settima zavorra: i dannati della settima bolgia.
25.143 mutare e trasmutare; e qui mi scusi
25.144 la novità se fior la penna abborra.
la novità: mi sia di scusa la novità dell'argomento, se la mia penna un poco (" fior ") si è espressa inadeguatamente e confusamente (" abborra " da abborracciare).
25.145 E avvegna che li occhi miei confusi
25.146 fossero alquanto e l'animo smagato,
smagato: smarrito.
25.147 non poter quei fuggirsi tanto chiusi,
chiusi: nascosti.
25.148 ch'i' non scorgessi ben Puccio Sciancato;
Puccio Sciancato: fiorentino, della famiglia ghibellina dei Galigai. I "tre compagni" sono, dunque: Agnello, che si tramuta con Cianfa (v. 49-78) Puccio, che non subisce trasformazioni e Buoso, tramutato con Francesco Cavalcanti, come è detto al v.151.
25.149 ed era quel che sol, di tre compagni
25.150 che venner prima, non era mutato;
25.151 l'altr'era quel che tu, Gaville, piagni.
Gaville: paese del Valdarno superiore, i cui abitanti furono sanguinosamente perseguitati dai congiunti di Francesco Cavalcanti, ucciso da ignoti dl quel paese.
Inferno : Canto 26
26.1 Godi, Fiorenza, poi che se' sì grande,
26.2 che per mare e per terra batti l'ali,
26.3 e per lo 'nferno tuo nome si spande!
26.4 Tra li ladron trovai cinque cotali
Cotali: tali… che (" onde ").
26.5 tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
26.6 e tu in grande orranza non ne sali.
orranza : onore.
26.7 Ma se presso al mattin del ver si sogna,
presso al mattin: si credeva, ai tempi di Dante, che i sogni avuti sul far del giorno fossero autentici presagi (cfr. Purg. IX, 16).
26.8 tu sentirai di qua da picciol tempo
di qua da picciol tempo: tra breve.
26.9 di quel che Prato, non ch'altri, t'agogna.
t'agogna: desidera per te, quindi ti augura sciagure. Prato era città minore, soggetta a Firenze.
26.10 E se già fosse, non saria per tempo.
non saria per tempo: non sarebbe troppo presto.
26.11 Così foss'ei, da che pur esser dee!
Così foss'ei: così fosse già accaduto, dato che non si può evitare; che tanto più mi addolorerà, quanto più mi invecchio (" m'attempo ").
26.12 ché più mi graverà, com'più m'attempo.
26.13 Noi ci partimmo, e su per le scalee
26.14 che n'avea fatto iborni a scender pria,
26.15 rimontò 'l duca mio e trasse mee;
rimontò: risalì lungo le scalee che, prima, nello scendere, ci avevano offerto le sporgenze (" i borni ").
26.16 e proseguendo la solinga via,
26.17 tra le schegge e tra ' rocchi de lo scoglio
26.18 lo piè sanza la man non si spedia.
sanza la man: senza l'aiuto delle mani.
26.19 Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
26.20 quando drizzo la mente a ciò ch'io vidi,
26.21 e più lo 'ngegno affreno ch'i' non soglio,
26.22 perché non corra che virtù nol guidi;
perché non corra: perché non proceda troppo oltre, senza che la virtù lo diriga; di modo che, se un benevolo influsso delle stelle o la grazia divina (" o miglior cosa ") mi ha dato il bene, io stesso non me ne privi ( " nol m'invidi "). Dante intende riprovare l'abuso della ragione umana, quando sia volta a fini maliziosi.
26.23 sì che, se stella bona o miglior cosa
26.24 m'ha dato 'l ben, ch'io stessi nol m'invidi.
26.25 Quante 'l villan ch'al poggio si riposa,
26.26 nel tempo che colui che 'l mondo schiara
nel tempo: d'estate, quando il sole (" colui… ") ci tien meno nascosta la sua presenza (" faccia "), e sul far della sera, quando la mosca cede il posto alla zanzara.
26.27 la faccia sua a noi tien meno ascosa,
26.28 come la mosca cede alla zanzara,
26.29 vede lucciole giù per la vallea,
vede lucciole : far precedere da : " quante 'l villan… ".
26.30 forse colà dov'e' vendemmia e ara:
26.31 di tante fiamme tutta risplendea
26.32 l'ottava bolgia, sì com'io m'accorsi
26.33 tosto che fui là 've 'l fondo parea.
've 'l fondo parea: ove il fondo appariva, si poteva scorgere; cioè sul ponte che attraversa la bolgia.
26.34 E qual colui che si vengiò con li orsi
colui: secondo il racconto biblico, Eliseo, deriso da alcuni fanciulli per la sua calvizie, li maledisse solennemente; due orsi, usciti dal bosco presso la città di Betel, ne sbranarono quarantadue, cosi Eliseo si vendicò (" si vengiò ") con gli orsi.
26.35 vide 'l carro d'Elia al dipartire,
'l carro d'Elia.: Eliseo, mentre camminava col suo maestro Elia, se lo vide rapire su un carro di fuoco, tirato da cavalli di fuoco, così rapidamente che non riuscì a scorgere altro che la fiamma sparire in cielo come una " nuvoletta ".
26.36 quando i cavalli al cielo erti levorsi,
26.37 che nol potea sì con li occhi seguire,
26.38 ch'el vedesse altro che la fiamma sola,
26.39 sì come nuvoletta, in sù salire:
26.40 tal si move ciascuna per la gola
26.41 del fosso, ché nessuna mostra 'l furto,
'l furto: ciò che contiene; e si spiega con " invola" (carpisce, ruba) del v. seg.
26.42 e ogne fiamma un peccatore invola.
26.43 Io stava sovra 'l ponte a veder surto,
surto: ritto in piedi.
26.44 sì che s'io non avessi un ronchion preso,
26.45 caduto sarei giù sanz'esser urto.
urto: urtato.
26.46 E 'l duca che mi vide tanto atteso,
atteso: intento.
26.47 disse: «Dentro dai fuochi son li spirti;
26.48 catun si fascia di quel ch'elli è inceso».
catun: ciascuno si trova ad esser fasciato dalla fiamma che lo accende.
26.49 «Maestro mio», rispuos'io, «per udirti
per udirti: per le parole che ho udito da te.
26.50 son io più certo; ma già m'era avviso
m'era avviso : pensavo.
26.51 che così fosse, e già voleva dirti:
26.52 chi è 'n quel foco che vien sì diviso
26.53 di sopra, che par surger de la pira
26.54 dov'Eteòcle col fratel fu miso?».
Eteòcle: fratello di Polinice, il quale, con altri sei re, gli mosse guerra (guerra dei sette contro Tebe cfr. c. XIV, 68 seg. e n. 46); entrambi figli di Edipo, nati da un incesto e maledetti dal padre che essi cacciarono da Tebe, si odiarono così ferocemente che, posti i loro cadaveri su di un medesimo rogo, ne sorse una fiamma che si divise in due lingue, simbolo di discordia anche dopo la morte.
26.55 Rispuose a me: «Là dentro si martira
si martira: sono puniti.
26.56 Ulisse e Diomede, e così insieme
Ulisse e Diomede: figlio di Laerte il primo e di Tideo l'altro, uniti più di una volta, durante la guerra di Troia nella realizzazione di imprese basate sulla violenza e la frode, si trovano insieme a subire la pena (" vendetta ") imposta da Dio, come insieme ne affrontarono " l'ira ".
26.57 a la vendetta vanno come a l'ira;
26.58 e dentro da la lor fiamma si geme
si geme: si sconta l'inganno del cavallo di legno, ideato da Ulisse, che rese possibile l'occupazione di Troia da parte dei Greci e, quindi la fuga di Enea dalla città in fiamme, con tutte le conseguenze, anche indirette, di questa fuga, come la fondazione di Roma (" onde uscì de' Romani il gentil seme ").
26.59 l'agguato del caval che fé la porta
26.60 onde uscì de' Romani il gentil seme.
26.61 Piangevisi entro l'arte per che, morta,
l'arte: l'astuzia con la quale, mostrandogli delle armi, Ulisse e Diomede riuscirono a far si che Achille li accompagnasse alla guerra di Troia, quando lo trovarono, travestito da donna, presso la corte di Licomede in Sciro, dove la madre Teti lo aveva nascosto e dove il giovane principe aveva sposato Deidamia, la fanciulla che dopo la morte rimpiange il prestigioso eroe.
26.62 Deidamìa ancor si duol d'Achille,
26.63 e del Palladio pena vi si porta».
Palladio: statua di Pallade Atena, che Ulisse e Diomede rubarono con frode.
26.64 «S'ei posson dentro da quelle faville
26.65 parlar», diss'io, «maestro, assai ten priego
26.66 e ripriego, che 'l priego vaglia mille,
26.67 che non mi facci de l'attender niego
che non mi facci: che tu non mi dia un rifiuto per l'attendere.
26.68 fin che la fiamma cornuta qua vegna;
cornuta: biforcata in due lingue di fuoco.
26.69 vedi che del disio ver' lei mi piego!».
26.70 Ed elli a me: «La tua preghiera è degna
26.71 di molta loda, e io però l'accetto;
26.72 ma fa che la tua lingua si sostegna.
si sostegna: si astenga dal parlare.
26.73 Lascia parlare a me, ch'i' ho concetto
concetto : concepito, compreso.
26.74 ciò che tu vuoi; ch'ei sarebbero schivi,
26.75 perch'e' fuor greci, forse del tuo detto».
perch'e' fuor greci: perché furono dei grandi dell'antica Grecia, meglio qualificato a rivolgere la parola è Virgilio; il quale col suo poema ha acquistato dei meriti nei loro confronti (cfr. v. 80 e 81).
26.76 Poi che la fiamma fu venuta quivi
26.77 dove parve al mio duca tempo e loco,
26.78 in questa forma lui parlare audivi:
audivi: udii; è un latinismo.
26.79 «O voi che siete due dentro ad un foco,
26.80 s'io meritai di voi mentre ch'io vissi,
26.81 s'io meritai di voi assai o poco
26.82 quando nel mondo li alti versi scrissi,
26.83 non vi movete; ma l'un di voi dica
26.84 dove, per lui, perduto a morir gissi».
dove: dove egli, sperdutosi, andò (" gissi ") a morire.
26.85 Lo maggior corno de la fiamma antica
Lo maggior corno: quello che " invola " Ulisse.
26.86 cominciò a crollarsi mormorando
26.87 pur come quella cui vento affatica;
26.88 indi la cima qua e là menando,
26.89 come fosse la lingua che parlasse,
26.90 gittò voce di fuori, e disse: «Quando
26.91 mi diparti' da Circe, che sottrasse
Circe: figlia del Sole, esercitava i suoi incantesimi sui malcapitati stranieri, trasformandoli in animali. Trattenne per oltre un anno Ulisse il quale, ripartito, non tornò, afferma Dante, contrariamente alla tradizione omerica, nella sua Itaca, ma volle vivere l'esperienza " del mondo sanza gente ".
26.92 me più d'un anno là presso a Gaeta,
Gaeta: il monte Circello, poi chiamato Gaeta dal nome della nutrice di Enea, Caieta, che vi fu sepolta.
26.93 prima che sì Enea la nomasse,
26.94 né dolcezza di figlio, né la pieta
la pieta: l'amor filiale.
26.95 del vecchio padre, né 'l debito amore
26.96 lo qual dovea Penelopé far lieta,
Penelopè: Penelope, la sposa di Ulisse.
26.97 vincer potero dentro a me l'ardore
26.98 ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto,
26.99 e de li vizi umani e del valore;
valore: virtù (cfr. lat. virtus).
26.100 ma misi me per l'alto mare aperto
26.101 sol con un legno e con quella compagna
compagna: compagnia, ciurma.
26.102 picciola da la qual non fui diserto.
diserto: abbandonato.
26.103 L'un lito e l'altro vidi infin la Spagna,
L'un lito: le coste europee e quelle d'Africa (" Morrocco ").
26.104 fin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi,
26.105 e l'altre che quel mare intorno bagna.
26.106 Io e ' compagni eravam vecchi e tardi
26.107 quando venimmo a quella foce stretta
26.108 dov'Ercule segnò li suoi riguardi,
riguardi: limiti; le colonne d'Ercole, cioè Gibilterra.
26.109 acciò che l'uom più oltre non si metta:
26.110 da la man destra mi lasciai Sibilia,
Sibilia: Siviglia, in Spagna.
26.111 da l'altra già m'avea lasciata Setta.
Setta: Ceuta, sulla costa d'Africa.
26.112 "O frati", dissi "che per cento milia
per cento milia: attraverso centomila pericoli.
26.113 perigli siete giunti a l'occidente,
26.114 a questa tanto picciola vigilia
vigilia: veglia dei sensi che precede il sonno della morte.
26.115 d'i nostri sensi ch'è del rimanente,
26.116 non vogliate negar l'esperienza,
26.117 di retro al sol, del mondo sanza gente.
di retro al sol: seguendo l'apparente moto del sole da oriente ad occidente.
26.118 Considerate la vostra semenza:
semenza : natura.
26.119 fatti non foste a viver come bruti,
26.120 ma per seguir virtute e canoscenza''.
26.121 Li miei compagni fec'io sì aguti,
aguti : disposti favorevolmente.
26.122 con questa orazion picciola, al cammino,
26.123 che a pena poscia li avrei ritenuti;
26.124 e volta nostra poppa nel mattino,
nel mattino: ad oriente; perciò la nave va verso occidente.
26.125 de' remi facemmo ali al folle volo,
26.126 sempre acquistando dal lato mancino.
dal lato mancino: lungo la costa dell'Africa.
26.127 Tutte le stelle già de l'altro polo
Tutte le stelle: la notte mostrava già tutte le stelle del polo antartico mentre il polo artico (" 'l nostro ") non si levava al di sopra dell'orizzonte. Cioè era stato oltrepassato l'equatore.
26.128 vedea la notte e 'l nostro tanto basso,
26.129 che non surgea fuor del marin suolo.
26.130 Cinque volte racceso e tante casso
Cinque volte: il lume della luna si era riacceso e spento (" casso ") cinque volte, cioè erano passati cinque mesi da quando ci eravamo posti in viaggio.
26.131 lo lume era di sotto da la luna,
26.132 poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,
26.133 quando n'apparve una montagna, bruna
una montagna: è la montagna del Purgatorio.
26.134 per la distanza, e parvemi alta tanto
26.135 quanto veduta non avea alcuna.
26.136 Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto,
26.137 ché de la nova terra un turbo nacque,
26.138 e percosse del legno il primo canto.
il primo canto: la prora.
26.139 Tre volte il fé girar con tutte l'acque;
26.140 a la quarta levar la poppa in suso
levar: infinito narrativo come " ire " del v. seg.
26.141 e la prora ire in giù, com'altrui piacque,
altrui: ad altri, alla divina volontà.
26.142 infin che 'l mar fu sovra noi richiuso».
Inferno : Canto 27
27.1 Già era dritta in sù la fiamma e queta
27.2 per non dir più, e già da noi sen gia
per non dir più: per il fatto che più non parlava.
27.3 con la licenza del dolce poeta,
27.4 quand'un'altra, che dietro a lei venia,
27.5 ne fece volger li occhi a la sua cima
27.6 per un confuso suon che fuor n'uscia.
27.7 Come 'l bue cicilian che mugghiò prima
Come 'l bue cicilian: l'artefice ateniese Perillo aveva fabbricato un toro di rame da donare a Falaride tiranno d'Agrigento, perché vi rinchiudesse i condannati e ne ascoltasse i lamenti, provocati dall'essere il toro posto sul fuoco, e simili a veri muggiti; perciò: come il bue siciliano che per la prima volta mugghiò con le urla di Perillo (" colui "), e ciò fu giusto ("dritto"), che l'aveva fabbricato con la sua lima, e che Falaride fece arrostire per primo, come, dunque, il bue siciliano muggiva con la voce del condannato (" l'afflitto ") si che, sebbene fosse di rame, pure sembrava straziato dal dolore, così le misere (" grame ") parole, poiché non avevano via d'uscita, in un primo tempo, né sfogo (" forame " ) nel fuoco, si convertivano nel linguaggio del fuoco stesso, cioè in un rugghiante (cfr. v. 58) " confuso suon " (crf. v. 6).
27.8 col pianto di colui, e ciò fu dritto,
27.9 che l'avea temperato con sua lima,
27.10 mugghiava con la voce de l'afflitto,
27.11 sì che, con tutto che fosse di rame,
27.12 pur el pareva dal dolor trafitto;
27.13 così, per non aver via né forame
27.14 dal principio nel foco, in suo linguaggio
27.15 si convertian le parole grame.
27.16 Ma poscia ch'ebber colto lor viaggio
viaggio : via.
27.17 su per la punta, dandole quel guizzo
27.18 che dato avea la lingua in lor passaggio,
27.19 udimmo dire: «O tu a cu' io drizzo
27.20 la voce e che parlavi mo lombardo,
27.21 dicendo "Istra ten va, più non t'adizzo",
Istra: ora; corrisponde ad " issa " (crf. c. XXIII, 7). Più non t'adizzo: non ti aizzo, incito più a parlare. E' la frase con cui Virgilio dà " licenza " (cfr. v. 3) ad Ulisse.
27.22 perch'io sia giunto forse alquanto tardo,
27.23 non t'incresca restare a parlar meco;
27.24 vedi che non incresce a me, e ardo!
27.25 Se tu pur mo in questo mondo cieco
27.26 caduto se' di quella dolce terra
27.27 latina ond'io mia colpa tutta reco,
ond'io: da cui ho qui portato tutta la mia colpa.
27.28 dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;
27.29 ch'io fui de' monti là intra Orbino
de' monti: della contea di Montefeltro, tra Urbino e la cima da cui nasce il Tevere.
27.30 e 'l giogo di che Tever si diserra».
27.31 Io era in giuso ancora attento e chino,
27.32 quando il mio duca mi tentò di costa,
mi tentò di costa: mi toccò di fianco.
27.33 dicendo: «Parla tu; questi è latino».
latino: Guido da Montefeltro è italiano, perciò connazionale di Dante e suo contemporaneo (1220 ca.-1298). Con lui Dante può parlare, mentre con Ulisse e Diomede, " perché fur greci ", la reverente considerazione verso il mondo classico impone al poeta di cedere la parola a Virgilio (cfr. c. XXVI, 75).
27.34 E io, ch'avea già pronta la risposta,
27.35 sanza indugio a parlare incominciai:
27.36 «O anima che se' là giù nascosta,
27.37 Romagna tua non è, e non fu mai,
27.38 sanza guerra ne' cuor de' suoi tiranni;
ne' cuor de' suoi tiranni: : signori di Romagna hanno sempre la guerra nei loro desideri; ma, al presente, non ve ne sono in atto (" 'n palese "). Nell'aprile 1300, a Castel S. Pietro, si era giurata la completa pacificazione della Romagna.
27.39 ma 'n palese nessuna or vi lasciai.
27.40 Ravenna sta come stata è molt'anni:
27.41 l'aguglia da Polenta la si cova,
la si cova: se la cova sì che con le ali (" vanni ") raggiunge e ricopre Cervia. L'aquila è nello stemma dei da Polenta.
27.42 sì che Cervia ricuopre co' suoi vanni.
27.43 La terra che fé già la lunga prova
La terra: Forlì, che combatté a lungo contro i Francesi (" Franceschi ") e i Guelfi, inviati da Martino IV, si trova sotto l'artiglio (" branche ") del leone verde in rampo d'oro che figura nello stemma degli Ordelaffi.
27.44 e di Franceschi sanguinoso mucchio,
27.45 sotto le branche verdi si ritrova.
27.46 E 'l mastin vecchio e 'l nuovo da Verrucchio,
E 'l mastin : i due " mastini " sono Malatesta da Verrucchio e suo figlio Malatestino, fratello di Gianciotto e Paolo (cfr. c. V, n. 74); essi fecero trucidare in carcere il capo ghibellino Montagna da Parcitade e fanno succhiello (" succhio ") dei loro denti, cioè azzannano la città di Rimini (" là dove soglion ").
27.47 che fecer di Montagna il mal governo,
27.48 là dove soglion fan d'i denti succhio.
27.49 Le città di Lamone e di Santerno
Le città: Maghinardo Pagani da Susinana, il cui stemma accampa un leone azzurro su sfondo bianco, e che muta alleanze col variar delle stagioni, regge Faenza (bagnata dal Lamone) e Imola (sita presso il Santerno).
27.50 conduce il lioncel dal nido bianco,
27.51 che muta parte da la state al verno.
27.52 E quella cu' il Savio bagna il fianco,
il Savio: Cesena, bagnata dal Savio, così come siede….
27.53 così com'ella sie' tra 'l piano e 'l monte
27.54 tra tirannia si vive e stato franco.
27.55 Ora chi se', ti priego che ne conte;
27.56 non esser duro più ch'altri sia stato,
altri: io.
27.57 se 'l nome tuo nel mondo tegna fronte».
se: ha il consueto valore ottativo; possa il tuo nome sopravvivere nel tempo.
27.58 Poscia che 'l foco alquanto ebbe rugghiato
rugghiato: il rugghio è il linguaggio della fiamma (cfr. n. 7).
27.59 al modo suo, l'aguta punta mosse
27.60 di qua, di là, e poi diè cotal fiato:
di qua, di là: cfr. c. XXVI, 88.
27.61 «S'i' credesse che mia risposta fosse
27.62 a persona che mai tornasse al mondo,
27.63 questa fiamma staria sanza più scosse;
staria: starebbe senza parlare. Non é la prima volta che i dannati si preoccupano della fama lasciata nel mondo (cfr. c. VI, 88 e seg.).
27.64 ma però che già mai di questo fondo
27.65 non tornò vivo alcun, s'i' odo il vero,
27.66 sanza tema d'infamia ti rispondo.
27.67 Io fui uom d'arme, e poi fui cordigliero,
Io fui uom d'arme: Guido da Montefeltro fu abile condottiero e protagonista dei principali avvenimenti di Romagna; poi entrò nell'Ordine francescano ("cordigliero") cingendo i fianchi con il cingolo o cordiglio.
27.68 credendomi, sì cinto, fare ammenda;
27.69 e certo il creder mio venìa intero,
27.70 se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,
il gran prete: il pontefice Bonifacio VIII.
27.71 che mi rimise ne le prime colpe;
27.72 e come e quare, voglio che m'intenda.
e come e quare: in qual modo e per qual ragione (cfr. lat. quare).
27.73 Mentre ch'io forma fui d'ossa e di polpe
27.74 che la madre mi diè, l'opere mie
27.75 non furon leonine, ma di volpe.
non furon leonine; non ispirate al coraggio, ma all'astuzia.
27.76 Li accorgimenti e le coperte vie
27.77 io seppi tutte, e sì menai lor arte,
27.78 ch'al fine de la terra il suono uscie.
il suono: che la fama raggiunse (" uscie ") il confine (" fine ") della terra.
27.79 Quando mi vidi giunto in quella parte
27.80 di mia etade ove ciascun dovrebbe
27.81 calar le vele e raccoglier le sarte,
le sarte: le sartie (cfr. c. XXI, 14).
27.82 ciò che pria mi piacea, allor m'increbbe,
27.83 e pentuto e confesso mi rendei;
mi rendei: mi feci frate.
27.84 ahi miser lasso! e giovato sarebbe.
27.85 Lo principe d'i novi Farisei,
Lo principe: il capo dei corrotti sacerdoti (" nuovi Farisei "), cioè Bonifacio VIII, tutto preso dalle lotte contro i Colonna in Roma stessa (" presso a Laterano "), ove sorge la basilica di San Giovanni in Laterano.
27.86 avendo guerra presso a Laterano,
27.87 e non con Saracin né con Giudei,
27.88 ché ciascun suo nimico era cristiano,
27.89 e nessun era stato a vincer Acri
e nessun: e nessuno dei Cristiani, nemici di Bonifacio, aveva collaborato coi Saraceni che, nel 1291, conquistarono Acri, ultimo baluardo della cristianità in Palestina, né coi Saraceni aveva effettuato commerci, decisamente proibiti dalla Chiesa.
27.90 né mercatante in terra di Soldano;
27.91 né sommo officio né ordini sacri
27.92 guardò in sé, né in me quel capestro
quel capestro: il cingolo o cordiglio che un tempo era solito macerare nella penitenza chi lo indossava.
27.93 che solea fare i suoi cinti più macri.
27.94 Ma come Costantin chiese Silvestro
Ma come Costantin: Costantino, malato di lebbra, fu guarito con il battesimo da papa Silvestro I, che egli aveva mandato a chiamare in una grotta del monte Soratte (" Siratti "), ove quello si era rifugiato.
27.95 d'entro Siratti a guerir de la lebbre;
27.96 così mi chiese questi per maestro
maestro: era il titolo dato ai medici.
27.97 a guerir de la sua superba febbre:
superba febbre: l'ansia di dominare i suoi avversari, i Colonna, le cui case sorgevano presso il Laterano.
27.98 domandommi consiglio, e io tacetti
27.99 perché le sue parole parver ebbre.
27.100 E' poi ridisse: "Tuo cuor non sospetti;
27.101 finor t'assolvo, e tu m'insegna fare
finor: fin da questo momento.
27.102 sì come Penestrino in terra getti.
Penestrino: il castello di Palestrina, roccaforte dei Colonna.
27.103 Lo ciel poss'io serrare e diserrare,
serrare e diserrare: è l'aprire e il chiudere della chiave (cfr. c. XIII, 60).
27.104 come tu sai; però son due le chiavi
27.105 che 'l mio antecessor non ebbe care".
'l mio antecessor: papa Celestino V, " che fece per viltade il gran rifiuto " (cfr. c. III, 60), indotto da Bonifacio.
27.106 Allor mi pinser li argomenti gravi
27.107 là 've 'l tacer mi fu avviso 'l peggio,
là 've 'l tacer: al punto che tacere mi sembrò peggior partito.
27.108 e dissi: "Padre, da che tu mi lavi
27.109 di quel peccato ov'io mo cader deggio,
27.110 lunga promessa con l'attender corto
lunga promessa: promettere molto e mantenere poco ti consentirà di trionfare. E Bonifacio VIII così fece, ottenendo la resa di Palestrina con la promessa di rimettere i Colonnesi " in loro stato e dignità; la qual cosa non attenne loro, ma fece disfare la detta città " (G. Villani VIII, 23).
27.111 ti farà triunfar ne l'alto seggio".
27.112 Francesco venne poi com'io fu' morto,
Francesco: San Francesco d'Assisi.
27.113 per me; ma un d'i neri cherubini
neri cherubini: i diavoli che vengono a prender l'anima, secondo una diffusa credenza medioevale.
27.114 li disse: "Non portar: non mi far torto.
27.115 Venir se ne dee giù tra ' miei meschini
meschini : servi, schiavi.
27.116 perché diede 'l consiglio frodolente,
27.117 dal quale in qua stato li sono a' crini;
27.118 ch'assolver non si può chi non si pente,
27.119 né pentere e volere insieme puossi
né pentere: non ci si può pentire di un peccato e volerlo commettere nello stesso tempo, per il principio di non contraddizione che non lo consente; perciò l'assoluzione di Bonifacio non era efficace.
27.120 per la contradizion che nol consente".
27.121 Oh me dolente! come mi riscossi
27.122 quando mi prese dicendomi: "Forse
27.123 tu non pensavi ch'io loico fossi!".
loico: ragionatore, sottile conoscitore della logica.
27.124 A Minòs mi portò; e quelli attorse
27.125 otto volte la coda al dosso duro;
27.126 e poi che per gran rabbia la si morse,
27.127 disse: "Questi è d'i rei del foco furo";
foco furo: fuoco ladro, perché " invola " le anime (cfr. c. XXVI, 42).
27.128 per ch'io là dove vedi son perduto,
27.129 e sì vestito, andando, mi rancuro».
mi rancuro: mi dolgo.
27.130 Quand'elli ebbe 'l suo dir così compiuto,
27.131 la fiamma dolorando si partio,
27.132 torcendo e dibattendo 'l corno aguto.
27.133 Noi passamm'oltre, e io e 'l duca mio,
27.134 su per lo scoglio infino in su l'altr'arco
27.135 che cuopre 'l fosso in che si paga il fio
27.136 a quei che scommettendo acquistan carco.
scommettendo: scommettere è l'opposto di commettere: unire; perciò qui sono puniti (" acquistan carco ") coloro che seminarono scismi e scandali.
Inferno : Canto 28
28.1 Chi poria mai pur con parole sciolte
parole sciolte: in prosa che è libera dai legami del verso (cfr. lat. oratio soluta).
28.2 dicer del sangue e de le piaghe a pieno
28.3 ch'i' ora vidi, per narrar più volte?
per narrar più volte: per quanto provasse a ripetere la narrazione.
28.4 Ogne lingua per certo verria meno
verria meno: sarebbe insufficiente.
28.5 per lo nostro sermone e per la mente
28.6 c'hanno a tanto comprender poco seno.
seno: capacità.
28.7 S'el s'aunasse ancor tutta la gente
s'aunasse: si radunasse di nuovo ( " ancor ").
28.8 che già in su la fortunata terra
fortunata: fortunosa terra di Puglia.
28.9 di Puglia, fu del suo sangue dolente
28.10 per li Troiani e per la lunga guerra
per li Troiani: a causa dei Romani, discendenti dei Troiani, durante le guerre sannitiche e nella seconda guerra punica, quando, come attesta Livio, a Canne Annibale riempì più di " tre moggia " con gli anelli tolti ai nemici uccisi.
28.11 che de l'anella fé sì alte spoglie,
28.12 come Livio scrive, che non erra,
28.13 con quella che sentio di colpi doglie
con quella: con quella gente che fu ferita e uccisa quando Roberto il Guiscardo cacciò i Saraceni dall'Italia meridionale; e l'altra, le cui ossa ancora sono ammucchiate a Ceprano. Veramente, Carlo I d'Angiò passò per il ponte di Ceprano, sul Liri, lasciato libero in seguito al tradimento dei baroni pugliesi (v. 16 e segg.), ma la battaglia si svolse nel 1266, a Benevento, dove fu ucciso Manfredi. A Tagliacozzo, nel 1268, fu battuto Corradino di Svevia e la vittoria di Carlo fu dovuta, più che alle armi, all'astuzia di Alardo di Valery.
28.14 per contastare a Ruberto Guiscardo;
28.15 e l'altra il cui ossame ancor s'accoglie
28.16 a Ceperan, là dove fu bugiardo
28.17 ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,
28.18 dove sanz'arme vinse il vecchio Alardo;
28.19 e qual forato suo membro e qual mozzo
28.20 mostrasse, d'aequar sarebbe nulla
d'aequar sarebbe nulla: non vi sarebbe modo di uguagliare la misura (" modo ") del carname contenuto nella nona bolgia.
28.21 il modo de la nona bolgia sozzo.
28.22 Già veggia, per mezzul perdere o lulla,
Già veggia : una botte ( " veggia " ) per il fatto di perdere la doga di mezzo (" mezzul ") o una doga laterale (" lulla ") del fondo, non si squarcia (" pertugia ") casi come io vidi uno, spaccato dal mento fino al posteriore, dove si emette vento ( " trulla " ).
28.23 com'io vidi un, così non si pertugia,
28.24 rotto dal mento infin dove si trulla.
28.25 Tra le gambe pendevan le minugia;
le minugia: le budella (cfr. lat. minutia).
28.26 la corata pareva e 'l tristo sacco
pareva: appariva, era visibile la " corata ", cioè cuore, fegato, polmoni, milza e intestino (" 'l tristo sacco ").
28.27 che merda fa di quel che si trangugia.
28.28 Mentre che tutto in lui veder m'attacco,
28.29 guardommi, e con le man s'aperse il petto,
28.30 dicendo: «Or vedi com'io mi dilacco!
mi dilacco: mi squarcio in due pezzi.
28.31 vedi come storpiato è Maometto!
Maometto: è il fondatore dell'Islamismo (560-633), considerato nel Medio Evo come un cristiano scismatico. Alì è il cugino e genero di Maometto, uno dei primi seguaci dell'Islamismo.
28.32 Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
28.33 fesso nel volto dal mento al ciuffetto.
28.34 E tutti li altri che tu vedi qui,
28.35 seminator di scandalo e di scisma
di scandalo e di scisma: di discordia e di scissione, perciò questi peccatori sono così divisi nella persona (" fessi ").
28.36 fuor vivi, e però son fessi così.
28.37 Un diavolo è qua dietro che n'accisma
n'accisma: ci spacca, sottoponendo al taglio della spada ciascuno di questa schiera (" risma "), quando abbiamo compiuto l'intero giro della bolgia. E ogni giro si ripete la pena.
28.38 sì crudelmente, al taglio de la spada
28.39 rimettendo ciascun di questa risma,
28.40 quand'avem volta la dolente strada;
28.41 però che le ferite son richiuse
28.42 prima ch'altri dinanzi li rivada.
altri: noi; le ferite, insomma si rimarginano.
28.43 Ma tu chi se' che 'n su lo scoglio muse,
muse: musi, cioè rivolgi il muso, lo sguardo.
28.44 forse per indugiar d'ire a la pena
28.45 ch'è giudicata in su le tue accuse?».
giudicata : assegnata in base ( " in su ") alle tue confessioni (" accuse ").
28.46 «Né morte 'l giunse ancor, né colpa 'l mena»,
'l giunse: lo ha raggiunto.
28.47 rispuose 'l mio maestro «a tormentarlo;
28.48 ma per dar lui esperienza piena,
28.49 a me, che morto son, convien menarlo
28.50 per lo 'nferno qua giù di giro in giro;
28.51 e quest'è ver così com'io ti parlo».
28.52 Più fuor di cento che, quando l'udiro,
fuor: furono più di cento che….
28.53 s'arrestaron nel fosso a riguardarmi
28.54 per maraviglia obliando il martiro.
28.55 «Or dì a fra Dolcin dunque che s'armi,
fra Dolcin: Dolcino Tornielli non fu frate, ma seguace della setta dei Fratelli Apostolici (o Apostoli), che auspicava un ritorno alla semplicità di costume degli Apostoli e predicava la comunanza dei beni e delle donne. Clemente V promosse una crociata contro di lui e, nel 1307, Dolcino fu costretto ad arrendersi per fame. Fu arso vivo a Novara con alcuni suoi seguaci. Qui Maometto lo fa avvertire che si provveda di cibo (" di vivanda ") in modo che la morsa (" stretta ") della neve non faciliti la vittoria ai Novaresi e agli altri crociati, vittoria che altrimenti non sarebbe facile (" leve ") conseguire.
28.56 tu che forse vedra' il sole in breve,
28.57 s'ello non vuol qui tosto seguitarmi,
28.58 sì di vivanda, che stretta di neve
28.59 non rechi la vittoria al Noarese,
28.60 ch'altrimenti acquistar non sarìa leve».
28.61 Poi che l'un piè per girsene sospese,
28.62 Maometto mi disse esta parola;
28.63 indi a partirsi in terra lo distese.
28.64 Un altro, che forata avea la gola
28.65 e tronco 'l naso infin sotto le ciglia,
28.66 e non avea mai ch'una orecchia sola,
mai ch': più che (cfr. lat. magis) nel senso di: altro che.
28.67 ristato a riguardar per maraviglia
28.68 con li altri, innanzi a li altri aprì la canna,
la canna: l'orribile ferita alla gola (cfr. v. 64).
28.69 ch'era di fuor d'ogni parte vermiglia,
28.70 e disse: «O tu cui colpa non condanna
28.71 e cu' io vidi su in terra latina,
terra latina: l'Italia.
28.72 se troppa simiglianza non m'inganna,
28.73 rimembriti di Pier da Medicina,
Pier da Medicina: personaggio di cui ben poco si conosce; Medicina si trova presso Bologna, città ove forse Piero poté incontrare Dante.
28.74 se mai torni a veder lo dolce piano
28.75 che da Vercelli a Marcabò dichina.
Marcabò: castello dei Veneziani presso Ravenna.
28.76 E fa saper a' due miglior da Fano,
due miglior da Fano: sono Guido del Cassero e Agnolello da Carignano, che furono gettati dalla nave e annegati (" mazzerati ") presso Cattolica, tra Rimini e Pesaro, per opera del tiranno Malatestino Malatesta (cfr. c. XXVII, 46 e segg.); con un tal delitto, che Nettuno non ne vide mai uno simile, tra Cipro e Maiorca (" Maiolica ") cioè in tutto il Mediterraneo, neppure per opera di pirati o di greci (" gente argolica "), ritenuti proverbiali traditori.
28.77 a messer Guido e anco ad Angiolello,
28.78 che, se l'antiveder qui non è vano,
28.79 gittati saran fuor di lor vasello
28.80 e mazzerati presso a la Cattolica
28.81 per tradimento d'un tiranno fello.
28.82 Tra l'isola di Cipri e di Maiolica
28.83 non vide mai sì gran fallo Nettuno,
28.84 non da pirate, non da gente argolica.
28.85 Quel traditor che vede pur con l'uno,
Quel traditor: il traditore Malatestino, orbo di un occhio, che governa la terra di Rimini, che uno (" tal ") a me vicino, e cioè Curione, vorrebbe non aver mai visto, li convocherà a parlamento, poi farà in modo che essi non abbiano bisogno (" mestier ") di invocazioni e di preghiere a1 vento di Focara (monte sul mare tra Pesaro e Cattolica) perché non ostacoli la navigazione; e ciò perché ormai saranno " mazzerati ", cioè gettati a mare con un peso per sommergerli.
28.86 e tien la terra che tale qui meco
28.87 vorrebbe di vedere esser digiuno,
28.88 farà venirli a parlamento seco;
28.89 poi farà sì, ch'al vento di Focara
28.90 non sarà lor mestier voto né preco».
28.91 E io a lui: «Dimostrami e dichiara,
28.92 se vuo' ch'i' porti sù di te novella,
28.93 chi è colui da la veduta amara».
colui: è quel " tal " di cui al v. 36. cioè Curione.
28.94 Allor puose la mano a la mascella
28.95 d'un suo compagno e la bocca li aperse,
28.96 gridando: «Questi è desso, e non favella.
e non favella: come si vedrà ha la lingua mozzata.
28.97 Questi, scacciato, il dubitar sommerse
Questi: costui, Curione, scacciato da Roma perché del partito cesariano, raggiunse il suo capo a Ravenna e lo convinse (" il dubitar sommerse ") a passare il Rubicone, affermando che chi è pronto ( " 'l fornito " ) sempre ricevette danno dall'attendere. Poiché il Rubicone scorre vicino a Rimini, si spiegano i v. 86-87.
28.98 in Cesare, affermando che 'l fornito
28.99 sempre con danno l'attender sofferse».
28.100 Oh quanto mi pareva sbigottito
28.101 con la lingua tagliata ne la strozza
28.102 Curio, ch'a dir fu così ardito!
28.103 E un ch'avea l'una e l'altra man mozza,
28.104 levando i moncherin per l'aura fosca,
28.105 sì che 'l sangue facea la faccia sozza,
28.106 gridò: «Ricordera'ti anche del Mosca,
Mosca: è Mosca dei Lamberti, fiorentino illustre, il quale nel 1215 indusse gli Amidei ad uccidere Buondelmonte de' Buondelmonti, affermando che cosa fatta non ammette discussioni; da tale uccisione ebbe origine la scissione tra Guelfi e Ghibellini in Firenze e nel resto della Toscana. Per Mosca cfr. c. VI, 80.
28.107 che disse, lasso!, "Capo ha cosa fatta",
28.108 che fu mal seme per la gente tosca».
28.109 E io li aggiunsi: «E morte di tua schiatta»;
E morte: e la rovina della tua gente; i Lamberti, infatti, scacciati da Firenze, non vi fecero più ritorno.
28.110 per ch'elli, accumulando duol con duolo,
28.111 sen gio come persona trista e matta.
28.112 Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,
stuolo: la schiera dei dannati.
28.113 e vidi cosa, ch'io avrei paura,
28.114 sanza più prova, di contarla solo;
sanza più prova: senza miglior prova che averla vista; se non che, mi dà sicurezza la coscienza, quella buona compagnia che ci rinfranca sotto la difesa (" asbergo " = usbergo; corazza) del sentirsi pura.
28.115 se non che coscienza m'assicura,
28.116 la buona compagnia che l'uom francheggia
28.117 sotto l'asbergo del sentirsi pura.
28.118 Io vidi certo, e ancor par ch'io 'l veggia,
28.119 un busto sanza capo andar sì come
28.120 andavan li altri de la trista greggia;
28.121 e 'l capo tronco tenea per le chiome,
28.122 pesol con mano a guisa di lanterna;
pesol: pendulo, sospeso in aria, come una lanterna che rischiari la via.
28.123 e quel mirava noi e dicea: «Oh me!».
28.124 Di sé facea a sé stesso lucerna,
28.125 ed eran due in uno e uno in due:
due in uno: un'unica vita animava le due parti e l'unica persona era ridotta in due tronconi.
28.126 com'esser può, quei sa che sì governa.
quei sa: lo sa colui che così dispone.
28.127 Quando diritto al piè del ponte fue,
28.128 levò 'l braccio alto con tutta la testa,
28.129 per appressarne le parole sue,
28.130 che fuoro: «Or vedi la pena molesta
28.131 tu che, spirando, vai veggendo i morti:
28.132 vedi s'alcuna è grande come questa.
28.133 E perché tu di me novella porti,
28.134 sappi ch'i' son Bertram dal Bornio, quelli
Bertram dal Bornio: Bertran de Born, signore del castello di Hautefort, e famoso trovatore provenzale. Si credette, a torto, che mal consigliasse il giovane Enrico III a ribellarsi al padre Enrico II, re d'Inghilterra.
28.135 che diedi al re giovane i ma' conforti.
28.136 Io feci il padre e 'l figlio in sé ribelli:
in sé: tra loro (cfr. lat. inter se).
28.137 Achitofèl non fé più d'Absalone
Achitofél: non più tristemente si comportò Achitofel nell'istigare con le sue esortazioni (" punzelli "), Assalonne ad uccidere il padre David.
28.138 e di Davìd coi malvagi punzelli.
28.139 Perch'io parti' così giunte persone,
parti': disunii persone cosi unite.
28.140 partito porto il mio cerebro, lasso!,
28.141 dal suo principio ch'è in questo troncone.
dal suo principio: il midollo spinale, da cui si credeva traesse origine il cervello (" cerebro ").
28.142 Così s'osserva in me lo contrapasso».
lo contrapasso : dal lat. contra pati : soffrire in cambio. E' il criterio secondo il quale la qualità della pena corrisponde perfettamente alla natura della colpa. Di ascendenza aristotelica, era penetrato nella scolastica del tempo.
Inferno : Canto 29
29.1 La molta gente e le diverse piaghe
diverse: strane, mai viste prima.
29.2 avean le luci mie sì inebriate,
le luci: gli occhi, che erano desiderosi ( " vaghe " ) di pianto.
29.3 che de lo stare a piangere eran vaghe.
29.4 Ma Virgilio mi disse: «Che pur guate?
29.5 perché la vista tua pur si soffolge
pur si soffolge: continua a rivolgersi (cfr. lat. suffulcire: poggiare).
29.6 là giù tra l'ombre triste smozzicate?
29.7 Tu non hai fatto sì a l'altre bolge;
29.8 pensa, se tu annoverar le credi,
29.9 che miglia ventidue la valle volge.
che miglia: che la valle gira intorno per ventidue miglia.
29.10 E già la luna è sotto i nostri piedi:
E già la luna: la luna, già stata piena la notte precedente e al tramonto alla uscita dei poeti dalla quarta bolgia (cfr. c. XX, n. 126), si trova ora al nadir (" sotto i nostri piedi "). E' da poco trascorso il mezzogiorno e breve è il tempo rimasto per compiere la visita dell'Infermo entro il termine concesso: 24 ore.
29.11 lo tempo è poco omai che n'è concesso,
29.12 e altro è da veder che tu non vedi».
29.13 «Se tu avessi», rispuos'io appresso,
29.14 «atteso a la cagion perch'io guardava,
29.15 forse m'avresti ancor lo star dimesso».
dimesso: accordato.
29.16 Parte sen giva, e io retro li andava,
Parte: intanto (Virgilio) se ne andava.
29.17 lo duca, già faccendo la risposta,
29.18 e soggiugnendo: «Dentro a quella cava
cava: la bolgia, a forma di " valla " e perciò concava.
29.19 dov'io tenea or li occhi sì a posta,
29.20 credo ch'un spirto del mio sangue pianga
un spirto: un mio parente (" del mio sangue " ).
29.21 la colpa che là giù cotanto costa».
29.22 Allor disse 'l maestro: «Non si franga
Non si franga: " non si perda dietro di lui " (Del Lungo).
29.23 lo tuo pensier da qui innanzi sovr'ello.
29.24 Attendi ad altro, ed ei là si rimanga;
29.25 ch'io vidi lui a piè del ponticello
29.26 mostrarti, e minacciar forte, col dito,
29.27 e udi' 'l nominar Geri del Bello.
e udi' 'l nominar: e udii che lo chiamavano Geri del Bello. Era, costui, cugino del padre di Dante e fu ucciso da Brodaio dei Sacchetti, per aver suscitato discordie in quella famiglia.
29.28 Tu eri allor sì del tutto impedito
29.29 sovra colui che già tenne Altaforte,
tenne Altaforte: è Bertran de Born, signore di Hautefort (" Altaforte ").
29.30 che non guardasti in là, sì fu partito».
sì: tanto che.
29.31 «O duca mio, la violenta morte
29.32 che non li è vendicata ancor», diss'io,
29.33 «per alcun che de l'onta sia consorte,
per alcun: da qualcuno degli Alighieri che, come parente, condivida l'onta sua.
29.34 fece lui disdegnoso; ond'el sen gio
29.35 sanza parlarmi, sì com'io estimo:
29.36 e in ciò m'ha el fatto a sé più pio».
a sé più pio: più pietosamente disposto verso di lui.
29.37 Così parlammo infino al loco primo
29.38 che de lo scoglio l'altra valle mostra,
de lo scoglio: dal ponte.
29.39 se più lume vi fosse, tutto ad imo.
tutto ad imo: fino in fondo.
29.40 Quando noi fummo sor l'ultima chiostra
sor l'ultima chiostra: sopra l'ultimo recinto, cioè la bolgia, che racchiude i peccatori (cfr. lat. claustrum).
29.41 di Malebolge, sì che i suoi conversi
conversi: frati; l'immagine è suggerita dal chiostro del v. precedente.
29.42 potean parere a la veduta nostra,
parere: apparire.
29.43 lamenti saettaron me diversi,
29.44 che di pietà ferrati avean li strali;
29.45 ond'io li orecchi con le man copersi.
29.46 Qual dolor fora, se de li spedali,
fora : sarebbe.
29.47 di Valdichiana tra 'l luglio e 'l settembre
Valdichiana: la Valdichiana, la Maremma e la Sardegna, specialmente nella stagione estiva (" tra 'l luglio e 'l settembre "), erano funestate da frequenti epidemie.
29.48 e di Maremma e di Sardigna i mali
29.49 fossero in una fossa tutti 'nsembre,
'nsembre: insieme (cfr. francese ensemble dal lat. insimul).
29.50 tal era quivi, e tal puzzo n'usciva
29.51 qual suol venir de le marcite membre.
29.52 Noi discendemmo in su l'ultima riva
riva: l'ultimo argine.
29.53 del lungo scoglio, pur da man sinistra;
29.54 e allor fu la mia vista più viva
29.55 giù ver lo fondo, la 've la ministra
29.56 de l'alto Sire infallibil giustizia
29.57 punisce i falsador che qui registra.
qui: sulla terra iscrive (" registra ") sul libro dei peccatori.
29.58 Non credo ch'a veder maggior tristizia
29.59 fosse in Egina il popol tutto infermo,
in Egina: narra Ovidio nelle Metamorfosi (cfr. VII, 523, segg.) che Giunone inviò una pestilenza nell'isola di Egina e che, essendo morti tutti gli abitanti, Eaco, l'unico sopravvissuto, ottenne da Giove di rinnovare ( " ristorar ", v. 64) la popolazione, trasformando in uomini quante formiche si trovavano sotto la quercia ai cui piedi egli giaceva. Così i nuovi abitanti presero il nome di Mirmidoni (dal greco myrmex = formica).
29.60 quando fu l'aere sì pien di malizia,
malizia: male; il contagio della peste.
29.61 che li animali, infino al picciol vermo,
29.62 cascaron tutti, e poi le genti antiche,
29.63 secondo che i poeti hanno per fermo,
29.64 si ristorar di seme di formiche;
29.65 ch'era a veder per quella oscura valle
ch'era: di quanto era. Da unire a " maggior tristizia " del v. 58.
29.66 languir li spirti per diverse biche.
biche: mucchi; covoni di grano.
29.67 Qual sovra 'l ventre, e qual sovra le spalle
29.68 l'un de l'altro giacea, e qual carpone
29.69 si trasmutava per lo tristo calle.
si trasmutava: si trascinava.
29.70 Passo passo andavam sanza sermone,
29.71 guardando e ascoltando li ammalati,
29.72 che non potean levar le lor persone.
29.73 Io vidi due sedere a sé poggiati,
29.74 com'a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
tegghia a tegghia: teglia a teglia.
29.75 dal capo al piè di schianze macolati;
schianze: chiazze, croste.
29.76 e non vidi già mai menare stregghia
menare stregghia: muover con rapidità la striglia da parte ("a" dativo d'agente come in lat.) di un giovane di stalla atteso dal suo signore (" segnorso "=signor suo, forma dell'uso antico), né da parte di colui che veglia (" vegghia ") contro il suo volere.
29.77 a ragazzo aspettato dal segnorso,
29.78 né a colui che mal volontier vegghia,
29.79 come ciascun menava spesso il morso
29.80 de l'unghie sopra sé per la gran rabbia
29.81 del pizzicor, che non ha più soccorso;
più soccorso: altro aiuto.
29.82 e sì traevan giù l'unghie la scabbia,
29.83 come coltel di scardova le scaglie
scardova: pesce d'acqua dolce, assai squamoso.
29.84 o d'altro pesce che più larghe l'abbia.
29.85 «O tu che con le dita ti dismaglie»,
ti dismaglie: ti togli le croste come se fossero le maglie di una corazza, sì che le unghie sembrano " tanaglie ".
29.86 cominciò 'l duca mio a l'un di loro,
29.87 «e che fai d'esse talvolta tanaglie,
29.88 dinne s'alcun Latino è tra costoro
Latino: italiano.
29.89 che son quinc'entro, se l'unghia ti basti
se: con il consueto valore ottativo, come anche ai vv. 103 e 105.
29.90 etternalmente a cotesto lavoro».
29.91 «Latin siam noi, che tu vedi sì guasti
29.92 qui ambedue», rispuose l'un piangendo;
29.93 «ma tu chi se' che di noi dimandasti?».
29.94 E 'l duca disse: «I' son un che discendo
29.95 con questo vivo giù di balzo in balzo,
dl balzo in balzo: di cerchio in cerchio.
29.96 e di mostrar lo 'nferno a lui intendo».
29.97 Allor si ruppe lo comun rincalzo;
rincalzo: appoggio; i due sono appoggiati l'uno all'altro.
29.98 e tremando ciascuno a me si volse
29.99 con altri che l'udiron c.
di rimbalzo: di riflesso.
29.100 Lo buon maestro a me tutto s'accolse,
29.101 dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»;
29.102 e io incominciai, poscia ch'ei volse:
volse: volle.
29.103 «Se la vostra memoria non s'imboli
non s'imboli: non si involi, non dilegui.
29.104 nel primo mondo da l'umane menti,
29.105 ma s'ella viva sotto molti soli,
sotto molti soli: per molti anni.
29.106 ditemi chi voi siete e di che genti;
29.107 la vostra sconcia e fastidiosa pena
29.108 di palesarvi a me non vi spaventi».
29.109 «Io fui d'Arezzo, e Albero da Siena»,
Io fui d'Arezzo: è Griffolino d'Arezzo, mandato al rogo, prima del 1272, sotto la falsa accusa di eresia (" ma quel per ch'io morii qui non mi mena ") e qui punito perché fu falsario di metalli.
29.110 rispuose l'un, «mi fé mettere al foco;
29.111 ma quel per ch'io mori' qui non mi mena.
29.112 Vero è ch'i' dissi lui, parlando a gioco:
a gioco: celiando, per scherzo.
29.113 I' mi saprei levar per l'aere a volo;
29.114 e quei, ch'avea vaghezza e senno poco,
29.115 volle ch'i' li mostrassi l'arte; e solo
29.116 perch'io nol feci Dedalo, mi fece
perch'io nol feci Dedalo: perché io non feci di lui un Dedalo (cfr. c. XVII, 109 e n.), mi fece condannare al rogo da uno che lo teneva come figlio. Albero o Alberto da Siena era un giovane di nobile famiglia, qui ritratto come un balordo (" avea vaghezza e senno poco "), mentre l'uomo che lo teneva come figlio potrebbe essere il vescovo di Siena, che si diceva fosse veramente il padre di Albero.
29.117 ardere a tal che l'avea per figliuolo.
29.118 Ma nell 'ultima bolgia de le diece
29.119 me per l'alchìmia che nel mondo usai
l'alchìmia: scienza " sofistica " che mirava a falsificare i metalli; un'altra branca dell'alchimia, progenitrice della chimica moderna, studiava il modo di estrarre l'oro e l'argento dai minerali.
29.120 dannò Minòs, a cui fallar non lece».
29.121 E io dissi al poeta: «Or fu già mai
29.122 gente sì vana come la sanese?
29.123 Certo non la francesca sì d'assai!».
la francesca: i Francesi erano tenuti in conto di frivoli e leggeri.
29.124 Onde l'altro lebbroso, che m'intese,
29.125 rispuose al detto mio: «Tra'mene Stricca
Tra'mene Stricca: toglimene, cioè tranne Stricca, forse della famiglia dei Salimbeni, che fu podestà a Bologna nel 1276 e nel 1286. La frase è ironica e così al v. 130.
29.126 che seppe far le temperate spese,
29.127 e Niccolò che la costuma ricca
e Niccolò: forse fratello di Stricca; egli per primo importò la dispendiosa usanza orientale di " mettere, in fagiani e pernici arrosto, garofani " (Lana) nella città di Siena (" l'orto "), dove il seme del vano sperpero attecchisce rapidamente (" s'appicca ").
29.128 del garofano prima discoverse
29.129 ne l'orto dove tal seme s'appicca;
29.130 e tra'ne la brigata in che disperse
la brigata: la gaia compagnia detta " spendereccia " per cui Caccia d'Asciano degli Scialenghi profuse le sue vigne e i suoi boschi (" la gran fronda ").
29.131 Caccia d'Ascian la vigna e la gran fonda,
29.132 e l'Abbagliato suo senno proferse.
l'Abbagliato: è Bartolomeo dei Folcacchieri, fratello del rimatore Folcacchiero:.
29.133 Ma perché sappi chi sì ti seconda
chi sì tì seconda: chi in questo modo è con te d'accordo.
29.134 contra i Sanesi, aguzza ver me l'occhio,
29.135 sì che la faccia mia ben ti risponda:
29.136 sì vedrai ch'io son l'ombra di Capocchio,
Capocchio: è un fiorentino che antichi commentatori affermano abbia conosciuto personalmente Dante. Fu falsario di metalli, ma era anche in grado di contraffare e imitare qualsiasi persona; perciò dice di sè stesso " buona scimia ". Fu arso vivo a Siena nel 1293.
29.137 che falsai li metalli con l'alchìmia;
29.138 e te dee ricordar, se ben t'adocchio,
te dee: ti devi.
29.139 com'io fui di natura buona scimia».
Inferno : Canto 30
30.1 Nel tempo che Iunone era crucciata
Nel tempo: quando Giunone era adirata con la stirpe (" sangue ") tebana a causa degli amori di Giove con Semele, (figlia di Cadmo, fondatore di Tebe), come mostro più volte, fino a far morire incenerita la stessa Semele; Atamante, impazzito (" insano "), vedendo la moglie Ino, sorella di Semele, recar per mano i figlioletti Learco e Melicerta, li scambiò per una leonessa coi leoncini e, avendo egli ucciso Learco, la sventurata Ino si gettò in mare con Melicerta (" l'altro carco " ).
30.2 per Semelè contra 'l sangue tebano,
30.3 come mostrò una e altra fiata,
30.4 Atamante divenne tanto insano,
30.5 che veggendo la moglie con due figli
30.6 andar carcata da ciascuna mano,
30.7 gridò: «Tendiam le reti, sì ch'io pigli
30.8 la leonessa e ' leoncini al varco»;
30.9 e poi distese i dispietati artigli,
30.10 prendendo l'un ch'avea nome Learco,
30.11 e rotollo e percosselo ad un sasso;
30.12 e quella s'annegò con l'altro carco.
30.13 E quando la fortuna volse in basso
30.14 l'altezza de' Troian che tutto ardiva,
l'altezza: quando la potenza dei Troiani che tutto osava declinò, tanto che in uno stesso tempo fu cancellato ( " casso ") il regno insieme col suo re, Priamo.
30.15 sì che 'nsieme col regno il re fu casso,
30.16 Ecuba trista, misera e cattiva,
Ecuba: moglie di Priamo, divenuta schiava (" cattiva " cfr. lat. captiva) dei Greci, dopo che vide Polissena immolata sulla tomba di Achille e il cadavere del figlio Polidoro (cfr. c. XIII, 48 e n.) sulla costa della Tracia, impazzì emettendo ululati canini.
30.17 poscia che vide Polissena morta,
30.18 e del suo Polidoro in su la riva
30.19 del mar si fu la dolorosa accorta,
30.20 forsennata latrò sì come cane;
30.21 tanto il dolor le fé la mente torta.
30.22 Ma né di Tebe furie né troiane
30.23 si vider mai in alcun tanto crude,
in: contro.
30.24 non punger bestie, nonché membra umane,
30.25 quant'io vidi in due ombre smorte e nude,
30.26 che mordendo correvan di quel modo
30.27 che 'l porco quando del porcil si schiude.
30.28 L'una giunse a Capocchio, e in sul nodo
30.29 del collo l'assannò, sì che, tirando,
30.30 grattar li fece il ventre al fondo sodo.
al fondo sodo: al suolo duro della bolgia.
30.31 E l'Aretin che rimase, tremando
l'Aretín: è Griffolino.
30.32 mi disse: «Quel folletto è Gianni Schicchi,
Gianni Schicchí: è Gianni Schicchi dei Cavalcanti, fiorentino, chiamato folletto col nome che si dava a certi spiriti maligni che tormentavano gli uomini. Morì prima del 1280.
30.33 e va rabbioso altrui così conciando».
30.34 «Oh!», diss'io lui, «se l'altro non ti ficchi
se l'altro: il " se " é ottativo; " l'altro " è la seconda ombra (cfr. v. 25), cioè Mirra, figlia di Cinira, re di Cipro, la quale, dominata da un'insana passione per il padre, falsificando la persona che Cinira credeva di possedere, si congiunse con lui, divenendogli perciò " amica " al di fuori e contro l'amore (" dritto amore ") che una figlia deve al padre.
30.35 li denti a dosso, non ti sia fatica
30.36 a dir chi è, pria che di qui si spicchi».
30.37 Ed elli a me: «Quell'è l'anima antica
30.38 di Mirra scellerata, che divenne
30.39 al padre fuor del dritto amore amica.
30.40 Questa a peccar con esso così venne,
30.41 falsificando sé in altrui forma,
30.42 come l'altro che là sen va, sostenne,
l'altro: anche Gianni Schicchi osò (" sostenne ") sostituirsi a Buoso Donati (cfr. c. XXV, 140) già morto, facendo testamento a suo nome e dandogli validità legale (" norma "), per favorire Simone Donati, nipote di Buoso, e anche se stesso, in quanto carpì 500 fiorini e la miglior mula della scuderia (" la donna de la torma ").
30.43 per guadagnar la donna de la torma,
30.44 falsificare in sé Buoso Donati,
30.45 testando e dando al testamento norma».
30.46 E poi che i due rabbiosi fuor passati
30.47 sovra cu' io avea l'occhio tenuto,
30.48 rivolsilo a guardar li altri mal nati.
30.49 Io vidi un, fatto a guisa di leuto,
a guisa dl leuto: a forma di liuto (strumento nell'aspetto simile al nostro mandolino), sol che egli avesse avuto l'inguinaia staccata (" tronca ") dalle gambe (" da l'altro… ").
30.50 pur ch'elli avesse avuta l'anguinaia
30.51 tronca da l'altro che l'uomo ha forcuto.
30.52 La grave idropesì, che sì dispaia
La grave idropesì: l'idropisia, male che appesantisce (" grave ") e che così rende deformi le membra, con l'umore che trasforma in marciume, tanto che l'aspetto del viso non corrisponde alle dimensioni del ventre.
30.53 le membra con l'omor che mal converte,
30.54 che 'l viso non risponde a la ventraia,
30.55 facea lui tener le labbra aperte
30.56 come l'etico fa, che per la sete
30.57 l'un verso 'l mento e l'altro in sù rinverte.
30.58 «O voi che sanz'alcuna pena siete,
l'etico: il malato di etisia.
30.59 e non so io perché, nel mondo gramo»,
30.60 diss'elli a noi, «guardate e attendete
30.61 a la miseria del maestro Adamo:
maestro Adamo: è stato riconosciuto in un "magister Adam de Anglia", probabilmente inglese.
30.62 io ebbi vivo assai di quel ch'i' volli,
30.63 e ora, lasso!, un gocciol d'acqua bramo.
30.64 Li ruscelletti che d'i verdi colli
30.65 del Casentin discendon giuso in Arno,
30.66 faccendo i lor canali freddi e molli,
30.67 sempre mi stanno innanzi, e non indarno,
30.68 ché l'imagine lor vie più m'asciuga
30.69 che 'l male ond'io nel volto mi discarno.
30.70 La rigida giustizia che mi fruga
30.71 tragge cagion del loco ov'io peccai
del loco: dal luogo, il Casentino (cfr. v. 65), così ricco d'acque.
30.72 a metter più li miei sospiri in fuga.
30.73 Ivi è Romena, là dov'io falsai
Romena: castello dei conti Guidi, per cui incarico Adamo falsificò i fiorini di Firenze, che recavano l'immagine di San Giovanni Battista. Venuto a Firenze per spacciare monete, l'incauto falsario fu scoperto e condannato al rogo.
30.74 la lega suggellata del Batista;
30.75 per ch'io il corpo sù arso lasciai.
30.76 Ma s'io vedessi qui l'anima trista
Ma s'io vedessi: se io potessi vedere qui l'anima malvagia di Guido, di Alessandro, o di Aghinolfo (oppure Ildebrandino, ché quattro erano i conti di Romena), non cederei il piacere di vederla (" la vista ") in cambio di tutta l'acqua di fonte Branda. Una di queste anime (Guido, morto nel 1292) c'è già, se le anime dei falsatori di persona, che vanno in giro mordendo ( " arrabbiate ") hanno detto la verità. Ma a che serve, dato che non posso muovermi?.
30.77 di Guido o d'Alessandro o di lor frate,
30.78 per Fonte Branda non darei la vista.
Fonte Branda: presso Romena, da non confondere con la Fontebranda di Siena.
30.79 Dentro c'è l'una già, se l'arrabbiate
30.80 ombre che vanno intorno dicon vero;
30.81 ma che mi val, c'ho le membra legate?
30.82 S'io fossi pur di tanto ancor leggero
30.83 ch'i' potessi in cent'anni andare un'oncia,
andare un'oncia: avanzare quanto è la dodicesima parte di un piede, sarei già in cammino a cercarlo, sebbene la bolgia misuri una circonferenza di undici miglia e trasversalmente non conti meno di mezzo miglio.
30.84 io sarei messo già per lo sentiero,
30.85 cercando lui tra questa gente sconcia,
30.86 con tutto ch'ella volge undici miglia,
30.87 e men d'un mezzo di traverso non ci ha.
non ci ha : da leggere "noncia", per esigenze di rima.
30.88 Io son per lor tra sì fatta famiglia:
per lor: per loro colpa.
30.89 e' m'indussero a batter li fiorini
30.90 ch'avevan tre carati di mondiglia».
mondiglia: il metallo vile in lega con l'oro. Un carato é la ventiquattresima parte di una oncia d'oro puro.
30.91 E io a lui: «Chi son li due tapini
30.92 che fumman come man bagnate 'l verno,
30.93 giacendo stretti a' tuoi destri confini?».
30.94 «Qui li trovai - e poi volta non dierno - »,
non dierno: non si sono più mossi. E non credo che si muoveranno per l'eternità.
30.95 rispuose, «quando piovvi in questo greppo,
greppo: dirupo, cioè la bolgia.
30.96 e non credo che dieno in sempiterno.
30.97 L'una è la falsa ch'accusò Gioseppo;
la falsa: la moglie di Putifarre, che, dopo aver cercato, inutilmente, di sedurre Giuseppe, si vendicò di lui accusandolo di aver tentato di violentarla (cfr. Genesi XXXIX, 6-23).
30.98 l'altr'è 'l falso Sinon greco di Troia:
Sinon: è il greco che convinse i Troiani ad introdurre il fatale cavallo nella città, servendosi di false parole.
30.99 per febbre aguta gittan tanto leppo».
leppo: è il puzzo delle cose grasse quando bruciano. I falsatori di parole, infatti, " fumman " (v. 92) perché consunti dalla febbre.
30.100 E l'un di lor, che si recò a noia
30.101 forse d'esser nomato sì oscuro,
30.102 col pugno li percosse l'epa croia.
l'epa croia: la pancia dura come cuoio (cfr. lat. corium).
30.103 Quella sonò come fosse un tamburo;
30.104 e mastro Adamo li percosse il volto
30.105 col braccio suo, che non parve men duro,
30.106 dicendo a lui: «Ancor che mi sia tolto
30.107 lo muover per le membra che son gravi,
30.108 ho io il braccio a tal mestiere sciolto».
a tal mestiere: per questa bisogna; il dar pugni.
30.109 Ond'ei rispuose: «Quando tu andavi
30.110 al fuoco, non l'avei tu così presto;
al fuoco: al rogo.
30.111 ma sì e più l'avei quando coniavi».
30.112 E l'idropico: «Tu di' ver di questo:
30.113 ma tu non fosti sì ver testimonio
30.114 là 've del ver fosti a Troia richesto».
la 've del ver: quando a Troia ti chiesero di parlare liberamente e sinceramente (là dove del vero).
30.115 «S'io dissi falso, e tu falsasti il conio»,
30.116 disse Sinon; «e son qui per un fallo,
30.117 e tu per più ch'alcun altro demonio!».
30.118 «Ricorditi, spergiuro, del cavallo»,
spergiuro: Simone aveva giurato di dire la verità, invocando il cielo come testimonio (cfr. En. II, 154 segg.).
30.119 rispuose quel ch'avea infiata l'epa;
30.120 «e sieti reo che tutto il mondo sallo!».
sieti reo: ti sia amaro il pensare ecc.
30.121 «E te sia rea la sete onde ti crepa»,
30.122 disse 'l Greco, «la lingua, e l'acqua marcia
30.123 che 'l ventre innanzi a li occhi sì t'assiepa!».
sì t'assiepa: ti si gonfia fin davanti agli occhi.
30.124 Allora il monetier: «Così si squarcia
il monetier: il falsario delle monete, Adamo.
30.125 la bocca tua per tuo mal come suole;
30.126 ché s'i' ho sete e omor mi rinfarcia,
mi rinfarcia: mi infarcisce, mi gonfia.
30.127 tu hai l'arsura e 'l capo che ti duole,
30.128 e per leccar lo specchio di Narcisso,
e per leccar: e per lambire appena un po' d'acqua ("lo specchio di Narciso") non ci vorrebbero molte parole come invito.
30.129 non vorresti a 'nvitar molte parole».
30.130 Ad ascoltarli er'io del tutto fisso,
30.131 quando 'l maestro mi disse: «Or pur mira,
Or pur mira: Continua pure a guardare, che per poco non vengo a lite con te.
30.132 che per poco che teco non mi risso!».
30.133 Quand'io 'l senti' a me parlar con ira,
30.134 volsimi verso lui con tal vergogna,
30.135 ch'ancor per la memoria mi si gira.
30.136 Qual è colui che suo dannaggio sogna,
dannaggio: danno.
30.137 che sognando desidera sognare,
30.138 sì che quel ch'è, come non fosse, agogna,
sì che: sì che desidera che il sogno sia sogno (" quel ch'è "), come se non lo fosse.
30.139 tal mi fec'io, non possendo parlare,
30.140 che disiava scusarmi, e scusava
30.141 me tuttavia, e nol mi credea fare.
30.142 «Maggior difetto men vergogna lava»,
Maggior difetto: una vergogna anche minore lava una colpa anche maggiore di quel che la tua non è stata.
30.143 disse 'l maestro, «che 'l tuo non è stato;
30.144 però d'ogne trestizia ti disgrava.
30.145 E fa ragion ch'io ti sia sempre allato,
fa ragion: fa conto.
30.146 se più avvien che fortuna t'accoglia
fortuna: la sorte ti faccia trovare (" t'accoglia ") in luogo ove siano persone prese da simile alterco (" piato ").
30.147 dove sien genti in simigliante piato:
30.148 ché voler ciò udire è bassa voglia».
Inferno : Canto 31
31.1 Una medesma lingua pria mi morse,
Una medesma lingua: Virgilio prima aveva rimproverato Dante, facendolo arrossire, poi gli aveva reso il conforto ( " medicina ").
31.2 sì che mi tinse l'una e l'altra guancia,
31.3 e poi la medicina mi riporse;
31.4 così od'io che solea far la lancia
od'io: ho sentito dire che la lancia, lasciata da Peleo ad Achille, col primo colpo feriva e col secondo sanava la ferita.
31.5 d'Achille e del suo padre esser cagione
31.6 prima di trista e poi di buona mancia.
mancia: in generale, cosa data con la mano.
31.7 Noi demmo il dosso al misero vallone
al misero vallone: alla decima bolgia.
31.8 su per la ripa che 'l cinge dintorno,
31.9 attraversando sanza alcun sermone.
31.10 Quiv'era men che notte e men che giorno,
men che notte: meno scuro che di notte e meno chiaro che di giorno; è una tenebra incerta.
31.11 sì che 'l viso m'andava innanzi poco;
viso : la vista.
31.12 ma io senti' sonare un alto corno,
un alto corno: un suono dal rauco, profondo rimbombo, che avrebbe reso flebile il rumore di un tuono al confronto.
31.13 tanto ch'avrebbe ogne tuon fatto fioco,
31.14 che, contra sé la sua via seguitando,
31.15 dirizzò li occhi miei tutti ad un loco.
dirizzò: attrasse il mio sguardo nel luogo dal quale proveniva.
31.16 Dopo la dolorosa rotta, quando
dolorosa rotta: la disfatta di Roncisvalle (nel 778), in cui Carlo Magno perse la santa schiera (" gesta ") dei paladini.
31.17 Carlo Magno perdé la santa gesta,
31.18 non sonò sì terribilmente Orlando.
Orlando: il paladino, comandante della retroguardia, suonò il corno per chiedere rinforzi.
31.19 Poco portai in là volta la testa,
31.20 che me parve veder molte alte torri;
31.21 ond'io: «Maestro, di', che terra è questa?».
31.22 Ed elli a me: «Però che tu trascorri
31.23 per le tenebre troppo da la lungi,
31.24 avvien che poi nel maginare abborri.
nel maginare abborri : nel valutare le immagini, fai confusione (" abborri " cfr. c. XXV, 144).
31.25 Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi,
là ti congiungi: giungi fin là.
31.26 quanto 'l senso s'inganna di lontano;
31.27 però alquanto più te stesso pungi».
pungi: affrettati.
31.28 Poi caramente mi prese per mano,
31.29 e disse: «Pria che noi siamo più avanti,
31.30 acciò che 'l fatto men ti paia strano,
31.31 sappi che non son torri, ma giganti,
31.32 e son nel pozzo intorno da la ripa
31.33 da l'umbilico in giuso tutti quanti».
31.34 Come quando la nebbia si dissipa,
31.35 lo sguardo a poco a poco raffigura
31.36 ciò che cela 'l vapor che l'aere stipa,
'l vapor: il vapore che addensa l'aria (" l'aere stipa ").
31.37 così forando l'aura grossa e scura,
31.38 più e più appressando ver' la sponda,
31.39 fuggiemi errore e cresciemi paura;
fuggiemi: mi fuggiva, dileguava l'errore e mi cresceva la paura, lo smarrimento.
31.40 però che come su la cerchia tonda
31.41 Montereggion di torri si corona,
Montereggion: Monteriggioni, castello senese della val d'Elsa, la cui cerchia di mura era forte di ben quattordici torri.
31.42 così la proda che 'l pozzo circonda
31.43 torreggiavan di mezza la persona
torreggiavan: si levavano come torri.
31.44 li orribili giganti, cui minaccia
cui minaccia: i giganti, ribellatisi contro il cielo, furono fulminati da Giove alla battaglia di Flegra (cfr. c. XIV, 58 e n. 52).
31.45 Giove del cielo ancora quando tuona.
31.46 E io scorgeva già d'alcun la faccia,
d'alcun: di uno. E' Nembrot (cfr. v. 58 e segg.).
31.47 le spalle e 'l petto e del ventre gran parte,
31.48 e per le coste giù ambo le braccia.
31.49 Natura certo, quando lasciò l'arte
Natura: quando la Natura smise di produrre simili mostri (" animali ") fece bene, perché tolse ( " per tòrre ") a Marte tali esecutori di stragi. E se essa non cessa dal produrre elefanti e balene, chi sottilmente la giudichi, la ritiene per questo più saggia e più discreta; poiché dove la capacità di ragione si somma al mal volere ed alla forza, non c'è più possibilità di alcun riparo.
31.50 di sì fatti animali, assai fé bene
31.51 per tòrre tali essecutori a Marte.
31.52 E s'ella d'elefanti e di balene
31.53 non si pente, chi guarda sottilmente,
31.54 più giusta e più discreta la ne tene;
31.55 ché dove l'argomento de la mente
31.56 s'aggiugne al mal volere e a la possa,
31.57 nessun riparo vi può far la gente.
31.58 La faccia sua mi parea lunga e grossa
31.59 come la pina di San Pietro a Roma,
la pina: la pigna di bronzo oggi conservata in Vaticano nel Cortile della Pigna, cui ha dato il nome.
31.60 e a sua proporzione eran l'altre ossa;
31.61 sì che la ripa, ch'era perizoma
perizoma: cintura, dai fianchi in giù.
31.62 dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto
31.63 di sovra, che di giugnere a la chioma
31.64 tre Frison s'averien dato mal vanto;
Frison: abitanti della Frisia, famosi per la loro altezza. 66: dal loco: dalla gola.
31.65 però ch'i' ne vedea trenta gran palmi
31.66 dal loco in giù dov'omo affibbia 'l manto.
31.67 «Raphèl maì amècche zabì almi»,
Raphèl: parole volutamente incomprensibili, come quelle di Pluto (cfr. canto VII, 1), foggiate da Dante tramite una calcolata miscela di voci e suoni ebraici.
31.68 cominciò a gridar la fiera bocca,
31.69 cui non si convenia più dolci salmi.
31.70 E 'l duca mio ver lui: «Anima sciocca,
31.71 tienti col corno, e con quel ti disfoga
tienti col corno: attieniti al corno e sfogati con quello.
31.72 quand'ira o altra passion ti tocca!
31.73 Cércati al collo, e troverai la soga
la soga: la cinghia.
31.74 che 'l tien legato, o anima confusa,
31.75 e vedi lui che 'l gran petto ti doga».
doga: attraversa.
31.76 Poi disse a me: «Elli stessi s'accusa;
31.77 questi è Nembrotto per lo cui mal coto
Nembrotto: è il biblico primo re di Babilonia, che divisò di costruire la torre di Babele, alta fino al cielo; e per il cui insano pensiero (" mal coto "), in seguito alla confusione delle lingue, non si usa più nel mondo un solo linguaggio.
31.78 pur un linguaggio nel mondo non s'usa.
31.79 Lasciànlo stare e non parliamo a vòto;
31.80 ché così è a lui ciascun linguaggio
è a lui: per lui ciascun linguaggio è come il suo per gli altri, cioè incomprensibile.
31.81 come 'l suo ad altrui, ch'a nullo è noto».
31.82 Facemmo adunque più lungo viaggio,
31.83 vòlti a sinistra; e al trar d'un balestro,
al trar: a un tiro d'arco (" balestro ").
31.84 trovammo l'altro assai più fero e maggio.
maggio: maggiore, più grande (cfr. c. VI, 48).
31.85 A cigner lui qual che fosse 'l maestro,
A cigner: non so dire chi fosse l'artefice (" maestro ") che l'aveva cinto con catene; ma egli era legato con una catena al braccio destro, dietro, e al sinistro (" l'altro ") sul davanti, si che lungo il busto, sulla parte scoperta del corpo, la catena si avvolgeva in cinque giri.
31.86 non so io dir, ma el tenea soccinto
31.87 dinanzi l'altro e dietro il braccio destro
31.88 d'una catena che 'l tenea avvinto
31.89 dal collo in giù, sì che 'n su lo scoperto
31.90 si ravvolgea infino al giro quinto.
31.91 «Questo superbo volle esser esperto
31.92 di sua potenza contra 'l sommo Giove»,
31.93 disse 'l mio duca, «ond'elli ha cotal merto.
merto: ricompensa.
31.94 Fialte ha nome, e fece le gran prove
Fialte: o Efialte; figlio di Nettuno, partecipò alla battaglia di Flegra, combattendo dalla parte dei Giganti.
31.95 quando i giganti fer paura a' dèi;
31.96 le braccia ch'el menò, già mai non move».
31.97 E io a lui: «S'esser puote, io vorrei
31.98 che de lo smisurato Briareo
Briareo: figlio di Urano e della Terra, era dotato di cento braccia e di cinquanta teste. Partecipò anch'egli alla battaglia di Flegra.
31.99 esperienza avesser li occhi miei».
31.100 Ond'ei rispuose: «Tu vedrai Anteo
Anteo: figlio di Nettuno e della Terra, era alto sessanta braccia. Non partecipò alla titanomachia, essendo nato dopo. Perciò ha un trattamento meno duro.
31.101 presso di qui che parla ed è disciolto,
31.102 che ne porrà nel fondo d'ogne reo.
nel fondo: sulla ghiaccia di Cocito, che costituisce il fondo dell'Inferno (" d'ogni reo ").
31.103 Quel che tu vuo' veder, più là è molto,
31.104 ed è legato e fatto come questo,
31.105 salvo che più feroce par nel volto».
31.106 Non fu tremoto già tanto rubesto,
31.107 che scotesse una torre così forte,
31.108 come Fialte a scuotersi fu presto.
fu presto: Efialte, nella sua superbia, non sopporta di esser paragonato e addirittura posposto a Briareo, perciò si agita nelle sue catene.
31.109 Allor temett'io più che mai la morte,
31.110 e non v'era mestier più che la dotta,
e non v'era: e non c'era bisogno d'altro, oltre la paura (" dotta "), per cagionarla (la morte).
31.111 s'io non avessi viste le ritorte.
le ritorte: le catene.
31.112 Noi procedemmo più avante allotta,
allotta: allora.
31.113 e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,
alle: l'alla era unità di misura, originariamente inglese, corrispondente a due braccia e mezzo fiorentine, circa.
31.114 sanza la testa, uscia fuor de la grotta.
grotta: la parete del pozzo ove sono i giganti.
31.115 «O tu che ne la fortunata valle
ne la fortunata valle: la valle del Bagrada, presso Zama, che rese Scipione erede di gloria quando Annibale con i suoi volse le spalle.
31.116 che fece Scipion di gloria reda,
31.117 quand'Anibàl co' suoi diede le spalle,
31.118 recasti già mille leon per preda,
mille leon: si diceva che Anteo abitasse la valle del Bagrada, ove si nutriva di leoni (cfr. Lucano, Farsaglia IV, 601 e seguenti).
31.119 e che, se fossi stato a l'alta guerra
l'alta guerra: la titanomachia a Flegra.
31.120 de'tuoi fratelli, ancor par che si creda
31.121 ch'avrebber vinto i figli de la terra;
31.122 mettine giù, e non ten vegna schifo,
mettine: mettici.
31.123 dove Cocito la freddura serra.
dove: dove il freddo gela (" serra ") Cocito.
31.124 Non ci fare ire a Tizio né a Tifo:
Tizio: altro gigante ribelle, come Tifo, cioè Tifeo.
31.125 questi può dar di quel che qui si brama;
questi: Dante può rinverdire sulla terra la memoria dei dannati.
31.126 però ti china, e non torcer lo grifo.
lo grifo: il viso bestiale del gigante.
31.127 Ancor ti può nel mondo render fama,
31.128 ch'el vive, e lunga vita ancor aspetta
31.129 se 'nnanzi tempo grazia a sé nol chiama».
31.130 Così disse 'l maestro; e quelli in fretta
31.131 le man distese, e prese 'l duca mio,
31.132 ond'Ercule sentì già grande stretta.
ond'Ercule: le mani delle quali Ercole patì la terribile presa, quando combatté con Anteo. 136 Qual pare: quale è la sensazione che dà la Garisenda, (la minore delle due torri di Bologna), a chi la guardi sotto il lato dal quale pende, quando una nuvola la sorvola in direzione opposta alla pendenza: cioè sembra cadere….
31.133 Virgilio, quando prender si sentio,
31.134 disse a me: «Fatti qua, sì ch'io ti prenda»;
31.135 poi fece sì ch'un fascio era elli e io.
31.136 Qual pare a riguardar la Carisenda
31.137 sotto 'l chinato, quando un nuvol vada
31.138 sovr'essa sì, ched ella incontro penda;
31.139 tal parve Anteo a me che stava a bada
31.140 di vederlo chinare, e fu tal ora
tal ora: un tale momento, che….
31.141 ch'i' avrei voluto ir per altra strada.
31.142 Ma lievemente al fondo che divora
31.143 Lucifero con Giuda, ci sposò;
ci sposò: ci depose, ci posò.
31.144 né sì chinato, lì fece dimora,
31.145 e come albero in nave si levò.
Inferno : Canto 32
32.1 S'io avessi le rime aspre e chiocce,
32.2 come si converrebbe al tristo buco
tristo buco: il pozzo estremo dell'Infermo, sul quale gravitano ( "pontan") tutti gli altri cerchi ( " rocce " ).
32.3 sovra 'l qual pontan tutte l'altre rocce,
32.4 io premerei di mio concetto il suco
32.5 più pienamente; ma perch'io non l'abbo,
l'abbo: l'ho (cfr. lat. habeo).
32.6 non sanza tema a dicer mi conduco;
mi conduco: mi induco.
32.7 ché non è impresa da pigliare a gabbo
a gabbo: alla leggera.
32.8 discriver fondo a tutto l'universo,
discriver fondo: descrivere l'ultimo cerchio dell'Inferno, che costituisce il fondo dell'universo.
32.9 né da lingua che chiami mamma o babbo.
né da lingua: né da lingua balbettante alla maniera infantile.
32.10 Ma quelle donne aiutino il mio verso
quelle donne: le Muse.
32.11 ch'aiutaro Anfione a chiuder Tebe,
Anfione: secondo la leggenda, i1 poeta Anfione, aiutato dalle Muse, con il suono della cetra mosse le pietre a formare le mura di Tebe.
32.12 sì che dal fatto il dir non sia diverso.
il dir non sia diverso: le parole siano adeguate al fatto.
32.13 Oh sovra tutte mal creata plebe
sovra tutte: la plebaglia delle anime contenute nel cerchio più profondo è la peggiore di tutte.
32.14 che stai nel loco onde parlare è duro,
onde: di cui.
32.15 mei foste state qui pecore o zebe!
mei: meglio. Zebe sono le capre.
32.16 Come noi fummo giù nel pozzo scuro
32.17 sotto i piè del gigante assai più bassi,
sotto i piè: ad un livello inferiore al punto ove poggiano i piedi di Anteo, perché il fondo dell'Infermo è tutto in pendenza verso il centro e tale è pure l'andamento della ghiaccia di Cocito.
32.18 e io mirava ancora a l'alto muro,
32.19 dicere udi'mi: «Guarda come passi:
32.20 va sì, che tu non calchi con le piante
32.21 le teste de' fratei miseri lassi».
de' fratei: di noi dannati, che pur siamo tuoi fratelli.
32.22 Per ch'io mi volsi, e vidimi davante
vidimi davante: comincia la descrizione della ghiaccia, cui già Virgilio ha accennato senza entrare in particolari (cfr. c. XIV, 119 e segg.).
32.23 e sotto i piedi un lago che per gelo
32.24 avea di vetro e non d'acqua sembiante.
sembiante: aspetto.
32.25 Non fece al corso suo sì grosso velo
grosso velo: lo spesso strato di ghiaccio formato in inverno dal Danubio (" Danoia ") in Austria (" Osterlicchi " = Oesterreich), o dal Don (" Tanaì ") in Russia ( " freddo cielo " ).
32.26 di verno la Danoia in Osterlicchi,
32.27 né Tanai là sotto 'l freddo cielo,
32.28 com'era quivi; che se Tambernicchi
Tambernicchi: monte probabilmente identificabile con la Tambura, trova nelle Alpi Apuane anche Pietrapana, che oggi si chiama Pania della Croce.Questi due monti, se fossero caduti sulla ghiaccia di Cocito, non ne avrebbero incrinato la superficie (" fatto cricchi ") neppure ai bordi, dove lo strato è più sottile.
32.29 vi fosse sù caduto, o Pietrapana,
32.30 non avria pur da l'orlo fatto cricchi.
32.31 E come a gracidar si sta la rana
32.32 col muso fuor de l'acqua, quando sogna
quando sogna: quando la contadina rivede in sogno il lavoro di spigolatura svolto durante il giorno: cioè in estate.
32.33 di spigolar sovente la villana;
32.34 livide, insin là dove appar vergogna
dove appar vergogna: il viso, che arrossisce per vergogna.
32.35 eran l'ombre dolenti ne la ghiaccia,
32.36 mettendo i denti in nota di cicogna.
i denti: battendo i denti come la cicogna suole battere il becco.
32.37 Ognuna in giù tenea volta la faccia;
32.38 da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo
da bocca: il freddo è testimoniato dal vibrare della bocca e il dolore dell'animo dal pianto degli occhi.
32.39 tra lor testimonianza si procaccia.
32.40 Quand'io m'ebbi dintorno alquanto visto,
32.41 volsimi a' piedi, e vidi due sì stretti,
a' piedi: per vedere chi parla.
32.42 che 'l pel del capo avieno insieme misto.
32.43 «Ditemi, voi che sì strignete i petti»,
32.44 diss'io, «chi siete?». E quei piegaro i colli;
32.45 e poi ch'ebber li visi a me eretti,
32.46 li occhi lor, ch'eran pria pur dentro molli,
pria pur: prima bagnati di pianto soltanto nell'interno.
32.47 gocciar su per le labbra, e 'l gelo strinse
strinse: coagulò, ghiacciandole, tra le palpebre (" tra essi ").
32.48 le lagrime tra essi e riserrolli.
32.49 Con legno legno spranga mai non cinse
Con legno: mai spranga di ferro non congiunse legno con legno, forte in quel modo.
32.50 forte così; ond'ei come due becchi
becchi: caproni.
32.51 cozzaro insieme, tanta ira li vinse.
32.52 E un ch'avea perduti ambo li orecchi
32.53 per la freddura, pur col viso in giùe,
pur col viso in giùe: sempre tenendo il viso basso, per evitare il congelamento delle lacrime.
32.54 disse: «Perché cotanto in noi ti specchi?
ti specchi: ci guardi con attenta insistenza?.
32.55 Se vuoi saper chi son cotesti due,
cotesti due: sono Napoleone ed Alessandro Alberti, figli di Alberto, conte di Mangona, signore dei castelli di Vernio e di Cerbaia, in val di Bisenzio, che li ebbe entrambi dalla contessa Gualdrada (" D'un corpo usciro "). Nemici tra loro poiché Napoleone era ghibellino e Alessandro guelfo, si uccisero a vicenda per una questione d'interesse. Perciò stanno nella Caina, prima zona della ghiaccia, dove son puniti i traditori dei parenti.
32.56 la valle onde Bisenzo si dichina
32.57 del padre loro Alberto e di lor fue.
32.58 D'un corpo usciro; e tutta la Caina
32.59 potrai cercare, e non troverai ombra
32.60 degna più d'esser fitta in gelatina;
gelatina: luogo gelato.
32.61 non quelli a cui fu rotto il petto e l'ombra
non quelli: non Mordréc, nipote o figlio di re Artù, che per aver tentato di togliergli a tradimento la vita e il regno, fu ucciso dallo stesso Artù con un colpo di lancia che, dopo avergli attraversato il petto, gli forò il torace in modo che per la ferita passò un raggio di sole rompendo così anche l'ombra proiettata dal corpo.
32.62 con esso un colpo per la man d'Artù;
32.63 non Focaccia; non questi che m'ingombra
Focaccia: è Vanni dei Cancellieri, di Pistoia, che, per motivi politici, uccise a tradimento un suo cugino di parte nera, Detto dei Cancellieri.
32.64 col capo sì, ch'i' non veggio oltre più,
32.65 e fu nomato Sassol Mascheroni;
Sassol Mascheroni: per impossessarsi di una eredità, uccise a tradimento il cugino, ancora fanciullo. Il delitto ebbe larga risonanza in Toscana e ciò spiega il v. 66.
32.66 se tosco se', ben sai omai chi fu.
32.67 E perché non mi metti in più sermoni,
32.68 sappi ch'i' fu' il Camicion de' Pazzi;
Camicion de' Pazzi: uccise a tradimento un congiunto, sembra il cugino Ubertino dei Pazzi. Egli attende che Carlino dei Pazzi, il quale tradì per denaro i Bianchi di Firenze, vada a finire nell'Antenora, ancor più giù, dove sono puniti i traditori politici, in modo da scagionarlo, cioè da render meno grave, al confronto, la colpa di Camicione.
32.69 e aspetto Carlin che mi scagioni».
32.70 Poscia vid'io mille visi cagnazzi
Poscia: si passa all'Antenora, seconda zona della ghiaccia, dove i dannati hanno i visi paonazzi ( " cagnazzi " ) per il freddo.
32.71 fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,
32.72 e verrà sempre, de' gelati guazzi.
guazzi: guadi.
32.73 E mentre ch'andavamo inver' lo mezzo
32.74 al quale ogne gravezza si rauna,
32.75 e io tremava ne l'etterno rezzo;
rezzo: luogo in ombra e freddo (cfr. c. XVII, 87 e n.).
32.76 se voler fu o destino o fortuna,
se voler: se fosse un inconscio desiderio (" voler ") o volere di Dio (" destino " ) o un caso ( " fortuna ").
32.77 non so; ma, passeggiando tra le teste,
32.78 forte percossi 'l piè nel viso ad una.
32.79 Piangendo mi sgridò: «Perché mi peste?
32.80 se tu non vieni a crescer la vendetta
a crescer: ad accrescere la pena in cui il dannato è incorso per il tradimento perpetrato a Montaperti (cfr. v. 106).
32.81 di Montaperti, perché mi moleste?».
32.82 E io: «Maestro mio, or qui m'aspetta,
32.83 si ch'io esca d'un dubbio per costui;
32.84 poi mi farai, quantunque vorrai, fretta».
quantunque: quanto.
32.85 Lo duca stette, e io dissi a colui
32.86 che bestemmiava duramente ancora:
32.87 «Qual se' tu che così rampogni altrui?».
Qual: chi.
32.88 «Or tu chi se' che vai per l'Antenora,
Antenora: la seconda zona è cosi chiamata dal nome di Antenore troiano che, nel Medio Evo, si credeva avesse tradito i suoi a favore dei Greci. Caina è invece così detta dal nome di Caino, che uccise il fratello Abele.
32.89 percotendo», rispuose, «altrui le gote,
32.90 sì che, se fossi vivo, troppo fora?».
se fossi vivo: se fossi vivo non l'avrei tollerato e te l'avrei fatta pagare.
32.91 «Vivo son io, e caro esser ti puote»,
32.92 fu mia risposta, «se dimandi fama,
32.93 ch'io metta il nome tuo tra l'altre note».
32.94 Ed elli a me: «Del contrario ho io brama.
Del contrario: dell'oblio.
32.95 Lèvati quinci e non mi dar più lagna,
lagna: fastidio.
32.96 ché mal sai lusingar per questa lama!».
per questa lama: tale può dirsi il piano di Cocito, lucente e levigato.
32.97 Allor lo presi per la cuticagna,
cuticagna: la parte capelluta della collottola.
32.98 e dissi: «El converrà che tu ti nomi,
32.99 o che capel qui sù non ti rimagna».
32.100 Ond'elli a me: «Perché tu mi dischiomi,
Perché: per quanto mi strappi la chioma (" mi dischiomi ").
32.101 né ti dirò ch'io sia, né mosterrolti,
32.102 se mille fiate in sul capo mi tomi».
mi tomi: mi cadi sul capo (cfr. c. XVI, 63).
32.103 Io avea già i capelli in mano avvolti,
32.104 e tratto glien'avea più d'una ciocca,
32.105 latrando lui con li occhi in giù raccolti,
latrando lui: mentre lui urlava come un cane.
32.106 quando un altro gridò: «Che hai tu, Bocca?
Bocca: è Bocca degli Abati, il quale, combattendo a fianco dei Guelfi a Montaperti, si macchiò di tradimento, poiché tagliò la mano del portainsegne della cavalleria fiorentina. In conseguenza di ciò, vista cadere la propria insegna, i Guelfi si sbandarono e volsero in fuga.
32.107 non ti basta sonar con le mascelle,
32.108 se tu non latri? qual diavol ti tocca?».
32.109 «Omai», diss'io, «non vo' che più favelle,
32.110 malvagio traditor; ch'a la tua onta
32.111 io porterò di te vere novelle».
novelle: notizie.
32.112 «Va via», rispuose, «e ciò che tu vuoi conta;
32.113 ma non tacer, se tu di qua entro eschi,
32.114 di quel ch'ebbe or così la lingua pronta.
32.115 El piange qui l'argento de' Franceschi:
El piange: è Buoso da Duera o Dovera, signore di Cremona. Nel 1265 avrebbe dovuto contrastare il passo a Carlo d'Angiò presso Parma; ma preferì accettare il denaro, che i Francesi gli offrivano, e ritirarsi.
32.116 "Io vidi", potrai dir, "quel da Duera
32.117 là dove i peccatori stanno freschi".
32.118 Se fossi domandato "Altri chi v'era?",
Se fossi domandato: se ti si domandasse.
32.119 tu hai dallato quel di Beccheria
quel di Beccheria: è Tesauro di Beccheria, abate di Vallombrosa e legato pontificio in Toscana, che, accusato di aver cospirato coi ghibellini, dopo il 1258, per la loro restaurazione in Firenze, fu condannato al taglio della gola ( " gorgiera " ).
32.120 di cui segò Fiorenza la gorgiera.
32.121 Gianni de' Soldanier credo che sia
Gianni de' Soldanier: fiorentino e ghibellino, durante il governo dei due frati gaudenti (cfr. c. XXIII, 103 e n. 104) del 1266, si fece capo del popolo per fini personali e a danno del suo partito.
32.122 più là con Ganellone e Tebaldello,
Ganellone: è Gano di Maganza, il famoso traditore, colpevole della rotta di Roncisvalle. Tebaldello è un faentino della famiglia Zambrasi, il quale, il 13 novembre 1280 sul far dell'alba (" quando si dormía "), apri le porte della sua città ai Geremei di Bologna, per vendicarsi della burla subita ad opera dei Lambertazzi, i quali vivevano da sei anni rifugiati in Faenza.
32.123 ch'aprì Faenza quando si dormia».
32.124 Noi eravam partiti già da ello,
da ello: da lui.
32.125 ch'io vidi due ghiacciati in una buca,
32.126 sì che l'un capo a l'altro era cappello;
era cappello: era poggiato sull'altro.
32.127 e come 'l pan per fame si manduca,
si manduca: si mangia (cfr. lat. manducare).
32.128 così 'l sovran li denti a l'altro pose
'l sovran: quello posto sopra, che " era cappello ".
32.129 là 've 'l cervel s'aggiugne con la nuca:
32.130 non altrimenti Tideo si rose
non altrimenti: Tideo, ferito da Menalippo alla guerra dei sette contro Tebe, e fattosi consegnare da Capaneo la testa di quello, ne rose le tempie, non altrimenti da come quello ( " che quei " ) faceva con il teschio e il resto.
32.131 le tempie a Menalippo per disdegno,
32.132 che quei faceva il teschio e l'altre cose.
32.133 «O tu che mostri per sì bestial segno
32.134 odio sovra colui che tu ti mangi,
32.135 dimmi 'l perché», diss'io, «per tal convegno,
convegno: patto.
32.136 che se tu a ragion di lui ti piangi,
32.137 sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
32.138 nel mondo suso ancora io te ne cangi,
te ne cangi: io te ne ricambi.
32.139 se quella con ch'io parlo non si secca».
se quella: se la mia lingua.
Inferno : Canto 33
33.1 La bocca sollevò dal fiero pasto
33.2 quel peccator, forbendola a' capelli
forbendola: nettandola (da forbire, cfr. c. XV; 69), con i capelli del capo che egli aveva guastato ( " guasto " ), mordendolo, sulla nuca (" di retro "). 4: rinovelli: rinnovi, rievochi.
33.3 del capo ch'elli avea di retro guasto.
33.4 Poi cominciò: «Tu vuo' ch'io rinovelli
33.5 disperato dolor che 'l cor mi preme
33.6 già pur pensando, pria ch'io ne favelli.
già pur pensando: al solo pensarci, prima ancor che ne parli.
33.7 Ma se le mie parole esser dien seme
dien: devono essere ragione (" seme ") d'infamia.
33.8 che frutti infamia al traditor ch'i' rodo,
33.9 parlar e lagrimar vedrai insieme.
parlar e lagrimar: si ricordi il c. V, 126.
33.10 Io non so chi tu se' né per che modo
33.11 venuto se' qua giù; ma fiorentino
33.12 mi sembri veramente quand'io t'odo.
33.13 Tu dei saper ch'i' fui conte Ugolino,
conte Ugolino: è Ugolino della Gherardesca, conte di Donoratico. L'arcivescovo è Ruggieri degli Ubaldini, nipote del cardinale Ottaviano (cfr. c. X, 120 e n.119).
33.14 e questi è l'arcivescovo Ruggieri:
questi: è il cranio spolpato, il " fiero pasto ".
33.15 or ti dirò perché i son tal vicino.
tal: simile, così fatto.
33.16 Che per l'effetto de' suo' mai pensieri,
33.17 fidandomi di lui, io fossi preso
33.18 e poscia morto, dir non è mestieri;
dir nón è mestieri: non è necessario dire che io fui preso e ucciso, fidandomi di lui, in conseguenza dei suoi malvagi pensieri. La storia, alquanto incerta, è questa: il conte Ugolino apparteneva a famiglia pisana di parte ghibellina ma, accordatosi col genero Giovanni Visconti, tradì i suoi e contribuì all'instaurazione del governo guelfo in Pisa. Esiliato, riuscì a tornare nella sua città, nel 1278, sorretto dalle armi dei Guelfi; in seguito divenne capo della flotta sconfitta dai Genovesi alla Meloria nel 1284. Fatto podestà di Pisa nel tempo in cui Genova strinse alleanza con Firenze e Lucca contro la sua città, Ugolino, per incrinare, come sembra, quella alleanza, cedette alle due città toscane alcuni castelli pisani, il che gli fu imputato a tradimento (cfr. vv. 85-86). Tornato a prevalere in Pisa il partito ghibellino, dopo il 1288, Ugolino tentò un riaccostamento ai suoi antichi compagni, ma l'arcivescovo Ruggieri, acceso ghibellino, fingendo di essergli amico, dopo averlo chiamato a Pisa, gli suscitò contro l'odio popolare, sfruttando la voce del tradimento operato con la cessione dei castelli; in conseguenza di ciò, Ugolino fu arrestato e imprigionato con due figli e due nipoti finché, dopo otto mesi, nel febbraio 1289 fu lasciato morire di fame. Ugolino è punito nell'Antenora per il tradimento verso i Guelfi e l'arcivescovo per quello verso Ugolino.
33.19 però quel che non puoi avere inteso,
33.20 cioè come la morte mia fu cruda,
33.21 udirai, e saprai s'e' m'ha offeso.
m'ha offeso: si ricordi il c. V, 102.
33.22 Breve pertugio dentro da la Muda
Muda: è la torre dei Gualandi, ove Ugolino fu rinchiuso. Muda è il luogo dove si pongono gli uccelli cacciatori a mutare le penne.
33.23 la qual per me ha 'l titol de la fame,
per me: per causa mia è stata ribattezzata "torre della Fame".
33.24 e che conviene ancor ch'altrui si chiuda,
e che conviene: e in cui sarebbe bene rinchiudere anche altri più di me colpevoli.
33.25 m'avea mostrato per lo suo forame
33.26 più lune già, quand'io feci 'l mal sonno
più lune: diversi mesi.
33.27 che del futuro mi squarciò 'l velame.
33.28 Questi pareva a me maestro e donno,
Questi: l'arcivescovo Ruggieri, nel sogno, mi appariva come direttore (" maestro " ) e signore ( " donno " ) della caccia.
33.29 cacciando il lupo e ' lupicini al monte
al monte: il monte San Giuliano, per il cui ostacolo i Pisani non possono vedere Lucca.
33.30 per che i Pisan veder Lucca non ponno.
33.31 Con cagne magre, studiose e conte
studiose e conte: bramose e ben ammaestrate.
33.32 Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
Gualandi: con i Sismondi e i Lanfranchi era tra le più influenti famiglie ghibelline.
33.33 s'avea messi dinanzi da la fronte.
dinanzi da la fronte: innanzi a sè.
33.34 In picciol corso mi parieno stanchi
33.35 lo padre e ' figli, e con l'agute scane
scane: zanne.
33.36 mi parea lor veder fender li fianchi.
33.37 Quando fui desto innanzi la dimane,
innanzi la dimane: prima dell'alba; i sogni avuti in quell'ora erano considerati premonitori (cfr. c. XXVI, 7 e Purg. c. IX, 16).
33.38 pianger senti' fra 'l sonno i miei figliuoli
i miei figliuoli: con Ugolino erano prigionieri i figli Gaddo e Uguiccione; e i nipoti Nino, detto il Brigata, e Anselmuccio, figli del primogenito di Ugolino, Guelfo II.
33.39 ch'eran con meco, e dimandar del pane.
33.40 Ben se' crudel, se tu già non ti duoli
33.41 pensando ciò che 'l mio cor s'annunziava;
s'annunziava: presagiva a sè stesso.
33.42 e se non piangi, di che pianger suoli?
33.43 Già eran desti, e l'ora s'appressava
33.44 che 'l cibo ne solea essere addotto,
33.45 e per suo sogno ciascun dubitava;
dubitava: temeva per un sogno analogo. Infatti essi avevano pianto nel sonno (cfr. v. 38).
33.46 e io senti' chiavar l'uscio di sotto
chiavar: inchiodare (dal lat. clavus: chiodo).
33.47 a l'orribile torre; ond'io guardai
33.48 nel viso a' mie' figliuoi sanza far motto.
33.49 Io non piangea, sì dentro impetrai:
impetrai: impietrii, divenni di pietra.
33.50 piangevan elli; e Anselmuccio mio
33.51 disse: "Tu guardi sì, padre! che hai?".
33.52 Perciò non lacrimai né rispuos'io
33.53 tutto quel giorno né la notte appresso,
33.54 infin che l'altro sol nel mondo uscìo.
33.55 Come un poco di raggio si fu messo
33.56 nel doloroso carcere, e io scorsi
33.57 per quattro visi il mio aspetto stesso,
per: attraverso.
33.58 ambo le man per lo dolor mi morsi;
33.59 ed ei, pensando ch'io 'l fessi per voglia
'l fessi: lo facessi per desiderio di mangiare (" manicar ").
33.60 di manicar, di subito levorsi
levorsi: si levarono.
33.61 e disser: "Padre, assai ci fia men doglia
33.62 se tu mangi di noi: tu ne vestisti
33.63 queste misere carni, e tu le spoglia".
33.64 Queta'mi allor per non farli più tristi;
33.65 lo dì e l'altro stemmo tutti muti;
33.66 ahi dura terra, perché non t'apristi?
33.67 Poscia che fummo al quarto dì venuti,
33.68 Gaddo mi si gittò disteso a' piedi,
33.69 dicendo: ``Padre mio, ché non mi aiuti?''.
33.70 Quivi morì; e come tu mi vedi,
33.71 vid'io cascar li tre ad uno ad uno
33.72 tra 'l quinto dì e 'l sesto; ond'io mi diedi,
33.73 già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
33.74 e due dì li chiamai, poi che fur morti.
poi che: dopo che.
33.75 Poscia, più che 'l dolor, poté 'l digiuno».
più che 'l dolor: mentre il dolore non mi aveva ucciso, il lungo digiuno ebbe ragione delle mie forze residue. Ma l'oscuro verso non respinge una diversa chiosa esegetica: "poi, sull'angoscia, ebbe il sopravvento la fame", cioè "finii per cibarmi dei cadaveri di figli e nipoti".
33.76 Quand'ebbe detto ciò, con li occhi torti
torti: biechi.
33.77 riprese 'l teschio misero co'denti,
33.78 che furo a l'osso, come d'un can, forti.
33.79 Ahi Pisa, vituperio de le genti
33.80 del bel paese là dove 'l sì suona,
'l sì suona: il paese ove si afferma col sì è l'Italia.
33.81 poi che i vicini a te punir son lenti,
i vicini: i Fiorentini e i Lucchesi.
33.82 muovasi la Capraia e la Gorgona,
la Capraia e la Gorgona: sono due isolette poste alla foce dell'Arno, fiume che attraversa Pisa.
33.83 e faccian siepe ad Arno in su la foce,
33.84 sì ch'elli annieghi in te ogne persona!
33.85 Ché se 'l conte Ugolino aveva voce
33.86 d'aver tradita te de le castella,
33.87 non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.
33.88 Innocenti facea l'età novella,
novella Tebe: nell'antichità Tebe fu famosa per le tragiche vicende della stirpe di Cadmo (elr. c. XXVI, n. 54 e c. XXX, n. 1).
33.89 novella Tebe, Uguiccione e 'l Brigata
33.90 e li altri due che 'l canto suso appella.
33.91 Noi passammo oltre, là 've la gelata
33.92 ruvidamente un'altra gente fascia,
33.93 non volta in giù, ma tutta riversata.
riversata: supina.
33.94 Lo pianto stesso lì pianger non lascia,
lì: siamo nella terza zona della ghiaccia, la Tolomea, così detta, forse, dal biblico Tolomeo che uccise a tradimento il suocero e due cognati da lui invitati a banchetto, o dal Tolomeo re d'Egitto, che fece uccidere Pompeo. Qui sono puniti i traditori degli ospiti. La pena consiste nel fatto che il pianto si ghiaccia sulle palpebre e non lascia uscire le lacrime; per cui il pianto doloroso, che trova ostacolo (" rintoppo ") sugli occhi, si volge all'interno per accrescere lo strazio.
33.95 e 'l duol che truova in su li occhi rintoppo,
33.96 si volge in entro a far crescer l'ambascia;
33.97 ché le lagrime prime fanno groppo,
33.98 e sì come visiere di cristallo,
33.99 riempion sotto 'l ciglio tutto il coppo.
il coppo: la cavità che contiene l'occhio.
33.100 E avvegna che, sì come d'un callo,
E avvegna che: e sebbene; come accade in una callosità, per il freddo ogni sensibilità ( " sentimento " ) avesse cessato di albergare (" stallo " : dimora) sul mio viso.
33.101 per la freddura ciascun sentimento
33.102 cessato avesse del mio viso stallo,
33.103 già mi parea sentire alquanto vento:
33.104 per ch'io: «Maestro mio, questo chi move?
33.105 non è qua giù ogne vapore spento?».
vapore: si credeva che il vento fosse originato dall'evaporazione provocata dal calore del sole; e ciò non può accadere nel buio Inferno.
33.106 Ond'elli a me: «Avaccio sarai dove
Avaccio: presto; tra non molto.
33.107 di ciò ti farà l'occhio la risposta,
33.108 veggendo la cagion che 'l fiato piove».
33.109 E un de' tristi de la fredda crosta
33.110 gridò a noi: «O anime crudeli,
33.111 tanto che data v'è l'ultima posta,
tanto che: crudeli al punto che vi è stata assegnata l'ultima dimora ( " posta " ), cioè l'ultima zona di Cocito. Il dannato ha udito le parole di Virgilio: " Avaccio…".
33.112 levatemi dal viso i duri veli,
i duri veli: le lacrime coagulate dal freddo.
33.113 sì ch'io sfoghi 'l duol che 'l cor m'impregna,
m'impregna: mi gonfia.
33.114 un poco, pria che 'l pianto si raggeli».
33.115 Per ch'io a lui: «Se vuo' ch'i' ti sovvegna,
ti sovvegna: ti soccorra.
33.116 dimmi chi se', e s'io non ti disbrigo,
e s'io non ti disbrigo: se non ti libero dalle lacrime ghiacciate, possa io raggiungere il fondo della ghiaccia. Ma la promessa è una specie di tradimento che ben si addice al traditore (cfr. v. 149 e seg.).
33.117 al fondo de la ghiaccia ir mi convegna».
33.118 Rispuose adunque: «I' son frate Alberigo;
frate Alberigo: è Alberigo di Ugolino dei Manfredi, di Faenza, frate gaudente e caporione guelfo di Firenze. Nel corso di un alterco con Manfredo Manfredi fu schiaffeggiato dal figlio di questi, Alberghetto. Fingendosi riconciliato, li invitò a banchetto nella villa di Cesato e li fece uccidere entrambi (2 maggio 1285), al segnale convenuto: " Vengano le frutta ". Ciò spiega il v. 119.
33.119 i' son quel da le frutta del mal orto,
33.120 che qui riprendo dattero per figo».
dattero per figo: variante del proverbio : " rendere pan per focaccia ".
33.121 «Oh!», diss'io lui, «or se' tu ancor morto?».
ancor: già. Nella primavera del 1300 frate Alberigo era ancora vivo; come il suo corpo potesse trovarsi sulla terra e la sua anima all'Inferno, è spiegato nei vv. segg.
33.122 Ed elli a me: «Come 'l mio corpo stea
33.123 nel mondo sù, nulla scienza porto.
nulla scïenza porto: non so.
33.124 Cotal vantaggio ha questa Tolomea,
vantaggio: prerogativa, caratteristica della Tolomea.
33.125 che spesse volte l'anima ci cade
33.126 innanzi ch'Atropòs mossa le dea.
innanzi: prima che Atropos, una delle tre Parche, dia (" dea ") all'anima la spinta (" mossa ") recidendo lo stame della vita.
33.127 E perché tu più volentier mi rade
33.128 le 'nvetriate lagrime dal volto,
33.129 sappie che, tosto che l'anima trade
trade: tradisce. Quindi, non appena il traditore pecca, il suo corpo è occupato da un demonio e l'anima precipita nell'Inferno. Il tradimento, secondo Dante, uccide istantaneamente l'anima.
33.130 come fec'io, il corpo suo l'è tolto
33.131 da un demonio, che poscia il governa
33.132 mentre che 'l tempo suo tutto sia vòlto.
33.133 Ella ruina in sì fatta cisterna;
cisterna: pozzo.
33.134 e forse pare ancor lo corpo suso
pare: appare, è visibile.
33.135 de l'ombra che di qua dietro mi verna.
de l'ombra: dello spirito che qua dietro trascorre l'eterna invernata (" verna ").
33.136 Tu 'l dei saper, se tu vien pur mo giuso:
33.137 elli è ser Branca Doria, e son più anni
Branca Doria: nobile genovese, genero di Michele Zanche (cfr. c. XXII, 88 e n.), aspirando alla signoria del Logudoro, in Sardegna, invitò il suocero e lo fece uccidere durante il pranzo. L'assassinio è del 1275 (o del 1290?), perciò Branca Doria, ancor vivo nel corpo, è nella Tolomea da 25 anni (o da 10).
33.138 poscia passati ch'el fu sì racchiuso».
33.139 «Io credo», diss'io lui, «che tu m'inganni;
33.140 ché Branca Doria non morì unquanche,
unquanche: non ancora. Visse fino al 1325.
33.141 e mangia e bee e dorme e veste panni».
33.142 «Nel fosso sù», diss'el, «de' Malebranche,
33.143 là dove bolle la tenace pece,
33.144 non era ancor giunto Michel Zanche,
33.145 che questi lasciò il diavolo in sua vece
33.146 nel corpo suo, ed un suo prossimano
prossimano: congiunto, parente.
33.147 che 'l tradimento insieme con lui fece.
33.148 Ma distendi oggimai in qua la mano;
oggimai: ormai.
33.149 aprimi li occhi». E io non gliel'apersi;
33.150 e cortesia fu lui esser villano.
e cortesia: e fu cortesia esser villano con lui (cfr. c. XX, 28).
33.151 Ahi Genovesi, uomini diversi
diversi: alieni da ogni buon costume.
33.152 d'ogne costume e pien d'ogne magagna,
33.153 perché non siete voi del mondo spersi?
33.154 Ché col peggiore spirto di Romagna
spirto di Romagna: il faentino frate Alberigo.
33.155 trovai di voi un tal, che per sua opra
per sua opra: per il suo tradimento, in spirito già è immerso in Cocito e, fisicamente, appare ancor vivo nel mondo.
33.156 in anima in Cocito già si bagna,
33.157 e in corpo par vivo ancor di sopra.
Inferno : Canto 34
34.1 «Vexilla regis prodeunt inferni
Vexilla: i vessilli del re dell'Inferno si protendono verso di noi. Le prime tre parole appartengono all'Inno allo Croce di Venanzio Fortunato (sec. VI). I vessilli sono le ali di Lucifero.
34.2 verso di noi; però dinanzi mira»,
34.3 disse 'l maestro mio «se tu 'l discerni».
34.4 Come quando una grossa nebbia spira,
34.5 o quando l'emisperio nostro annotta,
l'emisperio: il nostro emisfero diviene buio perché scende la notte.
34.6 par di lungi un molin che 'l vento gira,
par: appare un molino che i1 vento fa girare.
34.7 veder mi parve un tal dificio allotta;
un tal dificio allotta: un tal edifico allora.
34.8 poi per lo vento mi ristrinsi retro
34.9 al duca mio; ché non lì era altra grotta.
altra grotta: altro riparo.
34.10 Già era, e con paura il metto in metro,
34.11 là dove l'ombre tutte eran coperte,
là: siamo nella Giudecca, quarta zona di Cocito; dove sono puniti i traditori dei benefattori e che prende il nome da Giuda, che tradì Cristo. I dannati sono immersi nel ghiaccio, in varie posizioni.
34.12 e trasparien come festuca in vetro.
34.13 Altre sono a giacere; altre stanno erte,
34.14 quella col capo e quella con le piante;
34.15 altra, com'arco, il volto a' piè rinverte.
rinverte: ripiega il volto verso i piedi come arcuandosi.
34.16 Quando noi fummo fatti tanto avante,
34.17 ch'al mio maestro piacque di mostrarmi
34.18 la creatura ch'ebbe il bel sembiante,
la creatura: Lucifero, prima della ribellione era l'angelo più bello (" ch'ebbe il bel sembiante ").
34.19 d'innanzi mi si tolse e fé restarmi,
34.20 «Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco
Dite: è il nome dell'antico dio dell'Averno, che qui Dante attribuisce a Lucifero.
34.21 ove convien che di fortezza t'armi».
34.22 Com'io divenni allor gelato e fioco,
34.23 nol dimandar, lettor, ch'i' non lo scrivo,
34.24 però ch'ogne parlar sarebbe poco.
34.25 Io non mori' e non rimasi vivo:
34.26 pensa oggimai per te, s'hai fior d'ingegno,
fior: un poco (cfr. c. XXV, 144).
34.27 qual io divenni, d'uno e d'altro privo.
d'uno e d'altro: dell'una e dell'altra cosa, della vita e della morte (cfr. v. 2ó).
34.28 Lo 'mperador del doloroso regno
Lo 'mperador: Lucifero.
34.29 da mezzo 'l petto uscìa fuor de la ghiaccia;
34.30 e più con un gigante io mi convegno,
e più: e più io son proporzionato a un gigante ( " io mi convegno ") di quanto i giganti lo siano alle sue braccia.
34.31 che i giganti non fan con le sue braccia:
34.32 vedi oggimai quant'esser dee quel tutto
34.33 ch'a così fatta parte si confaccia.
34.34 S'el fu sì bel com'elli è ora brutto,
34.35 e contra 'l suo fattore alzò le ciglia,
alzò le ciglia: levò lo sguardo superbo del ribelle; facilmente ne consegue (" ben dee ") che da lui derivi ogni male (" lutto ").
34.36 ben dee da lui proceder ogne lutto.
34.37 Oh quanto parve a me gran maraviglia
34.38 quand'io vidi tre facce a la sua testa!
tre facce: costituiscono un'antitesi della Trinità (cfr. c. III, 5-6).
34.39 L'una dinanzi, e quella era vermiglia;
L'una: una sta al centro, vermiglia, e simboleggia l'Odio (antitesi dell'Amore divino) delle altre due, che s'aggiungevano (" s'aggiugnieno ") a questa, al di sopra di ciascuna spalla, e si univano (" sé giugnieno ") dove gli animali hanno la cresta, la destra, di color gialliccio (" tra bianca e gialla "), simboleggia l'Impotenza (antitesi della divina Potestà), la sinistra, di color nero simile al volto di quelli che vengono dall'Etiopia ove il Nilo scende a valle, simboleggia l'ignoranza (antitesi della Sapienza divina).
34.40 l'altr'eran due, che s'aggiugnieno a questa
34.41 sovresso 'l mezzo di ciascuna spalla,
34.42 e sé giugnieno al loco de la cresta:
34.43 e la destra parea tra bianca e gialla;
34.44 la sinistra a vedere era tal, quali
34.45 vegnon di là onde 'l Nilo s'avvalla.
34.46 Sotto ciascuna uscivan due grand'ali,
34.47 quanto si convenia a tanto uccello:
34.48 vele di mar non vid'io mai cotali.
34.49 Non avean penne, ma di vispistrello
di vispistrello: di pipistrello era il loro atteggiamento (" modo ").
34.50 era lor modo; e quelle svolazzava,
svolazzava: usato transitivamente; le agitava, sì che tre venti si movevano da lui (" ello ").
34.51 sì che tre venti si movean da ello:
34.52 quindi Cocito tutto s'aggelava.
quindi: per conseguenza. E' così spiegata l'origine del vento avvertito da Dante (cfr. c. XXXIII, 1Q0 e segg.).
34.53 Con sei occhi piangea, e per tre menti
34.54 gocciava 'l pianto e sanguinosa bava.
34.55 Da ogne bocca dirompea co' denti
34.56 un peccatore, a guisa di maciulla,
maciulla: arnese per " dirompere " le fibre della canapa.
34.57 sì che tre ne facea così dolenti.
34.58 A quel dinanzi il mordere era nulla
A quel dinanzi: al peccatore, divorato dalla bocca centrale, il morso sembrava un nulla, al confronto (" verso ") dei graffi, poiché la schiena talvolta rimaneva tutta spoglia della pelle.
34.59 verso 'l graffiar, che talvolta la schiena
34.60 rimanea de la pelle tutta brulla.
34.61 «Quell'anima là sù c'ha maggior pena»,
34.62 disse 'l maestro, «è Giuda Scariotto,
Giuda: è Giuda Iscariota, il traditore di Cristo.
34.63 che 'l capo ha dentro e fuor le gambe mena.
34.64 De li altri due c'hanno il capo di sotto,
34.65 quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
Bruto: Giunio Bruto e Cassio Longino tradirono Cesare, considerato da Dante fondatore della monarchia universale, suprema autorità voluta da Dio non meno dell'autorità del pontefice (cfr. Mon. III, XVI).
34.66 vedi come si storce, e non fa motto!;
34.67 e l'altro è Cassio che par sì membruto.
34.68 Ma la notte risurge, e oramai
la notte: sono dunque trascorse 24 ore dall'inizio del viaggio oltremondano.
34.69 è da partir, ché tutto avem veduto».
34.70 Com'a lui piacque, il collo li avvinghiai;
34.71 ed el prese di tempo e loco poste,
di tempo e loco poste: le opportune condizioni di tempo e di luogo.
34.72 e quando l'ali fuoro aperte assai,
34.73 appigliò sé a le vellute coste;
vellute: ricoperte di pelo (vello).
34.74 di vello in vello giù discese poscia
34.75 tra 'l folto pelo e le gelate croste.
le gelate croste: le incrostazioni di ghiaccio che rivestono le pareti del pozzo, nel quale si trova Lucifero.
34.76 Quando noi fummo là dove la coscia
34.77 si volge, a punto in sul grosso de l'anche,
34.78 lo duca, con fatica e con angoscia,
34.79 volse la testa ov'elli avea le zanche,
volse: Lucifero, con la parte centrale del corpo, occupa il centro della terra. Per salire nell'altro emisfero, Virgilio è costretto a capovolgersi, e questa manovra fa supporre a Dante che si torni nell'Inferno. " Zanche " sono le gambe di Lucifero (cfr. c. XIX, 45 e n. 44).
34.80 e aggrappossi al pel com'om che sale,
34.81 sì che 'n inferno i' credea tornar anche.
34.82 «Attienti ben, ché per cotali scale»,
34.83 disse 'l maestro, ansando com'uom lasso,
34.84 «conviensi dipartir da tanto male».
34.85 Poi uscì fuor per lo fóro d'un sasso,
34.86 e puose me in su l'orlo a sedere;
34.87 appresso porse a me l'accorto passo.
porse: diresse verso di me il suo passo esperto ( " accorto ").
34.88 Io levai li occhi e credetti vedere
34.89 Lucifero com'io l'avea lasciato,
34.90 e vidili le gambe in sù tenere;
34.91 e s'io divenni allora travagliato,
34.92 la gente grossa il pensi, che non vede
la gente grossa: le persone ignoranti.
34.93 qual è quel punto ch'io avea passato.
quel punto: il centro della terra.
34.94 «Lèvati sù», disse 'l maestro, «in piede:
34.95 la via è lunga e 'l cammino è malvagio,
34.96 e già il sole a mezza terza riede».
a mezza terza: il sole, mai nominato nelle indicazioni cronologiche dell'Inferno, torna qui come un presentimento. La mezza terza corrisponde alle 7,30 antimeridiane.
34.97 Non era camminata di palagio
camminata: sala grande e spaziosa, dotata di camino.
34.98 là 'v'eravam, ma natural burella
burella : luogo buio (da buro : buio) fatto ad opera della natura (" natural ").
34.99 ch'avea mal suolo e di lume disagio.
disagio: mancanza.
34.100 «Prima ch'io de l'abisso mi divella,
34.101 maestro mio», diss'io quando fui dritto,
34.102 «a trarmi d'erro un poco mi favella:
d'erro: dall'errore.
34.103 ov'è la ghiaccia? e questi com'è fitto
34.104 sì sottosopra? e come, in sì poc'ora,
34.105 da sera a mane ha fatto il sol tragitto?».
34.106 Ed elli a me: «Tu imagini ancora
34.107 d'esser di là dal centro, ov'io mi presi
34.108 al pel del vermo reo che 'l mondo fóra.
del vermo reo: del ripugnante malvagio (cfr. c. VI, 22), cioè Lucifero.
34.109 Di là fosti cotanto quant'io scesi;
34.110 quand'io mi volsi, tu passasti 'l punto
34.111 al qual si traggon d'ogne parte i pesi.
al qual si traggon : il centro della gravitazione universale, dato che per Dante la Terra costituiva il centro dell'universo.
34.112 E se' or sotto l'emisperio giunto
sotto l'emisperio: sei ora sotto l'emisfero (australe) che è opposto a quello (boreale) che ricopre la terra emersa (" la gran secca ") e sotto il cui punto culminante (" colmo "), cioè sul Golgota presso Gerusalemme, fu ucciso (" consunto ") Gesù che nacque e visse senza peccato.
34.113 ch'è contraposto a quel che la gran secca
34.114 coverchia, e sotto 'l cui colmo consunto
34.115 fu l'uom che nacque e visse sanza pecca:
34.116 tu hai i piedi in su picciola spera
34.117 che l'altra faccia fa de la Giudecca.
34.118 Qui è da man, quando di là è sera;
Qui: nell'emisfero australe è giorno, quando nel boreale è sera.
34.119 e questi, che ne fé scala col pelo,
34.120 fitto è ancora sì come prim'era.
34.121 Da questa parte cadde giù dal cielo;
Da questa parte: dalla parte australe Lucifero precipitò giù dal cielo e la terra di tale emisfero si raccolse tutta nel nostro, per sfuggirlo. Si credeva, infatti, che le terre emerse (cfr. "la gran secca", v. 113) si trovassero soltanto nel nostro emisfero. 127 Luogo: v'è un luogo, laggiù, lontano da Lucifero ( " Belzebù " ) tanto quanto è estesa la burella (" tomba "), riconoscibile ( " noto " ) non perché si veda, ma per il rumore di un ruscelletto che qui discende, attraverso il foro in una roccia erosa dalle acque, con un corso tortuoso e in dolce declivio (" poco pende ").
34.122 e la terra, che pria di qua si sporse,
34.123 per paura di lui fé del mar velo,
34.124 e venne a l'emisperio nostro; e forse
34.125 per fuggir lui lasciò qui loco vòto
34.126 quella ch'appar di qua, e sù ricorse».
34.127 Luogo è là giù da Belzebù remoto
34.128 tanto quanto la tomba si distende,
34.129 che non per vista, ma per suono è noto
34.130 d'un ruscelletto che quivi discende
34.131 per la buca d'un sasso, ch'elli ha roso,
34.132 col corso ch'elli avvolge, e poco pende.
34.133 Lo duca e io per quel cammino ascoso
34.134 intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
34.135 e sanza cura aver d'alcun riposo,
34.136 salimmo sù, el primo e io secondo,
34.137 tanto ch'i' vidi de le cose belle
34.138 che porta 'l ciel, per un pertugio tondo.
34.139 E quindi uscimmo a riveder le stelle.
quindi: di lì, cioè dal " pertugio tondo ". Con la parola " stelle " si chiudono le tre cantiche.
Purgatorio : Canto 1
1.1 Per correr miglior acque alza le vele
1.2 omai la navicella del mio ingegno,
la navicella: il paragone tra l'ingegno e la nave è frequente nella letteratura.
1.3 che lascia dietro a sé mar sì crudele;
1.4 e canterò di quel secondo regno
1.5 dove l'umano spirito si purga
1.6 e di salire al ciel diventa degno.
1.7 Ma qui la morta poesì resurga,
la morta poesì: la poesia, che ha cantato il regno dei morti, l'Inferno, elevi il suo tono (" resurga ").
1.8 o sante Muse, poi che vostro sono;
vostro: l'assolta dedizione di Dante alla poesia è altrove da lui stesso affermata, con commossi accenti (cfr. c. XXIX, 37 e Par. c. XXV, 3).
1.9 e qui Caliopè alquanto surga,
Caliopè: è la musa della poesia epica, ovvero quella dalla bella noce. L'accento sull'ultima è dovuto, come già visto nell'Inferno, all'uso medioevale di rendere tronche tutte le parole straniere od estranee alla declinazione latina (cfr. Inf. c. IV; 58 e n.).
1.10 seguitando il mio canto con quel suono
seguitando: accompagnando.
1.11 di cui le Piche misere sentiro
le Piche: le nove figlie di Pierio, re della Tessaglia, sfidarono al canto le Muse, ma furono vinte e punite con la trasformazione in piche o gazze, uccelli dalla voce stridula.
1.12 lo colpo tal, che disperar perdono.
1.13 Dolce color d'oriental zaffiro,
1.14 che s'accoglieva nel sereno aspetto
1.15 del mezzo, puro infino al primo giro,
del mezzo: dell'aria (" mezzo " equivale a fluido) pura fino all'orizzonte (" primo giro ").
1.16 a li occhi miei ricominciò diletto,
1.17 tosto ch'io usci' fuor de l'aura morta
1.18 che m'avea contristati li occhi e 'l petto.
1.19 Lo bel pianeto che d'amar conforta
Lo bel pianeto: la stella Venere brillava ad oriente, velando la costellazione dei Pesci, che si trovava in congiunzione (" in sua scorta ").
1.20 faceva tutto rider l'oriente,
1.21 velando i Pesci ch'erano in sua scorta.
1.22 I' mi volsi a man destra, e puosi mente
1.23 a l'altro polo, e vidi quattro stelle
a l'altro polo: a quello antartico, o australe.
1.24 non viste mai fuor ch'a la prima gente.
fuor ch'a la prima gente: tranne che da Adamo e da Eva, che abitarono il Paradiso Terrestre, situato in cima alla montagna del Purgatorio. Nelle quattro stelle i commentatori hanno ravvisato le virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza, temperanza.
1.25 Goder pareva 'l ciel di lor fiammelle:
1.26 oh settentrional vedovo sito,
settentrional vedovo sito: l'emisfero settentrionale è privo ( " vedovo " ) della vista di quelle stelle.
1.27 poi che privato se' di mirar quelle!
1.28 Com'io da loro sguardo fui partito,
Com'io: come allontanai lo sguardo da quelle, volgendomi un poco verso settentrione (" l'altro polo ") là donde la costellazione dell'Orsa Maggiore (" il Carro ") era già tramontata, ecc.
1.29 un poco me volgendo a l'altro polo,
1.30 là onde il Carro già era sparito,
1.31 vidi presso di me un veglio solo,
1.32 degno di tanta reverenza in vista,
in vista: all'aspetto.
1.33 che più non dee a padre alcun figliuolo.
1.34 Lunga la barba e di pel bianco mista
1.35 portava, a' suoi capelli simigliante,
1.36 de' quai cadeva al petto doppia lista.
1.37 Li raggi de le quattro luci sante
Li raggi: la luce delle quattro stelle, dette " sante " perché illuminano il cammino dell'anima purgante, così come " sante " sono le Muse, invocate al v. 8, perché assistano guidate da Calliope la rinascente poesia; quelle stesse Muse che saranno, poi, più compiutamente, " sacrosante Vergini " (cfr. c. XXIX, 37).
1.38 fregiavan sì la sua faccia di lume,
1.39 ch'i' 'l vedea come 'l sol fosse davante.
1.40 «Chi siete voi che contro al cieco fiume
cieco fiume: presumibilmente, il " ruscelletto " (cfr. Inf. c. XXXIV, 130) che scende al centro della Terra e le cui rive i poeti hanno percorso contro corrente ( " contro " ).
1.41 fuggita avete la pregione etterna?»,
1.42 diss'el, movendo quelle oneste piume.
oneste piume: la dignitosa e grande barba.
1.43 «Chi v'ha guidati, o che vi fu lucerna,
1.44 uscendo fuor de la profonda notte
1.45 che sempre nera fa la valle inferna?
1.46 Son le leggi d'abisso così rotte?
1.47 o è mutato in ciel novo consiglio,
o è mutato: o è stata sancita in cielo una nuova legge.
1.48 che, dannati, venite a le mie grotte?».
grotte: rocce (cfr. Inf. c. XXI, 110).
1.49 Lo duca mio allor mi diè di piglio,
1.50 e con parole e con mani e con cenni
1.51 reverenti mi fé le gambe e 'l ciglio.
reverenti mi fé: mi indusse a piegare, per reverenza, il ginocchio (" le gambe ") e il capo (" 'l ciglio ").
1.52 Poscia rispuose lui: «Da me non venni:
1.53 donna scese del ciel, per li cui prieghi
donna: Beatrice.
1.54 de la mia compagnia costui sovvenni.
1.55 Ma da ch'è tuo voler che più si spieghi
1.56 di nostra condizion com'ell'è vera,
com'ell'è vera : quale essa è in verità.
1.57 esser non puote il mio che a te si nieghi.
il mio: che il mio volere si opponga ( " si nieghi " ) a te.
1.58 Questi non vide mai l'ultima sera;
l'ultima sera: la morte dell'anima.
1.59 ma per la sua follia le fu sì presso,
1.60 che molto poco tempo a volger era.
a volger era: mancava, cioè sarebbe trascorso.
1.61 Sì com'io dissi, fui mandato ad esso
1.62 per lui campare; e non lì era altra via
campare: scampare, salvare.
1.63 che questa per la quale i' mi son messo.
1.64 Mostrata ho lui tutta la gente ria;
1.65 e ora intendo mostrar quelli spirti
1.66 che purgan sé sotto la tua balìa.
balìa : sorveglianza.
1.67 Com'io l'ho tratto, saria lungo a dirti;
1.68 de l'alto scende virtù che m'aiuta
1.69 conducerlo a vederti e a udirti.
1.70 Or ti piaccia gradir la sua venuta:
1.71 libertà va cercando, ch'è sì cara,
libertà: si tratta della libertà morale, di quell'assoluta libertà dello spirito, il cui conseguimento, pur se comporti la morte, è preferibile alla vita senza di essa (cfr. Mon. II, V, 15).
1.72 come sa chi per lei vita rifiuta.
1.73 Tu 'l sai, ché non ti fu per lei amara
Tu: Virgilio si rivolge a Catone, il " veglio " posto da Dante á guardia del Purgatorio. Marco Porcio Catone il giovane o l'Uticense (95-46 a.C.) è quel fiero repubblicano che, quando vide la libertà di Roma calpestata dalle legioni di Cesare trionfante, non esitò a togliersi la vita in Utica. Sebbene nemico di Cesare, che Dante considera il fondatore della Monarchia Universale e dell'Impero, sebbene pagano, sebbene suicida, Catone è assolto dal poeta, che gli assegna la " balìa " del Purgatorio, come al più intransigente custode dell'integrità morale.
1.74 in Utica la morte, ove lasciasti
1.75 la vesta ch'al gran dì sarà sì chiara.
la vesta: il corpo, che nel giorno del giudizio apparirà cosi luminoso, ricongiunto all'anima destinata al cielo.
1.76 Non son li editti etterni per noi guasti,
1.77 ché questi vive, e Minòs me non lega;
1.78 ma son del cerchio ove son li occhi casti
del cerchio: il Limbo, ove si trova anche Marzia (cfr. Inf. c. IV, 128), la casta moglie di Catone. E in nome di Marzia, Virgilio prega il custode del Purgatorio di concedergli il permesso di procedere.
1.79 di Marzia tua, che 'n vista ancor ti priega,
1.80 o santo petto, che per tua la tegni:
1.81 per lo suo amore adunque a noi ti piega.
1.82 Lasciane andar per li tuoi sette regni;
sette regni: i sette gironi del Purgatorio.
1.83 grazie riporterò di te a lei,
1.84 se d'esser mentovato là giù degni».
degni: se ti degni di esser ricordato laggiù.
1.85 «Marzia piacque tanto a li occhi miei
1.86 mentre ch'i' fu' di là», diss'elli allora,
di là: sulla terra, nel mondo.
1.87 «che quante grazie volse da me, fei.
volse: volle; fei : feci.
1.88 Or che di là dal mal fiume dimora,
mal fiume: l'Acheronte.
1.89 più muover non mi può, per quella legge
per quella legge: per la legge che fu fatta quando Cristo discese al Limbo ed io ne uscii e in base alla quale non è più possibile alcun rapporto tra gli spiriti dimoranti all'Inferno e gli altri. Prima della venuta di Cristo, le anime scendevano o tra i dannati o si fermavano nel Limbo, alcune per restarvi eternamente, altre in attesa che il Salvatore le rendesse beate (cfr. Inf. c. IV, n. 62).
1.90 che fatta fu quando me n'usci' fora.
1.91 Ma se donna del ciel ti muove e regge,
1.92 come tu di', non c'è mestier lusinghe:
non c'è mestier lusinghe: non c'è bisogno che tu cerchi di convincermi.
1.93 bastisi ben che per lei mi richegge.
bastisi: sia sufficiente.
1.94 Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
1.95 d'un giunco schietto e che li lavi 'l viso,
d'un giunco: il giunco liscio (" schietto ") rappresenta l'umiltà, virtù necessaria al purgante.
1.96 sì ch'ogne sucidume quindi stinghe;
1.97 ché non si converria, l'occhio sorpriso
l'occhio sorpriso: con l'occhio offuscato dal vapore infernale.
1.98 d'alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
1.99 ministro, ch'è di quei di paradiso.
ch'è di quei: che appartiene alle schiere angeliche del Paradiso; si riferisce all'angelo che si trova alla porta del Purgatorio (cfr. c. IX, 78 e segg.).
1.100 Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
ad imo ad imo: nella parte più bassa.
1.101 là giù colà dove la batte l'onda,
1.102 porta di giunchi sovra 'l molle limo;
1.103 null'altra pianta che facesse fronda
1.104 o indurasse, vi puote aver vita,
o indurasse: sviluppasse un fusto rigido e non flessibile.
1.105 però ch'a le percosse non seconda.
non seconda: non si piega ai colpi dell'onda.
1.106 Poscia non sia di qua vostra reddita;
reddita: ritorno.
1.107 lo sol vi mosterrà, che surge omai,
mosterrà: arcaico toscano per " mostrerà ".
1.108 prendere il monte a più lieve salita».
a più lieve salita: dove l'ascesa è più agevole.
1.109 Così sparì; e io sù mi levai
1.110 sanza parlare, e tutto mi ritrassi
1.111 al duca mio, e li occhi a lui drizzai.
1.112 El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi:
1.113 volgianci in dietro, ché di qua dichina
1.114 questa pianura a' suoi termini bassi».
a' suoi termini bassi: alla spiaggia, che è in basso.
1.115 L'alba vinceva l'ora mattutina
L'alba: il chiarore dell'alba scacciava le tenebre dell'ultima ora notturna, che si dileguava, per cui da lontano scorsi il tremolio del mare. E' l'ora del mattutino.
1.116 che fuggia innanzi, sì che di lontano
1.117 conobbi il tremolar de la marina.
1.118 Noi andavam per lo solingo piano
1.119 com'om che torna a la perduta strada,
1.120 che 'nfino ad essa li pare ire in vano.
1.121 Quando noi fummo là 've la rugiada
1.122 pugna col sole, per essere in parte
1.123 dove, ad orezza, poco si dirada,
dove, ad orezza: dove spira una fresca brezza; perciò la rugiada evapora lentamente (" poco si dirada ").
1.124 ambo le mani in su l'erbetta sparte
1.125 soavemente 'l mio maestro pose:
1.126 ond'io, che fui accorto di sua arte,
1.127 porsi ver' lui le guance lagrimose:
1.128 ivi mi fece tutto discoverto
1.129 quel color che l'inferno mi nascose.
quel color: il naturale incarnato, già coperto dal fumo.
1.130 Venimmo poi in sul lito diserto,
1.131 che mai non vide navicar sue acque
1.132 omo, che di tornar sia poscia esperto.
omo: fa pensare ad Ulisse (cfr. Inf. c. XXVI).
1.133 Quivi mi cinse sì com'altrui piacque:
1.134 oh maraviglia! ché qual elli scelse
1.135 l'umile pianta, cotal si rinacque
1.136 subitamente là onde l'avelse.
Purgatorio : Canto 2
2.1 Già era 'l sole a l'orizzonte giunto
Già era 'l sole: ormai il sole, nell'emisfero australe, dove si trova il Purgatorio, sta sorgendo; cioè ha raggiunto l'orizzonte astronomico il cui meridiano, collegando i poli attraverso l'Equatore, sovrasta (" coverchia ") Gerusalemme " col suo più alto punto ", cioè allo zenit. Dante, dunque, immagina che il Purgatorio si trovi esattamente agli antipodi di Gerusalemme, e, come già visto in Inf. c. XXXIV 112, segg., questa città si credeva fosse il punto medio dell'emisfero boreale; per conseguenza il Purgatorio occupa il punto centrale dell'emisfero australe, ed ha in comune con Gerusalemme l'orizzonte astronomico (cfr. c. IV, 68 e segg.).
2.2 lo cui meridian cerchio coverchia
2.3 Ierusalèm col suo più alto punto;
2.4 e la notte, che opposita a lui cerchia,
e la notte: e la notte, che gira (" cerchia ") diametralmente opposta al sole ("a lui"), usciva nell'emisfero boreale dalla foce del Gange, cioè ad oriente di Gerusalemme. E si era colà in primavera, uscendo la notte nel segno della Libra (" bilance "), e trovandosi il sole nell'opposto segno dell'Ariete (cfr. Inf. I, 38 segg.).
2.5 uscia di Gange fuor con le Bilance,
2.6 che le caggion di man quando soverchia;
quando soverchia: la notte permane nella costellazione della Libra finché queste bilance le cadono di mano (" le caggion di man ") quando, dopo l'equinozio d'autunno, diviene più lunga del giorno (" soverchia ").
2.7 sì che le bianche e le vermiglie guance,
2.8 là dov'i' era, de la bella Aurora
2.9 per troppa etate divenivan rance.
per troppa etate: per essere passato troppo tempo, divenivano color arancio dorate (" rance ", cfr. Inf. c. XXIII, 100 e nota).
2.10 Noi eravam lunghesso mare ancora,
lunghesso: lungo il.
2.11 come gente che pensa a suo cammino,
2.12 che va col cuore e col corpo dimora.
che va col cuore: che con l'animo ansioso anticipa l'arrivo del corpo nel luogo ove è diretta.
2.13 Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,
Ed ecco, qual: come sul far del mattino Marte rosseggia ad occidente per gli spessi vapori che si levano dal mare, cosi….
2.14 per li grossi vapor Marte rosseggia
2.15 giù nel ponente sovra 'l suol marino,
2.16 cotal m'apparve, s'io ancor lo veggia,
s'io ancor lo veggia: possa io rivederlo ancora.
2.17 un lume per lo mar venir sì ratto,
2.18 che 'l muover suo nessun volar pareggia.
2.19 Dal qual com'io un poco ebbi ritratto
2.20 l'occhio per domandar lo duca mio,
2.21 rividil più lucente e maggior fatto.
2.22 Poi d'ogne lato ad esso m'appario
2.23 un non sapeva che bianco, e di sotto
un non sapeva che bianco: un candore indistinto.
2.24 a poco a poco un altro a lui uscio.
un altro: un altro candore.
2.25 Lo mio maestro ancor non facea motto,
2.26 mentre che i primi bianchi apparver ali;
mentre che: fino a che.
2.27 allor che ben conobbe il galeotto,
il galeotto: il nocchiero, il pilota.
2.28 gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali.
2.29 Ecco l'angel di Dio: piega le mani;
2.30 omai vedrai di sì fatti officiali.
officiali: ministri.
2.31 Vedi che sdegna li argomenti umani,
argomenti: mezzi.
2.32 sì che remo non vuol, né altro velo
velo: vela (latinismo suggerito dalla rima); l'angelo fa vela delle sue ali.
2.33 che l'ali sue, tra liti sì lontani.
tra liti sì lontani: come sarà spiegato (cfr. v.100), l'angelo viaggia dalla foce del Tevere al Purgatorio.
2.34 Vedi come l'ha dritte verso 'l cielo,
2.35 trattando l'aere con l'etterne penne,
trattando: agitando l'aria (" l'aere ").
2.36 che non si mutan come mortal pelo».
2.37 Poi, come più e più verso noi venne
2.38 l'uccel divino, più chiaro appariva:
2.39 per che l'occhio da presso nol sostenne,
2.40 ma chinail giuso; e quei sen venne a riva
2.41 con un vasello snelletto e leggero,
2.42 tanto che l'acqua nulla ne 'nghiottiva.
l'acqua nulla ne 'nghiottiva: il vascello (" vasello ") era tanto leggero che lo scafo non pescava nell'acqua.
2.43 Da poppa stava il celestial nocchiero,
2.44 tal che faria beato pur descripto;
tal che faria: con aspetto tanto celestiale che, solamente descritto, renderebbbe felice ogni uomo.
2.45 e più di cento spirti entro sediero.
più di cento: per indicare un numero indeterminato.
2.46 "In exitu Israel de Aegypto"
In exitu: Nell'uscita del popolo di Israele dall'Egitto. E' il principio del salmo CXIII, che ricorda la liberazione del popolo ebreo dalla schiavitù d'Egitto.
2.47 cantavan tutti insieme ad una voce
2.48 con quanto di quel salmo è poscia scripto.
2.49 Poi fece il segno lor di santa croce;
2.50 ond'ei si gittar tutti in su la piaggia;
2.51 ed el sen gì, come venne, veloce.
2.52 La turba che rimase lì, selvaggia
selvaggia: inesperta e, nello stesso tempo, guardinga.
2.53 parea del loco, rimirando intorno
2.54 come colui che nove cose assaggia.
assaggia: prova.
2.55 Da tutte parti saettava il giorno
Da tutte parti: da ogni parte il sole dardeggiava la luce del giorno, esso che con le saette risplendenti (" conte " dal lat. comptus: adorno) aveva cacciato la costellazione del Capricorno dallo zenit (" di mezzo 'l ciel "). In sostanza, il sole è sorto da più di mezz'ora.
2.56 lo sol, ch'avea con le saette conte
2.57 di mezzo 'l ciel cacciato Capricorno,
2.58 quando la nova gente alzò la fronte
2.59 ver' noi, dicendo a noi: «Se voi sapete,
2.60 mostratene la via di gire al monte».
2.61 E Virgilio rispuose: «Voi credete
2.62 forse che siamo esperti d'esto loco;
2.63 ma noi siam peregrin come voi siete.
2.64 Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,
2.65 per altra via, che fu sì aspra e forte,
che fu sì aspra e forte: il viaggio attraverso l'Inferno richiama il concetto espresso in Inf. c. I, 5.
2.66 che lo salire omai ne parrà gioco».
2.67 L'anime, che si fuor di me accorte,
2.68 per lo spirare, ch'i' era ancor vivo,
per lo spirare: per il fatto che respiravo. Analogamente in Inf. XXIII, 88.
2.69 maravigliando diventaro smorte.
2.70 E come a messagger che porta ulivo
E come: e come la gente accorre (" tragge ") all'arrivo dl un messaggero di pace (" che porta ulivo "), per apprendere notizie ( " novelle " ) e nessuno si mostra insofferente di mescolarsi alla folla (" di calcar ").
2.71 tragge la gente per udir novelle,
2.72 e di calcar nessun si mostra schivo,
2.73 così al viso mio s'affisar quelle
2.74 anime fortunate tutte quante,
2.75 quasi obliando d'ire a farsi belle.
a farsi belle: a purificarsi.
2.76 Io vidi una di lor trarresi avante
2.77 per abbracciarmi con sì grande affetto,
2.78 che mosse me a far lo somigliante.
a far lo somigliante: a ricambiare l'abbraccio.
2.79 Ohi ombre vane, fuor che ne l'aspetto!
Ohi ombre vane: o anime immateriali e incorporee, fuor che nell'aspetto esteriore. Diversamente sono presentate le anime dell'Inferno: Dante afferra per la cuticagna Bocca degli Abati (cfr. Inf. c. XXXII, 97 e segg.); il conte Ugolino morde con piglio canino il cranio dell'arcivescovo Ruggieri (cfr. Inf. c. XXXII, 127 e segg.). La differenza poggia su un motivo essenzialmente poetico.
2.80 tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
2.81 e tante mi tornai con esse al petto.
2.82 Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
2.83 per che l'ombra sorrise e si ritrasse,
2.84 e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.
2.85 Soavemente disse ch'io posasse;
ch'io posasse: che io avessi posa dall'affanno causatomi dalla meraviglia (v. 82).
2.86 allor conobbi chi era, e pregai
2.87 che, per parlarmi, un poco s'arrestasse.
2.88 Rispuosemi: «Così com'io t'amai
2.89 nel mortal corpo, così t'amo sciolta:
sciolta: liberata (cfr. lat. soluta) dal corpo mortale. Il femminile si spiega con il sottinteso riferimento ad anima; gli spiriti dell'Inferno parlano, invece, al maschile perché il peccato li tiene ancora legati a quel mondo terreno che la presenza di Dante rievoca.
2.90 però m'arresto; ma tu perché vai?».
2.91 «Casella mio, per tornar altra volta
Casella: musicista e cantore contemporaneo e probabile amico di Dante; di Dante e di altri poeti duecenteschi musicò varie pesie.
2.92 là dov'io son, fo io questo viaggio»,
la dov'ío son: in Purgatorio. Cioè il viaggio oltremondano servirà al poeta per purificarsi e per evitare l'Inferno.
2.93 diss'io; «ma a te com'è tanta ora tolta?».
ma a te… : ma perché ti è tolto tanto tempo? Cioè come mai solo ora giungi in Purgatorio? Casella, nel 1300, era già morto da qualche anno.
2.94 Ed elli a me: «Nessun m'è fatto oltraggio,
2.95 se quei che leva quando e cui li piace,
se quei: se l'angelo nocchiero, che prende a bordo ( " leva ") quando e chi vuole (" li piace ").
2.96 più volte m'ha negato esto passaggio;
2.97 ché di giusto voler lo suo si face:
ché di giusto voler: ché le sue azioni ( " lo suo " ) sono determinate dal volere di Dio.
2.98 veramente da tre mesi elli ha tolto
da tre mesi: dal Natale 1299, quando fu istituito da Bonifacio VIII il giubileo. Egli ha imbarcato senza opporsi (" con tutta pace ") chiunque ha voluto entrare nel " vasello ", in virtù delle indulgenze, proprie dell'anno giubilare, che possono esser lucrate anche dalle anime del Purgatorio.
2.99 chi ha voluto intrar, con tutta pace.
2.100 Ond'io, ch'era ora a la marina vòlto
2.101 dove l'acqua di Tevero s'insala,
dove…: dove l'acqua del Tevere.
2.102 benignamente fu' da lui ricolto.
2.103 A quella foce ha elli or dritta l'ala,
2.104 però che sempre quivi si ricoglie
quivi: cioè alla foce del Tevere.
2.105 qual verso Acheronte non si cala».
qual: chiunque non si cali in Inferno (" Acheronte ").
2.106 E io: «Se nuova legge non ti toglie
2.107 memoria o uso a l'amoroso canto
l'amoroso canto: la poesia serenatrice dello spirito.
2.108 che mi solea quetar tutte mie doglie,
2.109 di ciò ti piaccia consolare alquanto
2.110 l'anima mia, che, con la sua persona
2.111 venendo qui, è affannata tanto!».
2.112 "Amor che ne la mente mi ragiona"
Amor: è l'incipit della famosa canzone commentata nel terzo trattato del Convivio, che alcuni antichi commentatori affermano sia stata musicata da Casella.
2.113 cominciò elli allor sì dolcemente,
2.114 che la dolcezza ancor dentro mi suona.
2.115 Lo mio maestro e io e quella gente
2.116 ch'eran con lui parevan sì contenti,
parevan: apparivano.
2.117 come a nessun toccasse altro la mente.
2.118 Noi eravam tutti fissi e attenti
2.119 a le sue note; ed ecco il veglio onesto
il veglio onesto: il venerando vecchio è Catone.
2.120 gridando: «Che è ciò, spiriti lenti?
2.121 qual negligenza, quale stare è questo?
2.122 Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
lo scoglio: la scorza del peccato, che impedisce la visione di Dio.
2.123 ch'esser non lascia a voi Dio manifesto».
2.124 Come quando, cogliendo biado o loglio,
2.125 li colombi adunati a la pastura,
2.126 queti, sanza mostrar l'usato orgoglio,
l'usato orgoglio: l'abituale atteggiamento del colombo, quando procede ritto e impettito.
2.127 se cosa appare ond'elli abbian paura,
2.128 subitamente lasciano star l'esca,
l'esca: il pasto, il cibo.
2.129 perch'assaliti son da maggior cura;
cura: preoccupazione (cfr. lat. cura).
2.130 così vid'io quella masnada fresca
masnada: in origine era la famiglia che occupava un manso o podere (cfr. Inf. c. XV, 41). Ancora oggi nella zona di Laces, in Val Venosta, il podere è detto maso. Qui vale: compagnia, da poco giunta ( " fresca " ).
2.131 lasciar lo canto, e fuggir ver' la costa,
2.132 com'om che va, né sa dove riesca:
2.133 né la nostra partita fu men tosta.
men tosta: meno rapida.
Purgatorio : Canto 3
3.1 Avvegna che la subitana fuga
Avvegna che: sebbene l'improvvisa fuga disperdesse.
3.2 dispergesse color per la campagna,
3.3 rivolti al monte ove ragion ne fruga,
ove ragion: dove la giustizia di Dio ( " ragion " ) ci ( " ne " ) esamina fin nell'intúno (" fruga "). " Ragione si disse per giustizia, e anche per il luogo ove questa si amministra" (Del Lungo).
3.4 i' mi ristrinsi a la fida compagna:
compagna: compagnia, cioè Virgilio.
3.5 e come sare' io sanza lui corso?
3.6 chi m'avria tratto su per la montagna?
3.7 El mi parea da sé stesso rimorso:
da sé stesso rimorso: che provasse spontaneamente rimorso. Infatti il rimprovero di Catone non era rivolto né a Virgilio né a Dante.
3.8 o dignitosa coscienza e netta,
3.9 come t'è picciol fallo amaro morso!
come: come amaramente ti rimorde una minima colpa!.
3.10 Quando li piedi suoi lasciar la fretta,
la fretta: la fretta che toglie (" dismaga ": indebolisce) il decoro (" l'onestade ") ad ogni atto.
3.11 che l'onestade ad ogn'atto dismaga,
3.12 la mente mia, che prima era ristretta,
ristretta: chiusa in un solo pensiero.
3.13 lo 'ntento rallargò, sì come vaga,
lo 'ntento: l'attenzione, così com'era desiderosa di apprendere.
3.14 e diedi 'l viso mio incontr'al poggio
3.15 che 'nverso 'l ciel più alto si dislaga.
si dislaga: si innalza, sorgendo sulle acque.
3.16 Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,
roggio: cfr. Inf. c. XI 73.
3.17 rotto m'era dinanzi a la figura,
rotto: interrotto dall'ombra della mia persona, poiché 1 suoi raggi si appoggiavano su di me.
3.18 ch'avea in me de' suoi raggi l'appoggio.
3.19 Io mi volsi dallato con paura
3.20 d'essere abbandonato, quand'io vidi
3.21 solo dinanzi a me la terra oscura;
3.22 e 'l mio conforto: «Perché pur diffidi?»,
3.23 a dir mi cominciò tutto rivolto;
3.24 «non credi tu me teco e ch'io ti guidi?
3.25 Vespero è già colà dov'è sepolto
Vespero: già è sera là dove è sepolto il mio corpo. Sappiamo che la notte è calata su Gerusalemme, (cfr. c. II, 4) perciò è sera a Napoli, sita ad occidente di Gerusalemme; e a Napoli riposano le spoglie di Virgilio.
3.26 lo corpo dentro al quale io facea ombra:
3.27 Napoli l'ha, e da Brandizio è tolto.
Brandizio: Brindisi, città in cui Virgilio morì nel 19 a.C.
3.28 Ora, se innanzi a me nulla s'aombra,
3.29 non ti maravigliar più che d'i cieli
più che d'i cieli: più di quanto ti meraviglieresti dei cieli che, essendo diafani, l'uno non toglie luce (" raggio non ingombra " ) all'altro.
3.30 che l'uno a l'altro raggio non ingombra.
3.31 A sofferir tormenti, caldi e geli
A sofferir: la Virtù divina piega (" dispone ") corpi simili a quello di Virgilio, che è ormai un'ombra, a soffrire torture e caldo e freddo e non vuole che a noi sia rivelato " come ".
3.32 simili corpi la Virtù dispone
3.33 che, come fa, non vuol ch'a noi si sveli.
3.34 Matto è chi spera che nostra ragione
3.35 possa trascorrer la infinita via
trascorrer: percorrere compiutamente la via che il Dio uno e trino (" una sustanza in tre persone ") percorre (" tiene") nel suo imperscrutabile modo di operare.
3.36 che tiene una sustanza in tre persone.
3.37 State contenti, umana gente, al quia;
State contenti: accontentatevi del che (" quia ") e non cercate di sapere il come (v. 33); ché se aveste potuto veder tutto, non era necessario ( " mestier " ) che Maria generasse il figlio di Dio. Cioè che Cristo venisse a lavare la macchia del peccato originale, conseguenza della colpa di Adamo, cui Dio aveva proibito di gustare il frutto dell'albero della scienza del bene e del male. Proibizione non necessaria, se l'uomo avesse potuto veder tutto.
3.38 ché se potuto aveste veder tutto,
3.39 mestier non era parturir Maria;
3.40 e disiar vedeste sanza frutto
e disiar: e vedeste inutilmente aspirare alla conoscenza della verità (" disiar… sanza frutto " ) tali uomini ( " tai " ) che (se potuto aveste veder tutto) sarebbe appagata quella loro aspirazione (" sarebbe lor disio quetato "), invece ad essi assegnata come eterna pena (" lutto ").
3.41 tai che sarebbe lor disio quetato,
3.42 ch'etternalmente è dato lor per lutto:
3.43 io dico d'Aristotile e di Plato
d'Aristotile e di Plato: Aristotele e Platone (cfr. Inf. c. IV, 131).
3.44 e di molt'altri»; e qui chinò la fronte,
di molt'altri : tra i quali è anche Virgilio, che perciò, rassegnatamente, china la fronte.
3.45 e più non disse, e rimase turbato.
3.46 Noi divenimmo intanto a piè del monte;
divenimmo: giungemmo.
3.47 quivi trovammo la roccia sì erta,
3.48 che 'ndarno vi sarien le gambe pronte.
3.49 Tra Lerice e Turbìa la più diserta,
Tra Lerice e Turbìa: tra Lerici, sul golfo della Spezia e La Turbie, in territorio nizzardo, presso Monaco, la più scoscesa e inaccessibile frana è, al paragone di quella (" verso di quella ") una scala agevole e comoda.
3.50 la più rotta ruina è una scala,
3.51 verso di quella, agevole e aperta.
3.52 «Or chi sa da qual man la costa cala»,
la costa: la parete diminuisce la pendenza (" cala ").
3.53 disse 'l maestro mio fermando 'l passo,
3.54 «sì che possa salir chi va sanz'ala?».
3.55 E mentre ch'e' tenendo 'l viso basso
3.56 essaminava del cammin la mente,
essaminava: interrogava i suoi pensieri (" la mente ") riguardo al cammino.
3.57 e io mirava suso intorno al sasso,
3.58 da man sinistra m'apparì una gente
3.59 d'anime, che movieno i piè ver' noi,
3.60 e non pareva, sì venian lente.
3.61 «Leva», diss'io, «maestro, li occhi tuoi:
3.62 ecco di qua chi ne darà consiglio,
3.63 se tu da te medesmo aver nol puoi¹.
3.64 Guardò allora, e con libero piglio
con libero piglio: come liberato dalla sua incertezza.
3.65 rispuose: «Andiamo in là, ch'ei vegnon piano;
3.66 e tu ferma la spene, dolce figlio».
ferma la spene: rafforza la speranza.
3.67 Ancora era quel popol di lontano,
3.68 i' dico dopo i nostri mille passi,
3.69 quanto un buon gittator trarria con mano,
un buon gittator: quanto un buon lanciatore di pietre scaglierebbe (" trarria ") il suo proiettile con la mano. Insomma le anime sono a un tiro di pietra.
3.70 quando si strinser tutti ai duri massi
3.71 de l'alta ripa, e stetter fermi e stretti
3.72 com'a guardar, chi va dubbiando, stassi.
com'a guardar: come si arresta a guardare chi avanza incerto.
3.73 «O ben finiti, o già spiriti eletti»,
ben finiti: morti nella grazia di Dio.
3.74 Virgilio incominciò, «per quella pace
3.75 ch'i' credo che per voi tutti s'aspetti,
3.76 ditene dove la montagna giace
giace: è meno scoscesa.
3.77 sì che possibil sia l'andare in suso;
3.78 ché perder tempo a chi più sa più spiace».
a chi più sa: a chi meglio conosce il valore del tempo.
3.79 Come le pecorelle escon del chiuso
3.80 a una, a due, a tre, e l'altre stanno
3.81 timidette atterrando l'occhio e 'l muso;
3.82 e ciò che fa la prima, e l'altre fanno,
e l'altre: anche le altre.
3.83 addossandosi a lei, s'ella s'arresta,
3.84 semplici e quete, e lo 'mperché non sanno;
3.85 sì vid'io muovere a venir la testa
3.86 di quella mandra fortunata allotta,
allotta: allora.
3.87 pudica in faccia e ne l'andare onesta.
3.88 Come color dinanzi vider rotta
3.89 la luce in terra dal mio destro canto,
3.90 sì che l'ombra era da me a la grotta,
a la grotta: fino alla roccia (cfr. I, 48).
3.91 restaro, e trasser sé in dietro alquanto,
restaro : si arrestarono.
3.92 e tutti li altri che venieno appresso,
3.93 non sappiendo 'l perché, fenno altrettanto.
fenno: fecero.
3.94 «Sanza vostra domanda io vi confesso
3.95 che questo è corpo uman che voi vedete;
3.96 per che 'l lume del sole in terra è fesso.
è fesso: è rotto, spezzato.
3.97 Non vi maravigliate, ma credete
3.98 che non sanza virtù che da ciel vegna
3.99 cerchi di soverchiar questa parete».
soverchiar: superare questa parete del monte.
3.100 Così 'l maestro; e quella gente degna
3.101 «Tornate», disse, «intrate innanzi dunque»,
intrate innanzi : procedete avanti a noi:.
3.102 coi dossi de le man faccendo insegna.
3.103 E un di loro incominciò: «Chiunque
3.104 tu se', così andando, volgi 'l viso:
3.105 pon mente se di là mi vedesti unque».
unque: mai (cfr. lat. unquam).
3.106 Io mi volsi ver lui e guardail fiso:
3.107 biondo era e bello e di gentile aspetto,
3.108 ma l'un de' cigli un colpo avea diviso.
ma l'un: ma un colpo d'arma da taglio aveva spaccato uno dei sopraccigli.
3.109 Quand'io mi fui umilmente disdetto
mi fui… disdetto: ebbi negato.
3.110 d'averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;
3.111 e mostrommi una piaga a sommo 'l petto.
3.112 Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,
Manfredi: è il figlio naturale legittimato di Federico II, incontrato tra gli eretici (cfr. Inf. c. X, 119); regnò sulla Puglia e la Sicilia dal 1250 al 1268,anno della battaglia di Benevento, vinta da Carlo d'Angiò, chiamato in Italia dal papa Clemente IV.
3.113 nepote di Costanza imperadrice;
Costanza: è la moglie di Arrigo VI e madre di Federico II (cfr. Par. c. III. 118). Perciò Manfredi è suo nipote.
3.114 ond'io ti priego che, quando tu riedi,
3.115 vadi a mia bella figlia, genitrice
bella figlia: è Costanza, figlia di Manfredi e moglie di Pietro III d'Aragona, il quale generò Federico, re di Sicilia (" l'onor di Cicilia… ") e Giacomo, re d'Aragona ("…e d'Aragona").
3.116 de l'onor di Cicilia e d'Aragona,
3.117 e dichi 'l vero a lei, s'altro si dice.
3.118 Poscia ch'io ebbi rotta la persona
3.119 di due punte mortali, io mi rendei,
punte: ferite. Mi rendei: mi abbandonai, pentito.
3.120 piangendo, a quei che volontier perdona.
3.121 Orribil furon li peccati miei;
3.122 ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
3.123 che prende ciò che si rivolge a lei.
3.124 Se 'l pastor di Cosenza, che a la caccia
'l pastor di Cosenza: è Bartolomeo Pignatelli, vescovo di Cosenza; fu inviato dal papa (" per Clemente ") a ricercare le ossa di Manfredi, sepolte in capo al ponte (" in co ": lat. caput), sul Calore presso Benevento, in luogo sconsacrato, come si usava per gli scomunicati, e sotto un pesante mucchio di sassi (" grave mora ") raccolti dalla pietà degli stessi nemici.
3.125 di me fu messo per Clemente allora,
3.126 avesse in Dio ben letta questa faccia,
avesse in Dio…: avesse saputo comprendere che in Dio vi sono due aspetti, la giustizia e " la bontà infinita ".
3.127 l'ossa del corpo mio sarieno ancora
3.128 in co del ponte presso a Benevento,
3.129 sotto la guardia de la grave mora.
3.130 Or le bagna la pioggia e move il vento
3.131 di fuor dal regno, quasi lungo 'l Verde,
di fuor dal regno: il corpo di Manfredi, morto scomunicato, non poteva riposare nel regno di Napoli " ch'era terra di Chiesa " (G. Villani) perciò fu trasportato (" trasmutò ") vicino al Garigliano (" quasi lungo 'l Verde ").
3.132 dov'e' le trasmutò a lume spento.
3.133 Per lor maladizion sì non si perde,
Per lor maladizion: in seguito alla scomunica ecclesiastica, l'amore di Dio non si perde al punto, che non possa tornare a noi finché la speranza ha un po' ( " fior " ) di verde. Cioè finché l'uomo è in vita e può pentirsi.
3.134 che non possa tornar, l'etterno amore,
3.135 mentre che la speranza ha fior del verde.
3.136 Vero è che quale in contumacia more
Vero è che: tuttavia, chi muore scomunicato ma pentito, deve restare fuori del Purgatorio trenta volte il tempo che durò la scomunica, quel tempo cioè in cui, non sottomettendosi alla Chiesa, durò il suo orgoglio (" presunzion ").
3.137 di Santa Chiesa, ancor ch'al fin si penta,
3.138 star li convien da questa ripa in fore,
3.139 per ognun tempo ch'elli è stato, trenta,
3.140 in sua presunzion, se tal decreto
3.141 più corto per buon prieghi non diventa.
3.142 Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
3.143 revelando a la mia buona Costanza
3.144 come m'hai visto, e anco esto divieto;
3.145 ché qui per quei di là molto s'avanza».
ché qui: perché nel Purgatorio molto si progredisce per le preghiere (" buon prieghi ", v. 141) dei vivi (" quei di là ").
Purgatorio : Canto 4
4.1 Quando per dilettanze o ver per doglie,
Quando: quando, per sensazione piacevole o dolorosa che una qualsiasi nostra facoltà riceva, l'anima si concentra tutta in essa, sembra che non rivolga più l'attenzione a nessun'altra facoltà; e questo fatto sconfessa l'erronea teoria che ritiene esserci più di un'anima (platonismo, manicheismo).
4.2 che alcuna virtù nostra comprenda
4.3 l'anima bene ad essa si raccoglie,
4.4 par ch'a nulla potenza più intenda;
4.5 e questo è contra quello error che crede
4.6 ch'un'anima sovr'altra in noi s'accenda.
4.7 E però, quando s'ode cosa o vede
4.8 che tegna forte a sé l'anima volta,
4.9 vassene 'l tempo e l'uom non se n'avvede;
4.10 ch'altra potenza è quella che l'ascolta,
ch'altra potenza: poiché altra facoltà è quella che avverte il trascorrere del tempo (" l'ascolta ") e altra è quella che occupa l'anima intera: questa facoltà è legata alle impressioni che riceve, l'altra, quella che " ascolta " è libera e non si accorge del tempo che passa.
4.11 e altra è quella c'ha l'anima intera:
4.12 questa è quasi legata, e quella è sciolta.
4.13 Di ciò ebb'io esperienza vera,
4.14 udendo quello spirto e ammirando;
4.15 ché ben cinquanta gradi salito era
cinquanta gradi: il sole sale di 15 gradi ogni ora; perciò sono passate più di tre ore dalla levata del sole.
4.16 lo sole, e io non m'era accorto, quando
4.17 venimmo ove quell'anime ad una
ad una: tutte insieme, gridarono: Qui è il punto che ci avete chiesto per salire (cfr. c. III, 76). 19: Maggiore: il villano, quando l'uva è quasi matura, molte volte riempie con una forcata di pruni (" impruna ") spinosi, una apertura più grande (" maggiore aperta ") di quanto fosse largo il sentiero (" calla ") lungo il quale salì Virgilio… 25 Sanleo: è San Leo, borgo impervio del ducato d'Urbino; Noli: è una cittadina della riviera ligure, cui si accedeva scendendo lungo scaglioni rocciosi e dirupati: Bismantova è un monte quasi inaccessibile presso Reggio Emilia, sulla cui vetta (" cacume ") si può tuttavia giungere camminando (" con esso i piè ").
4.18 gridaro a noi: «Qui è vostro dimando».
4.19 Maggiore aperta molte volte impruna
4.20 con una forcatella di sue spine
4.21 l'uom de la villa quando l'uva imbruna,
4.22 che non era la calla onde saline
4.23 lo duca mio, e io appresso, soli,
4.24 come da noi la schiera si partìne.
4.25 Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,
4.26 montasi su in Bismantova 'n Cacume
4.27 con esso i piè; ma qui convien ch'om voli;
4.28 dico con l'ale snelle e con le piume
4.29 del gran disio, di retro a quel condotto
di retro: dietro a quella guida (" condotto "); ma può anche intendersi: condotto dietro colui che….
4.30 che speranza mi dava e facea lume.
4.31 Noi salavam per entro 'l sasso rotto,
4.32 e d'ogne lato ne stringea lo stremo,
lo stremo: le pareti della fessura, e per avanzare erano necessari mani e piedi.
4.33 e piedi e man volea il suol di sotto.
4.34 Poi che noi fummo in su l'orlo suppremo
4.35 de l'alta ripa, a la scoperta piaggia,
de l'alta ripa: " Sopra il ripiano superiore dell'alta ripa che costituisce la base del monte, ripiano che si stende all'aperto " (Casini-Barbi).
4.36 «Maestro mio», diss'io, «che via faremo?».
4.37 Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia;
caggia: cada, cioè vada indietro invece di avanzare.
4.38 pur su al monte dietro a me acquista,
4.39 fin che n'appaia alcuna scorta saggia».
4.40 Lo sommo er'alto che vincea la vista,
4.41 e la costa superba più assai
4.42 che da mezzo quadrante a centro lista.
che da mezzo quadrante: "Assai più ripida che una linea tirata dal mezzo d'un quadrante al centro del cerchio" (Momigliano). Cioè la parete aveva un'inclinazione superiore ai 45 gradi.
4.43 Io era lasso, quando cominciai:
4.44 «O dolce padre, volgiti, e rimira
4.45 com'io rimango sol, se non restai».
se non restai: se non ti arresti.
4.46 «Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira»,
4.47 additandomi un balzo poco in sùe
balzo: sporgenza rocciosa.
4.48 che da quel lato il poggio tutto gira.
4.49 Sì mi spronaron le parole sue,
4.50 ch'i' mi sforzai carpando appresso lui,
carpando: avanzando carponi.
4.51 tanto che 'l cinghio sotto i piè mi fue.
cinghio: il balzo (cfr. v. 47).
4.52 A seder ci ponemmo ivi ambedui
4.53 vòlti a levante ond'eravam saliti,
4.54 che suole a riguardar giovare altrui.
che suole: poiché è di conforto volgersi a guardare il cammino percorso; " altrui " è impersonale.
4.55 Li occhi prima drizzai ai bassi liti;
4.56 poscia li alzai al sole, e ammirava
4.57 che da sinistra n'eravam feriti.
che da sinistra: che eravamo illuminati (" feriti " cfr. Inf. c. X, 69) da sinistra; nel nostro emisfero, invece, il sole si alza dalla destra.
4.58 Ben s'avvide il poeta ch'io stava
4.59 stupido tutto al carro de la luce,
carro de la luce: il sole.
4.60 ove tra noi e Aquilone intrava.
tra noi e Aquilone: tra i poeti e il vento del nord (" Aquilone "); nel nostro emisfero, il sole si sarebbe avanzato tra i poeti volti a levante e Austro, vento me ridionale.
4.61 Ond'elli a me: «Se Castore e Poluce
Se Castore: se la costellazione dei Gemelli ( Castore e Polluce, figli di Giove e di Leda), fosse in congiunzione col sole (" quello specchio ") che illumina l'emisfero boreale e quello australe (" sù e giù "), cioè se fossimo più vicini al solstizio, tu vedresti lo Zodiaco rosseggiante (" rubecchio ") cioè la parte dov'è il sole, ruotare ancor più vicino alle Orse, cioè al polo artico, a meno che il sole non abbandonasse l'eclittica (" cammin vecchio ").
4.62 fossero in compagnia di quello specchio
4.63 che sù e giù del suo lume conduce,
4.64 tu vedresti il Zodiaco rubecchio
4.65 ancora a l'Orse più stretto rotare,
4.66 se non uscisse fuor del cammin vecchio.
4.67 Come ciò sia, se 'l vuoi poter pensare,
4.68 dentro raccolto, imagina Siòn
imagina Siòn: considera che il monte di Gerusalemme (" Siòn") e il purgatorio sono situati sul globo in modo da avere lo stesso orizzonte astronomico, pure essendo in opposti emisferi; sono cioè agli antipodi (cfr. c. II, 1 segg.). Per cui vedrai che l'eclittica (" la strada ") che Fetonte mal seppe percorrere col carro (cfr. Inf. c. XVII, 107) necessariamente (" convien ") va, rispetto al Purgatorio (" costui ") da un lato (" fianco ") mentre rispetto al monte Sion (" colui ") va dall'altro.
4.69 con questo monte in su la terra stare
4.70 sì, ch'amendue hanno un solo orizzòn
4.71 e diversi emisperi; onde la strada
4.72 che mal non seppe carreggiar Fetòn,
4.73 vedrai come a costui convien che vada
4.74 da l'un, quando a colui da l'altro fianco,
4.75 se lo 'ntelletto tuo ben chiaro bada».
4.76 «Certo, maestro mio,», diss'io, «unquanco
unquanco: mai prima d'ora.
4.77 non vid'io chiaro sì com'io discerno
4.78 là dove mio ingegno parea manco,
4.79 che 'l mezzo cerchio del moto superno,
che 'l mezzo cerchio: che il cerchio mediano dell'intero movimento celeste, in astronomia ( " in alcun'arte " ) chiamato Equatore, e situato sempre tra l'inverno e il sole (infatti quando in un emisfero è inverno il sole si trova ad di là dell'Equatore), per la ragione che tu affermi, di qua (" quinci ") si allontana verso settentrione tanto quanto gli Ebrei lo vedevano allontanarsi da Gerusalemme verso mezzogiorno (" la calda parte ").
4.80 che si chiama Equatore in alcun'arte,
4.81 e che sempre riman tra 'l sole e 'l verno,
4.82 per la ragion che di' , quinci si parte
4.83 verso settentrion, quanto li Ebrei
4.84 vedevan lui verso la calda parte.
4.85 Ma se a te piace, volontier saprei
4.86 quanto avemo ad andar; ché 'l poggio sale
4.87 più che salir non posson li occhi miei».
4.88 Ed elli a me: «Questa montagna è tale,
4.89 che sempre al cominciar di sotto è grave;
4.90 e quant'om più va sù, e men fa male.
e men fa male: meno tormentosa è l'ascesa.
4.91 Però, quand'ella ti parrà soave
4.92 tanto, che sù andar ti fia leggero
4.93 com'a seconda giù andar per nave,
com'a seconda: come seguendo la corrente.
4.94 allor sarai al fin d'esto sentiero;
4.95 quivi di riposar l'affanno aspetta.
4.96 Più non rispondo, e questo so per vero».
4.97 E com'elli ebbe sua parola detta,
4.98 una voce di presso sonò: «Forse
4.99 che di sedere in pria avrai distretta!».
avrai distretta: avrai necessità.
4.100 Al suon di lei ciascun di noi si torse,
4.101 e vedemmo a mancina un gran petrone,
4.102 del qual né io né ei prima s'accorse.
4.103 Là ci traemmo; e ivi eran persone
4.104 che si stavano a l'ombra dietro al sasso
4.105 come l'uom per negghienza a star si pone.
negghienza: pigrizia.
4.106 E un di lor, che mi sembiava lasso,
lasso: stanco.
4.107 sedeva e abbracciava le ginocchia,
4.108 tenendo 'l viso giù tra esse basso.
4.109 «O dolce segnor mio», diss'io, «adocchia
4.110 colui che mostra sé più negligente
4.111 che se pigrizia fosse sua serocchia».
serocchia: sorella (cfr. lat. sororcula).
4.112 Allor si volse a noi e puose mente,
4.113 movendo 'l viso pur su per la coscia,
4.114 e disse: «Or va tu sù, che se' valente!».
4.115 Conobbi allor chi era, e quella angoscia
4.116 che m'avacciava un poco ancor la lena,
m'avacciava: mi affrettava ancora un poco la respirazione (" lena ").
4.117 non m'impedì l'andare a lui; e poscia
4.118 ch'a lui fu' giunto, alzò la testa a pena,
4.119 dicendo: «Hai ben veduto come 'l sole
Hai ben veduto: l'interlocutore si fa gioco di Dante.
4.120 da l'omero sinistro il carro mena?».
4.121 Li atti suoi pigri e le corte parole
4.122 mosser le labbra mie un poco a riso;
4.123 poi cominciai: «Belacqua, a me non dole
Belacqua: è un contemporaneo di Dante, del quale si sa pochissimo: era liutaio e forse musico.
4.124 di te omai; ma dimmi: perché assiso
4.125 quiritto se'? attendi tu iscorta,
quiritto: appunto qui.
4.126 o pur lo modo usato t'ha' ripriso?».
lo modo usato: la consueta pigrizia.
4.127 Ed elli: «O frate, andar in sù che porta?
4.128 ché non mi lascerebbe ire a' martìri
a' martìri: all'espiazione.
4.129 l'angel di Dio che siede in su la porta.
4.130 Prima convien che tanto il ciel m'aggiri
4.131 di fuor da essa, quanto fece in vita,
4.132 perch'io 'ndugiai al fine i buon sospiri,
perch'io 'ndugiai : le anime dei negligenti sono costrette ad attendere nell'Antipurgatorio per tanto tempo quanto vissero in Terra.
4.133 se orazione in prima non m'aita
4.134 che surga sù di cuor che in grazia viva;
che in grazia viva: che viva nella grazia di Dio.
4.135 l'altra che val, che 'n ciel non è udita?».
l'altra: la preghiera di chi non sia in grazia di Dio.
4.136 E già il poeta innanzi mi saliva,
4.137 e dicea: «Vienne omai; vedi ch'è tocco
è tòcco: è ormai mezzogiorno e nel nostro emisfero la notte ha raggiunto il Marocco.
4.138 meridian dal sole e a la riva
4.139 cuopre la notte già col piè Morrocco».
Purgatorio : Canto 5
5.1 Io era già da quell'ombre partito,
5.2 e seguitava l'orme del mio duca,
5.3 quando di retro a me, drizzando 'l dito,
5.4 una gridò: «Ve' che non par che luca
non par che luca: non sembra che traluca, cioè che il raggio attraversi il corpo, come è invece normale per gli spiriti.
5.5 lo raggio da sinistra a quel di sotto,
a quel di sotto: salendo, Dante segue Virgilio, perciò si trova di sotto.
5.6 e come vivo par che si conduca!».
5.7 Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
5.8 e vidile guardar per maraviglia
5.9 pur me, pur me, e 'l lume ch'era rotto.
ch'era rotto: che era interrotto dal corpo.
5.10 «Perché l'animo tuo tanto s'impiglia»,
5.11 disse 'l maestro, «che l'andare allenti?
5.12 che ti fa ciò che quivi si pispiglia?
5.13 Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
5.14 sta come torre ferma, che non crolla
5.15 già mai la cima per soffiar di venti;
5.16 ché sempre l'omo in cui pensier rampolla
5.17 sovra pensier, da sé dilunga il segno,
il segno: la meta.
5.18 perché la foga l'un de l'altro insolla».
perché la foga: perciò la viva attività ( " foga " ) di un secondo pensiero indebolisce (" insolla ") il primo. 20: del color: il rossore della vergogna.
5.19 Che potea io ridir, se non «Io vegno»?
5.20 Dissilo, alquanto del color consperso
5.21 che fa l'uom di perdon talvolta degno.
5.22 E 'ntanto per la costa di traverso
5.23 venivan genti innanzi a noi un poco,
genti: sono le anime dei morti di morte violenta, che si pentirono in extremis.
5.24 cantando "Miserere" a verso a verso.
Miserere: è il salmo L, che nella liturgia cristiana si recita durante le esequie funebri per esprimere pentimento e chiedere perdono delle colpe commesse.
5.25 Quando s'accorser ch'i' non dava loco
5.26 per lo mio corpo al trapassar d'i raggi,
5.27 mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco;
5.28 e due di loro, in forma di messaggi,
messaggi: messaggeri.
5.29 corsero incontr'a noi e dimandarne:
5.30 «Di vostra condizion fatene saggi».
fatene saggi: informateci.
5.31 E 'l mio maestro: «Voi potete andarne
5.32 e ritrarre a color che vi mandaro
5.33 che 'l corpo di costui è vera carne.
5.34 Se per veder la sua ombra restaro,
5.35 com'io avviso, assai è lor risposto:
5.36 fàccianli onore, ed essere può lor caro».
caro: Dante, tornato sulla terra, potrà chiedere che si preghi per loro.
5.37 Vapori accesi non vid'io sì tosto
Vapori accesi: " Non vidi mai sul principio della notte stelle cadenti fendere così rapidamente il sereno e lampi sul tramonto (fendere così rapidamente) nuvole d'agosto "(Momigliano).
5.38 di prima notte mai fender sereno,
5.39 né, sol calando, nuvole d'agosto,
5.40 che color non tornasser suso in meno;
5.41 e, giunti là, con li altri a noi dier volta
5.42 come schiera che scorre sanza freno.
5.43 «Questa gente che preme a noi è molta,
5.44 e vegnonti a pregar», disse 'l poeta:
5.45 «però pur va, e in andando ascolta».
pur va: continua a camminare.
5.46 «O anima che vai per esser lieta
5.47 con quelle membra con le quai nascesti»,
5.48 venian gridando, «un poco il passo queta.
5.49 Guarda s'alcun di noi unqua vedesti,
5.50 sì che di lui di là novella porti:
5.51 deh, perché vai? deh, perché non t'arresti?
5.52 Noi fummo tutti già per forza morti,
per forza: a causa di morte violenta.
5.53 e peccatori infino a l'ultima ora;
5.54 quivi lume del ciel ne fece accorti,
quivi: in punto di morte, un'illuminazione divina ci rese consapevoli (" accorti ") del peccato in cui eravamo vissuti.
5.55 sì che, pentendo e perdonando, fora
5.56 di vita uscimmo a Dio pacificati,
5.57 che del disio di sé veder n'accora».
5.58 E io: «Perché ne' vostri visi guati,
Perché: per quanto mi sforzi di scrutare sui vostri volti.
5.59 non riconosco alcun; ma s'a voi piace
5.60 cosa ch'io possa, spiriti ben nati,
5.61 voi dite, e io farò per quella pace
5.62 che, dietro a' piedi di sì fatta guida
5.63 di mondo in mondo cercar mi si face».
5.64 E uno incominciò: «Ciascun si fida
E uno: è Iacopo del Cassero, nobile di Fano. Fu dei guelfi marchigiani, che appoggiarono Firenze contro la ghibellina Arezzo. Dal 1269 fu podestà di Bologna e avversò, con l'opera e con le parole, le mire di Azzo VIII, marchese di Ferrara, il quale giurò di vendicarsi. Quando nel 1298 fu chiamato podestà a Milano, Iacopo, per evitare il territorio estense, raggiunge via mare Venezia e di lì si diresse a Padova. Raggiunto ad Ornago da sicari di Azzo VIII, venne trucidato:.
5.65 del beneficio tuo sanza giurarlo,
5.66 pur che 'l voler nonpossa non ricida.
nonpossa: è parola composta che, per ragioni prettamente filologiche, va scritta unita.
5.67 Ond'io, che solo innanzi a li altri parlo,
5.68 ti priego, se mai vedi quel paese
5.69 che siede tra Romagna e quel di Carlo,
tra Romagna: la marca anconetana, compresa tra la Romagna e il regno di Napoli, retto da Carlo II d'Angiò.
5.70 che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
5.71 in Fano, sì che ben per me s'adori
5.72 pur ch'i' possa purgar le gravi offese.
5.73 Quindi fu' io; ma li profondi fóri
Quindi: di lì. Cioè nacque a Fano.
5.74 ond'uscì 'l sangue in sul quale io sedea,
5.75 fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,
in grembo a li Antenori: nella terra dei Padovani, cosi chiamati da Antenore troiano, mitico fondatore della città.
5.76 là dov'io più sicuro esser credea:
5.77 quel da Esti il fé far, che m'avea in ira
quel da Esti: Azzo VIII.
5.78 assai più là che dritto non volea.
5.79 Ma s'io fosse fuggito inver' la Mira,
la Mira: borgo fra Padova ed Oriago (" Oriaco "); Oriago si trova fra Padova e Venezia.
5.80 quando fu' sovragiunto ad Oriaco,
5.81 ancor sarei di là dove si spira.
5.82 Corsi al palude, e le cannucce e 'l braco
5.83 m'impigliar sì ch'i' caddi; e lì vid'io
5.84 de le mie vene farsi in terra laco».
5.85 Poi disse un altro: «Deh, se quel disio
un altro: è Buonconte da Montefeltro, figlio del conte Guido (cfr. Inf. c. XXVII). Nel 1289, fu con i ghibellini di Arezzo contro i Fiorentini e partecipò alla battaglia di Campaldino, (nella quale combatté anche Dante), perdendo la vita sul campo. II suo corpo non fu più ritrovato.
5.86 si compia che ti tragge a l'alto monte,
5.87 con buona pietate aiuta il mio!
5.88 Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
5.89 Giovanna o altri non ha di me cura;
Giovanna: è la moglie di Buonconte.
5.90 per ch'io vo tra costor con bassa fronte».
5.91 E io a lui: «Qual forza o qual ventura
5.92 ti traviò sì fuor di Campaldino,
ti traviò: ti trascinò così lontano da Campaldino.
5.93 che non si seppe mai tua sepultura?».
5.94 «Oh!», rispuos'elli, «a piè del Casentino
Casentino: il torrente Archiano, che scorre nel Casentino, nasce dall'Appennino sopra l'Eremo (" l'Ermo ") di Camaldoli e perde il nome (" 'l vocabol suo diventa vano "), quando sfocia nell'Arno.
5.95 traversa un'acqua c'ha nome l'Archiano,
5.96 che sovra l'Ermo nasce in Apennino.
5.97 Là 've 'l vocabol suo diventa vano,
5.98 arriva' io forato ne la gola,
5.99 fuggendo a piede e sanguinando il piano.
5.100 Quivi perdei la vista e la parola
5.101 nel nome di Maria fini', e quivi
5.102 caddi, e rimase la mia carne sola.
5.103 Io dirò vero e tu 'l ridì tra ' vivi:
5.104 l'angel di Dio mi prese, e quel d'inferno
quel d'inferno: un episodio analogo è già stato visto nell'Inferno (cfr. c. XXVII, 113).
5.105 gridava: "O tu del ciel, perché mi privi?
5.106 Tu te ne porti di costui l'etterno
l'etterno: l'anima, per una lacrima di pentimento in punto di morte, che me la toglie (" che 'l mi toglie ").
5.107 per una lagrimetta che 'l mi toglie;
5.108 ma io farò de l'altro altro governo!".
de l'altro: del corpo farò ben altro scempio.
5.109 Ben sai come ne l'aere si raccoglie
Ben sai: ben sai come si condensa nell'aria quell'umidità che si riconverte in acqua non appena sale in una zona fredda.
5.110 quell'umido vapor che in acqua riede,
5.111 tosto che sale dove 'l freddo il coglie.
5.112 Giunse quel mal voler che pur mal chiede
Giunse: quella maligna volontà, che soltanto male chiede con la sua mente, unì (" giunse ") e agitò il vapore acqueo (" fummo ") e il vento.
5.113 con lo 'ntelletto, e mosse il fummo e 'l vento
5.114 per la virtù che sua natura diede.
5.115 Indi la valle, come 'l dì fu spento,
5.116 da Pratomagno al gran giogo coperse
Pratomagno: tra Pratomagno (monte tra il Valdarno casentinese e il Valdarno superiore) e la Giogana (" gran giogo ") si stende la piana di Campaldino.
5.117 di nebbia; e 'l ciel di sopra fece intento,
intento: denso di vapori.
5.118 sì che 'l pregno aere in acqua si converse;
5.119 la pioggia cadde e a' fossati venne
5.120 di lei ciò che la terra non sofferse;
ciò che la terra: quanto la terra non assorbì.
5.121 e come ai rivi grandi si convenne,
5.122 ver' lo fiume real tanto veloce
lo fiume real: erano detti reali i fiumi che sfociavano in mare. Qui si tratta dell'Arno.
5.123 si ruinò, che nulla la ritenne.
5.124 Lo corpo mio gelato in su la foce
5.125 trovò l'Archian rubesto; e quel sospinse
l'Archian rubesto : è il soggetto della frase.
5.126 ne l'Arno, e sciolse al mio petto la croce
la croce: le braccia atteggiate in croce.
5.127 ch'i' fe' di me quando 'l dolor mi vinse;
5.128 voltòmmi per le ripe e per lo fondo,
5.129 poi di sua preda mi coperse e cinse».
5.130 «Deh, quando tu sarai tornato al mondo,
5.131 e riposato de la lunga via»,
5.132 seguitò 'l terzo spirito al secondo,
5.133 «ricorditi di me, che son la Pia:
la Pia: è la senese Pia de' Tolomei, moglie di Nello d'Inghirano dei Pannocchieschi, da lui uccisa in circostanze misteriose nel castello della Pietra, in Maremma. Sembra che Nello intendesse liberarsi di lei per passare a nuove nozze con Margherita Aldobrandeschi.
5.134 Siena mi fé, disfecemi Maremma:
5.135 salsi colui che 'nnanellata pria
salsi: dall'arcaico sallosi (forma sincopata): lo sa colui che prima, sposandomi, mi aveva inanellato con la sua gemma.
5.136 disposando m'avea con la sua gemma».
Purgatorio : Canto 6
6.1 Quando si parte il gioco de la zara,
il gioco de la zara: era un gioco di dadi. Al termine il gioco " si parte ", cioè i giocatori e gli spettatori si separano.
6.2 colui che perde si riman dolente,
6.3 repetendo le volte, e tristo impara;
le volte: provando nuovi lanci tenta d'indovinare, per formarsi una regola, e, rattristato, cerca d'imparare.
6.4 con l'altro se ne va tutta la gente;
l'altro: è il vincitore.
6.5 qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
6.6 e qual dallato li si reca a mente;
6.7 el non s'arresta, e questo e quello intende;
intende: ascolta.
6.8 a cui porge la man, più non fa pressa;
a cui: colui al quale.
6.9 e così da la calca si difende.
6.10 Tal era io in quella turba spessa,
6.11 volgendo a loro, e qua e là, la faccia,
6.12 e promettendo mi sciogliea da essa.
6.13 Quiv'era l'Aretin che da le braccia
l'Aretin: è Benincasa da Laterina, paese prossimo ad Arezzo; fu giureconsulto a Bologna e, come giudice del podestà di Siena, condannò a morte un parente di Ghino di Tacco, famoso ladrone, il quale, quando Benincasa venne giudice a Roma, si vendicò uccidendolo proprio nell'aula del tribunale.
6.14 fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,
6.15 e l'altro ch'annegò correndo in caccia.
l'altro: è Guccio dei Tarlati da Pietramala, di famiglia ghibellina d'Arezzo, che in uno scontro con i Bostoli, famiglia guelfa (per altri nella battaglia di Campaldino), fu trascinato dal cavallo in Arno e vi annegò.
6.16 Quivi pregava con le mani sporte
6.17 Federigo Novello, e quel da Pisa
Federigo Novello: della famiglia dei conti Guidi, fu ucciso (nel 1289 o nel 1291) presso Bibbiena da Fumaiolo dei Bostoli.
6.18 che fé parer lo buon Marzucco forte.
che fe' parer: " quel da Pisa " è Gano degli Scornigiani, mandato a morte dal conte Ugolino, nella sua città; fece apparire dotato di rara forza d'animo suo padre Marzucco, perché questi non volle che il figlio fosse vendicato.
6.19 Vidi conte Orso e l'anima divisa
Conte Orso: è Orso degli Alberti, conte di Mangona, figlio di Napoleone (cfr. Inf. c. XXXII, 55); fu ucciso nel 1286 dal cugino Alberto, figlio di Alessandro.
6.20 dal corpo suo per astio e per inveggia,
6.21 com'e' dicea, non per colpa commisa;
6.22 Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,
Pier de la Broccia: è l'anima divisa dal corpo per astio e per invidia (" inveggia ") e non per colpa commessa. E' Pierre de la Broche, gran ciambellano di Luigi XI e Filippo III l'Ardito, re di Francia. Acquistata grande autorità a corte, insinuò che Maria di Brabante, seconda moglie del re, avesse fatto avvelenare il figliastro Luigi, per favorire la successione del proprio figlio Filippo il Bello. L'astio della regina e l'invidia dei cortigiani causarono la sua rovina: infatti, accusato a sua volta di avere insidiato la virtù della regina, Pierre fu impiccato nel 1276. Pertanto Dante esorta Maria di Brabante a pentirsi ( " proveggia " : provveda) finché è in vita (" di qua ") perché non vada a far parte della " greggia " dei falsi accusatori, puniti nella decima bolgia dell'Inferno.
6.23 mentr'è di qua, la donna di Brabante,
6.24 sì che però non sia di peggior greggia.
6.25 Come libero fui da tutte quante
6.26 quell'ombre che pregar pur ch'altri prieghi,
pregar pur: continuavano a pregare.
6.27 sì che s'avacci lor divenir sante,
s'avacci: si affretti.
6.28 io cominciai: «El par che tu mi nieghi,
6.29 o luce mia, espresso in alcun testo
espresso: espressamente in una parte dell'Eneide (c. VI, 376), ove la Sibilla risponde a Palinuro: " Desine fata deum flecti sperare precando ", cioè : smetti di sperare che i decreti degli dei possano esser piegati con le preghiere (cfr. v. 30).
6.30 che decreto del cielo orazion pieghi;
6.31 e questa gente prega pur di questo:
6.32 sarebbe dunque loro speme vana,
6.33 o non m'è 'l detto tuo ben manifesto?».
6.34 Ed elli a me: «La mia scrittura è piana;
6.35 e la speranza di costor non falla,
non falla: non è ingannatrice.
6.36 se ben si guarda con la mente sana;
6.37 ché cima di giudicio non s'avvalla
ché cima: poiché il giudizio supremo non viene sminuito dalla circostanza per cui un atto di ardente carità porta a compimento, in un solo momento, con le preghiere, l'espiazione a cui è tenuto chi ha dimora (" s'astalla ") nel Purgatorio.
6.38 perché foco d'amor compia in un punto
6.39 ciò che de' sodisfar chi qui s'astalla;
6.40 e là dov'io fermai cotesto punto,
6.41 non s'ammendava, per pregar, difetto,
non s'ammendava: non era possibile espiare una colpa (" difetto ") con preghiere, perché le preghiere dei pagani non erano gradite a Dio.
6.42 perché 'l priego da Dio era disgiunto.
6.43 Veramente a così alto sospetto
sospetto: dubbio. Virgilio intende dire che egli non è in grado di sciogliere i dubbi di natura teologica, come lo sarà invece Beatrice.
6.44 non ti fermar, se quella nol ti dice
6.45 che lume fia tra 'l vero e lo 'ntelletto.
6.46 Non so se 'ntendi: io dico di Beatrice;
6.47 tu la vedrai di sopra, in su la vetta
6.48 di questo monte, ridere e felice».
6.49 E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta,
6.50 ché già non m'affatico come dianzi,
già non m'affatico: Dante avverte di essere giunto al luogo dove la salita comincia ad essere per lui " soave ", secondo l'espressione di Virgilio (cfr. c. IV, 9I e segg.).
6.51 e vedi omai che 'l poggio l'ombra getta».
'l poggio l'ombra getta: il monte proietta la sua ombra, dato che il sole gli gira intorno. Sono circa le tre del pomeriggio.
6.52 «Noi anderem con questo giorno innanzi»,
6.53 rispuose, «quanto più potremo omai;
6.54 ma 'l fatto è d'altra forma che non stanzi.
ma 'l fatto: ma la cosa sta in altri termini, da come tu ritieni (" stanzi "); cioè, ancora c'è molto da salire.
6.55 Prima che sie là sù, tornar vedrai
6.56 colui che già si cuopre de la costa,
colui: il sole, che già si nasconde ai fianchi (" costa ") del monte, sì che tu non interrompi con l'ombra i suoi raggi.
6.57 sì che ' suoi raggi tu romper non fai.
6.58 Ma vedi là un'anima che, posta
posta: ferma.
6.59 sola soletta, inverso noi riguarda:
6.60 quella ne 'nsegnerà la via più tosta».
6.61 Venimmo a lei: o anima lombarda,
6.62 come ti stavi altera e disdegnosa
6.63 e nel mover de li occhi onesta e tarda!
6.64 Ella non ci dicea alcuna cosa,
6.65 ma lasciavane gir, solo sguardando
6.66 a guisa di leon quando si posa.
6.67 Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
6.68 che ne mostrasse la miglior salita;
6.69 e quella non rispuose al suo dimando,
6.70 ma di nostro paese e de la vita
6.71 ci 'nchiese; e 'l dolce duca incominciava
6.72 «Mantua...», e l'ombra, tutta in sé romita,
romita: raccolta.
6.73 surse ver' lui del loco ove pria stava,
6.74 dicendo: «O Mantoano, io son Sordello
Sordello: è Sordello da Goito (città del Mantovano), celebre poeta e trovatore alla provenzale del sec. XIII. Da giovane fu a Verona, ove cantò Cunizza da Romano, moglie del signore della città, Riccardo di San Bonifacio; visse poi in Francia, in Spagna, in Provenza, presso il conte Raimondo Berlinghieri IV e alla corte di Carlo I d'Angiò. Famosi il suo compianto ("planh") in morte di ser Blacatz, cavaliere provenzale, e il poemetto "Ensenhamen d'onor".
6.75 de la tua terra!»; e l'un l'altro abbracciava.
6.76 Ahi serva Italia, di dolore ostello,
ostello: albergo.
6.77 nave sanza nocchiere in gran tempesta,
6.78 non donna di province, ma bordello!
non donna: non signora di province. Si allude alle leggi di Giustiniano, secondo le quali l'Italia non era " provincia, sed domina provinciarum ".
6.79 Quell'anima gentil fu così presta,
6.80 sol per lo dolce suon de la sua terra,
6.81 di fare al cittadin suo quivi festa;
cittadin: concittadino.
6.82 e ora in te non stanno sanza guerra
6.83 li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode
6.84 di quei ch'un muro e una fossa serra.
di quei: si combattono l'un l'altro i cittadini della medesima città.
6.85 Cerca, misera, intorno da le prode
intorno da le prode: lungo le spiagge.
6.86 le tue marine, e poi ti guarda in seno,
6.87 s'alcuna parte in te di pace gode.
6.88 Che val perché ti racconciasse il freno
Che val: a che giova che Giustiniano riordinasse il Corpus delle leggi ( " il freno ") se nessuno le fa rispettare (" se la sella è vota ").
6.89 Iustiniano, se la sella è vota?
6.90 Sanz'esso fora la vergogna meno.
Cesare: si allude al detto del Vangelo " Date a Cesare ciò che è di Cesare, a Dio ciò che è di Dio " (Matteo, XXII, 21).
6.91 Ahi gente che dovresti esser devota,
6.92 e lasciar seder Cesare in la sella,
6.93 se bene intendi ciò che Dio ti nota,
6.94 guarda come esta fiera è fatta fella
fiera: è l'immagine dell'Italia paragonata al cavallo (cfr. v. 88), che prosegue. Fella: ribelle.
6.95 per non esser corretta da li sproni,
6.96 poi che ponesti mano a la predella.
predella: è la briglia, nella parte vicina al morso, che serve per condurre a mano il cavallo. Il rimprovero è rivolto agli ecclesiastici (" gente che dovresti esser devota "), e in particolare al papa, Bonifacio VIII; in più Dante sembra volerli accusare di insipienza e d'incapacità, in quanto non sanno cavalcare la " fiera ", ma la conducono a mano con la " predella ".
6.97 O Alberto tedesco ch'abbandoni
O Alberto tedesco: è Alberto I d'Austria, imperatore dal 1298, morto nel 1308.
6.98 costei ch'è fatta indomita e selvaggia,
6.99 e dovresti inforcar li suoi arcioni,
6.100 giusto giudicio da le stelle caggia
giusto giudicio: una meritata punizione ricada dal cielo sulla tua famiglia e sia inconsueta ed evidente, sì che il tuo successore ne rimanga impressionato. La sciagura profetizzata sarà la morte del primogenito Rodolfo; il successore é Arrigo VII, in cui Dante riponeva ogni speranza di veder restaurato l'impero.
6.101 sovra 'l tuo sangue, e sia novo e aperto,
6.102 tal che 'l tuo successor temenza n'aggia!
6.103 Ch'avete tu e 'l tuo padre sofferto,
Ch'avete: poiché tu e tuo padre Rodolfo d'Asburgo avete tollerato, presi (" distretti ") dalla cupidigia di consolidare i domini d'oltralpe ( " di costà " ) che il giardino dell'Impero, cioè l'Italia, sia lasciato in rovinoso abbandono. Infatti, dalla morte di Federico II (1250) alla discesa di Arrigo VII (1310), in Italia l'Impero si può considerare vacante.
6.104 per cupidigia di costà distretti,
6.105 che 'l giardin de lo 'mperio sia diserto.
6.106 Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
Montecchi: famiglia ghibellina di Verona, ostile ai " Cappelletti " (sono i famosi Capuleti del dramma Shakesperiano); altro esempio di rivalità municipale è dato dai Monaldi e dai Filippeschi di Orvieto.
6.107 Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
6.108 color già tristi, e questi con sospetti!
6.109 Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura
la pressura: le pressioni a cui sono sottoposti i tuoi vassalli.
6.110 d'i tuoi gentili, e cura lor magagne;
6.111 e vedrai Santafior com'è oscura!
Santafior: contea degli Aldobrandeschi, nel Montamiata, insidiata dai Senesi e dal papa.
6.112 Vieni a veder la tua Roma che piagne
6.113 vedova e sola, e dì e notte chiama:
6.114 «Cesare mio, perché non m'accompagne?».
6.115 Vieni a veder la gente quanto s'ama!
6.116 e se nulla di noi pietà ti move,
6.117 a vergognar ti vien de la tua fama.
6.118 E se licito m'è, o sommo Giove
o sommo Giove: o sommo Dio.
6.119 che fosti in terra per noi crucifisso,
6.120 son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?
6.121 O è preparazion che ne l'abisso
è preparazione. Oppure, il male presente è preparazione di un futuro bene completamente nascosto (" scisso ") al nostro umano intelletto (" l'accorger nostro " ).
6.122 del tuo consiglio fai per alcun bene
6.123 in tutto de l'accorger nostro scisso?
6.124 Ché le città d'Italia tutte piene
6.125 son di tiranni, e un Marcel diventa
un Marcel: forse il console Caio Claudio Marcello, avversario di Cesare. Altri intendono Marcello, vincitore di Siracusa, di cui si ricorda l'ordine, non eseguito, di risparmiare Archimede. Ogni contadino che occupi una carica pubblica, in virtù della sua faziosità (" parteggiando "), ritiene di esser diventato un Marcello.
6.126 ogne villan che parteggiando viene.
6.127 Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
6.128 di questa digression che non ti tocca,
6.129 mercé del popol tuo che si argomenta.
mercé del popol tuo: grazie al tuo popolo che s'ingegna (" s'argomenta ") a far sì che questa " digression " non ti riguardi.
6.130 Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
Molti: molti, fuori di Firenze, possiedono in cuore il senso della giustizia; tuttavia, esso è lento a tradursi in parole, per non giungere al verdetto (" a l'arco ") avventatamente (" sanza consiglio "). Ma il tuo popolo ha il giudizio sempre a fior di labbra.
6.131 per non venir sanza consiglio a l'arco;
6.132 ma il popol tuo l'ha in sommo de la bocca.
6.133 Molti rifiutan lo comune incarco;
lo comune incarco: le cariche pubbliche.
6.134 ma il popol tuo solicito risponde
6.135 sanza chiamare, e grida: «I' mi sobbarco!».
sanza chiamare: senza essere chiamato e grida: Io accetto di assumere quest'onere (" I' mi sobbarco ! ").
6.136 Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:
6.137 tu ricca, tu con pace, e tu con senno!
6.138 S'io dico 'l ver, l'effetto nol nasconde.
l'effetto nol nasconde: si vede dai risultati.
6.139 Atene e Lacedemona, che fenno
Lacedemona: Sparta.
6.140 l'antiche leggi e furon sì civili,
6.141 fecero al viver bene un picciol cenno
un picciol cenno: un modesto esempio in confronto a te.
6.142 verso di te, che fai tanto sottili
6.143 provedimenti, ch'a mezzo novembre
ch'a mezzo novembre: che i decreti sanciti in ottobre, non arrivano alla metà di novembre.
6.144 non giugne quel che tu d'ottobre fili.
6.145 Quante volte, del tempo che rimembre,
che rimembre: di cui tu hai memoria.
6.146 legge, moneta, officio e costume
6.147 hai tu mutato e rinovate membre!
membre: i cittadini, ora esiliati, ora richiamati.
6.148 E se ben ti ricordi e vedi lume,
e vedi lume: e riesci a distinguere.
6.149 vedrai te somigliante a quella inferma
6.150 che non può trovar posa in su le piume,
6.151 ma con dar volta suo dolore scherma.
Purgatorio : Canto 7
7.1 Poscia che l'accoglienze oneste e liete
7.2 furo iterate tre e quattro volte,
iterate: rinnovate, ripetute le accoglienze cortesi e liete.
7.3 Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?».
7.4 «Anzi che a questo monte fosser volte
Anzi: prima che Cristo, lavando la macchia del peccato originale, consentisse alle anime degne di salire al cielo.
7.5 l'anime degne di salire a Dio,
7.6 fur l'ossa mie per Ottavian sepolte.
per Ottavian: per ordine di Ottaviano.
7.7 Io son Virgilio; e per null'altro rio
rio: colpa, cioè quella di non aver fede nel Cristo venturo.
7.8 lo ciel perdei che per non aver fé».
7.9 Così rispuose allora il duca mio.
7.10 Qual è colui che cosa innanzi sé
7.11 sùbita vede ond'e' si maraviglia,
7.12 che crede e non, dicendo «Ella è... non è...»,
7.13 tal parve quelli; e poi chinò le ciglia,
7.14 e umilmente ritornò ver' lui,
ritornò: Sordello si era un poco allontanato (" si trasse " v. 3), " come denno fare le savie persone, che non denno stare con volto a volto " (Buti).
7.15 e abbracciòl là 've 'l minor s'appiglia.
e abbracciòl là: " non più a collo, ma più giù, al petto o alle ginocchia " (Torraca).
7.16 «O gloria di Latin», disse, «per cui
7.17 mostrò ciò che potea la lingua nostra,
7.18 o pregio etterno del loco ond'io fui,
7.19 qual merito o qual grazia mi ti mostra?
7.20 S'io son d'udir le tue parole degno,
7.21 dimmi se vien d'inferno, e di qual chiostra».
e di qual chiostra: da quale cerchio.
7.22 «Per tutt'i cerchi del dolente regno»,
7.23 rispuose lui, «son io di qua venuto;
7.24 virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno.
7.25 Non per far, ma per non fare ho perduto
Non per far: non per aver fatto il male, ma per mancanza di fede adeguata (" per non fare ") ho perduto la speranza di vedere Dio ( " l'alto Sol " ).
7.26 a veder l'alto Sol che tu disiri
7.27 e che fu tardi per me conosciuto.
7.28 Luogo è là giù non tristo di martìri,
non tristo: non contristato dai castighi divini (" martìri ").
7.29 ma di tenebre solo, ove i lamenti
7.30 non suonan come guai, ma son sospiri.
guai: urla bestiali (cfr. Inf. c. III, 22).
7.31 Quivi sto io coi pargoli innocenti
7.32 dai denti morsi de la morte avante
7.33 che fosser da l'umana colpa essenti;
l'umana colpa: il peccato originale, che il Battesimo cancella.
7.34 quivi sto io con quei che le tre sante
le tre sante virtù: le tre virtù teologali: le anime del Limbo praticarono solo le quattro cardinali (" l'altre ").
7.35 virtù non si vestiro, e sanza vizio
7.36 conobber l'altre e seguir tutte quante.
7.37 Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio
7.38 dà noi per che venir possiam più tosto
7.39 là dove purgatorio ha dritto inizio».
ha dritto inizio: realmente comincia. Siamo ancora nell'Antipurgatorio.
7.40 Rispuose: «Loco certo non c'è posto;
Loco: non ci è imposto ( " posto " ) un luogo determinato (" certo ") ma mi è concesso andare all'intorno e verso la porta del Purgatorio (" suso "); e per quanto posso procedere, ti sarò vicino come guida.
7.41 licito m'è andar suso e intorno;
7.42 per quanto ir posso, a guida mi t'accosto.
7.43 Ma vedi già come dichina il giorno,
dichina: declina, tramonta.
7.44 e andar sù di notte non si puote;
7.45 però è buon pensar di bel soggiorno.
è buon: è bene pensare a un luogo adatto a trascorrervi la notte.
7.46 Anime sono a destra qua remote:
7.47 se mi consenti, io ti merrò ad esse,
merrò: menerò, condurrò.
7.48 e non sanza diletto ti fier note».
fier: saranno.
7.49 «Com'è ciò?», fu risposto. «Chi volesse
7.50 salir di notte, fora elli impedito
fora: sarebbe.
7.51 d'altrui, o non sarria ché non potesse?».
o non sarria: o non salirebbe per il fatto che non potrebbe farlo con le sue forze?.
7.52 E 'l buon Sordello in terra fregò 'l dito,
7.53 dicendo: «Vedi? sola questa riga
7.54 non varcheresti dopo 'l sol partito:
7.55 non però ch'altra cosa desse briga,
non però: non però che vi fosse altro impedimento (" altra cosa desse briga "), al salire oltre la tenebra notturna; quella frena la volontà (" intriga ") soltanto col togliere la possibilità.
7.56 che la notturna tenebra, ad ir suso;
7.57 quella col nonpoder la voglia intriga.
7.58 Ben si poria con lei tornare in giuso
7.59 e passeggiar la costa intorno errando,
7.60 mentre che l'orizzonte il dì tien chiuso».
mentre: finché la linea dell'orizzonte nasconde il giorno.
7.61 Allora il mio segnor, quasi ammirando,
ammirando: meravigliandosi (cfr. lat. mirari).
7.62 «Menane», disse, «dunque là 've dici
7.63 ch'aver si può diletto dimorando».
7.64 Poco allungati c'eravam di lici,
lici: lì.
7.65 quand'io m'accorsi che 'l monte era scemo,
7.66 a guisa che i vallon li sceman quici.
quici: qui, cioè come i valloni incavano (" sceman ") i monti qui sulla terra.
7.67 «Colà», disse quell'ombra, «n'anderemo
7.68 dove la costa face di sé grembo;
7.69 e là il novo giorno attenderemo».
7.70 Tra erto e piano era un sentiero schembo,
schembo: obliquo e né ripido, né pianeggiante ( " Tra erto e piano " ).
7.71 che ne condusse in fianco de la lacca,
lacca: è la valle incavata.
7.72 là dove più ch'a mezzo muore il lembo.
là dove: nella parte in cui l'avvallamento è meno profondo, dove, cioè, il margine (" lembo ") comincia a scendere ( " muore " ) di oltre la metà ( " più ch'a mezzo " ).
7.73 Oro e argento fine, cocco e biacca,
cocco e biacca: il color rosso carminio ricavato dalla cocciniglia (lat. coccum) e il bianco della biacca; cui si aggiunge l'azzurro (" indaco ") e il colore brillante del chiaro (" sereno "), il verde smeraldo, nel momento in cui si spezza (" in l'ora che si fiacca "), mostrando all'interno un più acceso colore che in superficie.
7.74 indaco, legno lucido e sereno,
Purgatorio : Canto 47
47.75 fresco smeraldo in l'ora che si fiacca,
Purgatorio : Canto 7
7.76 da l'erba e da li fior, dentr'a quel seno
7.77 posti, ciascun saria di color vinto,
7.78 come dal suo maggiore è vinto il meno.
7.79 Non avea pur natura ivi dipinto,
pur: soltanto.
7.80 ma di soavità di mille odori
7.81 vi facea uno incognito e indistinto.
7.82 `Salve, Regina' in sul verde e 'n su' fiori
7.83 quindi seder cantando anime vidi,
7.84 che per la valle non parean di fuori.
non parean: non erano visibili dal di fuori, per via della valle che li nascondeva.
7.85 «Prima che 'l poco sole omai s'annidi»,
s'annidi: si nasconda, tramonti completamente.
7.86 cominciò 'l Mantoan che ci avea vòlti,
'l Mantoan: Sordello, che aveva guidati (" vòlti ").
7.87 «tra color non vogliate ch'io vi guidi.
7.88 Di questo balzo meglio li atti e ' volti
7.89 conoscerete voi di tutti quanti,
7.90 che ne la lama giù tra essi accolti.
lama: depressione (cfr. Inf. c. XX, 79); è la valletta.
7.91 Colui che più siede alto e fa sembianti
Colui: è Rodolfo d'Asburgo, che ha trascurato ( " negletto " ) il suo dovere nei confronti dell'Italia (cfr. c. VI, 103 e n.).
7.92 d'aver negletto ciò che far dovea,
7.93 e che non move bocca a li altrui canti,
7.94 Rodolfo imperador fu, che potea
7.95 sanar le piaghe c'hanno Italia morta,
7.96 sì che tardi per altri si ricrea.
sì che tardi: sì che ormai tardi l'Italia rinascerà ( " si ricrea " ) per merito ed opera di un altro. Cioè, come Dante sperava, di Arrigo VII.
7.97 L'altro che ne la vista lui conforta,
7.98 resse la terra dove l'acqua nasce
7.99 che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:
che Molta in Albia : che la Moldava versa nell'Elba….
7.100 Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce
Ottacchero: è Ottocaro II, re di Boemia dal 1253 al 1278; che, pur da fanciullo (" ne le fasce "), fu assai migliore di suo figlio Venceslao da adulto.
7.101 fu meglio assai che Vincislao suo figlio
7.102 barbuto, cui lussuria e ozio pasce.
7.103 E quel nasetto che stretto a consiglio
nasetto: è Filippo III l'Ardito, re di Francia, così detto per il suo piccolissimo naso. Fu padre di Filippo il Bello e di Carlo di Valois; morì a Perpignano, fuggendo davanti all'incalzare di Pietro III d'Aragona, disonorando il giglio, emblema della Francia.
7.104 par con colui c'ha sì benigno aspetto,
7.105 morì fuggendo e disfiorando il giglio:
7.106 guardate là come si batte il petto!
7.107 L'altro vedete c'ha fatto a la guancia
L'altro: è Enrico I il Grasso, re di Navarra dal 1270 al 1274, suocero di Filippo il Bello (" mal di Francia " cfr. Inf. c. XIX, n. 83).
7.108 de la sua palma, sospirando, letto.
7.109 Padre e suocero son del mal di Francia:
7.110 sanno la vita sua viziata e lorda,
7.111 e quindi viene il duol che sì li lancia.
li lancia: li trafigge.
7.112 Quel che par sì membruto e che s'accorda,
Quel che par: è Pietro III d'Aragona, il Grande.
7.113 cantando, con colui dal maschio naso,
colui dal maschio naso: è Carlo I d'Angiò.
7.114 d'ogne valor portò cinta la corda;
d'ogne: fu adorno d'ogni virtù.
7.115 e se re dopo lui fosse rimaso
7.116 lo giovanetto che retro a lui siede,
lo giovanetto : può essere Alfonso III, primogenito di Pietro III, o l'ultimo figlio di questi, Pietro, morto in giovane età.
7.117 ben andava il valor di vaso in vaso,
di vaso in vaso: di generazione in generazione, cosa che non si può dire degli altri eredi (" rede "): Giacomo e Federico (v. 119).
7.118 che non si puote dir de l'altre rede;
7.119 Iacomo e Federigo hanno i reami;
Iacomo e Federigo: il primo, incoronato re di Sicilia nel 1286 col nome di Giacomo II e successo al fratello Alfonso nel regno di Aragona; l'altro re di Sicilia nel 1296, col nome di Federico II (cfr. c. III, n. 115). Ma nessuno dei due possiede la virtù paterna (" retaggio miglior " ).
7.120 del retaggio miglior nessun possiede.
7.121 Rade volte risurge per li rami
7.122 l'umana probitate; e questo vole
7.123 quei che la dà, perché da lui si chiami.
perché da lui si chiami: perché la si invochi da lui e la si riconosca da lui concessa.
7.124 Anche al nasuto vanno mie parole
al nasuto: a Carlo I d'Angiò (cfr. v. 113).
7.125 non men ch'a l'altro, Pier, che con lui canta,
7.126 onde Puglia e Proenza già si dole.
Puglia e Proenza: il regno di Napoli (" Puglia ") e la Provenza già si dolgono di Carlo II, figlio di Carlo I.
7.127 Tant'è del seme suo minor la pianta,
Tant'è: Carlo II (" la pianta ") è inferiore a Carlo I (" seme ") tanto quanto la vedova di Pietro III (" Costanza ", figlia di Manfredi) ancora (era viva nel 1300) si vanta del marito più di quel che possano (" più che ") le due mogli di Carlo I (" Beatrice " di Provenza e " Margherita " di Borgogna). In conclusione, la frase vale: Carlo II è inferiore a Carlo I quanto Carlo I è inferiore a Pietro III.
7.128 quanto più che Beatrice e Margherita,
7.129 Costanza di marito ancor si vanta.
7.130 Vedete il re de la semplice vita
7.131 seder là solo, Arrigo d'Inghilterra:
7.132 questi ha ne' rami suoi migliore uscita.
questi ha: Arrigo III d'Inghilterra ebbe una miglior discendenza (" uscita "); allusione ad Edoardo I (1272-1307), detto il Giustiniano inglese.
7.133 Quel che più basso tra costor s'atterra,
7.134 guardando in suso, è Guiglielmo marchese,
Guiglielmo Marchese: è Guglielmo VII, detto Spadalunga, marchese del Monferrato, vicario imperiale e condottiero ghibellino, morto in prigionia; per vendicarlo, il figlio Giovanni I assalì Alessandria, città che con i dolorosi effetti della controffensiva (" la sua guerra ") portò desolazione (" fa pianger ") nel Monferrato e nel Canavese, che costituivano il marchesato dell'aggressore.
7.135 per cui e Alessandria e la sua guerra
7.136 fa pianger Monferrato e Canavese».
Purgatorio : Canto 8
8.1 Era già l'ora che volge il disio
Era già l'ora: era già l'ora che accende la nostalgia (" disio ") dei naviganti (l'ora è soggetto anche di " 'ntenerisce " e di " punge ").
8.2 ai navicanti e 'ntenerisce il core
8.3 lo dì c'han detto ai dolci amici addio;
8.4 e che lo novo peregrin d'amore
lo novo peregrin: il pellegrino da poco in viaggio.
8.5 punge, se ode squilla di lontano
8.6 che paia il giorno pianger che si more;
che paia: che sembri pianger il giorno al tramonto (" che si more ").
8.7 quand'io incominciai a render vano
a render vano l'udire: a non sentire più.
8.8 l'udire e a mirare una de l'alme
8.9 surta, che l'ascoltar chiedea con mano.
8.10 Ella giunse e levò ambo le palme,
8.11 ficcando li occhi verso l'oriente,
8.12 come dicesse a Dio: "D'altro non calme".
non calme: non m'importa (non mi cale).
8.13 "Te lucis ante" sì devotamente
Te lucis ante: verso iniziale di un inno, attribuito a Sant'Ambrogio, con il quale nella liturgia cristiana, durante la compieta, si chiede aiuto a Dio contro le tentazioni della notte.
8.14 le uscìo di bocca e con sì dolci note,
8.15 che fece me a me uscir di mente;
8.16 e l'altre poi dolcemente e devote
8.17 seguitar lei per tutto l'inno intero,
8.18 avendo li occhi a le superne rote.
a le superne rote: alle sfere celesti.
8.19 Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,
8.20 ché 'l velo è ora ben tanto sottile,
'l velo: il senso letterale dietro il quale si nasconde l'allegoria.
8.21 certo che 'l trapassar dentro è leggero.
8.22 Io vidi quello essercito gentile
8.23 tacito poscia riguardare in sùe
8.24 quasi aspettando, palido e umìle;
8.25 e vidi uscir de l'alto e scender giùe
8.26 due angeli con due spade affocate,
affocate: color fuoco, fiammeggianti(cfr. Inf. c. VIII, 74).
8.27 tronche e private de le punte sue.
tronche: spuntate, perché, oltre la giustizia di Dio, ne simboleggiano la misericordia.
8.28 Verdi come fogliette pur mo nate
pur mo: appena.
8.29 erano in veste, che da verdi penne
8.30 percosse traean dietro e ventilate.
8.31 L'un poco sovra noi a star si venne,
8.32 e l'altro scese in l'opposita sponda,
8.33 sì che la gente in mezzo si contenne.
si contenne: fu contenuta.
8.34 Ben discernea in lor la testa bionda;
8.35 ma ne la faccia l'occhio si smarria,
8.36 come virtù ch'a troppo si confonda.
8.37 «Ambo vegnon del grembo di Maria»,
8.38 disse Sordello, «a guardia de la valle,
8.39 per lo serpente che verrà vie via».
vie via: fra poco.
8.40 Ond'io, che non sapeva per qual calle,
8.41 mi volsi intorno, e stretto m'accostai,
8.42 tutto gelato, a le fidate spalle.
fidate spalle: di Virgilio.
8.43 E Sordello anco: «Or avvalliamo omai
avvalliamo: discendiamo nella valletta.
8.44 tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;
8.45 grazioso fia lor vedervi assai».
8.46 Solo tre passi credo ch'i' scendesse,
Solo tre passi: il tre ha valore generico; si ricordi, ad ogni modo, che il punto ove Dante si trova non è molto elevato e che la valle in quel punto è poco profonda (cfr. c. VII, 72).
8.47 e fui di sotto, e vidi un che mirava
8.48 pur me, come conoscer mi volesse.
pur me: proprio me, come se mi volesse riconoscere.
8.49 Temp'era già che l'aere s'annerava,
8.50 ma non sì che tra li occhi suoi e ' miei
8.51 non dichiarisse ciò che pria serrava.
non dichiarisse: non lasciasse scorgere chiaramente.
8.52 Ver' me si fece, e io ver' lui mi fei:
8.53 giudice Nin gentil, quanto mi piacque
giudice Nin: è Nino o Ugolino Visconti, pisano, nipote del conte Ugolino della Gherardesca; fu giudice di Gallura, in Sardegna, e capo della lega guelfa contro i ghibellini di Pisa. Morì nel 1296. " Nessun'altra, forse, delle figure del poema, ha avuto da Dante un tal fondo, dove luci ed ombre, immagini ed atteggiamenti dispongano a maggior delicatezza e intimità d'affetti il cuore di chi legge " (Del Lungo).
8.54 quando ti vidi non esser tra ' rei!
8.55 Nullo bel salutar tra noi si tacque;
8.56 poi dimandò: «Quant'è che tu venisti
8.57 a piè del monte per le lontane acque?».
8.58 «Oh!», diss'io lui, «per entro i luoghi tristi
per entro i luoghi tristi: attraverso l'Inferno.
8.59 venni stamane, e sono in prima vita,
in prima vita: nella vita terrena, sebbene, così procedendo, mi purifichi per meritare la vita eterna (" l'altra ").
8.60 ancor che l'altra, sì andando, acquisti».
8.61 E come fu la mia risposta udita,
8.62 Sordello ed elli in dietro si raccolse
8.63 come gente di sùbito smarrita.
8.64 L'uno a Virgilio e l'altro a un si volse
8.65 che sedea lì, gridando:«Sù, Currado!
Currado: è Corrado Malaspina, nipote di Corrado il vecchio, capostipite della famiglia che signoreggiò la Val di Magra e altre parti della Lunigiana.
8.66 vieni a veder che Dio per grazia volse».
che Dio…: che cosa Dio volle.
8.67 Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado
singular grado: particolare gratitudine.
8.68 che tu dei a colui che sì nasconde
8.69 lo suo primo perché, che non lì è guado,
lo suo primo perché: le ragioni del suo operare, in modo che non sono raggiungibili (" non li è guado ").
8.70 quando sarai di là da le larghe onde,
di là: di là dal mare che è tra questa montagna e la terra dei viventi.
8.71 dì a Giovanna mia che per me chiami
Giovanna: è la figlia di Nino, che nel 1300 contava nove anni.
8.72 là dove a li 'nnocenti si risponde.
8.73 Non credo che la sua madre più m'ami,
la sua madre: è Beatrice d'Este, figlia di Obizzo II (cfr. Inf. XII, III). Rimasta vedova, passò a nuove nozze, togliendo le bende bianche che le donne portavano sull'abito nero in segno di lutto, e sposò, nel 1300, Galeazzo Visconti, figlio del signore di Milano, Matteo Visconti.
8.74 poscia che trasmutò le bianche bende,
8.75 le quai convien che, misera!, ancor brami.
8.76 Per lei assai di lieve si comprende
8.77 quanto in femmina foco d'amor dura,
8.78 se l'occhio o 'l tatto spesso non l'accende.
8.79 Non le farà sì bella sepultura
8.80 la vipera che Melanesi accampa,
la vipera: è il biscione che figura nell'arma dei Visconti di Milano, mentre il gallo è l'insegna dei Visconti di Pisa.
8.81 com'avria fatto il gallo di Gallura».
8.82 Così dicea, segnato de la stampa,
8.83 nel suo aspetto, di quel dritto zelo
dritto zelo: giusto risentimento che non eccede la misura.
8.84 che misuratamente in core avvampa.
8.85 Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,
ghiotti: desiderosi di vedere (cfr. Inf. c. XVI, 51).
8.86 pur là dove le stelle son più tarde,
là dove: verso il polo (antartico) dove le stelle si muovono più lentamente, come la parte della ruota vicina all'asse.
8.87 sì come rota più presso a lo stelo.
8.88 E 'l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?».
8.89 E io a lui: «A quelle tre facelle
tre facelle: tre stelle indeterminate, simboleggianti le tre virtù teologali: Fede, Speranza e Carità.
8.90 di che 'l polo di qua tutto quanto arde».
8.91 Ond'elli a me: «Le quattro chiare stelle
Le quattro chiare stelle: cfr. c. I, 23 e segg.
8.92 che vedevi staman, son di là basse,
8.93 e queste son salite ov'eran quelle».
8.94 Com'ei parlava, e Sordello a sé il trasse
e Sordello: ecco che Sordello.
8.95 dicendo:«Vedi là 'l nostro avversaro»;
avversaro: espressione biblica (cfr. Apoc.XII,98), che indica il demonio tentatore (cfr. c. XI, 20).
8.96 e drizzò il dito perché 'n là guardasse.
8.97 Da quella parte onde non ha riparo
8.98 la picciola vallea, era una biscia,
8.99 forse qual diede ad Eva il cibo amaro.
il cibo amaro: il frutto proibito, causa del peccato originale.
8.100 Tra l'erba e ' fior venìa la mala striscia,
8.101 volgendo ad ora ad or la testa, e 'l dosso
8.102 leccando come bestia che si liscia.
8.103 Io non vidi, e però dicer non posso,
8.104 come mosser li astor celestiali;
li astor: uccelli da preda nemici dei serpenti. Ad essi sono paragonati gli angeli (" celestiali ").
8.105 ma vidi bene e l'uno e l'altro mosso.
8.106 Sentendo fender l'aere a le verdi ali,
a le verdi ali: dalle verdi ali. l09. L'ombra: Corrado Malaspina (cfr. v. 64 e seg.).
8.107 fuggì 'l serpente, e li angeli dier volta,
8.108 suso a le poste rivolando iguali.
8.109 L'ombra che s'era al giudice raccolta
8.110 quando chiamò, per tutto quello assalto
8.111 punto non fu da me guardare sciolta.
punto non fu: non fu sciolta neppure un attimo, cioè rimase legata a me con lo sguardo.
8.112 «Se la lucerna che ti mena in alto
Se la lucerna: possa la grazia illuminante di Dio. "Se" ha il consueto valore ottativo.
8.113 truovi nel tuo arbitrio tanta cera
8.114 quant'è mestiere infino al sommo smalto»,
8.115 cominciò ella, «se novella vera
8.116 di Val di Magra o di parte vicina
8.117 sai, dillo a me, che già grande là era.
8.118 Fui chiamato Currado Malaspina;
8.119 non son l'antico, ma di lui discesi;
8.120 a' miei portai l'amor che qui raffina».
8.121 «Oh!», diss'io lui, «per li vostri paesi
8.122 già mai non fui; ma dove si dimora
8.123 per tutta Europa ch'ei non sien palesi?
8.124 La fama che la vostra casa onora,
8.125 grida i segnori e grida la contrada,
8.126 sì che ne sa chi non vi fu ancora;
8.127 e io vi giuro, s'io di sopra vada,
8.128 che vostra gente onrata non si sfregia
non si sfregia: non ha perso il pregio, il vanto della liberalità (" borsa ") e del valore (" spada ").
8.129 del pregio de la borsa e de la spada.
8.130 Uso e natura sì la privilegia,
8.131 che, perché il capo reo il mondo torca,
perché: per quanto, sebbene la cattiva condotta ( " il capo reo " ) faccia traviare il mondo.
8.132 sola va dritta e 'l mal cammin dispregia».
8.133 Ed elli: «Or va; che 'l sol non si ricorca
Or va: va, che il sole non tramonterà sette volte nel segno dell'Ariete (" 'l Montone "), cioè non passeranno sette anni, che questa cortese opinione, che hai dei Malaspina, ti sarà ribadita (" chiavata " cfr. Inf. c. XXXIII, 46) con ben altri argomenti (" chiovi ") che i discorsi degli altri, se il corso del giudizio divino non s'interrompe. Dante, infatti, sarà ospite dei Malaspina nel.
8.134 sette volte nel letto che 'l Montone
8.135 con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,
8.136 che cotesta cortese oppinione
8.137 ti fia chiavata in mezzo de la testa
8.138 con maggior chiovi che d'altrui sermone,
8.139 se corso di giudicio non s'arresta».
Purgatorio : Canto 9
9.1 La concubina di Titone antico
la concubina: l'Aurora, compagna (nel senso etimologico, da "concumbo": giaccio insieme) di Titone, mitico personaggio cui gli dei avevan concesso l'immortalità, senza però dotarlo dell'eterna giovinezza ( " antico ", cioè vecchio), già si schiariva affacciandosi al balcone (" balco ") orientale, uscendo dalle braccia del suo dolce amico (Titone). Naturalmente l'Aurora è apparsa nell'emisfero boreale (cfr. v. 7 e segg.).
9.2 già s'imbiancava al balco d'oriente,
9.3 fuor de le braccia del suo dolce amico;
9.4 di gemme la sua fronte era lucente,
9.5 poste in figura del freddo animale
freddo animale: potrebbe essere lo Scorpione, sebbene da noi, poco prima del sorgere del sole, nell'equinozio di primavera, si veda la costellazione dei Pesci; però l'immagine " con la coda percuote " meglio si adatta allo Scorpione, che in quel periodo si trova più su dei Pesci, come se " l'Aurora protenda il capo verso il mezzo del cielo, sì che le stelle dello Scorpione le stieno in fronte a guisa di splendida corona " (Torraca).
9.6 che con la coda percuote la gente;
9.7 e la notte, de' passi con che sale,
e la notte: e in Purgatorio (" nel loco ov'eravamo " ) la notte aveva compiuto due passi e il terzo era a metà (" già chinava.); sono trascorse quasi tre ore di notte.
9.8 fatti avea due nel loco ov'eravamo,
9.9 e 'l terzo già chinava in giuso l'ale;
9.10 quand'io, che meco avea di quel d'Adamo,
quel d'Adamo: il corpo.
9.11 vinto dal sonno, in su l'erba inchinai
9.12 là 've già tutti e cinque sedavamo.
9.13 Ne l'ora che comincia i tristi lai
9.14 la rondinella presso a la mattina,
9.15 forse a memoria de' suo' primi guai,
primi guai: secondo la leggenda, Tereo usò violenza alla cognata Filomena, la quale, per vendetta, aiutò la sorella Progne, moglie dell'infedele, ad uccidere il figlio Iti per imbandire le carni al padre. Scoperto l'atroce misfatto, Progne fu trasformata in rondine e Filomena in usignolo, mentre cercavano di sfuggire alla spada di Tereo. Qui però Dante segue la versione per cui in rondine fu mutata Filomena, che al mattino si lamenta dell'oltraggio subìto (" primi guai ").
9.16 e che la mente nostra, peregrina
9.17 più da la carne e men da' pensier presa,
9.18 a le sue vision quasi è divina,
quasi è divina: si credeva ai tempi di Dante che i sogni avuti sul far del mattino fossero veritieri (cfr. Inf. c. XXVI, 7).
9.19 in sogno mi parea veder sospesa
9.20 un'aguglia nel ciel con penne d'oro,
9.21 con l'ali aperte e a calare intesa;
9.22 ed esser mi parea là dove fuoro
là dove: sul monte Ida, nella Troade, dove Ganimede fu rapito dall'aquila di Giove, per esser condotto a servire nelle riunioni degli dei (" sommo consistoro " ), come coppiere.
9.23 abbandonati i suoi da Ganimede,
9.24 quando fu ratto al sommo consistoro.
9.25 Fra me pensava: "Forse questa fiede
fiede: ferisce, colpisce solo qui per consuetudine (" uso ").
9.26 pur qui per uso, e forse d'altro loco
9.27 disdegna di portarne suso in piede".
in piede: afferrando con gli artigli.
9.28 Poi mi parea che, poi rotata un poco,
9.29 terribil come folgor discendesse,
9.30 e me rapisse suso infino al foco.
al foco: la sfera del fuoco, situata dai cosmografi tra la sfera dell'aria e il cielo della luna.
9.31 Ivi parea che ella e io ardesse;
9.32 e sì lo 'ncendio imaginato cosse,
9.33 che convenne che 'l sonno si rompesse.
9.34 Non altrimenti Achille si riscosse,
Achille: Achille fu, dalla madre Teti, tolto al centauro Chirone, che l'educava, e condotto in Sciro, isola dell'Egeo, dove visse in vesti femminili alla corte del re Licomede. Di qui Ulisse e Diomede (" li Greci ") lo trassero a combattere sotto le mura di Troia (cfr. Inf. c. XXVI, 61 e n.).
9.35 li occhi svegliati rivolgendo in giro
9.36 e non sappiendo là dove si fosse,
9.37 quando la madre da Chirón a Schiro
9.38 trafuggò lui dormendo in le sue braccia,
9.39 là onde poi li Greci il dipartiro;
9.40 che mi scoss'io, sì come da la faccia
9.41 mi fuggì 'l sonno, e diventa' ismorto,
9.42 come fa l'uom che, spaventato, agghiaccia.
9.43 Dallato m'era solo il mio conforto,
il mio conforto: Virgilio, Sordello, Nino e Corrado sono rimasti nella valletta.
9.44 e 'l sole er'alto già più che due ore,
9.45 e 'l viso m'era a la marina torto.
a la marina: verso il mare, d'onde era sorto il sole.
9.46 «Non aver tema», disse il mio segnore;
9.47 «fatti sicur, ché noi semo a buon punto;
9.48 non stringer, ma rallarga ogne vigore.
non stringer: non perdere, ma accresci il tuo coraggio.
9.49 Tu se' omai al purgatorio giunto:
9.50 vedi là il balzo che 'l chiude dintorno;
9.51 vedi l'entrata là 've par digiunto.
9.52 Dianzi, ne l'alba che procede al giorno,
procede: precede.
9.53 quando l'anima tua dentro dormia,
9.54 sovra li fiori ond'è là giù addorno
9.55 venne una donna, e disse: "I' son Lucia;
Lucia: la grazia illuminante (cfr. Inf. II, 97).
9.56 lasciatemi pigliar costui che dorme;
9.57 sì l'agevolerò per la sua via".
9.58 Sordel rimase e l'altre genti forme;
9.59 ella ti tolse, e come 'l dì fu chiaro,
9.60 sen venne suso; e io per le sue orme.
9.61 Qui ti posò, ma pria mi dimostraro
9.62 li occhi suoi belli quella intrata aperta;
9.63 poi ella e 'l sonno ad una se n'andaro».
ad una: nello stesso tempo.
9.64 A guisa d'uom che 'n dubbio si raccerta
9.65 e che muta in conforto sua paura,
9.66 poi che la verità li è discoperta,
9.67 mi cambia' io; e come sanza cura
9.68 vide me 'l duca mio, su per lo balzo
9.69 si mosse, e io di rietro inver' l'altura.
9.70 Lettor, tu vedi ben com'io innalzo
9.71 la mia matera, e però con più arte
9.72 non ti maravigliar s'io la rincalzo.
9.73 Noi ci appressammo, ed eravamo in parte,
ed eravamo in parte: in un luogo tale che, là dove prima mi sembrava che vi fosse un'interruzione (" rotto "), come una fenditura, che divida un muro, vidi una porta e, sotto, tre gradini per raggiungerla.
9.74 che là dove pareami prima rotto,
9.75 pur come un fesso che muro diparte,
9.76 vidi una porta, e tre gradi di sotto
9.77 per gire ad essa, di color diversi,
9.78 e un portier ch'ancor non facea motto.
9.79 E come l'occhio più e più v'apersi,
9.80 vidil seder sovra 'l grado sovrano,
'l grado sovrano: il gradino superiore.
9.81 tal ne la faccia ch'io non lo soffersi;
9.82 e una spada nuda avea in mano,
spada: simbolo della giustizia.
9.83 che reflettea i raggi sì ver' noi,
9.84 ch'io drizzava spesso il viso in vano.
9.85 «Dite costinci: che volete voi?»,
costinci: di costì, di dove vi trovate.
9.86 cominciò elli a dire, «ov'è la scorta?
9.87 Guardate che 'l venir sù non vi nòi».
non vi nòi: non vi nuoccia, non vi rechi danno.
9.88 «Donna del ciel, di queste cose accorta»,
9.89 rispuose 'l mio maestro a lui, «pur dianzi
9.90 ne disse: "Andate là: quivi è la porta"».
9.91 «Ed ella i passi vostri in bene avanzi»,
9.92 ricominciò il cortese portinaio:
il cortese portinaio: è l'angelo portiere del Purgatorio.
9.93 «Venite dunque a' nostri gradi innanzi».
9.94 Là ne venimmo; e lo scaglion primaio
lo scaglion primaio: la porta, in generale, simboleggia la penitenza. Il primo gradino rappresenta la contrizione, che lava il cuore dalla macchia del peccato; perciò è bianco come marmo. Il secondo gradino, di color scuro e quasi nero (cfr. Inf. c. V, 89) rappresenta la confessione, che svela le oscurità del cuore e con le fessure " attesta rotta la durezza del cuore "(Vandelli). Il terzo, color porfido, simile a sangue che sgorga, simboleggia la soddisfazione, mediante le opere, dei peccati confessati. La soglia di diamante rappresenta la solida base su cui poggia l'autorità della Chiesa.
9.95 bianco marmo era sì pulito e terso,
9.96 ch'io mi specchiai in esso qual io paio.
9.97 Era il secondo tinto più che perso,
9.98 d'una petrina ruvida e arsiccia,
9.99 crepata per lo lungo e per traverso.
9.100 Lo terzo, che di sopra s'ammassiccia,
9.101 porfido mi parea, sì fiammeggiante,
9.102 come sangue che fuor di vena spiccia.
9.103 Sovra questo tenea ambo le piante
9.104 l'angel di Dio, sedendo in su la soglia,
9.105 che mi sembiava pietra di diamante.
9.106 Per li tre gradi sù di buona voglia
9.107 mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi
9.108 umilemente che 'l serrame scioglia».
9.109 Divoto mi gittai a' santi piedi;
9.110 misericordia chiesi e ch'el m'aprisse,
9.111 ma tre volte nel petto pria mi diedi.
9.112 Sette P ne la fronte mi descrisse
Sette P: simboleggiano i sette peccati mortali.
9.113 col punton de la spada, e «Fa che lavi,
9.114 quando se' dentro, queste piaghe», disse.
9.115 Cenere, o terra che secca si cavi,
9.116 d'un color fora col suo vestimento;
d'un color fora: sarebbe dello stesso colore: cioè color cenere qual'è quello " del sacco della penitenza " (Pietrobono).
9.117 e di sotto da quel trasse due chiavi.
due chiavi: sono le chiavi del regno dei cieli. Quella d'oro simboleggia l'autorità di assolvere, concessa al sacerdote, quella d'argento, la sapienza indispensabile per giudicare.
9.118 L'una era d'oro e l'altra era d'argento;
9.119 pria con la bianca e poscia con la gialla
9.120 fece a la porta sì, ch'i' fu' contento.
9.121 «Quandunque l'una d'este chiavi falla,
Quandunque: ogni volta che.
9.122 che non si volga dritta per la toppa»,
9.123 diss'elli a noi, «non s'apre questa calla.
9.124 Più cara è l'una; ma l'altra vuol troppa
Più cara è l'una: più preziosa è la chiave d'oro.
9.125 d'arte e d'ingegno avanti che diserri,
9.126 perch'ella è quella che 'l nodo digroppa.
digroppa: scioglie, dipana.
9.127 Da Pier le tegno; e dissemi ch'i' erri
Pier: San Pietro, che le ebbe da Cristo. Ed egli lo esortò ad errare piuttosto per eccesso d'indulgenza che per difetto, pur che la gente si mostrasse umile e pentita.
9.128 anzi ad aprir ch'a tenerla serrata,
9.129 pur che la gente a' piedi mi s'atterri».
9.130 Poi pinse l'uscio a la porta sacrata,
9.131 dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti
9.132 che di fuor torna chi 'n dietro si guata».
9.133 E quando fuor ne' cardini distorti
9.134 li spigoli di quella regge sacra,
regge: porta; è parola arcaica.
9.135 che di metallo son sonanti e forti,
9.136 non rugghiò sì né si mostrò sì acra
sì acra: così dura ad aprirsi. " Tarpea " è il tempio capitolino, sulla rupe omonima, ov'era custodito il pubblico Tesoro, affidato alle cure del tribuno L. Cecilio Metello, che fu scacciato; per cui Cesare se ne impadronì, lasciando consunta (" macra ") la cassa dello stato.
9.137 Tarpea, come tolto le fu il buono
9.138 Metello, per che poi rimase macra.
9.139 Io mi rivolsi attento al primo tuono,
al primo tuono: è il " rugghio " emesso dalla porta nel girare sui cardini, che acquista un armonioso valore musicale.
9.140 e "Te Deum laudamus" mi parea
Te Deum: è l'inno di lode alla Trinità che nelle cerimonie liturgiche si si intona a Dio in segno di ringraziamento ed esultanza.
9.141 udire in voce mista al dolce suono.
9.142 Tale imagine a punto mi rendea
9.143 ciò ch'io udiva, qual prender si suole
9.144 quando a cantar con organi si stea;
si stea: si stia.
9.145 ch'or sì or no s'intendon le parole.
Purgatorio : Canto 10
10.1 Poi fummo dentro al soglio de la porta
10.2 che 'l mal amor de l'anime disusa,
che 'l mal amor: che il falso amore dei beni terreni rende poco frequentata (" disusa ").
10.3 perché fa parer dritta la via torta,
10.4 sonando la senti' esser richiusa;
10.5 e s'io avesse li occhi vòlti ad essa,
10.6 qual fora stata al fallo degna scusa?
10.7 Noi salavam per una pietra fessa,
10.8 che si moveva e d'una e d'altra parte,
si moveva: il cammino era tortuoso.
10.9 sì come l'onda che fugge e s'appressa.
10.10 «Qui si conviene usare un poco d'arte»,
10.11 cominciò 'l duca mio, «in accostarsi
10.12 or quinci, or quindi al lato che si parte».
che si parte: che si allontana, nei suoi meandri.
10.13 E questo fece i nostri passi scarsi,
10.14 tanto che pria lo scemo de la luna
lo scemo de la luna: la luna, mancante nella sua figura, perché è all'ultimo quarto, tocca l'orizzonte ove tramonta prima che i poeti siano fuori di quella strettoia (" cruna ").
10.15 rigiunse al letto suo per ricorcarsi,
10.16 che noi fossimo fuor di quella cruna;
10.17 ma quando fummo liberi e aperti
10.18 sù dove il monte in dietro si rauna,
10.19 io stancato e amendue incerti
10.20 di nostra via, restammo in su un piano
10.21 solingo più che strade per diserti.
10.22 Da la sua sponda, ove confina il vano,
ove confina il vano: ove, nella parte esterna, confina col vuoto.
10.23 al piè de l'alta ripa che pur sale,
10.24 misurrebbe in tre volte un corpo umano;
misurrebbe: misurerebbe tre volte l'altezza di un uomo.
10.25 e quanto l'occhio mio potea trar d'ale,
trar d'ale: raggiungere con lo sguardo.
10.26 or dal sinistro e or dal destro fianco,
10.27 questa cornice mi parea cotale.
cotale: della stessa larghezza.
10.28 Là sù non eran mossi i piè nostri anco,
10.29 quand'io conobbi quella ripa intorno
10.30 che dritto di salita aveva manco,
aveva manco: aveva minor scoscendimento per salire.
10.31 esser di marmo candido e addorno
10.32 d'intagli sì, che non pur Policleto,
non pur Policleto: non soltanto Policleto (scultore greco del V secolo a.C.), ma la stessa natura avrebbe sfigurato al confronto.
10.33 ma la natura lì avrebbe scorno.
10.34 L'angel che venne in terra col decreto
L'angel: è l'Arcangelo Gabriele, latore del decreto di Dio con cui si annunciava la pace agli uomini, cioè l'Annunciazione.
10.35 de la molt'anni lagrimata pace,
10.36 ch'aperse il ciel del suo lungo divieto,
10.37 dinanzi a noi pareva sì verace
10.38 quivi intagliato in un atto soave,
quivi intagliato: i bassorilievi marmorei della parete rappresentano esempi di umiltà.
10.39 che non sembiava imagine che tace.
10.40 Giurato si saria ch'el dicesse "Ave!";
10.41 perché iv'era imaginata quella
imaginata: raffigurata Maria, colei che aprì agli uomini l'amore di Dio.
10.42 ch'ad aprir l'alto amor volse la chiave;
10.43 e avea in atto impressa esta favella
10.44 "Ecce ancilla Dei", propriamente
Ecce ancilla Dei: è la risposta di Maria all'Arcangelo Gabriele.
10.45 come figura in cera si suggella.
10.46 «Non tener pur ad un loco la mente»,
10.47 disse 'l dolce maestro, che m'avea
10.48 c onde 'l cuore ha la gente.
da quella parte: a sinistra.
10.49 Per ch'i' mi mossi col viso, e vedea
10.50 di retro da Maria, da quella costa
di retro da Maria: oltre il bassorilievo raffigurante la Vergine, sulla destra.
10.51 onde m'era colui che mi movea,
10.52 un'altra storia ne la roccia imposta;
10.53 per ch'io varcai Virgilio, e fe'mi presso,
10.54 acciò che fosse a li occhi miei disposta.
disposta: ben visibile.
10.55 Era intagliato lì nel marmo stesso
10.56 lo carro e ' buoi, traendo l'arca santa,
l'arca santa: l'Arca contenente le tavole della legge.
10.57 per che si teme officio non commesso.
officio non commesso: incarico non espressamente ricevuto. Allude ad Oza, conducente del carro, il quale fu fulminato per essere accorso a sostenere l'arca traballante, che poteva essere toccata soltanto dai sacerdoti.
10.58 Dinanzi parea gente; e tutta quanta,
parea: appariva.
10.59 partita in sette cori, a' due mie' sensi
a' due mie' sensi: all'udito faceva negare e alla vista affermare che la gente cantasse.
10.60 faceva dir l'un «No», l'altro «Sì, canta».
10.61 Similemente al fummo de li 'ncensi
10.62 che v'era imaginato, li occhi e 'l naso
10.63 e al sì e al no discordi fensi.
fensi: si fecero.
10.64 Lì precedeva al benedetto vaso,
al benedetto vaso: all'arca santa, detta vaso, in quanto conteneva le tavole della legge.
10.65 trescando alzato, l'umile salmista,
l'umile salmista: è il re David, di cui si legge (cfr. Libro II dei Re, VI, I e segg.) che, facendo trasportare l'arca dalla casa di Abinadab a Gerusalemme, non esitò a danzare con le vesti rialzate (" trescando alzato ") in onore di Dio, trovandosi ad essere in quella circostanza più che re, perché il suo atteggiamento umile lo esaltava agli occhi di Dio, e men che re, in quanto agli occhi del popolo poteva apparire sminuita la sua dignità regale.
10.66 e più e men che re era in quel caso.
10.67 Di contra, effigiata ad una vista
ad una vista: ad una finestra (cfr. Inf. c. X, 52).
10.68 d'un gran palazzo, Micòl ammirava
Micòl: figlia dl Saul e moglie di Davide. Guardava meravigliata (" ammirava ") sprezzante e disapprovando (" dispettosa e trista ").
10.69 sì come donna dispettosa e trista.
10.70 I' mossi i piè del loco dov'io stava,
10.71 per avvisar da presso un'altra istoria,
10.72 che di dietro a Micòl mi biancheggiava.
10.73 Quiv'era storiata l'alta gloria
10.74 del roman principato, il cui valore
principato: principe. E' Traiano, la cui virtù spinse il pontefice S. Gregorio I a pregare per lui, ottenendo che l'anima, dopo una miracolosa conversione, salisse al cielo (cfr. Par. XX, 44, segg.,e 106 segg).
Purgatorio : Canto 410
410.75 mosse Gregorio a la sua gran vittoria;
Purgatorio : Canto 10
10.76 i' dico di Traiano imperadore;
10.77 e una vedovella li era al freno,
al freno: presso il cavallo, all'altezza del morso.
10.78 di lagrime atteggiata e di dolore.
10.79 Intorno a lui parea calcato e pieno
10.80 di cavalieri, e l'aguglie ne l'oro
10.81 sovr'essi in vista al vento si movieno.
10.82 La miserella intra tutti costoro
10.83 pareva dir: «Segnor, fammi vendetta
fammi vendetta: la storia, assai diffusa nel Medioevo (cfr. anche il "Novellino"), narra di una vedova che chiede giustizia (" vendetta ") a Traiano in favore del figliolo ucciso. Le linee tradizionali del dialogo sono quelle riferite da Dante.
10.84 di mio figliuol ch'è morto, ond'io m'accoro»;
10.85 ed elli a lei rispondere: «Or aspetta
10.86 tanto ch'i' torni»; e quella: «Segnor mio»,
10.87 come persona in cui dolor s'affretta,
10.88 «se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov'io,
Chi fia: chi sarà al mio posto ( " dov'io " ).
10.89 la ti farà»; ed ella: «L'altrui bene
L'altrui bene: il bene fatto da altri, che sarà ( "fia" ) per te, cioè a cosa ti potrà giovare, se dimentichi quello che dovresti compiere proprio tu?.
10.90 a te che fia, se 'l tuo metti in oblio?»;
10.91 ond'elli: «Or ti conforta; ch'ei convene
10.92 ch'i' solva il mio dovere anzi ch'i' mova:
10.93 giustizia vuole e pietà mi ritene».
10.94 Colui che mai non vide cosa nova
Colui: Dio scolpì questo parlante bassorilievo, di un genere di cui noi non abbiamo esperienza.
10.95 produsse esto visibile parlare,
10.96 novello a noi perché qui non si trova.
10.97 Mentr'io mi dilettava di guardare
10.98 l'imagini di tante umilitadi,
10.99 e per lo fabbro loro a veder care,
10.100 «Ecco di qua, ma fanno i passi radi»,
10.101 mormorava il poeta, «molte genti:
10.102 questi ne 'nvieranno a li alti gradi».
10.103 Li occhi miei ch'a mirare eran contenti
contenti: perché godevano nell'ammirare le figure.
10.104 per veder novitadi ond'e' son vaghi,
10.105 volgendosi ver' lui non furon lenti.
10.106 Non vo' però, lettor, che tu ti smaghi
ti smaghi: ti distolga da.
10.107 di buon proponimento per udire
10.108 come Dio vuol che 'l debito si paghi.
10.109 Non attender la forma del martìre:
Non attender: non badare alla qualità (" forma ") della pena (" martìre "), ma a ciò che vien dopo (" la succession "): cioè che l'espiazione non può andare oltre il giorno del giudizio (" la gran sentenza " ).
10.110 pensa la succession; pensa ch'al peggio,
10.111 oltre la gran sentenza non può ire.
10.112 Io cominciai: «Maestro, quel ch'io veggio
10.113 muovere a noi, non mi sembian persone,
10.114 e non so che, sì nel veder vaneggio».
10.115 Ed elli a me: «La grave condizione
10.116 di lor tormento a terra li rannicchia,
10.117 sì che ' miei occhi pria n'ebber tencione.
n'ebber tencione: furono anch'essi combattuti dall'incertezza.
10.118 Ma guarda fiso là, e disviticchia
e disviticchia: prova a discenere.
10.119 col viso quel che vien sotto a quei sassi:
10.120 già scorger puoi come ciascun si picchia».
10.121 O superbi cristian, miseri lassi,
10.122 che, de la vista de la mente infermi,
infermi: ciechi di mente, vi fidate dei vostri gesti superbi, che sono come passi a ritroso.
10.123 fidanza avete ne' retrosi passi,
10.124 non v'accorgete voi che noi siam vermi
10.125 nati a formar l'angelica farfalla,
10.126 che vola a la giustizia sanza schermi?
sanza schermi: senza difesa e senza scuse.
10.127 Di che l'animo vostro in alto galla,
galla: galleggia, cioè insuperbisce; poiché siete come insetti (" antomata ", grecismo corrotto da un originario " automata ", indicherebbe quegli animali inferiori non generati ma prodotti da putrefazione di una qualsiasi sostanza organica) incompleti, come un bruco al quale venga a mancare la trasformazione in farfalla.
10.128 poi siete quasi antomata in difetto,
10.129 sì come vermo in cui formazion falla?
10.130 Come per sostentar solaio o tetto,
10.131 per mensola talvolta una figura
una figura: una cariatide o un telamone.
10.132 si vede giugner le ginocchia al petto,
10.133 la qual fa del non ver vera rancura
la qual: che suscita una vera pena ("rancura") del non vero, ma effigiato dolore.
10.134 nascere 'n chi la vede; così fatti
10.135 vid'io color, quando puosi ben cura.
10.136 Vero è che più e meno eran contratti
10.137 secondo ch'avien più e meno a dosso;
più e meno: un peso maggiore o minore.
10.138 e qual più pazienza avea ne li atti,
e qual: e quello che sembrava sopportare con maggior tolleranza il suo peso, sembrava dire: non ne posso più.
10.139 piangendo parea dicer: "Più non posso".
Purgatorio : Canto 11
11.1 «O Padre nostro, che ne' cieli stai,
11.2 non circunscritto, ma per più amore
non circunscritto: non chiuso entro limiti di spazio, ma per il più vivo amore che tu porti alle prime creature (" effetti ").
11.3 ch'ai primi effetti di là sù tu hai,
11.4 laudato sia 'l tuo nome e 'l tuo valore
11.5 da ogni creatura, com'è degno
11.6 di render grazie al tuo dolce vapore.
vapore: lo Spirito Santo.
11.7 Vegna ver' noi la pace del tuo regno,
11.8 ché noi ad essa non potem da noi,
non potem: non possiamo raggiungerla.
11.9 s'ella non vien, con tutto nostro ingegno.
11.10 Come del suo voler li angeli tuoi
Come del suo voler: come gli angeli fanno sacrificio del proprio volere… cosi facciano gli uomini del loro, cioè sia fatta la tua volontà.
11.11 fan sacrificio a te, cantando osanna,
osanna: voce ebraica che esprime salutevole esultanza.
11.12 così facciano li uomini de' suoi.
11.13 Dà oggi a noi la cotidiana manna,
manna: è il pane quotidiano. Manna ricorda il cibo inviato da Dio agli Ebrei nel deserto.
11.14 sanza la qual per questo aspro diserto
11.15 a retro va chi più di gir s'affanna.
11.16 E come noi lo mal ch'avem sofferto
11.17 perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
e tu: anche tu perdona, senza valutare il nostro merito.
11.18 benigno, e non guardar lo nostro merto.
11.19 Nostra virtù che di legger s'adona,
s'adona: si fiacca (cfr. Inf. c. VI, 34).
11.20 non spermentar con l'antico avversaro,
l'antico avversaro: il demonio (cfr. c. VIII, 95 e Inf. c. XXII, 45).
11.21 ma libera da lui che sì la sprona.
11.22 Quest'ultima preghiera, segnor caro,
Quest'ultima preghiera: l'ultima parte del Pater Noster viene recitata dagli spiriti purganti per i vivi.
11.23 già non si fa per noi, ché non bisogna,
11.24 ma per color che dietro a noi restaro».
11.25 Così a sé e noi buona ramogna
ramogna: augurio.
11.26 quell'ombre orando, andavan sotto 'l pondo,
'l pondo: il peso.
11.27 simile a quel che tal volta si sogna,
11.28 disparmente angosciate tutte a tondo
disparmente: non tutte allo stesso modo.
11.29 e lasse su per la prima cornice,
11.30 purgando la caligine del mondo.
11.31 Se di là sempre ben per noi si dice,
11.32 di qua che dire e far per lor si puote
11.33 da quei ch'hanno al voler buona radice?
buona radice: ben radicato è il voler suffragare i purganti, nelle anime che vivono in grazia di Dio.
11.34 Ben si de' loro atar lavar le note
atar: aiutare a " lavar " le macchie ( " note " ) del peccato.
11.35 che portar quinci, sì che, mondi e lievi,
11.36 possano uscire a le stellate ruote.
le stellate ruote: i cieli rotanti.
11.37 «Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi
vi disgrievi: possa liberarvi dal peso.
11.38 tosto, sì che possiate muover l'ala,
11.39 che secondo il disio vostro vi lievi,
vi lievi: vi innalzi.
11.40 mostrate da qual mano inver' la scala
11.41 si va più corto; e se c'è più d'un varco,
11.42 quel ne 'nsegnate che men erto cala;
men erto: meno ripido.
11.43 ché questi che vien meco, per lo 'ncarco
11.44 de la carne d'Adamo onde si veste,
11.45 al montar sù, contra sua voglia, è parco».
è parco: è lento.
11.46 Le lor parole, che rendero a queste
11.47 che dette avea colui cu' io seguiva,
11.48 non fur da cui venisser manifeste;
11.49 ma fu detto: «A man destra per la riva
per la riva: lungo il girone.
11.50 con noi venite, e troverete il passo
11.51 possibile a salir persona viva.
11.52 E s'io non fossi impedito dal sasso
11.53 che la cervice mia superba doma,
11.54 onde portar convienmi il viso basso,
11.55 cotesti, ch'ancor vive e non si noma,
e non si noma: e non dichiara il suo nome.
11.56 guardere' io, per veder s'i' 'l conosco,
11.57 e per farlo pietoso a questa soma.
11.58 Io fui c e nato d'un gran Tosco:
latino: nel consueto significato di "italiano".
11.59 Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
11.60 non so se 'l nome suo già mai fu vosco.
vosco: con voi, cioè a voi noto.
11.61 L'antico sangue e l'opere leggiadre
11.62 d'i miei maggior mi fer sì arrogante,
11.63 che, non pensando a la comune madre,
a la comune madre: la terra, cui tutti si deve tornare, perché siamo polvere impastata della sua polvere.
11.64 ogn'uomo ebbi in despetto tanto avante,
11.65 ch'io ne mori', come i Sanesi sanno
i Sanesi sanno: il peccatore che parla è Omberto Aldobrandesco, signore di Campagnatico e conte di Santafiora. Fu acerrimo nemico del comune di Siena, del quale nel 1227 rimase prigioniero per sei mesi; e contro i Senesi morì in combattimento, forse nel 1257; come in Campagnatico è noto ad ogni essere parlante ( "fante ", participio del verbo lat. fari).
11.66 e sallo in Campagnatico ogne fante.
11.67 Io sono Omberto; e non pur a me danno
11.68 superbia fa, ché tutti miei consorti
consorti: consanguinei, parenti (cfr. Inf. c. XXIX, 33).
11.69 ha ella tratti seco nel malanno.
11.70 E qui convien ch'io questo peso porti
11.71 per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
per lei: a causa della superbia.
11.72 poi ch'io nol fe' tra ' vivi, qui tra ' morti».
11.73 Ascoltando chinai in giù la faccia;
11.74 e un di lor, non questi che parlava,
11.75 si torse sotto il peso che li 'mpaccia,
11.76 e videmi e conobbemi e chiamava,
11.77 tenendo li occhi con fatica fisi
11.78 a me che tutto chin con loro andava.
tutto chin: Dante si adegua al curvo procedere dei peccatori.
11.79 «Oh!», diss'io lui, «non se' tu Oderisi,
Oderisi: è Oderisi da Gubbio (" Agobbio "), celebre miniaturista del sec. XIII (morì a Roma intorno al 1299).
11.80 l'onor d'Agobbio e l'onor di quell'arte
11.81 ch'alluminar chiamata è in Parisi?».
ch'alluminar: l'arte del miniare, che in Parigi chiamano illuminare ("enluminer"), poiché il libro risulta come illuminato dal minio (secondo che afferma Salimbene).
11.82 «Frate», diss'elli, «più ridon le carte
più ridon: più luminose sono le pagine che, con sicuri tratti di pennello, minia Franco Bolognese, pittore e miniaturista vissuto tra il sec. XIII e il XIV; le opere a lui ascritte dalle "Vite" del Vasari sembrano irrimediabilmente perdute.
11.83 che pennelleggia Franco Bolognese;
11.84 l'onore è tutto or suo, e mio in parte.
11.85 Ben non sare' io stato sì cortese
11.86 mentre ch'io vissi, per lo gran disio
11.87 de l'eccellenza ove mio core intese.
intese: fu rivolto.
11.88 Di tal superbia qui si paga il fio;
11.89 e ancor non sarei qui, se non fosse
se non fosse…: se non fosse che mi volsi a Dio quando ancora potevo peccare, cioè quando ero ancor vivo.
11.90 che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
11.91 Oh vana gloria de l'umane posse!
11.92 com'poco verde in su la cima dura,
11.93 se non è giunta da l'etati grosse!
se non è giunta: se non è raggiunta, cioè seguita, da età di decadenza (" grosse ": grossolane).
11.94 Credette Cimabue ne la pittura
Cimabue: Giovanni o Cenni di Pepo, detto Cimabue, eccellente pittore fiorentino (1240 circa-1302 circa) fu maestro di Giotto, figlio di Bondone dal Colle, il più significativo pittore dell'età sua (nato a Vespignano presso Firenze, 1266-1337 circa).
11.95 tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
11.96 sì che la fama di colui è scura:
11.97 così ha tolto l'uno a l'altro Guido
l'uno a l'altro Guido: Guido Cavalcanti ha superato Guido Guinuizzelli. Qualcuno ha voluto vedere in colui che " l'uno a l'altro …caccerà del nido " una larvata allusione a Dante stesso.
11.98 la gloria de la lingua; e forse è nato
11.99 chi l'uno e l'altro caccerà del nido.
11.100 Non è il mondan romore altro ch'un fiato
il mondan romore: la fama.
11.101 di vento, ch'or vien quinci e or vien quindi,
11.102 e muta nome perché muta lato.
11.103 Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
Che voce: qual ricordo nella fama.
11.104 da te la carne, che se fossi morto
11.105 anzi che tu lasciassi il "pappo" e 'l "dindi",
il "pappo" e 'l "dindi": voci infantili. Cioè: cosa rimarrà di te, morto in tarda età, più che se fossi morto ancor bambino, prima che passino mille anni? Periodo (" spazio ") che in confronto all'eternità è più breve di quanto un batter di ciglia sia in confronto al moto del cielo stellato. ( " cerchio "), che, più lento degli altri cieli, è tratto a girare (" è torto ") in una rivoluzione che dura 360 secoli.
11.106 pria che passin mill'anni? ch'è più corto
11.107 spazio a l'etterno, ch'un muover di ciglia
11.108 al cerchio che più tardi in cielo è torto.
11.109 Colui che del cammin sì poco piglia
sì poco piglia: avanza così lentamente.
11.110 dinanzi a me, Toscana sonò tutta;
Toscana sonò tutto: l'intera Toscana risonò del suo nome.
11.111 e ora a pena in Siena sen pispiglia,
in Siena : città di cui " era sire ".
11.112 ond'era sire quando fu distrutta
quando fu distrutta: quando a Montaperti (1260) fu distrutto l'orgoglio dei Fiorentini, che allora andava superbo della potenza cittadina, così come ora è pronto a prostituirsi (" putta ") cfr. Inf. c. XIII,.
11.113 la rabbia fiorentina, che superba
11.114 fu a quel tempo sì com'ora è putta.
11.115 La vostra nominanza è color d'erba,
11.116 che viene e va, e quei la discolora
e quei: e il sole la dissecca, il sole per cui mezzo spunta dal terreno. Cioè il sole dissecca le piante e il tempo la fama.
11.117 per cui ella esce de la terra acerba».
11.118 E io a lui: «Tuo vero dir m'incora
m'incora: m'infonde nel cuore.
11.119 bona umiltà, e gran tumor m'appiani;
tumor: la gonfiezza della superbia.
11.120 ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».
11.121 «Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;
Provenzan Salvani: fu a capo del governo senese quando i Guelfi fiorentini furono sconfitti a Montaperti e, al Concilio d'Empoli, sostenne la tesi di " tòrre via Fiorenza "(cfr. Inf. c. X, 92). Mori nel 1269 durante la battaglia di Colle Valdelsa, in cui i Fiorentini vinsero i Senesi, ed ebbe il capo mozzato.
11.122 ed è qui perché fu presuntuoso
11.123 a recar Siena tutta a le sue mani.
11.124 Ito è così e va, sanza riposo,
11.125 poi che morì; cotal moneta rende
cotal moneta: questo è il prezzo che paga per soddisfare la divina giustizia chi nel mondo (" di là ") troppo ha osato.
11.126 a sodisfar chi è di là troppo oso».
11.127 E io: «Se quello spirito ch'attende,
Se quello spirito: se lo spirito che attende l'ultimo momento della vita prima di pentirsi, si trova nell'Antipurgatorio (" giù ") e non sale in Purgatorio (" qua sù ") a meno che le altrui preghiere non lo suffraghino, prima che passi tanto tempo quanto visse, come a costui fu concessa " largita ") la venuta?.
11.128 pria che si penta, l'orlo de la vita,
11.129 qua giù dimora e qua sù non ascende,
11.130 se buona orazion lui non aita,
11.131 prima che passi tempo quanto visse,
11.132 come fu la venuta lui largita?».
11.133 «Quando vivea più glorioso», disse,
11.134 «liberamente nel Campo di Siena,
11.135 ogne vergogna diposta, s'affisse;
s'affisse: si piantò nella piazza del campo, a Siena, e senz'alcuna vergogna, come un mendicante, si adoperò per raccogliere la somma necessaria a riscattare un suo amico prigioniero di Carlo d'Angiò.
11.136 e lì, per trar l'amico suo di pena
11.137 ch'e' sostenea ne la prigion di Carlo,
11.138 si condusse a tremar per ogne vena.
11.139 Più non dirò, e scuro so che parlo;
11.140 ma poco tempo andrà, che ' tuoi vicini
11.141 faranno sì che tu potrai chiosarlo.
faranno sì: faranno in modo, cacciandoti in esilio, che tu possa comprendere meglio il suo gesto (" chiosarlo "), valendoti della tua personale esperienza.
11.142 Quest'opera li tolse quei confini».
Purgatorio : Canto 12
12.1 Di pari, come buoi che vanno a giogo,
12.2 m'andava io con quell'anima carca,
12.3 fin che 'l sofferse il dolce pedagogo.
fin che: finché lo permise il dolce maestro (" pedagogo "), cioè Virgilio.
12.4 Ma quando disse: «Lascia lui e varca;
varca: vai oltre.
12.5 ché qui è buono con l'ali e coi remi,
12.6 quantunque può, ciascun pinger sua barca»;
12.7 dritto sì come andar vuolsi rife'mi
sì come andar vuolsi: come si conviene camminare per nostra natura, mi rifeci (" rife'mi ") eretto sulla persona. Dante andava curvo (cfr. c. XI, 78).
12.8 con la persona, avvegna che i pensieri
12.9 mi rimanessero e chinati e scemi.
e chinati: umili e sgombri dal sentimento di superbia ( "scemi" ).
12.10 Io m'era mosso, e seguia volontieri
12.11 del mio maestro i passi, e amendue
12.12 già mostravam com'eravam leggeri;
12.13 ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe:
12.14 buon ti sarà, per tranquillar la via,
per tranquillar la via: per rendere meno disagevole il cammino, osserva il pavimento sul quale poggiano i tuoi piedi; ci sono istoriati esempi di superbia punita.
12.15 veder lo letto de le piante tue».
12.16 Come, perché di lor memoria sia,
12.17 sovra i sepolti le tombe terragne
terragne: sono le tombe sotterranee, il cui coperchio è a livello del suolo, frequenti nelle chiese e in altri luoghi sacri.
12.18 portan segnato quel ch'elli eran pria,
12.19 onde lì molte volte si ripiagne
12.20 per la puntura de la rimembranza,
12.21 che solo a' pii dà de le calcagne;
che solo a' pii: che sprona (" dà de le calcagne ") solamente gli animi pietosi.
12.22 sì vid'io lì, ma di miglior sembianza
12.23 secondo l'artificio, figurato
12.24 quanto per via di fuor del monte avanza.
quanto per via: quanto rimane (" avanza ") al di fuori del monte lungo il percorso del girone (" per via ").
12.25 Vedea colui che fu nobil creato
12.26 più ch'altra creatura , giù dal cielo
12.27 folgoreggiando scender da un lato
12.28 Vedea Briareo, fitto dal telo
Briareo: cfr. Inf. c. XXXI, 88 e n.
12.29 celestial, giacer da l'altra parte
12.30 grave a la terra per lo mortal gelo.
grave: gigantesco e disteso a terre nel " gelo " della morte.
12.31 Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,
Timbreo: Apollo, così detto dalla città di Timbra, nella Troade, ove sorgeva un suo tempio, particolarmente venerato. Pallade è Minerva e con Made e Apollo si trova a lato di Giove (" padre loro ") meravigliando delle smisurate membra dei Giganti, uccisi alla battaglia di Flegra.
12.32 armati ancora, intorno al padre loro,
12.33 mirar le membra de' Giganti sparte.
12.34 Vedea Nembròt a piè del gran lavoro
Nembròt: cfr. Inf. c. XXXI, 77 e n.
12.35 quasi smarrito, e riguardar le genti
12.36 che in Sennaàr con lui superbi fuoro.
Sennaàr: la pianura ove fu innalzata la torre di Babele.
12.37 O Niobè, con che occhi dolenti
Niobè: Niobe, figlia di Tantalo e moglie di Anfione, re di Tebe; superba della sua numerosa prole (sette maschi e sette femmine), osò chiedere ai Tebani, per sè, i sacrifici che essi dedicavano a Latona, madre di Apollo e di Diana soltanto. Per punirla, quegli dei le uccisero tutti i figli e Niobe rimase impietrita dal dolore.
12.38 vedea io te segnata in su la strada,
12.39 tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!
12.40 O Saùl, come su la propria spada
Saùl: re d'Israele; trascurati per superbia i consigli divini, fu sconfitto dai Filistei sui monti di Ghelboa, per cui si uccise, gettandosi sulla propria spada. I monti di Ghelboa, maledetti da David, non conobbero più né pioggia né rugiada.
12.41 quivi parevi morto in Gelboè,
12.42 che poi non sentì pioggia né rugiada!
12.43 O folle Aragne, sì vedea io te
Aragne: cfr. Inf. c. XVII, 18 e n.
12.44 già mezza ragna, trista in su li stracci
12.45 de l'opera che mal per te si fé.
12.46 O Roboàm, già non par che minacci
Roboàm: Roboamo, figlio di Salomone, promise altezzosamente agli Ebrei un governo ancor più rigido di quello paterno. Fu costretto a fuggire e in tale atto, sul carro, pieno di spavento, lo ritrae il bassorilievo.
12.47 quivi 'l tuo segno; ma pien di spavento
12.48 nel porta un carro, sanza ch'altri il cacci.
12.49 Mostrava ancor lo duro pavimento
12.50 come Almeon a sua madre fé caro
come Almeon: Erifile, moglie di Anfiarao (cfr. Inf. c. XX, 34), in cambio della collana (fatta da Vulcano, e da Venere, donata alla moglie di Cadmo, Armonia) sempre apportatrice di sciagure a chi la possedette, svelò a Polinice, che le offriva il gioiello, il nascondiglio del marito. Così Anfiarao fu scovato e condotto alla guerra dei sette contro Tebe, in cui morì, com'egli aveva previsto. Almeone, figlio di Anfiarao e di Erifile, vendicò quella morte, uccidendo la madre che così pagò " caro " quella collana da lei accettata per ambiziosa superbia.
12.51 parer lo sventurato addornamento.
12.52 Mostrava come i figli si gittaro
12.53 sovra Sennacherìb dentro dal tempio,
Sennacherìb : re assiro, superbo spregiatore della fede che Ezechia aveva nel dio d'Israele, fu ucciso dai propri figli mentre pregava nel Tempio.
12.54 e come, morto lui, quivi il lasciaro.
12.55 Mostrava la ruina e 'l crudo scempio
12.56 che fé Tamiri, quando disse a Ciro:
Tamiri: regina degli Sciti, distrusse l'esercito persiano e, fatto tagliare al cadavere di Ciro il capo, gettò questo in un otre pieno di sangue umano, accompagnando il gesto con le parole: "Hai sempre avuto sete (" sitisti ") di sangue e io" ecc.
12.57 «Sangue sitisti, e io di sangue t'empio».
12.58 Mostrava come in rotta si fuggiro
12.59 li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
Oloferne: generale del re assiro Nabucodonosor; malgrado la sua superbia, si lasciò irretire dalle grazie di Giuditta, che lo decapitò nel sonno, liberando così dall'assedio la città di Betulia, in Giudea.
12.60 e anche le reliquie del martìro.
reliquie del martìro: il corpo scempiato di Olofeme.
12.61 Vedeva Troia in cenere e in caverne;
12.62 o Iliòn, come te basso e vile
o Iliòn: la rocca di Troia, la famosa città dell'Asia minore.
12.63 mostrava il segno che lì si discerne!
il segno: la scultura (cfr. lat. signum).
12.64 Qual di pennel fu maestro o di stile
di stile: di disegno (" stile " è la verghetta di piombo e stagno usata per disegnare).
12.65 che ritraesse l'ombre e ' tratti ch'ivi
12.66 mirar farieno uno ingegno sottile?
12.67 Morti li morti e i vivi parean vivi:
12.68 non vide mei di me chi vide il vero,
non vide: non vide meglio (" mei ") di me, chi vide, in realtà, l'avvenimento che quei bassorilievi ritraevano. Allude ai testimoni di quegli avvenimenti.
12.69 quant'io calcai, fin che chinato givi.
12.70 Or superbite, e via col viso altero,
12.71 figliuoli d'Eva, e non chinate il volto
12.72 sì che veggiate il vostro mal sentero!
12.73 Più era già per noi del monte vòlto
Più…: da parte nostra, era stata già percorsa di quella via circolare e trascorsa ( " speso " ) del giorno ( " del cammin del sole ") una parte maggiore di quella che potesse credere l'animo preso (" non sciolto ") da tante immagini raffigurate.
12.74 e del cammin del sole assai più speso
12.75 che non stimava l'animo non sciolto,
12.76 quando colui che sempre innanzi atteso
12.77 andava, cominciò: «Drizza la testa;
12.78 non è più tempo di gir sì sospeso.
sospeso: assorto.
12.79 Vedi colà un angel che s'appresta
12.80 per venir verso noi; vedi che torna
12.81 dal servigio del dì l'ancella sesta.
l'ancella sesta: la sesta ora del giorno, cioè il mezzogiorno, che torna dal " servigio " in quanto è già passata.
12.82 Di reverenza il viso e li atti addorna,
12.83 sì che i diletti lo 'nviarci in suso;
i diletti: gli piaccia; s'intende all'Angelo.
12.84 pensa che questo dì mai non raggiorna!».
non raggorna: non torna a sorgere.
12.85 Io era ben del suo ammonir uso
12.86 pur di non perder tempo, sì che 'n quella
12.87 materia non potea parlarmi chiuso.
12.88 A noi venìa la creatura bella,
12.89 biancovestito e ne la faccia quale
12.90 par tremolando mattutina stella.
12.91 Le braccia aperse, e indi aperse l'ale;
12.92 disse: «Venite: qui son presso i gradi,
i gradi: i gradini che conducono al secondo girone.
12.93 e agevolemente omai si sale.
agevolemente: perché un peccato è stato già scontato e per la natura stessa del Purgatorio, che " quant'om più va sù, e men fa male " (cfr. c. IV, 90).
12.94 A questo invito vegnon molto radi:
12.95 o gente umana, per volar sù nata,
12.96 perché a poco vento così cadi?».
12.97 Menocci ove la roccia era tagliata;
12.98 quivi mi batté l'ali per la fronte;
batté l'ali: con un colpo d'ali è cancellata la prima P.
12.99 poi mi promise sicura l'andata.
12.100 Come a man destra, per salire al monte
Come a man destra: come sul lato destro di chi salga al monte (ora chiamato Monte alle Croci), ove sorge la chiesa di San Miniato, che domina la ben governata Firenze (" la ben guidata " è detto ironicamente) sopra il ponte alle Grazie (detto " Rubaconte " dal nome del podestà che ne pose la prima pietra nel 1237), si rompe la ripidità della salita (" del montar l'ardita foga ") per mezzo di scalee che furono fatte in un tempo (" ad etade ") in cui non si falsificavano gli atti pubblici e i paesi. Il " quaderno " allude alle baratterie del priore Nicola Acciaiuoli (agosto-ottobre 1299) e ai falsi operati nei registri pubblici. La " doga " ricorda la truffa di Donato Chiaramontesi, camerlengo alla distribuzione del sale, il quale, quando riceveva la merce dal comune, usava uno staio e, quando la distribuiva al popolo, usava uno staio più piccolo, mancante di una doga.
12.101 dove siede la chiesa che soggioga
12.102 la ben guidata sopra Rubaconte,
12.103 si rompe del montar l'ardita foga
12.104 per le scalee che si fero ad etade
12.105 ch'era sicuro il quaderno e la doga;
12.106 così s'allenta la ripa che cade
così s'allenta: in questo modo si riduce lo scoscendimento che scende ripido dal secondo al primo girone; ma da una parte e dall'altra (" quinci e quindi ") l'alta parete di pietra sfiora (" rade ") chi sale.
12.107 quivi ben ratta da l'altro girone;
12.108 ma quinci e quindi l'alta pietra rade.
12.109 Noi volgendo ivi le nostre persone,
12.110 "Beati pauperes spiritu!" voci
Beati pauperes spiritu: è il testo della prima delle beatitudini, predicate da Cristo nel discorso della montagna (Matteo V,3).
12.111 cantaron sì, che nol diria sermone.
12.112 Ahi quanto son diverse quelle foci
foci: passaggi.
12.113 da l'infernali! ché quivi per canti
12.114 s'entra, e là giù per lamenti feroci.
12.115 Già montavam su per li scaglion santi,
12.116 ed esser mi parea troppo più lieve
12.117 che per lo pian non mi parea davanti.
davanti: prima.
12.118 Ond'io: «Maestro, dì, qual cosa greve
12.119 levata s'è da me, che nulla quasi
12.120 per me fatica, andando, si riceve?».
12.121 Rispuose: «Quando i P che son rimasi
12.122 ancor nel volto tuo presso che stinti,
presso che stinti: cancellata la P della superbia anche gli altri peccati appaiono sbiaditi, perché la superbia è alla radice di ogni peccato, da Adamo in poi.
12.123 saranno, com'è l'un, del tutto rasi,
12.124 fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti,
12.125 che non pur non fatica sentiranno,
12.126 ma fia diletto loro esser sù pinti».
12.127 Allor fec'io come color che vanno
12.128 con cosa in capo non da lor saputa,
12.129 se non che ' cenni altrui sospecciar fanno;
se non che: se non per i cenni altrui, che lo mettono in sospetto.
12.130 per che la mano ad accertar s'aiuta,
12.131 e cerca e truova e quello officio adempie
12.132 che non si può fornir per la veduta;
scempie: aperte e separate.
12.133 e con le dita de la destra scempie
12.134 trovai pur sei le lettere che 'ncise
12.135 quel da le chiavi a me sovra le tempie:
quel da le chiavi: l'angelo portiere.
12.136 a che guardando, il mio duca sorrise.
Purgatorio : Canto 13
13.1 Noi eravamo al sommo de la scala,
13.2 dove secondamente si risega
secondamente si risega: per la seconda volta è tagliato da un ripiano il monte che purifica dal male (" altrui dismala " ).
13.3 lo monte che salendo altrui dismala.
13.4 Ivi così una cornice lega
una cornice: è il secondo girone del Purgatorio.
13.5 dintorno il poggio, come la primaia;
13.6 se non che l'arco suo più tosto piega.
l'arco suo: la sua curvatura è più accentuata, cioè il raggio è minore.
13.7 Ombra non lì è né segno che si paia:
Ombra: né anime né figurazioni (" segno ") che siano visibili.
13.8 parsi la ripa e parsi la via schietta
parsi: appare.
13.9 col livido color de la petraia.
13.10 «Se qui per dimandar gente s'aspetta»,
13.11 ragionava il poeta, «io temo forse
13.12 che troppo avrà d'indugio nostra eletta».
eletta: la scelta della strada da seguire.
13.13 Poi fisamente al sole li occhi porse;
13.14 fece del destro lato a muover centro,
13.15 e la sinistra parte di sé torse.
torse: si volse verso destra, cioè verso il sole, che è da quella parte, dopo il mezzogiorno, nell'emisfero australe.
13.16 «O dolce lume a cui fidanza i' entro
a cui fidanza: in cui fidando.
13.17 per lo novo cammin, tu ne conduci»,
13.18 dicea, «come condur si vuol quinc'entro.
13.19 Tu scaldi il mondo, tu sovr'esso luci;
13.20 s'altra ragione in contrario non ponta,
non ponta: non ci spinge a seguire altra via.
13.21 esser dien sempre li tuoi raggi duci».
13.22 Quanto di qua per un migliaio si conta,
un migliaio: un miglio (cfr. lat. miliariun). Metricamente " migliaio " va considerato bisillabo, con desinenza in ai. Così pure in Inf. c. VI, 79, Purg. c. XIV, 66 e passim.
13.23 tanto di là eravam noi già iti,
13.24 con poco tempo, per la voglia pronta;
13.25 e verso noi volar furon sentiti,
e: quando.
13.26 non però visti, spiriti parlando
spiriti: sono invisibili voci che esaltano esempi di carità.
13.27 a la mensa d'amor cortesi inviti.
13.28 La prima voce che passò volando
13.29 "Vinum non habent" altamente disse,
Vinum non habent: non hanno vino; ricorda l'episodio delle nozze di Cana, quando, in seguito all'osservazione della Vergine, Gesù trasformò l'acqua in vino.
13.30 e dietro a noi l'andò reiterando.
13.31 E prima che del tutto non si udisse
13.32 per allungarsi, un'altra "I' sono Oreste"
I' sono Oreste: allude all'amore più che fraterno di Pilade per Oreste, figlio di Agamennone e precisamente a quando Pilade si spacciò per Oreste, volendo morire in sua vece, e questi, sopraggiunto, gridò : " lo sono Oreste! ". 38. Amate: è il precetto evangelico di amare i nemici.
13.33 passò gridando, e anco non s'affisse.
13.34 «Oh!», diss'io, «padre, che voci son queste?».
13.35 E com'io domandai, ecco la terza
13.36 dicendo: `Amate da cui male aveste'.
13.37 E 'l buon maestro: «Questo cinghio sferza
cinghio: girone.
13.38 la colpa de la invidia, e però sono
13.39 tratte d'amor le corde de la ferza.
le corde de la ferza: le corde della sferza, cioè l'incitamento è tratto da esempi di carità (" d'amor ").
13.40 Lo fren vuol esser del contrario suono;
Lo fren: l'ammonimento o rimprovero sarà dato da esempi contrari, cioè d'odio (cfr. c. XIV, 13I e segg.).
13.41 credo che l'udirai, per mio avviso,
13.42 prima che giunghi al passo del perdono.
passo del perdono: il passaggio dal secondo al terzo girone, dove l'angelo cancellerà il secondo P dalla fronte di Dante.
13.43 Ma ficca li occhi per l'aere ben fiso,
13.44 e vedrai gente innanzi a noi sedersi,
13.45 e ciascuno è lungo la grotta assiso».
la grotta: la roccia (cfr. c. I, 48).
13.46 Allora più che prima li occhi apersi;
13.47 guarda'mi innanzi, e vidi ombre con manti
13.48 al color de la pietra non diversi.
13.49 E poi che fummo un poco più avanti,
13.50 udia gridar: "Maria, òra per noi":
òra per noi: prega per noi.
13.51 gridar `Michele' e "Pietro", e "Tutti santi".
13.52 Non credo che per terra vada ancoi
ancoi: oggi ( lat. hanc hodie).
13.53 omo sì duro, che non fosse punto
13.54 per compassion di quel ch'i' vidi poi;
13.55 ché, quando fui sì presso di lor giunto,
13.56 che li atti loro a me venivan certi,
certi: ben distinti e visibili.
13.57 per li occhi fui di grave dolor munto.
13.58 Di vil ciliccio mi parean coperti,
ciliccio: abito da penitente. In origine era formato da un tessuto ricavato da crini di cavallo, annodati a maglia.
13.59 e l'un sofferia l'altro con la spalla,
sofferia: sosteneva.
13.60 e tutti da la ripa eran sofferti.
13.61 Così li ciechi a cui la roba falla
falla: manca.
13.62 stanno a' perdoni a chieder lor bisogna,
a' perdoni: nei giorni delle indulgenze a chiedere l'elemosina davanti alle chiese.
13.63 e l'uno il capo sopra l'altro avvalla,
13.64 perché 'n altrui pietà tosto si pogna,
13.65 non pur per lo sonar de le parole,
13.66 ma per la vista che non meno agogna.
che non meno agogna: che non meno invoca pietà.
13.67 E come a li orbi non approda il sole,
non approda: non giova, non fa pro.
13.68 così a l'ombre quivi, ond'io parlo ora,
13.69 luce del ciel di sé largir non vole;
13.70 ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra
13.71 e cusce sì, come a sparvier selvaggio
come a sparvier: si usava chiudere con filo di ferro le palpebre del falcone da addomesticare, perché avendo gli occhi aperti e vedendo l'uomo non sarebbe stato quieto. Per il falcone " grifagno " cfr. Inf. c. XXII, 139.
13.72 si fa però che queto non dimora.
13.73 A me pareva, andando, fare oltraggio,
13.74 veggendo altrui, non essendo veduto:
13.75 per ch'io mi volsi al mio consiglio saggio.
13.76 Ben sapev'ei che volea dir lo muto;
lo muto: il mio inespresso pensiero.
13.77 e però non attese mia dimanda,
13.78 ma disse: «Parla, e sie breve e arguto».
arguto: sostanzioso, concettoso.
13.79 Virgilio mi venìa da quella banda
13.80 de la cornice onde cader si puote,
13.81 perché da nulla sponda s'inghirlanda;
13.82 da l'altra parte m'eran le divote
13.83 ombre, che per l'orribile costura
costura: cucitura; s'intende, delle palpebre.
13.84 premevan sì, che bagnavan le gote.
13.85 Volsimi a loro e «O gente sicura»,
13.86 incominciai, «di veder l'alto lume
13.87 che 'l disio vostro solo ha in sua cura,
che 'l disìo vostro: che il vostro desiderio ha come suo unico oggetto.
13.88 se tosto grazia resolva le schiume
resolva le schiume: disciolga le impurità.
13.89 di vostra coscienza sì che chiaro
13.90 per essa scenda de la mente il fiume,
13.91 ditemi, ché mi fia grazioso e caro,
13.92 s'anima è qui tra voi che sia latina;
13.93 e forse lei sarà buon s'i' l'apparo».
lei sarà buon: a lei sarà utile.
13.94 «O frate mio, ciascuna è cittadina
ciascuna è cittadina: ogni anima è cittadina della città di Dio (" d'una vera città " ).
13.95 d'una vera città; ma tu vuo' dire
13.96 che vivesse in Italia peregrina».
peregrina: di passaggio, quasi ospite, essendo sua vera città la città di Dio.
13.97 Questo mi parve per risposta udire
13.98 più innanzi alquanto che là dov'io stava,
13.99 ond'io mi feci ancor più là sentire.
13.100 Tra l'altre vidi un'ombra ch'aspettava
13.101 in vista; e se volesse alcun dir 'Come?',
13.102 lo mento a guisa d'orbo in sù levava.
13.103 «Spirto», diss'io, «che per salir ti dome,
ti dome: ti domi, cioè ti sottometti alla purificazione.
13.104 se tu se' quelli che mi rispondesti,
13.105 fammiti conto o per luogo o per nome».
conto: cognito, noto.
13.106 «Io fui sanese», rispuose, «e con questi
13.107 altri rimendo qui la vita ria,
13.108 lagrimando a colui che sé ne presti.
lagrimando: versando lacrime a Dio, perché ci conceda la sua visione (" che sé ne presti ").
13.109 Savia non fui, avvegna che Sapìa
Sapìa: Sapia, senese, moglie di Ghinibaldo Saracini signore di Castiglioncello, fu zia paterna di Provenzan Salvani. Per comprendere l'avversativa va ricordato che il nome "Sapia" si ricollega etimologicamente all'aggettivo "savia", e che nella cultura filosofico-retorico-giuridica del Medioevo "nomina sunt consequentia rerum".
13.110 fossi chiamata, e fui de li altrui danni
13.111 più lieta assai che di ventura mia.
13.112 E perché tu non creda ch'io t'inganni,
13.113 odi s'i' fui, com'io ti dico, folle,
13.114 già discendendo l'arco d'i miei anni.
13.115 Eran li cittadin miei presso a Colle
presso a Colle: i Senesi erano venuti a contatto ( " giunti " ) con i nemici presso Colle Valdelsa, ove si svolse la battaglia in cui perse la vita Provenzano. E Sapia pregava Dio per la sconfitta dei concittadini, come effettivamente accadde.
13.116 in campo giunti co' loro avversari,
13.117 e io pregava Iddio di quel ch'e' volle.
13.118 Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari
13.119 passi di fuga; e veggendo la caccia,
la caccia: l'inseguimento dei Fiorentini dietro i Senesi.
13.120 letizia presi a tutte altre dispari,
13.121 tanto ch'io volsi in sù l'ardita faccia
13.122 gridando a Dio: "Omai più non ti temo!",
13.123 come fe' 'l merlo per poca bonaccia.
come fe' 'l merlo: secondo una leggenda popolare, un merlo, visto spuntare il sole limpido, in una chiara giornata d'inverno, avrebbe detto: " Più non ti temo, domine, ch'uscito son del verno ".
13.124 Pace volli con Dio in su lo stremo
in su lo stremo: all'ultimo momento.
13.125 de la mia vita; e ancor non sarebbe
e ancor: non sarebbe ancora, con le penitenze, scemato il mio debito verso Dio, se non mi avesse ricordato nelle sue preghiere ecc.
13.126 lo mio dover per penitenza scemo,
scemo: compiuto, soddisfatto.
13.127 se ciò non fosse, ch'a memoria m'ebbe
13.128 Pier Pettinaio in sue sante orazioni
Pier Pettinaio: terziario francescano e uomo di grande virtù, dovette il suo nome al fatto di vender pettini in Siena. Morì in odore di santità nel 1289.
13.129 a cui di me per caritate increbbe.
increbbe: sentì pietà.
13.130 Ma tu chi se', che nostre condizioni
13.131 vai dimandando, e porti li occhi sciolti,
sciolti: non cuciti.
13.132 sì com'io credo, e spirando ragioni?».
13.133 «Li occhi», diss'io, «mi fieno ancor qui tolti,
13.134 ma picciol tempo, ché poca è l'offesa
ché poca è l'offesa: che non grave è il mio peccato d'invidia.
13.135 fatta per esser con invidia vòlti.
13.136 Troppa è più la paura ond'è sospesa
13.137 l'anima mia del tormento di sotto,
del tormento di sotto: della peso dei superbi, gravati da massi.
13.138 che già lo 'ncarco di là giù mi pesa».
13.139 Ed ella a me: «Chi t'ha dunque condotto
13.140 qua sù tra noi, se giù ritornar credi?»
13.141 E io: «Costui ch'è meco e non fa motto.
13.142 E vivo sono; e però mi richiedi,
13.143 spirito eletto, se tu vuo' ch'i' mova
13.144 di là per te ancor li mortai piedi».
13.145 «Oh, questa è a udir sì cosa nuova»,
13.146 rispuose, «che gran segno è che Dio t'ami;
13.147 però col priego tuo talor mi giova.
mi giova: aiutarmi.
13.148 E cheggioti, per quel che tu più brami,
13.149 se mai calchi la terra di Toscana,
13.150 che a' miei propinqui tu ben mi rinfami.
a' miei propinqui: ai miei parenti tu riabiliti la mia memoria (" ben mi rinfami " ).
13.151 Tu li vedrai tra quella gente vana
tra quella gente vana: tra i Senesi, che sperano di poter sfruttare, per i loro commerci, il porto di Talamone, da essi acquistato. Essi vi perderanno speranze ben maggiori che quelle riposte nella Diana (fiume sotterraneo che i Senesi credevano scorresse nelle viscere del loro territorio); ma più speranze di tutti perderanno quelli che sperano di divenire ammiragli della ipotetica flotta di Talamone.
13.152 che spera in Talamone, e perderagli
13.153 più di speranza ch'a trovar la Diana;
13.154 ma più vi perderanno li ammiragli».
Purgatorio : Canto 14
14.1 «Chi è costui che 'l nostro monte cerchia
cerchia: percorre girandogli intorno.
14.2 prima che morte li abbia dato il volo,
14.3 e apre li occhi a sua voglia e coverchia?».
e coverchia: e coperchia, cioè chiude le palpebre.
14.4 «Non so chi sia, ma so ch'e' non è solo:
14.5 domandal tu che più li t'avvicini,
14.6 e dolcemente, sì che parli, acco'lo».
acco'lo : accoglilo.
14.7 Così due spirti, l'uno a l'altro chini,
14.8 ragionavan di me ivi a man dritta;
14.9 poi fer li visi, per dirmi, supini;
supini: levati verso l'alto.
14.10 e disse l'uno: «O anima che fitta
l'uno: è Guido del Duca, della nobile famiglia ravennate degli Onesti, vissuto nella prima meta del sec. XIII. Di lui sappiamo soltanto che esercitò in Romagna la professione di giudice, e che era ancor vivo nel 1249. Fu uomo di parte ghibellina.
14.11 nel corpo ancora inver' lo ciel ten vai,
14.12 per carità ne consola e ne ditta
ne ditta: dicci (da dittare, frequentativo di dire).
14.13 onde vieni e chi se'; ché tu ne fai
14.14 tanto maravigliar de la tua grazia,
14.15 quanto vuol cosa che non fu più mai».
quanto vuol: quanto richiede una cosa mai accaduta.
14.16 E io: «Per mezza Toscana si spazia
14.17 un fiumicel che nasce in Falterona,
un fiumicel: l'Arno, che nasce dal monte Falterona e a cui non bastano (" nol sazia ") cento miglia di corso.
14.18 e cento miglia di corso nol sazia.
14.19 Di sovr'esso rech'io questa persona:
14.20 dirvi ch'i' sia, saria parlare indarno,
14.21 ché 'l nome mio ancor molto non suona».
14.22 «Se ben lo 'ntendimento tuo accarno
accarno: penetro con l'intelletto fino a comprendere la sostanza.
14.23 con lo 'ntelletto», allora mi rispuose
14.24 quei che diceva pria, «tu parli d'Arno».
14.25 E l'altro disse lui: «Perché nascose
E l'altro: è Rinieri dei Paolucci da Calboli, forlivese e uomo di parte guelfa. Prese parte attiva alle lotte interne delle Romagne, ricoprendo ripetutamente la carica di podestà in varie città emiliano-romagnole. Morì nel 1296, quando le milizie forlivesi, guidate da Scarpetta Ordelaffi, espugnarono il castello di Calboli.
14.26 questi il vocabol di quella riviera,
vocabol: nome (cfr. c. V, 97).
14.27 pur com'om fa de l'orribili cose?».
14.28 E l'ombra che di ciò domandata era,
14.29 si sdebitò così: «Non so; ma degno
14.30 ben è che 'l nome di tal valle pèra;
pèra: perisca, sia dimenticato.
14.31 ché dal principio suo, ov'è sì pregno
ché dal principio: poiché, dalla sua sorgente, ove l'Appennino (" l'alpestro monte "), dal quale è staccato il capo Faro (" Peloro "), sulle coste sicule davanti alla Calabria, è cosi massiccio ( " pregno" ) che in pochi altri luoghi supera quella conformazione ( " segno " ), fino là dove mette foce ( " si rende " ) in cambio ( " per ristoro ") di quelle acque che il sole prosciuga dal mare mediante l'evaporazione, per cui i fiumi hanno la corrente che li accompagna ( " ciò che va con loro " ), la virtù e così nemica che viene scacciata come biscia da tutti gli abitanti della valle o per iattura del luogo, o per pessima abitudine ( " mal uso " ) che in essi si è annidata (" fruga " cfr. c. III, 3 e Inf. c. XXX,70). Si tratta della valle dell'Arno.
14.32 l'alpestro monte ond'è tronco Peloro,
14.33 che 'n pochi luoghi passa oltra quel segno,
14.34 infin là 've si rende per ristoro
14.35 di quel che 'l ciel de la marina asciuga,
14.36 ond'hanno i fiumi ciò che va con loro,
14.37 vertù così per nimica si fuga
14.38 da tutti come biscia, o per sventura
14.39 del luogo, o per mal uso che li fruga:
14.40 ond'hanno sì mutata lor natura
14.41 li abitator de la misera valle,
14.42 che par che Circe li avesse in pastura.
Circe: la mitica maga che trasformava gli uomini in bruti.
14.43 Tra brutti porci, più degni di galle
porci: sono gli abitanti del Casentino, dove scorre l'alto corso dell'Arno. Forse con allusione a Porciano, feudo dei conti Guidi di Romena. Le galle stanno per: ghiande.
14.44 che d'altro cibo fatto in uman uso,
14.45 dirizza prima il suo povero calle.
calle: il letto del fiume, ancora modesto nelle dimensioni (" povero ").
14.46 Botoli trova poi, venendo giuso,
Botoli: sono gli abitanti di Arezzo, paragonati a cagnolini ( " botoli ") ringhiosi più di quanto loro consentano le possibilità; Lo spunto può provenire dallo stemma della stessa città, dove si leggeva "a cane non magno saepe tenetur aper" ("spesso il cinghiale viene preso da un piccolo cane. Presso Arezzo l'Arno piega in un'ansa (" torce il muso ") e va a formare il Valdarno superiore.
14.47 ringhiosi più che non chiede lor possa,
14.48 e da lor disdegnosa torce il muso.
14.49 Vassi caggendo; e quant'ella più 'ngrossa,
Vassi caggendo: va sempre più a valle, cadendo (" caggendo ").
14.50 tanto più trova di can farsi lupi
di can farsi lupi: gli abitanti da cani si trasformarono in lupi, animali feroci e bramosi. Siamo a Firenze.
14.51 la maladetta e sventurata fossa.
14.52 Discesa poi per più pelaghi cupi,
pelaghi cupi: i tratti incassati del Valdarno inferiore, dopo Signa.
14.53 trova le volpi sì piene di froda,
le volpi: sono gli abitanti di Pisa, che non temono astuzia (" ingegno ": trappola) che li sorprenda.
14.54 che non temono ingegno che le occùpi.
14.55 Né lascerò di dir perch'altri m'oda;
14.56 e buon sarà costui, s'ancor s'ammenta
costui: Dante, se, tornato sulla terra, ancora terrà a mente (" s'ammenta ") ciò che lo spirito della verità mi svela (" mi disnoda " ).
14.57 di ciò che vero spirto mi disnoda.
14.58 Io veggio tuo nepote che diventa
tuo nepote: si rivolge a Rinieri, il cui nipote, Fulcieri, chiamato come podestà in Firenze nel primo semestre del 1303, realizzò i più arditi desideri dei Neri, con l'inferire contro i Bianchi. Torturò e uccise molti fiorentini come belva esperta (" antica ") guadagnandosi una orribile reputazione di sanguinario e lasciò la città in una condizione tale, che neppure in mille anni sarebbe tornata allo stato primitivo (" primaio ").
14.59 cacciator di quei lupi in su la riva
14.60 del fiero fiume, e tutti li sgomenta.
14.61 Vende la carne loro essendo viva;
14.62 poscia li ancide come antica belva;
14.63 molti di vita e sé di pregio priva.
14.64 Sanguinoso esce de la trista selva;
14.65 lasciala tal, che di qui a mille anni
14.66 ne lo stato primaio non si rinselva».
14.67 Com'a l'annunzio di dogliosi danni
14.68 si turba il viso di colui ch'ascolta,
14.69 da qual che parte il periglio l'assanni,
da qual che: da qualunque.
14.70 così vid'io l'altr'anima, che volta
14.71 stava a udir, turbarsi e farsi trista,
14.72 poi ch'ebbe la parola a sé raccolta.
14.73 Lo dir de l'una e de l'altra la vista
14.74 mi fer voglioso di saper lor nomi,
14.75 e dimanda ne fei con prieghi mista;
14.76 per che lo spirto che di pria parlomi
parlomi: mi parlò; è Guido del Duca.
14.77 ricominciò: «Tu vuo' ch'io mi deduca
14.78 nel fare a te ciò che tu far non vuo'mi.
non vuo'mi :non mi vuoi (cfr. v. 20).
14.79 Ma da che Dio in te vuol che traluca
14.80 tanto sua grazia, non ti sarò scarso;
14.81 però sappi ch'io fui Guido del Duca.
14.82 Fu il sangue mio d'invidia sì riarso,
14.83 che se veduto avesse uom farsi lieto,
14.84 visto m'avresti di livore sparso.
14.85 Di mia semente cotal paglia mieto;
Di mia semente: questo è il frutto ch'io raccolgo di ciò che ho seminato.
14.86 o gente umana, perché poni 'l core
14.87 là 'v'è mestier di consorte divieto?
là 'v'è mestier: là dov'è necessaria l'esclusione di ogni compagno (" di consorte divieto ") per goderne? Sono cioè i beni materiali.
14.88 Questi è Rinier; questi è 'l pregio e l'onore
14.89 de la casa da Calboli, ove nullo
14.90 fatto s'è reda poi del suo valore.
reda: erede.
14.91 E non pur lo suo sangue è fatto brullo,
E non pur: e non soltanto il suo casato s'è fatto spoglio ( " brullo " ) in Romagna (" tra 'l Po… ") delle virtù necessarie alla vita seria (" al vero ") e alla ricreazione dello spirito (" trastullo ").
14.92 tra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno,
14.93 del ben richesto al vero e al trastullo;
14.94 ché dentro a questi termini è ripieno
termini: confini.
14.95 di venenosi sterpi, sì che tardi
sì che tardi: sì che per quanto si coltivasse, ormai questi sterpi stenterebbero ad essere estirpati.
14.96 per coltivare omai verrebber meno.
14.97 Ov'è 'l buon Lizio e Arrigo Mainardi?
Lizio: signore di Valbona, sui monti tra la Toscana e la Romagna. E' il primo di una serie di uomini virtuosi; gli altri sono: Arrigo Mainardi, dei signori di Bertinoro, Pier Traversaro signore di Ravenna dal 1218 al 1225, Guido dei conti di Carpigna o Carpegna, nel Montefeltro.
14.98 Pier Traversaro e Guido di Carpigna?
14.99 Oh Romagnuoli tornati in bastardi!
14.100 Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?
Fabbro: della famiglia dei Lambertazzi di Bologna, capo dei ghibellini di Romagna.
14.101 quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
Bernardin di Fosco: difese Faenza, nel 1240, contro Federico II.
14.102 verga gentil di picciola gramigna?
14.103 Non ti maravigliar s'io piango, Tosco,
14.104 quando rimembro con Guido da Prata,
Guido da Prata: gentiluomo di Prata, tra Faenza e Ravenna, vissuto a cavallo dei sec. XII e XIII.
14.105 Ugolin d'Azzo che vivette nosco,
Ugolin d'Azzo: è forse il rappresentante di Faenza alla negoziazione della Pace di Costanza nel 1183. Nosco: con noi.
14.106 Federigo Tignoso e sua brigata,
Federigo Tignoso: forse di Rimini, usava accogliere in casa sua quanti gli somigliassero moralmente (" e sua brigata ").
14.107 la casa Traversara e li Anastagi
la casa Traversara: grande famiglia ravennate, come quella degli Anastagi.
14.108 (e l'una gente e l'altra è diretata),
diretata: priva di eredi.
14.109 le donne e ' cavalier, li affanni e li agi
14.110 che ne 'nvogliava amore e cortesia
14.111 là dove i cuor son fatti sì malvagi.
14.112 O Bretinoro, ché non fuggi via,
o Bretinoro: Bertinoro, città tra Forlì e Cesena, contò famiglie rinomate per la cortesia e la liberalità; sulla piazza sorgeva (e sorge tuttora) una colonna munita di anelli, ciascuno appartenente ad una famiglia. Il forestiero che avesse legato il proprio cavallo ad uno degli anelli, diveniva automaticamente ospite della famiglia cui l'anello apparteneva.
14.113 poi che gita se n'è la tua famiglia
14.114 e molta gente per non esser ria?
14.115 Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;
Bagnacaval: Bagnacavallo, tra Lugo e Ravenna, era feudo dei conti Malvicini, la cui discendenza in linea maschile era spenta nel 1300.
14.116 e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,
Castrocaro: nella valle del Montone; Conio, o Cunio, era un castello presso Imola.
14.117 che di figliar tai conti più s'impiglia.
14.118 Ben faranno i Pagan, da che 'l demonio
i Pagan: i Pagani di Faenza faranno bene a non generare altri figli, dopo che Maghinardo da Susinana (" 'l demonio lor ") sarà morto (cfr. Inf. c. XXVII, 49). Maghinardo morì nel 1302.
14.119 lor sen girà; ma non però che puro
14.120 già mai rimagna d'essi testimonio.
14.121 O Ugolin de' Fantolin, sicuro
Ugolin de' Fantolin: Ugolino dei Fantolini da Cerfugnano, presso Faenza; la sua discendenza si era spenta prima del 1300, perciò il suo nome è " sicuro " di non venir macchiato.
14.122 è il nome tuo, da che più non s'aspetta
14.123 chi far lo possa, tralignando, scuro.
14.124 Ma va via, Tosco, omai; ch'or mi diletta
14.125 troppo di pianger più che di parlare,
14.126 sì m'ha nostra ragion la mente stretta».
nostra ragion: il nostro ragionamento.
14.127 Noi sapavam che quell'anime care
14.128 ci sentivano andar; però, tacendo,
però, tacendo: perciò con il loro tacere ci rassicuravano circa la strada da percorrere.
14.129 facean noi del cammin confidare.
14.130 Poi fummo fatti soli procedendo,
14.131 folgore parve quando l'aere fende,
14.132 voce che giunse di contra dicendo:
14.133 "Anciderammi qualunque m'apprende";
Anciderammi: mi ucciderà chiunque mi troverà. E' la frase pronunciata da Caino, dopo che fu maledetto per l'uccisione di Abele. E' questo il primo esempio di invidia punita (cfr. c. XIII, 40 e n.).
14.134 e fuggì come tuon che si dilegua,
14.135 se sùbito la nuvola scoscende.
scoscende: squarcia.
14.136 Come da lei l'udir nostro ebbe triegua,
14.137 ed ecco l'altra con sì gran fracasso,
14.138 che somigliò tonar che tosto segua:
14.139 «Io sono Aglauro che divenni sasso»;
Aglauro: è la figlia di Cecrope, re di Atene, la quale fu mutata in sasso da Mercurio, poiché, mossa da invidia, ostacolava l'amore della sorella Erse per il dio.
14.140 e allor, per ristrignermi al poeta,
14.141 in destro feci e non innanzi il passo.
14.142 Già era l'aura d'ogne parte queta;
14.143 ed el mi disse: «Quel fu 'l duro camo
camo: il freno (camus era il morso per i cavalli).
14.144 che dovria l'uom tener dentro a sua meta.
14.145 Ma voi prendete l'esca, sì che l'amo
prendete l'esca: vi lasciate adescare dal demonio (" antico avversaro " cfr. c. XI, 201).
14.146 de l'antico avversaro a sé vi tira;
14.147 e però poco val freno o richiamo.
14.148 Chiamavi 'l cielo e 'ntorno vi si gira,
14.149 mostrandovi le sue bellezze etterne,
14.150 e l'occhio vostro pur a terra mira;
14.151 onde vi batte chi tutto discerne».
vi batte: vi castiga.
Purgatorio : Canto 15
15.1 Quanto tra l'ultimar de l'ora terza
Quanto: E' questo un passo molto confuso. Il senso generale è: quanto della sfera celeste, che sempre è in movimento ("scherza") come un fanciullo, è visibile ( " par " ) dall'alba ( " 'l principio del dì " ) alla fine dell'ora terza, cioè per tre ore, altrettanto al sole appariva (" pareva ") esser rimasto del suo cammino verso il tramonto: nel Purgatorio (" la ") era il vespro e in Italia (" qui ") mezzanotte. Se nel Purgatorio mancavano tre ore al tramonto, a Gerusalemme, cioè agli antipodi, dovevano mancare tre ore all'aurora, valutabile intorno alle 6 a Gerusalemme erano dunque le 3 e in Italia, dove è una differenza di tre ore in meno rispetto a Gerusalemme era mezzanotte. II conto torna ma tutta l'immagine è macchinosa e inefficace.
15.2 e 'l principio del dì par de la spera
15.3 che sempre a guisa di fanciullo scherza,
15.4 tanto pareva già inver' la sera
15.5 essere al sol del suo corso rimaso;
15.6 vespero là, e qui mezza notte era.
15.7 E i raggi ne ferien per mezzo 'l naso,
per mezzo 'l naso: in mezzo al viso, poiché, girato il monte, i poeti sono rivolti ad occidente.
15.8 perché per noi girato era sì 'l monte,
15.9 che già dritti andavamo inver' l'occaso,
15.10 quand'io senti' a me gravar la fronte
15.11 a lo splendore assai più che di prima,
a lo splendore: dalla luminosità.
15.12 e stupor m'eran le cose non conte;
non conte: sconosciute.
15.13 ond'io levai le mani inver' la cima
15.14 de le mie ciglia, e fecimi 'l solecchio,
solecchio: gesto compiuto portando alla fronte la mano, aperta a visiera, per riparare gli occhi dalla luce eccessiva.
15.15 che del soverchio visibile lima.
15.16 Come quando da l'acqua o da lo specchio
15.17 salta lo raggio a l'opposita parte,
salta: si riflette.
15.18 salendo su per lo modo parecchio
salendo: tornando in su in modo pari (" parecchio ") a quello col quale discende.
15.19 a quel che scende, e tanto si diparte
si diparte: si allontana dalla perpendicolare (" dal cader de la pietre ") nella stessa misura angolare ("in igual tratta "), così come dimostrano l'esperienza e la scienza.
15.20 dal cader de la pietra in igual tratta,
15.21 sì come mostra esperienza e arte;
15.22 così mi parve da luce rifratta
rifratta: riflessa.
15.23 quivi dinanzi a me esser percosso;
15.24 per che a fuggir la mia vista fu ratta.
15.25 «Che è quel, dolce padre, a che non posso
a che non posso: contro cui non posso far schermo al viso in modo che mi giovi (" vaglia ").
15.26 schermar lo viso tanto che mi vaglia»,
15.27 diss'io, «e pare inver' noi esser mosso?».
15.28 «Non ti maravigliar s'ancor t'abbaglia
15.29 la famiglia del cielo», a me rispuose:
la famiglia del cielo: le creature celesti.
15.30 «messo è che viene ad invitar ch'om saglia.
ch'om saglia: che si salga (" om " è impersonale, come il francese on, dal lat. homo).
15.31 Tosto sarà ch'a veder queste cose
15.32 non ti fia grave, ma fieti diletto
15.33 quanto natura a sentir ti dispuose».
15.34 Poi giunti fummo a l'angel benedetto,
Poi: dopo che.
15.35 con lieta voce disse: «Intrate quinci
15.36 ad un scaleo vie men che li altri eretto».
vie men: meno ripido ( " eretto " ) degli altri.
15.37 Noi montavam, già partiti di linci,
linci: di lì.
15.38 e "Beati misericordes!" fue
Beati misericordes: è l'inizio della quinta beatitudine evangelica. La misericordia è la virtù contraria al vizio dell'invidia.
15.39 cantato retro, e "Godi tu che vinci!".
Godi tu che vinci: s'intende l'ostacolo del peccato. " E' un saluto augurale, che esprime il sentimento delle anime in vidiose, ormai fatte ardenti di carità " (Rossi). E' presumibile che, a questo punto, l'angelo abbia cancellato un'altra P dalla fronte di Dante.
15.40 Lo mio maestro e io soli amendue
15.41 suso andavamo; e io pensai, andando,
15.42 prode acquistar ne le parole sue;
prode: giovamento (cfr. c. XIII, 67).
15.43 e dirizza'mi a lui sì dimandando:
15.44 «Che volse dir lo spirto di Romagna,
Che volse: cosa volle intendere Guido del Duca, quando disse esclusione di ogni compagno? (" e «divieto» e «consorte» cfr. c. XIV, 87).
15.45 e `divieto' e `consorte' menzionando?».
15.46 Per ch'elli a me: «Di sua maggior magagna
magagna: difetto o colpa, cioè l'invidia.
15.47 conosce il danno; e però non s'ammiri
non s'ammiri: non ci si meravigli.
15.48 se ne riprende perché men si piagna.
15.49 Perché s'appuntano i vostri disiri
Perché: poiché i vostri desideri si rivolgono a quei beni la cui consistenza (" parte ") diminuisce (" si scema ") quando si sia in più a goderne (" per compagnia "), l'invidia muove ai sospiri, come un mantice (" mantaco "), i vostri petti.
15.50 dove per compagnia parte si scema,
15.51 invidia move il mantaco a' sospiri.
15.52 Ma se l'amor de la spera supprema
15.53 torcesse in suso il disiderio vostro,
15.54 non vi sarebbe al petto quella tema;
15.55 ché, per quanti si dice più lì "nostro",
ché, per quanti: ché quanti più sono quelli da cui in cielo ( " lì " ) si dice "nostro", tanta più beatitudine possiede ciascuno e maggiormente s'illumina d'amore quel cielo ( " chiostro " ).
15.56 tanto possiede più di ben ciascuno,
15.57 e più di caritate arde in quel chiostro».
15.58 «Io son d'esser contento più digiuno»,
Io son: sono ancora più lontano (" digiuno ") dall'esser soddisfatto. Dante non comprende come un bene, se distribuito, possa rendere più ricchi i numerosi possessori.
15.59 diss'io, «che se mi fosse pria taciuto,
15.60 e più di dubbio ne la mente aduno.
15.61 Com'esser puote ch'un ben, distributo
15.62 in più posseditor, faccia più ricchi
15.63 di sé, che se da pochi è posseduto?».
15.64 Ed elli a me: «Però che tu rificchi
15.65 la mente pur a le cose terrene,
15.66 di vera luce tenebre dispicchi.
dispicchi: cogli tenebre dalla vera luce.
15.67 Quello infinito e ineffabil bene
15.68 che là sù è, così corre ad amore
15.69 com'a lucido corpo raggio vene.
com'a lucido corpo: come la luce colpisce un corpo capace di rifletterla.
15.70 Tanto si dà quanto trova d'ardore;
15.71 sì che, quantunque carità si stende,
sí che: "sicché quanto maggiore è la carità, tanto più ad essa si dona la eterna bontà " (Momigliano).
15.72 cresce sovr'essa l'etterno valore.
15.73 E quanta gente più là sù s'intende,
s'intende: è innamorata.
15.74 più v'è da bene amare, e più vi s'ama,
15.75 e come specchio l'uno a l'altro rende.
15.76 E se la mia ragion non ti disfama,
disfama: sazia la tua voglia di sapere.
15.77 vedrai Beatrice, ed ella pienamente
15.78 ti torrà questa e ciascun'altra brama.
15.79 Procaccia pur che tosto sieno spente,
15.80 come son già le due, le cinque piaghe,
le cinque piaghe: le cinque P, che ancora Dante ha sulla fronte.
15.81 che si richiudon per esser dolente».
per esser dolente: in virtù del dolore provato come penitente.
15.82 Com'io voleva dicer "Tu m'appaghe",
15.83 vidimi giunto in su l'altro girone,
15.84 sì che tacer mi fer le luci vaghe.
luci valhe: gli occhi desiderosi di vedere.
15.85 Ivi mi parve in una visione
una visione: cominciano esempi di mansuetudine.
15.86 estatica di sùbito esser tratto,
15.87 e vedere in un tempio più persone;
15.88 e una donna, in su l'entrar, con atto
15.89 dolce di madre dicer: «Figliuol mio
Figliuol mio: riferisce l'episodio evangelico della disputa di Gesù coi dottori nel tempio, quando Maria, ritrovato dopo tre giorni di ricerche il divino fanciullo, non lo rimproverò, ma si rivolse a lui con mansuetudine.
15.90 perché hai tu così verso noi fatto?
15.91 Ecco, dolenti, lo tuo padre e io
15.92 ti cercavamo». E come qui si tacque,
15.93 ciò che pareva prima, dispario.
15.94 Indi m'apparve un'altra con quell'acque
quell'acque: le lacrime. L'altra è la moglie di Pisistrato, che pianse lacrime d'ira quando quel sentimento in lei (" in altrui ") si accese. Narra Valerio Massimo che uno sconosciuto, baciò sulla pubblica via la giovane figlia di Pisistrato, signore di Atene; la madre desiderava che l'audace fosse punito con la morte, ma Pisistrato rispose: " Se puniremo con la morte chi ci ama, cosa faremo a chi ci vuol male? ".
15.95 giù per le gote che 'l dolor distilla
15.96 quando di gran dispetto in altrui nacque,
15.97 e dir: «Se tu se' sire de la villa
de la villa: della città dl Atene; per la scelta del nome da dare alla città, vennero a contesa tra loro Poseidone e Atena, la quale riportò la vittoria.
15.98 del cui nome ne' dèi fu tanta lite,
15.99 e onde ogni scienza disfavilla,
15.100 vendica te di quelle braccia ardite
15.101 ch'abbracciar nostra figlia, o Pisistràto».
15.102 E 'l segnor mi parea, benigno e mite,
15.103 risponder lei con viso temperato:
15.104 «Che farem noi a chi mal ne disira,
15.105 se quei che ci ama è per noi condannato?»,
15.106 Poi vidi genti accese in foco d'ira
15.107 con pietre un giovinetto ancider, forte
un giovinetto: è Santo Stefano, lapidato dai Giudei.
15.108 gridando a sé pur: «Martira, martira!».
15.109 E lui vedea chinarsi, per la morte
15.110 che l'aggravava già, inver' la terra,
15.111 ma de li occhi facea sempre al ciel porte,
al ciel porte: " Teneva gli occhi fissi al cielo, quasi porte ad accogliere in sé la visione di Dio " (Casini-Barbi).
15.112 orando a l'alto Sire, in tanta guerra,
15.113 che perdonasse a' suoi persecutori,
15.114 con quello aspetto che pietà diserra.
15.115 Quando l'anima mia tornò di fori
di fori: alle cose esterne, che son vere al di fuori di lei.
15.116 a le cose che son fuor di lei vere,
15.117 io riconobbi i miei non falsi errori.
15.118 Lo duca mio, che mi potea vedere
15.119 far sì com'om che dal sonno si slega,
15.120 disse: «Che hai che non ti puoi tenere,
15.121 ma se' venuto più che mezza lega
15.122 velando li occhi e con le gambe avvolte,
15.123 a guisa di cui vino o sonno piega?».
15.124 «O dolce padre mio, se tu m'ascolte,
15.125 io ti dirò», diss'io, «ciò che m'apparve
15.126 quando le gambe mi furon sì tolte».
15.127 Ed ei: «Se tu avessi cento larve
larve : maschere.
15.128 sovra la faccia, non mi sarian chiuse
15.129 le tue cogitazion, quantunque parve.
15.130 Ciò che vedesti fu perché non scuse
perché non scuse: affinché non ricusi.
15.131 d'aprir lo core a l'acque de la pace
15.132 che da l'etterno fonte son diffuse.
15.133 Non dimandai "Che hai?" per quel che face
per quel che face: per la ragione per cui lo fa chi vede solo con l'occhio del corpo (" l'occhio che non vede ").
15.134 chi guarda pur con l'occhio che non vede,
15.135 quando disanimato il corpo giace;
15.136 ma dimandai per darti forza al piede:
15.137 così frugar conviensi i pigri, lenti
frugar: penetrare nell'anima per stimolare.
15.138 ad usar lor vigilia quando riede».
15.139 Noi andavam per lo vespero, attenti
per lo vespero: cfr. v. 6.
15.140 oltre quanto potean li occhi allungarsi
15.141 contra i raggi serotini e lucenti.
serotini: della sera.
15.142 Ed ecco a poco a poco un fummo farsi
15.143 verso di noi come la notte oscuro;
15.144 né da quello era loco da cansarsi.
15.145 Questo ne tolse li occhi e l'aere puro.
li occhi: la vista.
Purgatorio : Canto 16
16.1 Buio d'inferno e di notte privata
16.2 d'ogne pianeto, sotto pover cielo,
pover cielo: perché quando è privato del suoi astri, il cielo appare come depauperato.
16.3 quant'esser può di nuvol tenebrata,
16.4 non fece al viso mio sì grosso velo
16.5 come quel fummo ch'ivi ci coperse,
16.6 né a sentir di così aspro pelo,
16.7 che l'occhio stare aperto non sofferse;
16.8 onde la scorta mia saputa e fida
saputa: saggia.
16.9 mi s'accostò e l'omero m'offerse.
16.10 Sì come cieco va dietro a sua guida
16.11 per non smarrirsi e per non dar di cozzo
16.12 in cosa che 'l molesti, o forse ancida,
16.13 m'andava io per l'aere amaro e sozzo,
16.14 ascoltando il mio duca che diceva
16.15 pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo».
mozzo: separato.
16.16 Io sentia voci, e ciascuna pareva
16.17 pregar per pace e per misericordia
16.18 l'Agnel di Dio che le peccata leva.
16.19 Pur "Agnus Dei" eran le loro essordia;
essordia: il principio della loro preghiera era sempre "Agnus Dei", cantico angelico che s'intona nella messa. Si noti che " essordia " è un latinismo da " exordia ".
16.20 una parola in tutte era e un modo,
16.21 sì che parea tra esse ogne concordia.
16.22 «Quei sono spirti, maestro, ch'i' odo?»,
16.23 diss'io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi,
16.24 e d'iracundia van solvendo il nodo».
van solvendo: si van liberando dal peccato d'iracondia.
16.25 «Or tu chi se' che 'l nostro fummo fendi,
fendi: tagli. Dante, infatti attraversa il fumo col corpo.
16.26 e di noi parli pur come se tue
16.27 partissi ancor lo tempo per calendi?».
partissi: dividessi ancora il tempo per mesi (" calendi " o calende, il primo giorno del mese, presso i latini); cioè fossi ancor vivo.
16.28 Così per una voce detto fue;
16.29 onde 'l maestro mio disse: «Rispondi,
16.30 e domanda se quinci si va sùe».
16.31 E io: «O creatura che ti mondi
16.32 per tornar bella a colui che ti fece,
16.33 maraviglia udirai, se mi secondi».
se mi secondi: se mi segui, mi accompagni.
16.34 «Io ti seguiterò quanto mi lece»,
16.35 rispuose; «e se veder fummo non lascia,
e se veder: e se il fumo non consente che ci si veda.
16.36 l'udir ci terrà giunti in quella vece».
16.37 Allora incominciai: «Con quella fascia
fascia: il corpo, che è come l'involucro dell'anima.
16.38 che la morte dissolve men vo suso,
16.39 e venni qui per l'infernale ambascia.
16.40 E se Dio m'ha in sua grazia rinchiuso,
rinchiuso: accolto.
16.41 tanto che vuol ch'i' veggia la sua corte
16.42 per modo tutto fuor del moderno uso,
moderno uso: l'uso consueto, ovvero recente, considerato che soltanto Enea e Paolo, nell'antichità, visitarono ancor vivi il regno dei morti (cfr. Inf. C. II, 13 e segg.).
16.43 non mi celar chi fosti anzi la morte,
16.44 ma dilmi, e dimmi s'i' vo bene al varco;
al varco: al passaggio dal terzo al quarto girone.
16.45 e tue parole fier le nostre scorte».
16.46 «Lombardo fui, e fu' chiamato Marco;
Lombardo: è Marco Lombardo, integerrimo e valente cortigiano del sec. XIII. Visse nell'Italia settentrionale e le scarse notizie (alcune fonti lo danno per veneto o addirittura trevigiano), che abbiamo di lui, ce lo presentano come saggio e arguto.
16.47 del mondo seppi, e quel valore amai
16.48 al quale ha or ciascun disteso l'arco.
disteso: allentato (contrario di teso). Cioè al quale nessuno ormai mira.
16.49 Per montar sù dirittamente vai».
16.50 Così rispuose, e soggiunse: «I' ti prego
16.51 che per me prieghi quando sù sarai».
sù: nel cielo.
16.52 E io a lui: «Per fede mi ti lego
16.53 di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio
16.54 dentro ad un dubbio, s'io non me ne spiego.
16.55 Prima era scempio, e ora è fatto doppio
Prima era scempio: prima era semplice ed ora è duplice per la tua affermazione (" sentenza ") che mi ribadisce ( " mi fa certo " ) il fenomeno della corruzione ("quello") al quale annetto(" accoppio ") il mio dubbio, in seguito alle tue parole (" qui ") e a quelle di Guido del Duca (" altrove ").
16.56 ne la sentenza tua, che mi fa certo
16.57 qui, e altrove, quello ov'io l'accoppio.
16.58 Lo mondo è ben così tutto diserto
16.59 d'ogne virtute, come tu mi sone,
mi sone: mi suoni, cioè mi affermi.
16.60 e di malizia gravido e coverto;
16.61 ma priego che m'addite la cagione,
16.62 sì ch'i' la veggia e ch'i' la mostri altrui;
16.63 ché nel cielo uno, e un qua giù la pone».
ché nel cielo uno: " Uno la fa dipendere dall'influsso delle stelle, un altro dalla volontà degli uomini " (Momigliano).
16.64 Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!»,
Alto sospir: prima emise un profondo sospiro che il dolore tramutò in un lamento (" uhi ").
16.65 mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate,
16.66 lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.
16.67 Voi che vivete ogne cagion recate
16.68 pur suso al cielo, pur come se tutto
16.69 movesse seco di necessitate.
movesse: necessariamente determinasse col suo movimento. Soggetto è il cielo (v. 68).
16.70 Se così fosse, in voi fora distrutto
fora: sarebbe.
16.71 libero arbitrio, e non fora giustizia
non fora giustizia: non sarebbe giusto avere un premio (" letizia ") per il bene e l'eterno dolore (" lutto ") per il male.
16.72 per ben letizia, e per male aver lutto.
16.73 Lo cielo i vostri movimenti inizia;
16.74 non dico tutti, ma, posto ch'i' 'l dica,
16.75 lume v'è dato a bene e a malizia,
lume: il lume della ragione per distinguere il bene dal male, e il libero volere per scegliere l'uno o l'altro; e se la volontà dura fatica a vincere le prime battaglie con gli influssi celesti che muovono gli appetiti, poi riporta completa vittoria se è ben educata e diretta. Voi soggiacete, pur essendo liberi, ad una forza più grande e ad una natura migliore degli influssi celesti, cioè a Dio; e Dio crea in voi l'anima razionale (" la mente ") che non è sottoposta agli influssi celesti.
16.76 e libero voler; che, se fatica
16.77 ne le prime battaglie col ciel dura,
16.78 poi vince tutto, se ben si notrica.
16.79 A maggior forza e a miglior natura
16.80 liberi soggiacete; e quella cria
16.81 la mente in voi, che 'l ciel non ha in sua cura.
16.82 Però, se 'l mondo presente disvia,
16.83 in voi è la cagione, in voi si cheggia;
si cheggia: si ricerchi.
16.84 e io te ne sarò or vera spia.
vera spia: sincero dimostratore.
16.85 Esce di mano a lui che la vagheggia
16.86 prima che sia, a guisa di fanciulla
16.87 che piangendo e ridendo pargoleggia,
16.88 l'anima semplicetta che sa nulla,
16.89 salvo che, mossa da lieto fattore,
lieto fattore: Dio creatore è perfetta letizia.
16.90 volontier torna a ciò che la trastulla.
torna: si volge a ciò che la diletta (" trastulla " ).
16.91 Di picciol bene in pria sente sapore;
picciol bene: bene effimero e limitato. com'è proprio dei beni terreni.
16.92 quivi s'inganna, e dietro ad esso corre,
16.93 se guida o fren non torce suo amore.
16.94 Onde convenne legge per fren porre;
16.95 convenne rege aver che discernesse
rege: l'autorità temporale che distinguesse, della città di Dio (" vera cittade "), almeno la torre, cioè la giustizia.
16.96 de la vera cittade almen la torre.
16.97 Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
16.98 Nullo, però che 'l pastor che procede,
pastor: la guida spirituale, che precede, predica bene ed opera male. Si ricordi che l'impero è vacante e che il pontefice, secondo Dante, confonde il potere temporale con quello spirituale Tutta l'espressione ha una risonanza biblica, ricordando l'obbligo fatto agli Ebrei di mangiare soltanto animali ruminanti e dall'unghia fessa. Il pontefice, dunque, sa ruminare (" rugumar ") cioè meditare la Scrittura, ma non ha l'unghia fessa, cioè non riesce ad osservare la netta separazione che deve esistere tra il potere spirituale, proprio di lui pastore, e quello temporale, che spetta all'imperatore.
16.99 rugumar può, ma non ha l'unghie fesse;
16.100 per che la gente, che sua guida vede
16.101 pur a quel ben fedire ond'ella è ghiotta,
pur a quel ben: mirare soltanto ai beni temporali, di cui essa è ingorda (" ghiotta ").
16.102 di quel si pasce, e più oltre non chiede.
16.103 Ben puoi veder che la mala condotta
16.104 è la cagion che 'l mondo ha fatto reo,
16.105 e non natura che 'n voi sia corrotta.
16.106 Soleva Roma, che 'l buon mondo feo,
16.107 due soli aver, che l'una e l'altra strada
due soli: il pontefice e l'imperatore.
16.108 facean vedere, e del mondo e di Deo.
16.109 L'un l'altro ha spento; ed è giunta la spada
giunta: congiunta; impugnata dalla medesima mano.
16.110 col pasturale, e l'un con l'altro insieme
16.111 per viva forza mal convien che vada;
16.112 però che, giunti, l'un l'altro non teme:
16.113 se non mi credi, pon mente a la spiga,
a la spiga : al frutto derivato da questa situazione; poiché ogni erba si conosce in base al seme, contenuto nel frutto che produce.
16.114 ch'ogn'erba si conosce per lo seme.
16.115 In sul paese ch'Adice e Po riga,
In sul paese: la Lombardia, che nel Medioevo comprendeva quasi tutta l'Italia settentrionale, con la Marca Trevigiana e l'Emilia.
16.116 solea valore e cortesia trovarsi,
16.117 prima che Federigo avesse briga;
prima che Federigo: prima che Federico II venisse a contesa con i papi e i Guelfi.
16.118 or può sicuramente indi passarsi
or può: " Ora chiunque si vergognasse di ragionar coi buoni o di avvicinarli, può passare per quelle contrade, sicuro di non trovarne nessuno " (Momigliano).
16.119 per qualunque lasciasse, per vergogna
16.120 di ragionar coi buoni o d'appressarsi.
16.121 Ben v'èn tre vecchi ancora in cui rampogna
v'èn: ci sono tre vecchi la cui figura è un vivo rimprovero dell'antica età verso la nuova.
16.122 l'antica età la nova, e par lor tardo
16.123 che Dio a miglior vita li ripogna:
16.124 Currado da Palazzo e 'l buon Gherardo
Currado da Palazzo: è Corrado III dei conti di Palazzo da Brescia, capitano di parte guelfa e reggitore di alcune podesterie. Visse nella seconda metà del sec. XIII. Gherardo è della famiglia dei da Camino di Treviso, che successe nella signoria della città agli Ezzelini. Mori nel 1306.
16.125 e Guido da Castel, che mei si noma
Guido da Castel: appartenne alla famiglia dei Roberti di Reggio Emilia, e dalla sua città fu cacciato perché ghibellino. Egli meglio (" mei ") è chiamato, alla francese, il modesto Lombardo (" semplice " = simple, che in francese vale appunto modesto).
16.126 francescamente, il semplice Lombardo.
16.127 Dì oggimai che la Chiesa di Roma,
16.128 per confondere in sé due reggimenti,
16.129 cade nel fango e sé brutta e la soma».
la soma: è il potere temporale di cui si è gravata in seguito ad usurpazione.
16.130 «O Marco mio», diss'io, «bene argomenti;
16.131 e or discerno perché dal retaggio
16.132 li figli di Levì furono essenti.
li figli di Leví: la tribù dei Levi, cui era attribuito il sacerdozio, fu esclusa dal possesso dei beni temporali (" retaggio "), quando Dio distribuì la terra di Canaan.
16.133 Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio
16.134 di' ch'è rimaso de la gente spenta,
16.135 in rimprovèro del secol selvaggio?».
16.136 «O tuo parlar m'inganna, o el mi tenta»,
o el mi tenta: o mi esorta a dire più cose sul conto di Gherardo.
16.137 rispuose a me; «ché, parlandomi tosco,
16.138 par che del buon Gherardo nulla senta.
nulla senta: nulla tu sappia; mentre a Dante, toscano, non doveva essere sconosciuto, perché Gherardo era stato in rapporto con i Donati e specialmente con Corso.
16.139 Per altro sopranome io nol conosco,
16.140 s'io nol togliessi da sua figlia Gaia.
s'io nol togliessi: se non ne prendessi in prestito uno dal nome di sua figlia Gaia, e lo definissi, cioè, lieto. La " gaiezza non si disgiungeva da valore, da amore e cortesia" (Torraca).
16.141 Dio sia con voi, ché più non vegno vosco.
16.142 Vedi l'albor che per lo fummo raia
raia: raggia, irradia.
16.143 già biancheggiare, e me convien partirmi
16.144 (l'angelo è ivi) prima ch'io li paia».
16.145 Così tornò, e più non volle udirmi.
Purgatorio : Canto 17
17.1 Ricorditi, lettor, se mai ne l'alpe
ne l'alpe: in alta montagna.
17.2 ti colse nebbia per la qual vedessi
17.3 non altrimenti che per pelle talpe,
per pelle talpe: le talpe attraverso la membrana che vela i loro occhi.
17.4 come, quando i vapori umidi e spessi
17.5 a diradar cominciansi, la spera
17.6 del sol debilemente entra per essi;
17.7 e fia la tua imagine leggera
e fia: e la tua immaginazione sarà facilmente disposta (" leggera ") a comprendere come….
17.8 in giugnere a veder com'io rividi
17.9 lo sole in pria, che già nel corcar era.
che già: che già era al tramonto.
17.10 Sì, pareggiando i miei co' passi fidi
17.11 del mio maestro, usci' fuor di tal nube
17.12 ai raggi morti già ne' bassi lidi.
17.13 O imaginativa che ne rube
O imaginativa: o fantasia, che talvolta così ci astrai da noi stessi, che anche se intorno ci suonano mille trombe non ce ne accorgiamo, chi ti accende se lo stimolo non ti viene dai sensi? Ti accende (" Moveti ") una luce celeste o per virtù propria o per volere divino, che la scorta (" scorge "), cioè l'accompagna.
17.14 talvolta sì di fuor, ch'om non s'accorge
17.15 perché dintorno suonin mille tube,
17.16 chi move te, se 'l senso non ti porge?
17.17 Moveti lume che nel ciel s'informa,
17.18 per sé o per voler che giù lo scorge.
17.19 De l'empiezza di lei che mutò forma
De l'empiezza: nella mia fantasia ( " imagine " ) apparve la figurazione ( " orma ") di Progne (cfr. c. IX, n. 15).
17.20 ne l'uccel ch'a cantar più si diletta,
17.21 ne l'imagine mia apparve l'orma;
17.22 e qui fu la mia mente sì ristretta
ristretta: concentrata in sè, ché dall'esterno non poteva venire cosa che fosse da essa accolta (" ricetta ").
17.23 dentro da sé, che di fuor non venìa
17.24 cosa che fosse allor da lei ricetta.
17.25 Poi piovve dentro a l'alta fantasia
17.26 un crucifisso dispettoso e fero
un: è Aman, ministro del re di Persia, Assuero, il quale, adirato contro Mardocheo, tramò la morte sua e di tutti i Giudei. Ma la regina Ester, nipote di Mardocheo, denunciò al marito Assuero i piani dello scellerato ministro e Aman fu crocifisso sullo stesso strumento di tortura da lui preparato per Mardocheo.
17.27 ne la sua vista, e cotal si morìa;
17.28 intorno ad esso era il grande Assuero,
17.29 Estèr sua sposa e 'l giusto Mardoceo,
17.30 che fu al dire e al far così intero.
intero: integro.
17.31 E come questa imagine rompeo
17.32 sé per sé stessa, a guisa d'una bulla
bulla: bolla cui manchi la pellicola d'acqua sotto la quale si è formata.
17.33 cui manca l'acqua sotto qual si feo,
17.34 surse in mia visione una fanciulla
una fanciulla: è Lavinia, figlia del re Latino e della regina Amata. La madre, per ira contro Enea, che non voleva accettare per genero, si uccise.
17.35 piangendo forte, e dicea: «O regina,
17.36 perché per ira hai voluto esser nulla?
17.37 Ancisa t'hai per non perder Lavina;
17.38 or m'hai perduta! Io son essa che lutto,
lutto: piango (dal lat. luctus) per la tua morte, prima che per la morte di Turno ("altrui"). Turno, re dei Rutuli, era promesso sposo di Lavinia.
17.39 madre, a la tua pria ch'a l'altrui ruina».
17.40 Come si frange il sonno ove di butto
di butto: di botto, improvvisamente. .
17.41 nova luce percuote il viso chiuso,
17.42 che fratto guizza pria che muoia tutto;
che fratto guizza: che, pur interrotto, ancor serpeggia nelle membra, prima di scomparire interamente.
17.43 così l'imaginar mio cadde giuso
17.44 tosto che lume il volto mi percosse,
17.45 maggior assai che quel ch'è in nostro uso.
17.46 I' mi volgea per veder ov'io fosse,
17.47 quando una voce disse «Qui si monta»,
17.48 che da ogne altro intento mi rimosse;
17.49 e fece la mia voglia tanto pronta
17.50 di riguardar chi era che parlava,
17.51 che mai non posa, se non si raffronta.
se non si raffronta: se non trovandosi di fronte al suo oggetto, cioè all'Angelo che ha rivolto l'invito.
17.52 Ma come al sol che nostra vista grava
grava: opprime, e per troppo fulgore ( " soverchio " ) nasconde la sua forma.
17.53 e per soverchio sua figura vela,
17.54 così la mia virtù quivi mancava.
mancava: era inadeguata.
17.55 «Questo è divino spirito, che ne la
17.56 via da ir sù ne drizza sanza prego,
17.57 e col suo lume sé medesmo cela.
17.58 Sì fa con noi, come l'uom si fa sego;
sego: seco, con sè stesso. Ché colui il quale vede ciò che bisogna fare (" l'uopo ") e aspetta d'essere pregato, già si mette malignamente in atteggiamenti di rifiuto ( " al nego " ).
17.59 ché quale aspetta prego e l'uopo vede,
17.60 malignamente già si mette al nego.
17.61 Or accordiamo a tanto invito il piede;
17.62 procacciam di salir pria che s'abbui,
17.63 ché poi non si poria, se 'l dì non riede».
se 'l dì non riede: se il giorno non ritorna. E' impossibile procedere nel Purgatorio durante la notte (cfr. c. VII, 44).
17.64 Così disse il mio duca, e io con lui
17.65 volgemmo i nostri passi ad una scala;
17.66 e tosto ch'io al primo grado fui,
17.67 senti'mi presso quasi un muover d'ala
17.68 e ventarmi nel viso e dir: "Beati
e ventarmi nel viso: l'angelo cancella un'altra P. Le parole muovono da Matteo V,9: "Beati pacifici, quoniam filii Dei vocabuntur".
17.69 pacifici, che son sanz'ira mala!".
17.70 Già eran sovra noi tanto levati
17.71 li ultimi raggi che la notte segue,
che lo notte segue: ai quali vien dietro la notte.
17.72 che le stelle apparivan da più lati.
17.73 "O virtù mia, perché sì ti dilegue?",
virtù: la forza di procedere.
17.74 fra me stesso dicea, ché mi sentiva
17.75 la possa de le gambe posta in triegue.
17.76 Noi eravam dove più non saliva
17.77 la scala sù, ed eravamo affissi,
affissi: come approdati.
17.78 pur come nave ch'a la piaggia arriva.
17.79 E io attesi un poco, s'io udissi
17.80 alcuna cosa nel novo girone;
17.81 poi mi volsi al maestro mio, e dissi:
17.82 «Dolce mio padre, dì, quale offensione
offensione: peccato, che è offesa a Dio.
17.83 si purga qui nel giro dove semo?
17.84 Se i piè si stanno, non stea tuo sermone».
17.85 Ed elli a me: «L'amor del bene, scemo
17.86 del suo dover, quiritta si ristora;
quiritta: proprio qui (cfr. c. IV 125) si espia (" si ristora ") l'amore del vero bene, cui è mancata la sollecitudine dovuta (" scemo del suo dover"). E' il peccato d'accidia.
17.87 qui si ribatte il mal tardato remo.
17.88 Ma perché più aperto intendi ancora,
17.89 volgi la mente a me, e prenderai
17.90 alcun buon frutto di nostra dimora».
di nostra dimora: della sosta notturna.
17.91 «Né creator né creatura mai»,
17.92 cominciò el, «figliuol, fu sanza amore,
17.93 o naturale o d'animo; e tu 'l sai.
o naturale o d'animo: il primo è l'amore innato, istintivo, cioè determinato dalla natura; e poiché " ciò che viene dalla natura, viene da Dio " (cfr. Mon. III, XIV, 2) non può mai errare. L'altro è l'amore razionale, soggetto ad errare in tre modi : " per malo obietto ", cioè per essere rivolto ad oggetto riprovevole (superbia, invidia, ira) o "per troppo… di vigore " cioè per eccessivo interesse ai beni del mondo (avarizia, gola, lussuria) o " per poco di vigore " cioè per quella freddezza verso il sommo bene che costituisce il peccato d'accidia. Quando l'amore razionale è ben diretto verso il " primo " bene, Dio, e verso i " secondi ", i beni mondani, è moderato (" sé stesso misura "), non può esser causa di peccato (" mal diletto "); ma quando volge al male o pecca per eccesso e per difetto, la creatura (" sua fattura ") si volge contro il creatore (" 'l fattore ").
17.94 Lo naturale è sempre sanza errore,
17.95 ma l'altro puote errar per malo obietto
17.96 o per troppo o per poco di vigore.
17.97 Mentre ch'elli è nel primo ben diretto,
17.98 e ne' secondi sé stesso misura,
17.99 esser non può cagion di mal diletto;
17.100 ma quando al mal si torce, o con più cura
17.101 o con men che non dee corre nel bene,
17.102 contra 'l fattore adovra sua fattura.
17.103 Quinci comprender puoi ch'esser convene
17.104 amor sementa in voi d'ogne virtute
17.105 e d'ogne operazion che merta pene.
17.106 Or, perché mai non può da la salute
Or, perché mai: ora, poiché l'amore non può mai rimuover lo sguardo dal bene (" salute ") del soggetto (" subietto ") cioè della creatura che prova il sentimento, le cose sono sicure (" tute ", cfr. lat. tutus), cioè al riparo, dall'odio verso sè stesse: e poiché non si può concepire (" intender ") alcun essere separato e per sè stante dall'Essere primo, Dio, ne consegue che ogni creatura (" effetto ", cfr. c. XI, 3) è tagliata fuori ( decìso cfr. lat. decìdo) dalla possibilità di odiare Dio (" quello ").
17.107 amor del suo subietto volger viso,
17.108 da l'odio proprio son le cose tute;
17.109 e perché intender non si può diviso,
17.110 e per sé stante, alcuno esser dal primo,
17.111 da quello odiare ogne effetto è deciso.
17.112 Resta, se dividendo bene stimo,
Resta: dato che nessuna creatura può odiare sè stessa o Dio, rimane, se la mia classificazione è giusta, che il male che si desidera (" che s'ama ") è rivolto soltanto al prossimo; e tale amore del male del prossimo nasce in tre modi nella vostra natura, nel fango (" limo ") di cui siete impastati.
17.113 che 'l mal che s'ama è del prossimo; ed esso
17.114 amor nasce in tre modi in vostro limo.
17.115 E' chi, per esser suo vicin soppresso,
E' chi: c'è chi spera di eccellere per il fatto che il suo vicino sia da lui umiliato (" soppresso ") e solo per questo desidera che quello decada dalla sua grandezza. E' il peccato di superbia. C'è chi teme di perdere autorità, favore, onore e gloria a causa di altri che salga più in alto di lui, per cui si rode (" s'attrista ") tanto, che augura il contrario, cioè l'insuccesso, al suo rivale. E' il peccato d'invidia. E c'è chi, per un'offesa ricevuta (" ingiuria "), sembra che s'offenda (" ch'aonti ") sì che non aspiri ad altro che alla vendetta; e, ridottosi cosi ( " tal " ), gli è necessario approntare il male al prossimo. E' il peccato d'iracondia.
17.116 spera eccellenza, e sol per questo brama
17.117 ch'el sia di sua grandezza in basso messo;
17.118 è chi podere, grazia, onore e fama
17.119 teme di perder perch'altri sormonti,
17.120 onde s'attrista sì che 'l contrario ama;
17.121 ed è chi per ingiuria par ch'aonti,
17.122 sì che si fa de la vendetta ghiotto,
17.123 e tal convien che 'l male altrui impronti.
17.124 Questo triforme amor qua giù di sotto
di sotto: nei primi tre gironi del Purgatorio.
17.125 si piange; or vo' che tu de l'altro intende,
17.126 che corre al ben con ordine corrotto.
con ordine corrotto: in disordine, cioè peccando per eccesso o per difetto.
17.127 Ciascun confusamente un bene apprende
apprende: conosce; già Marco Lombardo ha detto che l'anima ha una rudimentale conoscenza del bene, in quanto " mossa da lieto fattore " (cfr. c. XVI, 89); a quel bene aspira. (" disira ") e ciascuno si sforza (" contende ") di raggiungerlo. Ma, se l'amore è fiacco, questa cornice ve ne castiga, dopo un giusto pentimento. E' il peccato d'accidia punito appunto nel quarto girone.
17.128 nel qual si queti l'animo, e disira;
17.129 per che di giugner lui ciascun contende.
17.130 Se lento amore a lui veder vi tira
17.131 o a lui acquistar, questa cornice,
17.132 dopo giusto penter, ve ne martira.
17.133 Altro ben è che non fa l'uom felice;
Altro ben: il bene mondano.
17.134 non è felicità, non è la buona
17.135 essenza, d'ogne ben frutto e radice.
17.136 L'amor ch'ad esso troppo s'abbandona,
L'amor: l'amore, che eccessivamente indulge ai beni mondani, è punito nei tre cerchi a noi sovrastanti; sono i peccati di avarizia, gola, lussuria. Cosi è chiarita la classificazione dei peccati nel Purgatorio, semplicemente riferita ai sette peccati capitali; analoga, ma più complessa classificazione dei peccati nell'Infermo, è stata esposta, sempre da Virgilio, in Inf.XI.
17.137 di sovr'a noi si piange per tre cerchi;
17.138 ma come tripartito si ragiona,
17.139 tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi».
Purgatorio : Canto 18
18.1 Posto avea fine al suo ragionamento
18.2 l'alto dottore, e attento guardava
18.3 ne la mia vista s'io parea contento;
vista: aspetto.
18.4 e io, cui nova sete ancor frugava,
18.5 di fuor tacea, e dentro dicea: "Forse
18.6 lo troppo dimandar ch'io fo li grava".
li grava: lo annoia.
18.7 Ma quel padre verace, che s'accorse
18.8 del timido voler che non s'apriva,
che non s'apriva: che non osava palesarsi.
18.9 parlando, di parlare ardir mi porse.
18.10 Ond'io: «Maestro, il mio veder s'avviva
18.11 sì nel tuo lume, ch'io discerno chiaro
18.12 quanto la tua ragion parta o descriva.
parta o descriva: affermi o esamini minutamente.
18.13 Però ti prego, dolce padre caro,
18.14 che mi dimostri amore, a cui reduci
che mi dimostri: che mi spieghi cosa sia quest'amore, a cui tu riduci ogni virtù ("ogne buono operare") e i1 suo contrario, cioè ogni vizio.
18.15 ogne buono operare e 'l suo contraro».
18.16 «Drizza», disse, «ver' me l'agute luci
18.17 de lo 'ntelletto, e fieti manifesto
18.18 l'error de' ciechi che si fanno duci.
che si fanno duci: che pretendono far da guida.
18.19 L'animo, ch'è creato ad amar presto,
presto: disposto, pronto potenzialmente.
18.20 ad ogne cosa è mobile che piace,
18.21 tosto che dal piacere in atto è desto.
tosto che: non appena, dal piacere, è sollecitato (" desto ") a tradurre in atto la sua disposizione potenziale.
18.22 Vostra apprensiva da esser verace
Vostra apprensiva: la vostra facoltà conoscitiva deriva l'immagine (" tragge intenzione ") dalla realtà (" da esser verace " ) e la chiarisce ( " spiega " ) in voi, si che fa volgere ad essa il vostro animo e se, una volta che ad essa sia intento, l'animo si sente attratto ( " si piega " ), questo è amore ed è amor naturale, cioè innato o istintivo (" natura ") che, mediante il piacere, per la prima volta (" di novo ") si concretizza in voi (" si lega ").
18.23 tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
18.24 sì che l'animo ad essa volger face;
18.25 e se, rivolto, inver' di lei si piega,
18.26 quel piegare è amor, quell'è natura
18.27 che per piacer di novo in voi si lega.
18.28 Poi, come 'l foco movesi in altura
Poi: poi, come il fuoco va verso l'alto per il suo principio formale ("forrma") che è fatto per salire verso la sua sfera, cioè quella del fuoco (cfr. Par. c. I, 115), dove dura di più trovandosi nel suo proprio elemento (" in sua matera "), cosi l'animo, preso dall'attrazione per la cosa di cui la facoltà conoscitiva gli ha fornito conoscenza (" preso "), entra in desiderio, che è moto dello spirito, e non ha tregua (" mai non posa ") finché non riesca a godere della cosa amata. E' questo l'amore d'animo.
18.29 per la sua forma ch'è nata a salire
18.30 là dove più in sua matera dura,
18.31 così l'animo preso entra in disire,
18.32 ch'è moto spiritale, e mai non posa
18.33 fin che la cosa amata il fa gioire.
18.34 Or ti puote apparer quant'è nascosa
18.35 la veritate a la gente ch'avvera
ch'avvera: che tiene per vero che l'amore sia sempre, in sè, una cosa lodevole, forse perché sempre buona sembra essere la sua materia, cioè la naturale disposizione ad amare; ma, sebbene la cera sia buona, non tutte le forme ( " segno ") impresse alla cera sono buone.
18.36 ciascun amore in sé laudabil cosa;
18.37 però che forse appar la sua matera
18.38 sempre esser buona, ma non ciascun segno
18.39 è buono, ancor che buona sia la cera».
18.40 «Le tue parole e 'l mio seguace ingegno»,
seguace: che seguiva il tuo ragionamento.
18.41 rispuos'io lui, «m'hanno amor discoverto,
18.42 ma ciò m'ha fatto di dubbiar più pregno;
18.43 ché, s'amore è di fuori a noi offerto,
ché, s'amore: ché se amore deriva da qualcosa che è fuori di noi, e se l'anima non procede che per suo naturale impulso, non è merito suo (" suo merto ") se va dritto, né è sua colpa se prende un cammino torto. E' un caratteristico esempio di sillogismo.
18.44 e l'anima non va con altro piede,
18.45 se dritta o torta va, non è suo merto».
18.46 Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede,
18.47 dir ti poss'io; da indi in là t'aspetta
t'aspetta: affidati.
18.48 pur a Beatrice, ch'è opra di fede.
18.49 Ogne forma sustanzial, che setta
Ogne forma sustanzial: ogni anima, che è separata, distinta (" setta " cfr. lat. secta) dalla materia, ma con essa legata nel corpo che forma un tutto unico, ha in sè raccolta (" colletta " cfr. lat. collecta) una particolare attitudine, che non è percepita se non quando opera, e che non si rivela altro che nei suoi effetti, come la vita in una pianta si rivela nel germogliare di verdi foglie.
18.50 è da matera ed è con lei unita,
18.51 specifica vertute ha in sé colletta,
18.52 la qual sanza operar non è sentita,
18.53 né si dimostra mai che per effetto,
18.54 come per verdi fronde in pianta vita.
18.55 Però, là onde vegna lo 'ntelletto
Però: perciò (poiché la particolare attitudine si rivela soltanto attraverso gli effetti), non si sa donde provenga la conoscenza delle cognizioni fondamentali (gli assiomi) e l'amore dei beni cui naturalmente l'uomo si rivolge (il vero, il bello, Dio), e che sono negli uomini, come nell'ape la predisposizione e la tendenza (" studio " cfr. lat. studium) a produrre il miele. E questa prima tendenza a quei beni, essendo innata, non merita né lode né biasimo.
18.56 de le prime notizie, omo non sape,
18.57 e de' primi appetibili l'affetto,
18.58 che sono in voi sì come studio in ape
18.59 di far lo mele; e questa prima voglia
18.60 merto di lode o di biasmo non cape.
18.61 Or perché a questa ogn'altra si raccoglia,
Or: ora, perché a questa innata tendenza si uniformi ogni altra voglia (" si raccoglia "), vi è innata la facoltà razionale, capace di consigliare e di controllare i desideri, prima che ad essi si dia libero sfogo ( " l'assenso " ); tale è il libero arbitrio.
18.62 innata v'è la virtù che consiglia,
18.63 e de l'assenso de' tener la soglia.
18.64 Quest'è 'l principio là onde si piglia
Quest'è 'l principio: da questa prima voglia deriva " la ragione per cui voi meritate (lode o biasimo) a seconda che essa virtù accolga e scelga come oggetti dell'amore il bene o il male" (Momigliano).
18.65 ragion di meritare in voi, secondo
18.66 che buoni e rei amori accoglie e viglia.
18.67 Color che ragionando andaro al fondo,
18.68 s'accorser d'esta innata libertate;
18.69 però moralità lasciaro al mondo.
moralità: le leggi morali.
18.70 Onde, poniam che di necessitate
18.71 surga ogne amor che dentro a voi s'accende,
18.72 di ritenerlo è in voi la podestate.
di ritenerlo: di frenarlo, se scelga il male come oggetto.
18.73 La nobile virtù Beatrice intende
La nobile virtù: la facoltà di frenare o di assecondare gli impulsi naturali. Beatrice parlerà del libero arbitrio nel c. V del Paradiso.
18.74 per lo libero arbitrio, e però guarda
18.75 che l'abbi a mente, s'a parlar ten prende».
18.76 La luna, quasi a mezza notte tarda,
La luna: la luna, che aveva tardato a levarsi fin quasi a mezzanotte.
18.77 facea le stelle a noi parer più rade,
18.78 fatta com'un secchion che tuttor arda;
un secchion: è l'aspetto convesso della luna calante.
18.79 e correa contro 'l ciel per quelle strade
per quelle strade: lungo quel cammino che il sole accende, intorno al solstizio d'inverno, quando i Romani lo vedono tramontare tra Sardegna e Corsica.
18.80 che 'l sole infiamma allor che quel da Roma
18.81 tra Sardi e ' Corsi il vede quando cade.
18.82 E quell'ombra gentil per cui si noma
18.83 Pietola più che villa mantoana,
Pietola: è l'antica Andes, patria di Virgilio, per i cui meriti essa è famosa ( " si noma " ) più che ogni altra città del Mantovano.
18.84 del mio carcar diposta avea la soma;
del mio carcar: del dubbio che mi gravava la mente.
18.85 per ch'io, che la ragione aperta e piana
18.86 sovra le mie quistioni avea ricolta,
18.87 stava com'om che sonnolento vana.
vana: vaneggia per stanchezza.
18.88 Ma questa sonnolenza mi fu tolta
18.89 subitamente da gente che dopo
18.90 le nostre spalle a noi era già volta.
18.91 E quale Ismeno già vide e Asopo
Ismeno: è, con l'Asopo, un fiume della Beozia, lungo le cui rive i Tebani correvano in folla furente, invocando Bacco, loro protettore.
18.92 lungo di sè di notte furia e calca,
18.93 pur che i Teban di Bacco avesser uopo,
18.94 cotal per quel giron suo passo falca,
falca: si rammenti il "Salcare" del passo dei cavalli. L'immagine è tolta dall'inascare che fanno la schiena e le gambe a modo di falce.
18.95 per quel ch'io vidi di color, venendo,
18.96 cui buon volere e giusto amor cavalca.
cui: che il buon volere e il giusto amore sprona ( " cavalca " ).
18.97 Tosto fur sovr'a noi, perché correndo
18.98 si movea tutta quella turba magna;
18.99 e due dinanzi gridavan piangendo:
18.100 «Maria corse con fretta a la montagna;
Maria : è il primo esempio di sollecitudine: Maria, appena saputo che Elisabetta era incinta, corse da lei per prestarle aiuto. il secondo, ricorda l'operazione militare di Cesare, il quale, per conquistare Ilerda, cioè Lerida, nella Spagna, prima colpi Marsiglia, poi, lasciato Bruto a comandante del presidio, accorse in Spagna contro Afranio e Petreio, luogotenenti di Pompeo.
18.101 e Cesare, per soggiogare Ilerda,
18.102 punse Marsilia e poi corse in Ispagna».
18.103 «Ratto, ratto, che 'l tempo non si perda
18.104 per poco amor», gridavan li altri appresso,
18.105 «che studio di ben far grazia rinverda».
rinverda: rinverdisce, ravviva.
18.106 «O gente in cui fervore aguto adesso
18.107 ricompie forse negligenza e indugio
ricompie: ricompensa.
18.108 da voi per tepidezza in ben far messo,
18.109 questi che vive, e certo i' non vi bugio,
non vi bugio: non vi mentisco.
18.110 vuole andar sù, pur che 'l sol ne riluca;
pur che: non appena.
18.111 però ne dite ond'è presso il pertugio».
18.112 Parole furon queste del mio duca;
18.113 e un di quelli spirti disse: «Vieni
18.114 di retro a noi, e troverai la buca.
18.115 Noi siam di voglia a muoverci sì pieni,
18.116 che restar non potem; però perdona,
18.117 se villania nostra giustizia tieni.
nostra giustizia: quel che giustamente siamo costretti a fare.
18.118 Io fui abate in San Zeno a Verona
Io fui abate: non si sa con precisione chi sia l'abate di San Zeno, in Verona. I commentatori, tuttavia, si orientano su un Gherardo, morto nel 1187.
18.119 sotto lo 'mperio del buon Barbarossa,
Barbarossa: è il famoso Federico I, che distrusse Milano nel 1162.
18.120 di cui dolente ancor Milan ragiona.
18.121 E tale ha già l'un piè dentro la fossa,
E tale: è Alberto della Scala, che mori il 10 settembre 1301.
18.122 che tosto piangerà quel monastero,
18.123 e tristo fia d'avere avuta possa;
18.124 perché suo figlio, mal del corpo intero,
suo figlio: il figlio illegittimo Giuseppe (" che mal nacque "), difettoso di corpo e di mente (" mal… intero "), fu creato, da Alberto, abate di San Zeno.
18.125 e de la mente peggio, e che mal nacque,
18.126 ha posto in loco di suo pastor vero».
18.127 Io non so se più disse o s'ei si tacque,
18.128 tant'era già di là da noi trascorso;
18.129 ma questo intesi, e ritener mi piacque.
18.130 E quei che m'era ad ogne uopo soccorso
18.131 disse: «Volgiti qua: vedine due
18.132 venir dando a l'accidia di morso».
18.133 Di retro a tutti dicean: «Prima fue
Prima fue: è il primo esempio di accidia punita: gli Ebrei, davanti ai quali si era aperto il mar Rosso, essendo restii a seguire Mosè, furono distrutti ad opera di Dio nel deserto prima che il Giordano, fiume della Palestina, vedesse giunger loro che erano eredi di quella terra. Il secondo: i compagni di Enea (" figlio d'Anchise ") che non sopportarono di condurre fino in fondo l'impresa, ma si fermarono in Sicilia con Aceste, si condannarono a una vita senza gloria.
18.134 morta la gente a cui il mar s'aperse,
18.135 che vedesse Iordan le rede sue.
18.136 E quella che l'affanno non sofferse
18.137 fino a la fine col figlio d'Anchise,
18.138 sé stessa a vita sanza gloria offerse».
18.139 Poi quando fuor da noi tanto divise
18.140 quell'ombre, che veder più non potiersi,
potiersi: si potevano.
18.141 novo pensiero dentro a me si mise,
18.142 del qual più altri nacquero e diversi;
18.143 e tanto d'uno in altro vaneggiai,
18.144 che li occhi per vaghezza ricopersi,
ricopersi: chiusi, per quel vagare della mente.
18.145 e 'l pensamento in sogno trasmutai.
Purgatorio : Canto 19
19.1 Ne l'ora che non può 'l calor diurno
Ne l'ora: nell'ora in cui il calore del sole non può temperare il freddo lunare, perché sopraffatto dalla naturale freddezza della terra o, se esso si trovi all'orizzonte, di Saturno pianeta che si credeva apportasse freddo; e quando i geomanti, (cioè gli indovini che ottenevano i loro presagi da figure tracciate in terra mediante la congiunzione di certi punti corrispondenti ad alcune costellazioni), vedono sorgere sul far dell'aurora il segno da essi detto di Maggior Fortuna (formato dalla congiunzione di sei stelle dell'Acquario e dei Pesci), in una zona del cielo che per poco ancora rimane oscura, in virtù di esso segno che precede l'aurora. In conclusione, Dante vuol dire che era l'alba, momento in cui si riteneva che i sogni avessero il crisma della veridicità.
19.2 intepidar più 'l freddo de la luna,
19.3 vinto da terra, e talor da Saturno
19.4 - quando i geomanti lor Maggior Fortuna
19.5 veggiono in oriente, innanzi a l'alba,
19.6 surger per via che poco le sta bruna -,
19.7 mi venne in sogno una femmina balba,
balba: balbuziente.
19.8 ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,
19.9 con le man monche, e di colore scialba.
19.10 Io la mirava; e come 'l sol conforta
19.11 le fredde membra che la notte aggrava,
aggrava: intorpidisce.
19.12 così lo sguardo mio le facea scorta
le facea scorta: le rendeva spedita, cioè capace di parlare senza balbutire, la lingua. Sotto lo sguardo di Dante avviene dunque una trasformazione della donna deforme, che si drizza sulla persona e acquista il roseo pallore che ispira sentimenti d'amore. Notare l'"enjambement" col verso successivo.
19.13 la lingua, e poscia tutta la drizzava
19.14 in poco d'ora, e lo smarrito volto,
19.15 com'amor vuol, così le colorava.
19.16 Poi ch'ell'avea 'l parlar così disciolto,
19.17 cominciava a cantar sì, che con pena
19.18 da lei avrei mio intento rivolto.
mio intento: la mia attenzione.
19.19 «Io son», cantava, «io son dolce serena,
serena: sirena; già nell'antichità le sirene simboleggiavano l'allettamento dei falsi piaceri, e ben si adatta questo ricordo mitologico alla " femmina balba " che rappresenta l'amore errante per eccesso (cfr. c. XVII, 96).
19.20 che ' marinari in mezzo mar dismago;
dismago: incanto.
19.21 tanto son di piacere a sentir piena!
19.22 Io volsi Ulisse del suo cammin vago
Io volsi: io piegai Ulisse al mio canto, distogliendolo dal suo cammino errabondo (" vago "). L'episodio di Ulisse che, legato all'albero della nave, riesce ad ascoltare il canto delle Sirene e a salvarsi perché i compagni, con la cera alle orecchia non odono il suo ordine di fermarsi, si legge nel XII canto dell'Odissea. Probabilmente Dante lo conobbe da una narrazione leggendaria medioevale.
19.23 al canto mio; e qual meco s'ausa,
meco s'ausa: prende dimestichezza con me.
19.24 rado sen parte; sì tutto l'appago!».
19.25 Ancor non era sua bocca richiusa,
19.26 quand'una donna apparve santa e presta
presta: sollecita.
19.27 lunghesso me per far colei confusa.
19.28 «O Virgilio, Virgilio, chi è questa?»,
19.29 fieramente dicea; ed el venìa
19.30 con li occhi fitti pur in quella onesta.
19.31 L'altra prendea, e dinanzi l'apria
19.32 fendendo i drappi, e mostravami 'l ventre;
19.33 quel mi svegliò col puzzo che n'uscìa.
19.34 Io mossi li occhi, e 'l buon maestro: «Almen tre
Almen tre: da lèggere "almentre".
19.35 voci t'ho messe!», dicea. «Surgi e vieni;
19.36 troviam l'aperta per la qual tu entre».
l'aperta: l'apertura della scala che mena al quinto girone (cfr. c. IV, 19).
19.37 Sù mi levai, e tutti eran già pieni
19.38 de l'alto dì i giron del sacro monte,
19.39 e andavam col sol novo a le reni.
a le reni: alle spalle. I poeti procedono verso occidente.
19.40 Seguendo lui, portava la mia fronte
19.41 come colui che l'ha di pensier carca,
19.42 che fa di sé un mezzo arco di ponte;
mezzo arco di ponte: la persona di Dante è curva come la metà di un arco di ponte.
19.43 quand'io udi' «Venite; qui si varca»,
19.44 parlare in modo soave e benigno,
19.45 qual non si sente in questa mortal marca.
marca: era, propriamente, la terra di confine. Qui vale terra, in generale.
19.46 Con l'ali aperte, che parean di cigno,
19.47 volseci in sù colui che sì parlonne
19.48 tra due pareti del duro macigno.
19.49 Mosse le penne poi e ventilonne,
e ventilonne: è l'ormai consueta maniera di cancellare le P dalla fronte del poeta.
19.50 "Qui lugent" affermando esser beati,
Qui lugent: coloro che piangono. E' parafrasi della terza beatitudine del Discorso della montagna (Matteo V 5).
19.51 ch'avran di consolar l'anime donne.
donne: signore (cfr. lat. dominae); perciò: avranno le anime ricche di consolazione ( " consolar " ).
19.52 «Che hai che pur inver' la terra guati?»,
19.53 la guida mia incominciò a dirmi,
19.54 poco amendue da l'angel sormontati.
19.55 E io: «Con tanta sospeccion fa irmi
sospeccion: sospetto, dubbio; irmi: andare.
19.56 novella vision ch'a sé mi piega,
19.57 sì ch'io non posso dal pensar partirmi».
19.58 «Vedesti», disse, «quell'antica strega
19.59 che sola sovr'a noi omai si piagne;
sovr'a noi: nei gironi rimasti si purgano i peccati determinati da eccesso di amore errante.
19.60 vedesti come l'uom da lei si slega.
19.61 Bastiti, e batti a terra le calcagne;
19.62 li occhi rivolgi al logoro che gira
logoro: cfr. Inf. c. XVII, 128.
19.63 lo rege etterno con le rote magne».
19.64 Quale 'l falcon, che prima a' piè si mira,
19.65 indi si volge c e si protende
al grido: alla voce del falconiere.
19.66 per lo disio del pasto che là il tira,
19.67 tal mi fec'io; e tal, quanto si fende
19.68 la roccia per dar via a chi va suso,
19.69 n'andai infin dove 'l cerchiar si prende.
'l cerchiar si prende: si apre il cerchio che costituisce il quinto girone.
19.70 Com'io nel quinto giro fui dischiuso,
19.71 vidi gente per esso che piangea,
19.72 giacendo a terra tutta volta in giuso.
19.73 "Adhaesit pavimento anima mea"
Adhaesit pavimento anima mea: la mia anima è rimasta attaccata alla terra (Salmo CXVIII, 25). I1 versetto è cantato dagli avari e dai prodighi, espianti in questo girone, distesi bocconi al suolo.
19.74 sentia dir lor con sì alti sospiri,
19.75 che la parola a pena s'intendea.
19.76 «O eletti di Dio, li cui soffriri
19.77 e giustizia e speranza fa men duri,
19.78 drizzate noi verso li alti saliri».
19.79 «Se voi venite dal giacer sicuri,
sicuri: liberi dal giacere, cioè esenti dalla pena.
19.80 e volete trovar la via più tosto,
19.81 le vostre destre sien sempre di fori».
di fori: di fuori, cioè a destra, verso l'esterno.
19.82 Così pregò 'l poeta, e sì risposto
19.83 poco dinanzi a noi ne fu; per ch'io
19.84 nel parlare avvisai l'altro nascosto,
l'altro: il resto, cioè colui che parlava e che non era possibile vedere, data la posizione.
19.85 e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:
19.86 ond'elli m'assentì con lieto cenno
19.87 ciò che chiedea la vista del disio.
19.88 Poi ch'io potei di me fare a mio senno,
19.89 trassimi sovra quella creatura
19.90 le cui parole pria notar mi fenno,
19.91 dicendo: «Spirto in cui pianger matura
matura: porta a compimento l'espiazione (" quel "), senza di che non si può tornare a Dio.
19.92 quel sanza 'l quale a Dio tornar non pòssi,
19.93 sosta un poco per me tua maggior cura.
sosta: interrompi.
19.94 Chi fosti e perché vòlti avete i dossi
19.95 al sù, mi dì, e se vuo' ch'io t'impetri
t'impetri: ottenga in tuo favore.
19.96 cosa di là ond'io vivendo mossi».
19.97 Ed elli a me: «Perché i nostri diretri
19.98 rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima
19.99 scias quod ego fui successor Petri.
scias: sappi ch'io fui successore di Pietro, cioè fui papa.
19.100 Intra Siestri e Chiaveri s'adima
Intra Siestri: tra Sestri e Chiavari scende a valle (" s'adima ", va ad imo, al basso) il fiume Lavagna e dal suo nome prende origine (" fa sua cima ") il titolo della mia famiglia. Chi parla è Ottobuono dei Fieschi, conti di Lavagna, pontefice dall' 11 luglio al 18 agosto 1276, col nome di Adriano IV.
19.101 una fiumana bella, e del suo nome
19.102 lo titol del mio sangue fa sua cima.
19.103 Un mese e poco più prova' io come
19.104 pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,
19.105 che piuma sembran tutte l'altre some.
19.106 La mia conversione, omè!, fu tarda;
19.107 ma, come fatto fui roman pastore,
19.108 così scopersi la vita bugiarda.
la vita bugiarda: la vita umana, che non mantiene le sue ingannevoli promesse.
19.109 Vidi che lì non s'acquetava il core,
19.110 né più salir potiesi in quella vita;
19.111 per che di questa in me s'accese amore.
19.112 Fino a quel punto misera e partita
partita: lontana.
19.113 da Dio anima fui, del tutto avara:
avara: avida, vinta dalla cupidigia.
19.114 or, come vedi, qui ne son punita.
19.115 Quel ch'avarizia fa, qui si dichiara
si dichiara: appare chiara nel modo della pena.
19.116 in purgazion de l'anime converse;
19.117 e nulla pena il monte ha più amara.
19.118 Sì come l'occhio nostro non s'aderse
non s'aderse: non seppe elevarsi.
19.119 in alto, fisso a le cose terrene,
19.120 così giustizia qui a terra il merse.
il merse: lo sommerse, costringendolo a terra.
19.121 Come avarizia spense a ciascun bene
19.122 lo nostro amore, onde operar perdési,
onde operar perdési: per cui fu inutile il nostro operare.
19.123 così giustizia qui stretti ne tene,
19.124 ne' piedi e ne le man legati e presi;
19.125 e quanto fia piacer del giusto Sire,
19.126 tanto staremo immobili e distesi».
19.127 Io m'era inginocchiato e volea dire;
19.128 ma com'io cominciai ed el s'accorse,
19.129 solo ascoltando, del mio reverire,
del mio reverire: del mio atteggiamento reverente.
19.130 «Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?».
19.131 E io a lui: «Per vostra dignitate
19.132 mia coscienza dritto mi rimorse».
19.133 «Drizza le gambe, lèvati sù, frate!»,
19.134 rispuose; «non errar: conservo sono
conservo: sono servo insieme con te e con gli altri uomini di un solo signore (" podestate ").
19.135 teco e con li altri ad una podestate.
19.136 Se mai quel santo evangelico suono
Se mai: se mai hai udito e compreso ( " intendesti ") le parole che Gesù disse ai Sadducei, per spiegare di chi sarebbe stata, dopo la resurrezione, una donna che aveva avuto sette mariti, puoi comprendere perché io ragiono così. La risposta di Gesù è " Neque nubent neque nubentur ", cioè le donne non sposeranno, né saranno sposate, perché dopo la resurrezione, di fronte a Dio, non avranno alcun valore i rapporti umani. Ecco perché Adriano V non vuole la reverenza di Dante.
19.137 che dice "Neque nubent" intendesti,
19.138 ben puoi veder perch'io così ragiono.
19.139 Vattene omai: non vo' che più t'arresti;
19.140 ché la tua stanza mio pianger disagia,
disagia: toglie agio, cioè impedisce.
19.141 col qual maturo ciò che tu dicesti.
19.142 Nepote ho io di là c'ha nome Alagia,
Alagia: Alagia Fieschi, moglie di Moroello Malaspina e figlia di Niccolò Fieschi, fratello di Adriano.
19.143 buona da sé, pur che la nostra casa
19.144 non faccia lei per essempro malvagia;
per essempro: offrendole cattivi esempi.
19.145 e questa sola di là m'è rimasa».
Purgatorio : Canto 20
20.1 Contra miglior voler voler mal pugna;
Contra miglior voler: una volontà mal riesce a combattere (" mal pugna ") contro una volontà più forte, per cui, allo scopo di fargli piacere (" per piacerli "), pur contro il mio desiderio, estrassi dall'acqua la spugna non bene imbevuta (" non sazia "), cioè mi astenni dal domandar più oltre.
20.2 onde contra 'l piacer mio, per piacerli,
20.3 trassi de l'acqua non sazia la spugna.
20.4 Mossimi; e 'l duca mio si mosse per li
20.5 luoghi spediti pur lungo la roccia,
spediti: liberi soltanto lungo la parete rocciosa, come sulle mura si procede rasente ai merli.
20.6 come si va per muro stretto a' merli;
20.7 ché la gente che fonde a goccia a goccia
fonde: effonde con le lacrime.
20.8 per li occhi il mal che tutto 'l mondo occupa,
20.9 da l'altra parte in fuor troppo s'approccia.
s'approccia: s'avvicina.
20.10 Maladetta sie tu, antica ,
lupa: è il simbolo dell'avarizia o dell'incontinenza (cfr. Inf. c. I, 49).
20.11 che più che tutte l'altre bestie hai preda
20.12 per la tua fame sanza fine cupa!
cupa: profonda, perciò insaziabile.
20.13 O ciel, nel cui girar par che si creda
nel cui girar: si credeva che il moto dei Cieli influisse sulle vicende umane.
20.14 le condizion di qua giù trasmutarsi,
20.15 quando verrà per cui questa disceda?
quando verrà: il Veltro (cfr. Inf. c. I, 101) per la cui opera (" per cui ") questa si allontani (" disceda ") dal nostro mondo, per tornare all'inferno " là onde invidia prima dipartilla " (cfr. Inf. c. I, 111).
20.16 Noi andavam con passi lenti e scarsi,
20.17 e io attento a l'ombre, ch'i' sentia
20.18 pietosamente piangere e lagnarsi;
20.19 e per ventura udi' «Dolce Maria!»
20.20 dinanzi a noi chiamar così nel pianto
20.21 come fa donna che in parturir sia;
20.22 e seguitar: «Povera fosti tanto,
20.23 quanto veder si può per quello ospizio
ospizio: la stalla di Betlemme, ove deponesti la santa creatura che porta nel seno.
20.24 dove sponesti il tuo portato santo».
20.25 Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio,
Fabrizio: è il console romano Caio Fabrizio Luscino, il quale rifiutò i doni a lui offerti, dai Sanniti prima e da Pirro dopo, e morì cosi povero, che i suoi funerali si svolsero a spese dello stato.
20.26 con povertà volesti anzi virtute
volesti anzi: preferisti.
20.27 che gran ricchezza posseder con vizio».
20.28 Queste parole m'eran sì piaciute,
20.29 ch'io mi trassi oltre per aver contezza
contezza: cognizione, conoscenza.
20.30 di quello spirto onde parean venute.
20.31 Esso parlava ancor de la larghezza
larghezza : la generosa elargizione con la quale San Niccolò, patrono di Bari, nottetempo, fornì la dote a tre fanciulle, figlie di un suo vicino, il quale, per mancanza di denaro aveva deciso di prostituirle.
20.32 che fece Niccolò a le pulcelle,
20.33 per condurre ad onor lor giovinezza.
20.34 «O anima che tanto ben favelle,
20.35 dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola
20.36 tu queste degne lode rinovelle.
rinovelle: ricordi queste meritate lodi.
20.37 Non fia sanza mercé la tua parola,
sanza mercé: senza compenso di suffragi.
20.38 s'io ritorno a compiér lo cammin corto
lo cammin corto: il resto della vita mortale.
20.39 di quella vita ch'al termine vola».
20.40 Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto
20.41 ch'io attenda di là, ma perché tanta
20.42 grazia in te luce prima che sie morto.
20.43 Io fui radice de la mala pianta
20.44 che la terra cristiana tutta aduggia,
aduggia: ricopre con la sua ombra.
20.45 sì che buon frutto rado se ne schianta.
20.46 Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia
Ma se Doagio: ma se Douai, Lilla, Gant e Bruges, città della Fiandra, potessero, presto trarrebbero vendetta del tradimento perpetrato da Filippo il Bello e dal fratello Carlo di Valois ai danni del conte di Fiandra, nel 1299. E la vendetta, in effetti, venne nel 1302, quando i Francesi subirono una dura sconfitta a Courtrai. Ennesima e feroce profezia "ex eventu".
20.47 potesser, tosto ne saria vendetta;
20.48 e io la cheggio a lui che tutto giuggia.
a lui: a Dio, colui che tutto giudica ( " giuggia " ).
20.49 Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;
Ugo Ciappetta: era il soprannome di Ugo II, duca di francia dal 960, eletto re di Francia nella Dieta di Compiègne del 987, alla morte dell'ultimo carolingio, Ludovico V il Neghittoso. Figlio dunque di Ugo il Grande, che storicamente è da considerarsi il vero fondatore della dinastia capetingia. Ma dei due Ughi Dante fa un solo personaggio.
20.50 di me son nati i Filippi e i Luigi
i Filippi e i Luigi: nomi quasi costanti dei primogeniti capetingi saliti al trono.
20.51 per cui novellamente è Francia retta.
20.52 Figliuol fu' io d'un beccaio di Parigi:
Figliuol fu' io: è una leggenda. In realtà Ugo Capeto fu figlio, come si è detto, di Ugo il Grande, duca di Francia, Borgogna e Aquitania, conte di Parigi e d'Orléans.
20.53 quando li regi antichi venner meno
li regi antichi: i Carolingi.
20.54 tutti, fuor ch'un renduto in panni bigi,
fuor ch'un: tranne Carlo, duca di Lorena, il quale però non fu affatto frate (" renduto in panni bigi ") ma, consegnato proditoriamente ad Ugo Capeto, morì poco dopo in prigione.
20.55 trova'mi stretto ne le mani il freno
trová' mi: veramente già il padre di Ugo Capeto, sia pur senza titolo regio, governava in nome degli ultimi due re Carolingi.
20.56 del governo del regno, e tanta possa
e tanta possa: e tanta potenza di nuovo acquisto e così pieno di seguaci che, alla corona vacante, fu promosso mio figlio, dal quale cominciarono le consacrazioni. In realtà le consacrazioni regie, celebrate con l'unzione nella cattedrale di Reims, cominciarono proprio con Ugo Capeto, il quale associò al governo, per assicurargli la successione al trono, il proprio figlio Roberto. E quando questi fu incoronato, la corona non era vacante ( " vedova " ) ma tale era stata alla morte di Ludovico V, cui successe proprio Ugo che tolse, con la cattura di Carlo di Lorena, zio di Luigi (cfr. n. 54), la possibilità di regnare ai Carolingi.
20.57 di nuovo acquisto, e sì d'amici pieno,
20.58 ch'a la corona vedova promossa
20.59 la testa di mio figlio fu, dal quale
20.60 cominciar di costor le sacrate ossa.
20.61 Mentre che la gran dota provenzale
Mentre che: fino a che la Provenza (avuta in dote da Carlo I d'Angiò quando sposò la figlia di Raimondo IV Belinghieri), conte di quella regione non tolse ogni ritegno (" vergogna ") ai miei successori (" al sangue mio ") questi volevano poco, ma non erano malvagi.
20.62 al sangue mio non tolse la vergogna,
20.63 poco valea, ma pur non facea male.
20.64 Lì cominciò con forza e con menzogna
Lì: dall'acquisto di quella dote, la mia discendenza cominciò la sua rapina, con violenza e con raggiri. Infatti Beatrice Berlinghieri era stata già promessa a Raimondo di Tolosa, ma Carlo d'Angiò riuscì a portargliela via; poi, per ammenda di questa mala azione, usurpò la contea del Ponthieu, la Normandia e la Guascogna. Nel 1265, Carlo venne in Italia, ove tolse il regno di Napoli agli Svevi e, per ammenda dei vecchi e nuovi misfatti, nel 1268 fece decapitare il sedicenne, innocente Corradino; e, sempre per ammenda, fece uccidere Tommaso d'Aquino, che da Napoli si recava al concilio di Lione, per impedire la sua elezione a cardinale. Quest'ultimo misfatto, tuttavia, è soltanto frutto di una tradizione non documentata. " Ammenda " è detto e ripetuto con amara ironia.
20.65 la sua rapina; e poscia, per ammenda,
20.66 Pontì e Normandia prese e Guascogna.
20.67 Carlo venne in Italia e, per ammenda,
20.68 vittima fé di Curradino; e poi
20.69 ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.
20.70 Tempo vegg'io, non molto dopo ancoi,
ancoi: non molto lontano da oggi.
20.71 che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
che tragge: che un altro Carlo si parte dalla Francia. Allude a Carlo di Valois, fratello del re Filippo il Bello, che, chiamato da Bonifacio VIII, venne in Italia nel 1301, con il pretesto di conciliare Bianchi e Neri, ma basandosi sul tradimento (" la lancia con la qual giostrò Giuda ") fu il principale artefice della cacciata dei Bianchi da Firenze. Tra gli esuli fu anche Dante.
20.72 per far conoscer meglio e sé e ' suoi.
20.73 Sanz'arme n'esce e solo con la lancia
20.74 con la qual giostrò Giuda, e quella ponta
20.75 sì ch'a Fiorenza fa scoppiar la pancia.
20.76 Quindi non terra, ma peccato e onta
Quindi non terra: di qui non ricaverà possessi territoriali, ma una vergognosa colpa, tanto più grave, quanto più lieve egli la ritiene. Il Valois prima di scendere in Italia, era chiamato Carlo Senza terra; e il fatto che egli non dia peso alla sua colpa, la rende più grave, perché dovrà scontarla. nell'altra vita.
20.77 guadagnerà, per sé tanto più grave,
20.78 quanto più lieve simil danno conta.
20.79 L'altro, che già uscì preso di nave,
L'altro: è Carlo II, figlio di Carlo I e re di Puglia. Sconfitto nel golfo di Napoli, nel 1284, da Ruggero di Lauria, ammiraglio di Pietro d'Aragona, fu catturato a bordo della sua nave (" preso di nave "). Nel 1305, patteggiò le nozze di sua figlia Beatrice, con Azzo VIII d Este, in cambiò di una forte somma.
20.80 veggio vender sua figlia e patteggiarne
20.81 come fanno i corsar de l'altre schiave.
20.82 O avarizia, che puoi tu più farne,
20.83 poscia c'ha' il mio sangue a te sì tratto,
20.84 che non si cura de la propria carne?
20.85 Perché men paia il mal futuro e 'l fatto,
Perché men paia : perché minore appaia il male futuro e quello già compiuto (" il fatto "), vedo il giglio (" fiordaliso "), simbolo della casa di Francia, irrompere in Anagni ( " Alagna " ) e Cristo essere catturato nella persona del papa, suo vicario. Allude all'affronto subito in Anagni da Bonifacio VIII (7 settembre 1302), noto come "schiaffo di Anagni", quando Sciarra Colonna e Guglielmo di Nogaret lo tennero per tre giorni come prigioniero, per mandato di Filippo il Bello.
20.86 veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
20.87 e nel vicario suo Cristo esser catto.
20.88 Veggiolo un'altra volta esser deriso;
20.89 veggio rinovellar l'aceto e 'l fiele,
20.90 e tra vivi ladroni esser anciso.
20.91 Veggio il novo Pilato sì crudele,
Veggio il novo Pilato: Filippo il Bello è tanto crudele, che l'oltraggio recato al pontefice non lo accontenta (" sazia "), ma, senza attendere la decisione di Clemente V, che aveva ordinato una inchiesta, distrugge l'Ordine dei Templari (" Tempio ") per impossessarsi dei beni di questo.
20.92 che ciò nol sazia, ma sanza decreto
20.93 portar nel Tempio le cupide vele.
20.94 O Segnor mio, quando sarò io lieto
20.95 a veder la vendetta che, nascosa,
20.96 fa dolce l'ira tua nel tuo secreto?
fa dolce: mitiga.
20.97 Ciò ch'io dicea di quell'unica sposa
Ciò ch'io dicea: Ugo Capeto risponde alla seconda domanda di Dante ( " perché sola " , v. 35) : ciò che io dicevo della Vergine e che ti fece rivolgere a me per una spiegazione ( " chiosa ") è come un responsorio alle nostre preghiere finché dura il giorno; ma, come cala la notte, invece di quegli esempi ne diciamo altri, di opposto significato, cioè di avarizia punita.
20.98 de lo Spirito Santo e che ti fece
20.99 verso me volger per alcuna chiosa,
20.100 tanto è risposto a tutte nostre prece
20.101 quanto 'l dì dura; ma com'el s'annotta,
20.102 contrario suon prendemo in quella vece.
20.103 Noi repetiam Pigmalion allotta,
Noi repetiam : allora (" allotta " ) ricordiamo Pigmalione, re di Tiro e fratello di Didone, che l'ingordigia dell'oro rese traditore di Sicheo, marito di Didone, da lui ucciso per derubarlo (" ladro ") e senza tener conto che era suo zio (" paricida ").
20.104 cui traditore e ladro e paricida
20.105 fece la voglia sua de l'oro ghiotta;
20.106 e la miseria de l'avaro Mida,
Mida: re di Frigia, ebbe da Bacco il dono di trasformare in oro qualunque cosa toccasse. Ma in tal modo i cibi e l'acqua divennero irraggiungibili per lui, dato che diventavano d'oro al contatto. Onde la " miseria… che seguì… ", sempre farà ridere come esempio di sciagurata scempiaggine.
20.107 che seguì a la sua dimanda gorda,
20.108 per la qual sempre convien che si rida.
20.109 Del folle Acàn ciascun poi si ricorda,
Del folle Acàn: malgrado l'espresso divieto di Giosuè, dopo la conquista di Gerico rubò una parte del bottino (" furò le spoglie ") e, per punizione, fu lapidato.
20.110 come furò le spoglie, sì che l'ira
20.111 di Iosuè qui par ch'ancor lo morda.
20.112 Indi accusiam col marito Saffira;
Saffira: Saffira e suo marito Anania non versarono alla comunità cristiana tutta la somma dovuta. Per cui, rimproverati da San Pietro, caddero fulminati.
20.113 lodiam i calci ch'ebbe Eliodoro;
Eliodoro: inviato da Seleuco, re di Siria, per asportare il tesoro dal tempio di Gerusalemme, fu preso a calci da un misterioso cavallo, montato da un misterioso cavaliere, apparso improvvisamente all'interno dell'edificio.
20.114 e in infamia tutto 'l monte gira
20.115 Polinestòr ch'ancise Polidoro;
Polinestòr: re della Tracia e genero di Priamo, uccise, per derubarlo, Polidoro, a lui affidato, onde salvarlo dagli orrori della guerra di Troia.
20.116 ultimamente : "Crasso,
ci si grida: qui si grida "Crasso, diccelo ( " dilci " ) se lo sai : di che sapore é l'oro?". Allude a Marco Licinio Crasso, sconfitto dai Parti e decapitato dai nemici. Quando la sua testa fu consegnata al re Orode, questi gli fece colare in bocca dell'oro dicendo: " tu ne avesti sete; bevilo, dunque ". Assai nota, infatti, era stata la cupidigia di Crasso.
20.117 dilci, che 'l sai: di che sapore è l'oro?".
20.118 Talor parla l'uno alto e l'altro basso,
Talor: talvolta gli esempi sono ricordati a bassa voce, talvolta ad alta voce, secondo il sentimento (" l'affezion ") che ci esorta a parlare (" ad ir ").
20.119 secondo l'affezion ch'ad ir ci sprona
20.120 ora a maggiore e ora a minor passo:
20.121 però al ben che 'l dì ci si ragiona,
però al ben: per questo, a ricordare gli esempi di virtù (" ben ") di cui qui ( " ci " ) si parla di giorno, non ero io solo.
20.122 dianzi non era io sol; ma qui da presso
20.123 non alzava la voce altra persona».
20.124 Noi eravam partiti già da esso,
20.125 e brigavam di soverchiar la strada
20.126 tanto quanto al poder n'era permesso,
al poder: alle possibilità. 130: Delo: l'isola di Delo era vagante sulle acque, prima che Latona la scegliesse come " nido " per partorirvi Apollo e Diana che, in quanto dei del Sole e della Luna, sono detti " occhi del cielo ".
20.127 quand'io senti', come cosa che cada,
20.128 tremar lo monte; onde mi prese un gelo
20.129 qual prender suol colui ch'a morte vada.
20.130 Certo non si scoteo sì forte Delo,
20.131 pria che Latona in lei facesse 'l nido
20.132 a parturir li due occhi del cielo.
20.133 Poi cominciò da tutte parti un grido
20.134 tal, che 'l maestro inverso me si feo,
20.135 dicendo: «Non dubbiar, mentr'io ti guido».
Non dubbiar: non temere.
20.136 "Gloria in excelsis" tutti "Deo"
20.137 dicean, per quel ch'io da' vicin compresi,
20.138 onde intender lo grido si poteo.
20.139 No' istavamo immobili e sospesi
20.140 come i pastor che prima udir quel canto,
come i pastor: come i pastori, che per primi udirono quel canto annunciante la nascita di Gesù.
20.141 fin che 'l tremar cessò ed el compiési.
ed el: e il canto ebbe termine col " tremar ".
20.142 Poi ripigliammo nostro cammin santo,
20.143 guardando l'ombre che giacean per terra,
20.144 tornate già in su l'usato pianto.
20.145 Nulla ignoranza mai con tanta guerra
Nulla ignoranza: nessuna cosa ignota mi rese mai desideroso di sapere con tanta ansiosa urgenza ( " guerra " ) quanta mi pareva di averne allora.
20.146 mi fé desideroso di sapere,
20.147 se la memoria mia in ciò non erra,
20.148 quanta pareami allor, pensando, avere;
20.149 né per la fretta dimandare er'oso,
20.150 né per me lì potea cosa vedere:
per me: con i miei soli mezzi, senza spiegazione.
20.151 così m'andava timido e pensoso.
Purgatorio : Canto 21
21.1 La sete natural che mai non sazia
La sete natural: la sete di sapere, che mai non si appaga ( " sazia ", usato intransitivamente) se non con l'acqua della verità, di cui la Samaritana chiese il dono (" grazia "). Allude all'episodio evangelico della donna di Samaria, cui Gesù chiese dell'acqua e che, meravigliata dalla dimestichezza mostratale da Lui, ch'era Giudeo, si sentì rispondere che se avesse saputo chi era colui che le aveva chiesto l'acqua, ella stessa avrebbe a lui domandato da bere non l'acqua del pozzo che non sazia, ma l'acqua della verità. La Samaritana gli chiese allora di quest'acqua. Vangelo di San Giovanni (IV, 6).
21.2 se non con l'acqua onde la femminetta
21.3 samaritana domandò la grazia,
21.4 mi travagliava, e pungeami la fretta
21.5 per la 'mpacciata via dietro al mio duca,
la 'mpacciata via: la via ingombra d'anime.
21.6 e condoleami a la giusta vendetta.
e condoleami: e provavo compassione di fronte alla giusta espiazione.
21.7 Ed ecco, sì come ne scrive Luca
scrive Luca: nel Vangelo di San Luca si legge che Cristo, risorto dal sepolcro, apparve sulla strada di Emmaus a due discepoli e si accompagnò con loro (cfr. Luca XXIV, 13).
21.8 che Cristo apparve a' due ch'erano in via,
21.9 già surto fuor de la sepulcral buca,
21.10 ci apparve un'ombra, e dietro a noi venìa,
21.11 dal piè guardando la turba che giace;
dal piè guardando: che badavamo (" guardando " con valore di participio) a non urtare col piede la turba prostrata delle anime.
21.12 né ci addemmo di lei, sì parlò pria,
ci addemmo: ci accorgemmo.
21.13 dicendo; «O frati miei, Dio vi dea pace».
vi dea: vi dia.
21.14 Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio
21.15 rendéli 'l cenno ch'a ciò si conface.
ch'a ciò si conface: che si addice a rendere il saluto.
21.16 Poi cominciò: «Nel beato concilio
21.17 ti ponga in pace la verace corte
21.18 che me rilega ne l'etterno essilio».
che me rilega: è Virgilio che parla ed egli è relegato nel Limbo ( " l'etterno essilio " ).
21.19 «Come!», diss'elli, e parte andavam forte:
parte: intanto (cfr. Inf. c. XXIX, 16).
21.20 «se voi siete ombre che Dio sù non degni,
21.21 chi v'ha per la sua scala tanto scorte?».
scorte: scortate, guidate.
21.22 E 'l dottor mio: «Se tu riguardi a' segni
a' segni: alle P incise sulla fronte di Dante.
21.23 che questi porta e che l'angel profila,
21.24 ben vedrai che coi buon convien ch'e' regni.
coi buon: coi beati, cioè è ammesso alla salvazione.
21.25 Ma perché lei che dì e notte fila
lei: colei che fila notte e giorno lo stame della vita. E' Lachesi, una delle tre Parche; Cloto è l'altra Parca che pone ( " impone " ) per ciascuno il filo sulla rocca e lo avvolge (" compila ") con la mano.
21.26 non li avea tratta ancora la conocchia
21.27 che Cloto impone a ciascuno e compila,
21.28 l'anima sua, ch'è tua e mia serocchia,
serocchia: sorella (cfr. c. IV, 111 e n.).
21.29 venendo sù, non potea venir sola,
21.30 però ch'al nostro modo non adocchia.
non adocchia: non può vedere come facciamo noi.
21.31 Ond'io fui tratto fuor de l'ampia gola
ampia gola: il Limbo, il primo e perciò il più ampio dei cerchi dell'Inferno.
21.32 d'inferno per mostrarli, e mosterrolli
mosterrolli: gli mostrerò.
21.33 oltre, quanto 'l potrà menar mia scola.
21.34 Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli
21.35 diè dianzi 'l monte, e perché tutto ad una
ad una: insieme (cfr. c. IV, 17).
21.36 parve gridare infino a' suoi piè molli».
molli: i piedi del monte sono bagnati dal mare.
21.37 Sì mi diè, dimandando, per la cruna
Sì mi diè… per la cruna: colpì nel segno del mio desiderio con la stessa pressione con cui si infila la cruna di un ago.
21.38 del mio disio, che pur con la speranza
che pur: che, soltanto per la speranza di sapere, il mio desiderio si fece meno assillante.
21.39 si fece la mia sete men digiuna.
21.40 Quei cominciò: «f che sanza
Cosa non è: non vi è cosa che subisca la regola sacra ( " relïgione " ) della montagna, senza un preordinato volere ( " ordine " ), o che sia insolita. Qui c'è libertà da ogni alterazione degli elementi naturali; ed ogni perturbazione trova la sua causa ( " cagione " ) solo in ciò che il cielo riceve in sè da sè stesso.
21.41 ordine senta la religione
21.42 de la montagna, o che sia fuor d'usanza.
21.43 Libero è qui da ogne alterazione:
Libero: questo luogo è esente da tutte le alterazioni che vediamo solitamente seguire là dove sono gli elementi e le loro mistura (Scartazzini-Vandelli).
21.44 di quel che 'l ciel da sé in sé riceve
21.45 esser ci puote, e non d'altro, cagione.
21.46 Per che non pioggia, non grando, non neve,
grando: grandine.
21.47 non rugiada, non brina più sù cade
più sù: al disopra della (" che ") scaletta formata da tre gradini all'ingresso del Purgatorio.
21.48 che la scaletta di tre gradi breve;
21.49 nuvole spesse non paion né rade,
21.50 né coruscar, né figlia di Taumante,
né coruscar: né lampi, né arcobaleno (personificato da Iride, figlia di Taumante e di Elettra).
21.51 che di là cangia sovente contrade;
21.52 secco vapor non surge più avante
secco vapor: il vento, che, secondo la dottrina aristotelica era formato dal vapore secco e sottile; dal vapore secco e forte era originato invece il terremoto.
21.53 ch'al sommo d'i tre gradi ch'io parlai,
21.54 dov'ha 'l vicario di Pietro le piante.
'l vicario: l'Angelo portiere.
21.55 Trema forse più giù poco o assai;
più giù: al di sotto della porta del Purgatorio.
21.56 ma per vento che 'n terra si nasconda,
ma per vento: il vapore secco e forte sprigionato dalla terra (cfr. n. 52).
21.57 non so come, qua sù non tremò mai.
21.58 Tremaci quando alcuna anima monda
Tremaci: trema qui (" ci ") quando un'anima si sente purificata.
21.59 sentesi, sì che surga o che si mova
21.60 per salir sù; e tal grido seconda.
seconda: la segue.
21.61 De la mondizia sol voler fa prova,
De la mondizia: dell'avvenuta purificazione è prova soltanto la volontà, che sorprende l'anima purificata, del tutto libera a mutar compagnia (" convento ", cfr. lat. conventus), e le è proficua (" di voler le giova "). Anche prima l'anima vorrebbe salire al cielo ( " vuol ben " ) ma non glielo consente la tendenza agli appetiti riprovevoli (" talento ") che va purgata e che la divina giustizia pone al tormento contro la volontà, come contro la volontà fu l'anima dal talento condotta a peccare.
21.62 che, tutto libero a mutar convento,
21.63 l'alma sorprende, e di voler le giova.
21.64 Prima vuol ben, ma non lascia il talento
21.65 che divina giustizia, contra voglia,
21.66 come fu al peccar, pone al tormento.
21.67 E io, che son giaciuto a questa doglia
21.68 cinquecent'anni e più, pur mo sentii
21.69 libera volontà di miglior soglia:
21.70 però sentisti il tremoto e li pii
21.71 spiriti per lo monte render lode
21.72 a quel Segnor, che tosto sù li 'nvii».
che tosto: che presto li avvii al cielo. E' formula augurale.
21.73 Così ne disse; e però ch'el si gode
21.74 tanto del ber quant'è grande la sete.
21.75 non saprei dir quant'el mi fece prode.
mi fece prode: mi giovò (cfr. c. XV, 42).
21.76 E 'l savio duca: «Omai veggio la rete
la rete: è il " talento " (cfr. v. 64).
21.77 che qui v'impiglia e come si scalappia,
si scalappia: si scioglie il calappio, il nodo.
21.78 perché ci trema e di che congaudete.
ci trema: qui trema.
21.79 Ora chi fosti, piacciati ch'io sappia,
21.80 e perché tanti secoli giaciuto
21.81 qui se', ne le parole tue mi cappia».
mi cappia: sia contenuto per me (" cappia " dal verbo capere, usato ancor oggi in alcuni dialetti: ci cape = c'entra, è contenuto).
21.82 «Nel tempo che 'l buon Tito, con l'aiuto
Nel tempo: quando Tito, con l'aiuto di Dio, vendico le piaghe (" le fòra ") donde sgorgò il sangue del Redentore venduto da Giuda. Cioè, quando, nel 70, l'imperatore Tito distrusse Gerusalemme.
21.83 del sommo rege, vendicò le fóra
21.84 ond'uscì 'l sangue per Giuda venduto,
21.85 col nome che più dura e più onora
col nome: col nome di poeta, che più dura.
21.86 era io di là», rispuose quello spirto,
21.87 «famoso assai, ma non con fede ancora.
21.88 Tanto fu dolce mio vocale spirto,
mio vocale spirto: l'ispirazione del mio canto.
21.89 che, tolosano, a sé mi trasse Roma,
tolosano: nato a Tolosa, si credette nel Medio Evo, per una confusione con Lucio Stazio Ursolo, rettore della Gallia Narbonese. Stazio nacque invece a Napoli, come si apprese nel sec. XV, dalla lettura del suo poema, le "Selve", scoperto da Poggio Bracciolini.
21.90 dove mertai le tempie ornar di mirto.
21.91 Stazio la gente ancor di là mi noma:
Stazio: è Publio Papinio Stazio, nato circa il 50 e morto circa il 96. Insigne poeta latino dell'età argentea, compose la "Tebaide" e l'"Achilleide" e fu molto noto nel Medio Evo.
21.92 cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
21.93 ma caddi in via con la seconda soma.
caddi: morii quando ancora lavorava all'"Achilleide".
21.94 Al mio ardor fuor seme le faville,
21.95 che mi scaldar, de la divina fiamma
21.96 onde sono allumati più di mille;
21.97 de l'Eneida dico, la qual mamma
21.98 fummi e fummi nutrice poetando:
21.99 sanz'essa non fermai peso di dramma.
senz'essa: senza l'Eneide non fermai sulla carta cosa che valesse una " dramma " (l'ottava parte di un'oncia).
21.100 E per esser vivuto di là quando
21.101 visse Virgilio, assentirei un sole
assentirei un sole: acconsentirei a rimanere un anno (" un sole ") più del dovuto, in Purgatorio.
21.102 più che non deggio al mio uscir di bando».
21.103 Volser Virgilio a me queste parole
21.104 con viso che, tacendo, disse "Taci";
21.105 ma non può tutto la virtù che vuole;
la virtù che vuole: la volontà.
21.106 ché riso e pianto son tanto seguaci
21.107 a la passion di che ciascun si spicca,
a la passion: al sentimento, dal quale ciascuno trae origine (" si spicca "), che meno asseconda la volontà nelle persone più sincere (" veraci ").
21.108 che men seguon voler ne' più veraci.
21.109 Io pur sorrisi come l'uom ch'ammicca;
21.110 per che l'ombra si tacque, e riguardommi
21.111 ne li occhi ove 'l sembiante più si ficca;
ove 'l sembiante: ove più si raccoglie l'espressione.
21.112 e «Se tanto labore in bene assommi»,
Se tanto labore: possa tu portare a compimento (" in bene assommi ") questo faticoso cammino (" labore ").
21.113 disse, «perché la tua faccia testeso
testeso: or ora.
21.114 un lampeggiar di riso dimostrommi?».
21.115 Or son io d'una parte e d'altra preso:
21.116 l'una mi fa tacer, l'altra scongiura
21.117 ch'io dica; ond'io sospiro, e sono inteso
21.118 dal mio maestro, e «Non aver paura»,
21.119 mi dice, «di parlar; ma parla e digli
21.120 quel ch'e' dimanda con cotanta cura».
21.121 Ond'io: «Forse che tu ti maravigli,
21.122 antico spirto, del rider ch'io fei;
21.123 ma più d'ammirazion vo' che ti pigli.
d'ammirazion: di meraviglia.
21.124 Questi che guida in alto li occhi miei,
21.125 è quel Virgilio dal qual tu togliesti
21.126 forza a cantar de li uomini e d'i dèi.
21.127 Se cagion altra al mio rider credesti,
21.128 lasciala per non vera, ed esser credi
21.129 quelle parole che di lui dicesti».
21.130 Già s'inchinava ad abbracciar li piedi
ad abbracciar: abbracciare le gambe e i piedi era gesto dell'inferiore al superiore.
21.131 al mio dottor, ma el li disse: «Frate,
21.132 non far, ché tu se' ombra e ombra vedi».
21.133 Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate
21.134 comprender de l'amor ch'a te mi scalda,
21.135 quand'io dismento nostra vanitate,
dismento: dimentico (cfr. c. XIV,56 " s'ammenta " di cui la forma " dismento " è il contrario).
21.136 trattando l'ombre come cosa salda».
Purgatorio : Canto 22
22.1 Già era l'angel dietro a noi rimaso,
l'angel: è l'Angelo guardiano del sesto girone, che cancella dalla fronte di Dante la quinta P, e pronuncia, della quarta beatitudine, soltanto le parole: "Beati qui sitiunt iustitiam". La parola "esuriunt" è accennata invece dall'angelo della temperanza (cfr. c. XXIV, n. 151).
22.2 l'angel che n'avea vòlti al sesto giro,
22.3 avendomi dal viso un colpo raso;
22.4 e quei c'hanno a giustizia lor disiro
22.5 detto n'avea beati, e le sue voci
22.6 con "sitiunt", sanz'altro, ciò forniro.
forniro: finirono, terminarono.
22.7 E io più lieve che per l'altre foci
foci: i passaggi dall'uno all'altro girone.
22.8 m'andava, sì che sanz'alcun labore
labore: fatica (cfr. lat. labor).
22.9 seguiva in sù li spiriti veloci;
22.10 quando Virgilio incominciò: «Amore,
Amore: l'amore virtuoso sempre suscitò un sentimento che lo ricambiasse, purché fosse manifestato (" paresse fore "). Si ricordino le parole di Francesca (cfr. Inf. c. V, 103).
22.11 acceso di virtù, sempre altro accese,
22.12 pur che la fiamma sua paresse fore;
22.13 onde da l'ora che tra noi discese
22.14 nel limbo de lo 'nferno Giovenale,
Giovenale: è Decimo Giunio Giovenale, poeta satirico latino, vissuto dal 47 ca.al 130 ca., contemporaneo ed estimatore di Stazio.
22.15 che la tua affezion mi fé palese,
22.16 mia benvoglienza inverso te fu quale
benvoglienza: affetto.
22.17 più strinse mai di non vista persona,
22.18 sì ch'or mi parran corte queste scale.
mi parran corte: perché si trova in così cara compagnia.
22.19 Ma dimmi, e come amico mi perdona
22.20 se troppa sicurtà m'allarga il freno,
sicurtà: franchezza.
22.21 e come amico omai meco ragiona:
22.22 come poté trovar dentro al tuo seno
22.23 loco avarizia, tra cotanto senno
22.24 di quanto per tua cura fosti pieno?».
22.25 Queste parole Stazio mover fenno
22.26 un poco a riso pria; poscia rispuose:
22.27 «Ogne tuo dir d'amor m'è caro cenno.
22.28 Veramente più volte appaion cose
22.29 che danno a dubitar falsa matera
falsa matera: falso argomento di dubbio.
22.30 per le vere ragion che son nascose.
22.31 La tua dimanda tuo creder m'avvera
m'avvera: mi dimostra.
22.32 esser ch'i' fossi avaro in l'altra vita,
22.33 forse per quella cerchia dov'io era.
22.34 Or sappi ch'avarizia fu partita
partita: lontana.
22.35 troppo da me, e questa dismisura
e questa dismisura: e questo eccesso contrario all'avarizia, perciò la prodigalità, migliaia di lunazioni (" lunari "), cioè di mesi, hanno punita. Sono infatti più di seimila mesi (cfr. " cinquecent'anni e più ", c. XXI, 68).
22.36 migliaia di lunari hanno punita.
22.37 E se non fosse ch'io drizzai mia cura,
22.38 quand'io intesi là dove tu chiame,
chiame: gridi.
22.39 crucciato quasi a l'umana natura:
22.40 "Per che non reggi tu, o sacra fame
Per che non reggi: ricorda un verso virgiliano: "Quid non mortalia pectora cogis Auri sacra fames?" (cfr. En. III, 5657), che vale: "a che non spingi tu gli animi umani, o esacranda fame dell'oro?". Dante, nella sua parafrasi, sembra aver frainteso il testo. Ma alcuni commentatori intesero: Per quali malvagità (" Perché ") non guidi….
22.41 de l'oro, l'appetito de' mortali?",
22.42 voltando sentirei le giostre grame.
voltando: si ricordi che gli avari e i prodighi puniti nell'Infermo voltano " pesi per forza di poppa " (cfr. Inf. c. VII 27).
22.43 Allor m'accorsi che troppo aprir l'ali
22.44 potean le mani a spendere, e pente'mi
22.45 così di quel come de li altri mali.
22.46 Quanti risurgeran coi crini scemi
coi crini scemi: cfr. Inf. c. VII, 57 e nota.
22.47 per ignoranza, che di questa pecca
22.48 toglie 'l penter vivendo e ne li stremi!
e ne li stremi: e perfino negli estremi momenti della vita. L'" ignoranza " è quella che impedisce, spesso, di sapere che la prodigalità è peccato.
22.49 E sappie che la colpa che rimbecca
E sappie: e sappi che il peccato (" la colpa ") che si contrappone esattamente ad un altro, insieme con esso qui, nel quinto girone, viene espiato (" suo verde secca ").
22.50 per dritta opposizione alcun peccato,
22.51 con esso insieme qui suo verde secca;
22.52 però, s'io son tra quella gente stato
22.53 che piange l'avarizia, per purgarmi,
22.54 per lo contrario suo m'è incontrato».
22.55 «Or quando tu cantasti le crude armi
22.56 de la doppia trestizia di Giocasta»,
Giocasta: vedova di Laio re di Tebe, si congiunse incestuosamente col figlio Edipo e ne ebbe i due figli Eteocle e Polinice (cfr. Inf. c. XXVI, 54 e n.). Stazio nella Tebaide cantò appunto le "armi " che son dette " crude " perché impugnate da un fratello contro l'altro.
22.57 disse 'l cantor de' buccolici carmi,
'l cantor: Virgilio, autore delle "Bucoliche" o "Ecloghe".
22.58 «per quello che Cliò teco lì tasta,
Cliò: è Clio, musa della storia; tasta: tocca.
22.59 non par che ti facesse ancor fedele
22.60 la fede, sanza qual ben far non basta.
la fede: la vera fede, senza la quale le buone opere non bastano. 6I. qual sole: quale illuminazione divina o quale ammaestramento degli uomini (" candele ").
22.61 Se così è, qual sole o quai candele
22.62 ti stenebraron sì, che tu drizzasti
22.63 poscia di retro al pescator le vele?».
al pescator: a San Pietro, pescatore d'anime.
22.64 Ed elli a lui: «Tu prima m'inviasti
m'inviasti: tu mi avviasti alla poesia ( " Parnaso " ) e alla conversione (" appresso Dio " ).
22.65 verso Parnaso a ber ne le sue grotte,
22.66 e prima appresso Dio m'alluminasti.
22.67 Facesti come quei che va di notte,
22.68 che porta il lume dietro e sé non giova,
22.69 ma dopo sé fa le persone dotte,
22.70 quando dicesti: "Secol si rinova;
Secol si rinova: richiama i vv. 5-7 della IV Bucolica di Virgilio "Magnus ab integro saeclorum nascitur ordo; Iam redit et Virgo, redeunt Saturnia regna, iam nova progenies caelo demittitur alto ", con i quali il poeta alludeva alla nascita del figlio di Asinio Pollione, ma in cui nel Medioevo si volle leggere una profezia della nascita di Cristo (cfr. Inf. c. I, n. 72).
22.71 torna giustizia e primo tempo umano,
22.72 e progenie scende da ciel nova".
22.73 Per te poeta fui, per te cristiano:
22.74 ma perché veggi mei ciò ch'io disegno,
mei: meglio.
22.75 a colorare stenderò la mano:
22.76 Già era 'l mondo tutto quanto pregno
22.77 de la vera credenza, seminata
22.78 per li messaggi de l'etterno regno;
per li messaggi: dagli Apostoli.
22.79 e la parola tua sopra toccata
22.80 si consonava a' nuovi predicanti;
si consonava: si accordava senza contrasto.
22.81 ond'io a visitarli presi usata.
usata: usanza.
22.82 Vennermi poi parendo tanto santi,
22.83 che, quando Domizian li perseguette,
Domizian: l'imperatore Domiziano ordinò violente persecuzioni dei Cristiani; regnò dall'81 al 96.
22.84 sanza mio lagrimar non fur lor pianti;
22.85 e mentre che di là per me si stette,
22.86 io li sovvenni, e i lor dritti costumi
22.87 fer dispregiare a me tutte altre sette.
22.88 E pria ch'io conducessi i Greci a' fiumi
E pria: e prima che, componendo il poema Tebaide, io conducessi i Greci alleati di Polinice all'Ismeno e all'Asopo, i due fiumi di Tebe, (cfr. c. XVIII, 91), io fui battezzato.
22.89 di Tebe poetando, ebb'io battesmo;
22.90 ma per paura chiuso cristian fu'mi,
chiuso: clandestino.
22.91 lungamente mostrando paganesmo;
22.92 e questa tepidezza il quarto cerchio
il quarto cerchio: dunque, prima di espiare nel quinto girone la prodigalità, Stazio, per più di quattrocento anni, fu punito nel quarto, con gli accidiosi.
22.93 cerchiar mi fé più che 'l quarto centesmo.
22.94 Tu dunque, che levato hai il coperchio
22.95 che m'ascondeva quanto bene io dico,
22.96 mentre che del salire avem soverchio,
avem soverchio: ci resta del tempo per salire.
22.97 dimmi dov'è Terrenzio nostro antico,
Terrenzio: Publio Terenzio Afro, poeta comico latino, vissuto circa dal 192 al 159 a.C. "Cecilio" è Stazio Cecilio, commediografo latino, morto intorno al 168 a. C. Altro commediografo è Plauto, di Sarsina, vissuto circa dal 254 ca. al 184 ca. a.C., il più celebre commediografo latino, le cui opere furono scoperte nel XV secolo. Varro è il poeta epico e tragico Lucio Vario Rufo, vissuto in età augustea.
22.98 Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:
22.99 dimmi se son dannati, e in qual vico».
in qual vico : in qual luogo ( " vico " cfr. lat. vicus: contrada).
22.100 «Costoro e Persio e io e altri assai»,
Persio: Aulo Persio Flacco, poeta satirico vissuto dal 34 al 62, contemporaneo di Giovenale (v. 14).
22.101 rispuose il duca mio, «siam con quel Greco
quel Greco: Omero (cfr. inf. c. IV, 86 e segg.).
22.102 che le Muse lattar più ch'altri mai,
22.103 nel primo cinghio del carcere cieco:
nel primo cinghio: nel primo cerchio, il Limbo.
22.104 spesse fiate ragioniam del monte
del monte: del Parnaso (v. 65), ove abitano le nostre " nutrici ", cioè le Muse.
22.105 che sempre ha le nutrice nostre seco.
22.106 Euripide v'è nosco e Antifonte,
Euripide: grande poeta tragico greco (480-406 a.C:); altri tragici sono Agatone e Antifonte; Simonide, di Ceo, è il famoso lirico.
22.107 Simonide, Agatone e altri piùe
22.108 Greci che già di lauro ornar la fronte.
22.109 Quivi si veggion de le genti tue
de le genti tue: dei tuoi personaggi; Antigone, figlia di Edipo, lo accompagnò già cieco nell'Attica, poi, tornata con la sorella Ismene a Tebe diede sepoltura al corpo del fratello Polinice, contravvenendo agli ordini del tiranno Creonte, che le fece uccidere entrambe. Deifile è la moglie di Tideo, uno dei sette re che combatterono a Tebe e la sorella Argia è la moglie di Polinice.
22.110 Antigone, Deifile e Argia,
22.111 e Ismene sì trista come fue.
22.112 Védeisi quella che mostrò Langia;
Védeisi: vi si vede Isifile (cfr. Inf. c. XVIII, n. 88), la quale indicò la fonte Langia a quelli che combattevano contro Tebe.
22.113 èvvi la figlia di Tiresia, e Teti
la figlia di Tiresia: è Manto, che abbiamo incontrata non nel Limbo, ma tra gli indovini (cfr. Inf. XX, 52). Il Torraca, pensando a un errore dei copisti, propone: " la figlia di Nereo, Teti ". Altri suppone che Dante abbia aggiunto l'episodio di Manto (Inf. XX) correggendo l'Inferno e scordando il fuggevole accenno qui fatto della figlia di Tiresia.
22.114 e con le suore sue Deidamia».
Deidamia: figlia di Licomede e moglie di Achille (cfr. Inf. c. XXVI, 62).
22.115 Tacevansi ambedue già li poeti,
22.116 di novo attenti a riguardar dintorno,
22.117 liberi da saliri e da pareti;
22.118 e già le quattro ancelle eran del giorno
le quattro ancelle: le prime quattro ore del giorno.
22.119 rimase a dietro, e la quinta era al temo,
al temo: al timone del carro del sole, volgendone in su la punta fiammeggiante.
22.120 drizzando pur in sù l'ardente corno,
22.121 quando il mio duca: «Io credo ch'a lo stremo
a lo stremo: all'estremità esterna del girone.
22.122 le destre spalle volger ne convegna,
22.123 girando il monte come far solemo».
22.124 Così l'usanza fu lì nostra insegna,
22.125 e prendemmo la via con men sospetto
con men sospetto: con minor timore di sbagliare, per l'assicurazione fornita da Stazio (" anima degna ").
22.126 per l'assentir di quell'anima degna.
22.127 Elli givan dinanzi, e io soletto
22.128 di retro, e ascoltava i lor sermoni,
22.129 ch'a poetar mi davano intelletto.
22.130 Ma tosto ruppe le dolci ragioni
22.131 un alber che trovammo in mezza strada,
22.132 con pomi a odorar soavi e buoni;
22.133 e come abete in alto si digrada
22.134 di ramo in ramo, così quello in giuso,
in giuso: in basso; cioè, al contrario dell'abete, si presentava come un cono dal vertice in basso.
22.135 cred'io, perché persona sù non vada.
22.136 Dal lato onde 'l cammin nostro era chiuso,
22.137 cadea de l'alta roccia un liquor chiaro
22.138 e si spandeva per le foglie suso.
22.139 Li due poeti a l'alber s'appressaro;
22.140 e una voce per entro le fronde
22.141 gridò: «Di questo cibo avrete caro».
avrete caro: avrete carestia, cioè non potrete coglierne frutto.
22.142 Poi disse: «Più pensava Maria onde
Più pensava: è il primo esempio di temperanza. Maria, alle nozze di Cana, quando fece operare da Gesù il miracolo dell'acqua trasformata in vino, pensava più al decoro del festino che alla sue bocca; quella bocca che ora risponde alle vostre preghiere intercedendo presso Dio.
22.143 fosser le nozze orrevoli e intere,
22.144 ch'a la sua bocca, ch'or per voi risponde.
22.145 E le Romane antiche, per lor bere,
22.146 contente furon d'acqua; e Daniello
Daniello: Daniele rifiutò i cibi offertigli dal re Nabucodonosor e, per la sua temperanza, ebbe da Dio il dono della profezia.
22.147 dispregiò cibo e acquistò savere.
22.148 Lo secol primo, quant'oro fu bello,
Lo secol primo: la prima età, finché fu veramente quella dell'oro.
22.149 fé savorose con fame le ghiande,
22.150 e nettare con sete ogne ruscello.
22.151 Mele e locuste furon le vivande
Mele e locuste: miele e cavallette.
22.152 che nodriro il Batista nel diserto;
22.153 per ch'elli è glorioso e tanto grande
22.154 quanto per lo Vangelio v'è aperto».
Purgatorio : Canto 23
23.1 Mentre che li occhi per la fronda verde
23.2 ficcava io sì come far suole
23.3 chi dietro a li uccellin sua vita perde,
chi dietro: il cacciatore.
23.4 lo più che padre mi dicea: «Figliuole,
23.5 vienne oramai, ché 'l tempo che n'è imposto
23.6 più utilmente compartir si vuole».
23.7 Io volsi 'l viso, e 'l passo non men tosto,
23.8 appresso i savi, che parlavan sìe,
23.9 che l'andar mi facean di nullo costo.
23.10 Ed ecco piangere e cantar s'udìe
23.11 "Labia mea, Domine" per modo
Labia: è il verso 17° del "Miserere".
23.12 tal, che diletto e doglia parturìe.
23.13 «O dolce padre, che è quel ch'i' odo?»,
23.14 comincia' io; ed elli: «Ombre che vanno
23.15 forse di lor dover solvendo il nodo».
solvendo: sciogliendo.
23.16 Sì come i peregrin pensosi fanno,
23.17 giugnendo per cammin gente non nota,
giugnendo: raggiungendo lungo il cammino gente sconosciuta.
23.18 che si volgono ad essa e non restanno,
23.19 così di retro a noi, più tosto mota,
più tosto mota: andando più veloce di noi.
23.20 venendo e trapassando ci ammirava
23.21 d'anime turba tacita e devota.
23.22 Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
oscura e cava: smagrita al punto che le orbite incavate creavano un'ombra e la pelle si modellava sulle ossa.
23.23 palida ne la faccia, e tanto scema,
23.24 che da l'ossa la pelle s'informava.
23.25 Non credo che così a buccia strema
23.26 Erisittone fosse fatto secco,
Erisittone: Eresitone, figlio di un re della Tessaglia, fu punito dalla dea Cerere, per aver tagliato un albero in un bosco a lei sacro, con una insaziabile fame che lo condusse a divorare se stesso, quando più ebbe timore di restar digiuno.
23.27 per digiunar, quando più n'ebbe tema.
23.28 Io dicea fra me stesso pensando: "Ecco
23.29 la gente che perdé Ierusalemme,
la gente: i Giudei assediati da Tito, quando Maria di Eleazaro divorò suo figlio, accecata dalla fame.
23.30 quando Maria nel figlio diè di becco!"
23.31 Parean l'occhiaie anella sanza gemme:
23.32 chi nel viso de li uomini legge "omo"
legge " omo ": nel Medio Evo si credeva di poter leggere nel volto umano la parola "omo" formata dalle linee orbitali e nasali (la m) e dagli occhi (le due o, inserite nei bracci della m). Perciò in questi volti, essendo gli occhi incavati, rimaneva l'emme.
23.33 ben avria quivi conosciuta l'emme.
23.34 Chi crederebbe che l'odor d'un pomo
23.35 sì governasse, generando brama,
23.36 e quel d'un'acqua, non sappiendo como?
23.37 Già era in ammirar che sì li affama,
Già era: già consideravo, meravigliato, cosa potesse affamarli così.
23.38 per la cagione ancor non manifesta
23.39 di lor magrezza e di lor trista squama,
trista squama: la pelle inaridita.
23.40 ed ecco del profondo de la testa
23.41 volse a me li occhi un'ombra e guardò fiso;
23.42 poi gridò forte: «Qual grazia m'è questa?».
23.43 Mai non l'avrei riconosciuto al viso;
23.44 ma ne la voce sua mi fu palese
23.45 ciò che l'aspetto in sé avea conquiso.
conquiso: nascosto.
23.46 Questa favilla tutta mi raccese
23.47 mia conoscenza a la cangiata labbia,
labbia: aspetto (cfr. Inf. c. VII, 7).
23.48 e ravvisai la faccia di Forese.
Forese: Forese Donati, detto Bicci, figlio di Simone e fratello di Corso (cfr. c. XXIV, 82) e di Piccarda (cfr. Par. c. III, 34). Fu amico intimo di Dante, con il quale visse un periodo di vita scioperata e godereccia, culminato con la famosa Tenzone in sei sonetti violenti e sboccati. Morì nel 1296.
23.49 «Deh, non contendere a l'asciutta scabbia
non contendere: non badare.
23.50 che mi scolora», pregava, «la pelle,
23.51 né a difetto di carne ch'io abbia;
difetto di carne: mancanza di carne.
23.52 ma dimmi il ver di te, di' chi son quelle
23.53 due anime che là ti fanno scorta;
23.54 non rimaner che tu non mi favelle!».
23.55 «La faccia tua, ch'io lagrimai già morta,
23.56 mi dà di pianger mo non minor doglia»,
23.57 rispuos'io lui, «veggendola sì torta.
torta: sfigurata.
23.58 Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;
vi sfoglia : vi desquama la pelle (cfr. " asciutta scabbia ", v.49).
23.59 non mi far dir mentr'io mi maraviglio,
23.60 ché mal può dir chi è pien d'altra voglia».
23.61 Ed elli a me: «De l'etterno consiglio
23.62 cade vertù ne l'acqua e ne la pianta
23.63 rimasa dietro ond'io sì m'assottiglio.
23.64 Tutta esta gente che piangendo canta
23.65 per seguitar la gola oltra misura,
per seguitar: per seguire il peccato di gola. Siamo tra i golosi.
23.66 in fame e 'n sete qui si rifà santa.
23.67 Di bere e di mangiar n'accende cura
23.68 l'odor ch'esce del pomo e de lo sprazzo
de lo sprazzo: dallo zampillo.
23.69 che si distende su per sua verdura.
23.70 E non pur una volta, questo spazzo
spazzo: spazio, spianata che costituisce il sesto girone.
23.71 girando, si rinfresca nostra pena:
23.72 io dico pena, e dovrìa dir sollazzo,
23.73 ché quella voglia a li alberi ci mena
23.74 che menò Cristo lieto a dire "Elì",
a dire "Elì": a dire "Elì, Elì, lamma sabacthani?"; cioè: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?", quando sulla croce ci liberò col suo sangue (" vena ").
23.75 quando ne liberò con la sua vena».
23.76 E io a lui: «Forese, da quel dì
23.77 nel qual mutasti mondo a miglior vita,
23.78 cinq'anni non son vòlti infino a qui.
23.79 Se prima fu la possa in te finita
23.80 di peccar più, che sovvenisse l'ora
23.81 del buon dolor ch'a Dio ne rimarita,
23.82 come se' tu qua sù venuto ancora?
23.83 Io ti credea trovar là giù di sotto
là giù: nell'Antipurgatorio, dove si compensa ( " ristora " ) col tempo dell'attesa il tempo trascorso prima del pentimento.
23.84 dove tempo per tempo si ristora».
23.85 Ond'elli a me: «Sì tosto m'ha condotto
23.86 a ber lo dolce assenzo d'i martìri
assenzo: assenzio, bevanda amara già ricordata.
23.87 la Nella mia con suo pianger dirotto.
la Nella: è la nobilissima vedova dl Forese.
23.88 Con suoi prieghi devoti e con sospiri
23.89 tratto m'ha de la costa ove s'aspetta,
23.90 e liberato m'ha de li altri giri.
23.91 Tanto è a Dio più cara e più diletta
23.92 la vedovella mia, che molto amai,
23.93 quanto in bene operare è più soletta;
23.94 ché la Barbagia di Sardigna assai
la Barbagia: regione montuosa della Sardegna, i cui abitanti avevano la diffusa e gratuita fama di esser licenziosi e corrotti.
23.95 ne le femmine sue più è pudica
23.96 che la Barbagia dov'io la lasciai.
23.97 O dolce frate, che vuo' tu ch'io dica?
23.98 Tempo futuro m'è già nel cospetto,
23.99 cui non sarà quest'ora molto antica,
23.100 nel qual sarà in pergamo interdetto
in pergamo: dal pulpito, nelle chiese.
23.101 a le sfacciate donne fiorentine
23.102 l'andar mostrando con le poppe il petto.
23.103 Quai barbare fuor mai, quai saracine,
saracine: le donne musulmane non trovano nella loro religione alcuna inibizione alla naturale lussuria.
23.104 cui bisognasse, per farle ir coperte,
23.105 o spiritali o altre discipline?
discipline: sanzioni.
23.106 Ma se le svergognate fosser certe
23.107 di quel che 'l ciel veloce loro ammanna,
ammanna: ammannisce, prepara.
23.108 già per urlare avrian le bocche aperte;
23.109 ché se l'antiveder qui non m'inganna,
23.110 prima fien triste che le guance impeli
prima fien triste: saranno contristate dalla sciagura, prima che cresca la barba ai fanciulli che ora si cullano con la ninna nanna.
23.111 colui che mo si consola con nanna.
23.112 Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!
23.113 vedi che non pur io, ma questa gente
23.114 tutta rimira là dove 'l sol veli».
'l sol veli: fai ombra al sole.
23.115 Per ch'io a lui: «Se tu riduci a mente
23.116 qual fosti meco, e qual io teco fui,
qual fosti meco: allusione al periodo di traviamento comune e alla Tenzone.
23.117 ancor fia grave il memorar presente.
23.118 Di quella vita mi volse costui
23.119 che mi va innanzi, l'altr'ier, quando tonda
23.120 vi si mostrò la suora di colui»,
la suora: la sorella del sole ( "colui ") personificato in Apollo, è la luna, personificata in Diana (cfr. c. XX, 132 e nota 130).
23.121 e 'l sol mostrai; «costui per la profonda
23.122 notte menato m'ha d'i veri morti
23.123 con questa vera carne che 'l seconda.
23.124 Indi m'han tratto sù li suoi conforti,
23.125 salendo e rigirando la montagna
23.126 che drizza voi che 'l mondo fece torti.
23.127 Tanto dice di farmi sua compagna,
compagna: compagnia.
23.128 che io sarò là dove fia Beatrice;
23.129 quivi convien che sanza lui rimagna.
23.130 Virgilio è questi che così mi dice»,
23.131 e addita'lo; «e quest'altro è quell'ombra
23.132 per cui scosse dianzi ogne pendice
23.133 lo vostro regno, che da sé lo sgombra».
Purgatorio : Canto 24
24.1 Né 'l dir l'andar, né l'andar lui più lento
24.2 facea, ma ragionando andavam forte,
24.3 sì come nave pinta da buon vento;
24.4 e l'ombre, che parean cose rimorte,
rimorte: più che morte:.
24.5 per le fosse de li occhi ammirazione
24.6 traean di me, di mio vivere accorte.
24.7 E io, continuando al mio sermone,
24.8 dissi: «Ella sen va sù forse più tarda
Ella: l'anima di Stazio, forse, procede più lentamente, per accompagnarsi a Virgilio, di quanto non farebbe se fosse sola.
24.9 che non farebbe, per altrui cagione.
24.10 Ma dimmi, se tu sai, dov'è Piccarda;
Piccarda: è la sorella di Forese.
24.11 dimmi s'io veggio da notar persona
24.12 tra questa gente che sì mi riguarda».
24.13 «La mia sorella, che tra bella e buona
24.14 non so qual fosse più, triunfa lieta
24.15 ne l'alto Olimpo già di sua corona».
ne l'alto Olimpo: in Paradiso.
24.16 Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta
24.17 di nominar ciascun, da ch'è sì munta
munta… via: smunta.
24.18 nostra sembianza via per la dieta.
24.19 Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta,
Bonagiunta: è Bonagiunta Orbicciani da Lucca, rozzo rimatore del sec. XIII, che trapianta modi siciliani a presentimenti dello stilnovo.
24.20 Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
quella faccia: è Simone de Brion, pontefice dal 1281 al 1285 col nome di di Martino IV. E' detto dal Torso, cioè di Tours, sebbene fosse nato a Montpincé nella Briè, perché a Tours fu tesoriere della cattedrale. Si racconta che tra i suoi piatti preferiti fossero le anguille del lago di Bolsena, annegate nella vernaccia e poi arrostite.
24.21 di là da lui più che l'altre trapunta
24.22 ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:
24.23 dal Torso fu, e purga per digiuno
24.24 l'anguille di Bolsena e la vernaccia».
24.25 Molti altri mi nomò ad uno ad uno;
24.26 e del nomar parean tutti contenti,
24.27 sì ch'io però non vidi un atto bruno.
un atto bruno: un gesto che dimostrasse l'adombrarsi di qualcuno.
24.28 Vidi per fame a vòto usar li denti
24.29 Ubaldin da la Pila e Bonifazio
Ubaldin de la Pila e Bonifazio: il primo, Ubaldino degli Ubaldini della Pila fu fratello del cardinale Ottaviano (cfr. Inf.X, 120) e padre dell'Arcivescovo Ruggieri; l'altro è Bonifazio Fieschi, di Genova, nipote di Innocenzo IV. Fu arcivescovo di Ravenna e usò un pastorale non ricurvo ma " fatto di sopra al modo del roco de li scacchi " (Lana).
24.30 che pasturò col rocco molte genti.
24.31 Vidi messer Marchese, ch'ebbe spazio
messer Marchese: podestà di Faenza nel 1296, appartenne alla famiglia degli Argogliosi di Forlì, dove ebbe agio di bere con minor arsura (" secchezza ") eppure fu così forte bevitore, che non fu mai sazio.
24.32 già di bere a Forlì con men secchezza,
24.33 e sì fu tal, che non si sentì sazio.
24.34 Ma come fa chi guarda e poi s'apprezza
s'apprezza: fa conto.
24.35 più d'un che d'altro, fei a quel da Lucca,
a quel da Lucca: a Bonagiunta, che più d'ogni altro sembrava voler notizia (" contezza ") di me.
24.36 che più parea di me aver contezza.
24.37 El mormorava; e non so che «Gentucca»
24.38 sentiv'io là, ov'el sentia la piaga
ov'el sentia: " dove più sentiva il tormento della giustizia che così li consuma " (Momigliano), cioè la bocca. Bonagiunta mormorava una parola che a Dante sembra essere "Gentucca".
24.39 de la giustizia che sì li pilucca.
24.40 «O anima», diss'io, «che par sì vaga
24.41 di parlar meco, fa sì ch'io t'intenda,
24.42 e te e me col tuo parlare appaga».
24.43 «Femmina è nata, e non porta ancor benda»,
e non porta ancor benda: le donne sposate e le vedove portavano in capo una benda col soggolo, nera le prime, bianca le seconde (cfr. c. VIII, 74). Gentucca (forse Gentucca Morla, moglie di Bonaccorso Fondora), dunque, nel 1300 non era ancora sposata.
24.44 cominciò el, «che ti farà piacere
24.45 la mia città, come ch'om la riprenda.
come ch'om la riprenda: per quanto le si rimproveri. Si ricordi che i Lucchesi avevano fama di barattieri (cfr. Inf. c. XXI, 41).
24.46 Tu te n'andrai con questo antivedere:
antivedere: profezia. Bonagiunta profetizza a Dante che quando andrà esule a Lucca, una fanciulla, Gentucca, gli saprà render meno doloroso il soggiorno in quella città; e che la confusione generata dal suo mormorio gli sarà chiarita dalla realtà.
24.47 se nel mio mormorar prendesti errore,
24.48 dichiareranti ancor le cose vere.
24.49 Ma dì s'i' veggio qui colui che fore
fore: fuori.
24.50 trasse le nove rime, cominciando
24.51 "Donne ch'avete intelletto d'amore"».
Donne ch'avete: così comincia la prima canzone della "Vita Nuova" di Dante, opera che segna l'avvento dello Stilnovo (" le nove rime "), cioè della maniera di cantare, nuova rispetto alla scuola provenzaleggiante, cui appartenne Bonagiunta e alla scuola dottrinale, cui appartenne Guittone d'Arezzo. Nei versi seguenti, Dante espone la propria poetica.
24.52 E io a lui: «I' mi son un che, quando
24.53 Amor mi spira, noto, e a quel modo
noto: imprimo nell'animo.
24.54 ch'e' ditta dentro vo significando».
vo significando: esprimo.
24.55 «O frate, issa vegg'io», diss'elli, «il nodo
issa: ora, cfr. Inf. c. XXIII, 7); il nodo: l'impedimento.
24.56 che 'l Notaro e Guittone e me ritenne
'l Notaro: Iacopo da Lentini, poeta provenzaleggiante, esponente della scuola siciliana, detto per antonomasia il Notaio, morto verso il 1250; Guittone d'Arezzo (1230 ca.-1294), rimatore fra quelli detti "di transizione", fu esponente della scuola dottrinale in Toscana.
24.57 di qua dal dolce stil novo ch'i' odo!
24.58 Io veggio ben come le vostre penne
24.59 di retro al dittator sen vanno strette,
al dittator: ad Amore (cfr. vv. 53-57).
24.60 che de le nostre certo non avvenne;
24.61 e qual più a gradire oltre si mette,
e qual: e chiunque si pone a riguardare al di là (" oltre ") di quel che abbiamo detto, non vede più la differenza tra l'uno e l'altro stile.
24.62 non vede più da l'uno a l'altro stilo»;
24.63 e, quasi contentato, si tacette.
24.64 Come li augei che vernan lungo 'l Nilo,
Come li augei: come le gru, uccelli che svernano (" vernan ") lungo il Nilo.
24.65 alcuna volta in aere fanno schiera,
24.66 poi volan più a fretta e vanno in filo,
24.67 così tutta la gente che lì era,
24.68 volgendo 'l viso, raffrettò suo passo,
24.69 e per magrezza e per voler leggera.
24.70 E come l'uom che di trottare è lasso,
24.71 lascia andar li compagni, e sì passeggia
passeggia: va di passo.
24.72 fin che si sfoghi l'affollar del casso,
l'affollar del casso: l'ansimare (cfr. lat. "follis": mantice) del petto ( " casso ", cfr. Inf. c. XII, 122).
24.73 sì lasciò trapassar la santa greggia
24.74 Forese, e dietro meco sen veniva,
24.75 dicendo: «Quando fia ch'io ti riveggia?».
Quando fia: quando accadrà che io ti riveda?.
24.76 «Non so», rispuos'io lui, «quant'io mi viva;
24.77 ma già non fia il tornar mio tantosto,
ma già non fia: ma il mio ritorno non sarà mai tanto sollecito quanto io desidero.
24.78 ch'io non sia col voler prima a la riva;
24.79 però che 'l loco u' fui a viver posto,
'l loco: il luogo dove (" ù " ) fui posto a vivere, cioè Firenze, quotidianamente si spoglia ( " spolpa " ) e sembra avviato ( " disposto " ) a dolorosa rovina.
24.80 di giorno in giorno più di ben si spolpa,
24.81 e a trista ruina par disposto».
24.82 «Or va», diss'el; «che quei che più n'ha colpa,
quei che più n'ha colpa: è Corso Donati, fratello di Forese, uno dei più accesi fautori di parte Nera e perciò avversario politico di Dante. Qui Forese, nella sua previsione, ne indica il modo della morte quando, accusato di tradimento dai suoi, Corso fu colpito mentre fuggiva a cavallo e, rimasto impigliato nei finimenti, fu rovinosamente trascinato dall'animale. Dante immagina che il cavallo trascini il malcapitato direttamente all'inferno (" la valle ove mai non si scolpa ").
24.83 vegg'io a coda d'una bestia tratto
24.84 inver' la valle ove mai non si scolpa.
24.85 La bestia ad ogne passo va più ratto,
24.86 crescendo sempre, fin ch'ella il percuote,
24.87 e lascia il corpo vilmente disfatto.
24.88 Non hanno molto a volger quelle ruote»,
24.89 e drizzò li ochi al ciel, «che ti fia chiaro
24.90 ciò che 'l mio dir più dichiarar non puote.
24.91 Tu ti rimani omai; ché 'l tempo è caro
24.92 in questo regno, sì ch'io perdo troppo
24.93 venendo teco sì a paro a paro».
a paro a paro: procedendo con la stessa tua andatura. Si ricordi che le anime camminammo veloci e che Forese ha rallentato come " l'uom che di trottare è lasso " (v. 70).
24.94 Qual esce alcuna volta di gualoppo
24.95 lo cavalier di schiera che cavalchi,
24.96 e va per farsi onor del primo intoppo,
primo intoppo: il primo scontro.
24.97 tal si partì da noi con maggior valchi;
valchi: passi.
24.98 e io rimasi in via con esso i due
24.99 che fuor del mondo sì gran marescalchi.
marescalchi: maestri; cioè Virgilio e Stazio.
24.100 E quando innanzi a noi intrato fue,
24.101 che li occhi miei si fero a lui seguaci,
24.102 come la mente a le parole sue,
24.103 parvermi i rami gravidi e vivaci
parvermi: mi apparvero.
24.104 d'un altro pomo, e non molto lontani
24.105 per esser pur allora vòlto in laci.
per esser: per il fatto di aver girato in là (cfr. lat. illac) soltanto allora.
24.106 Vidi gente sott'esso alzar le mani
24.107 e gridar non so che verso le fronde,
24.108 quasi bramosi fantolini e vani,
fantolini: fanciullini ingenui (" vani ").
24.109 che pregano, e 'l pregato non risponde,
24.110 ma, per fare esser ben la voglia acuta,
24.111 tien alto lor disio e nol nasconde.
lor disio: l'oggetto desiderato.
24.112 Poi si partì sì come ricreduta;
ricreduta: rassegnata.
24.113 e noi venimmo al grande arbore adesso,
adesso: subito.
24.114 che tanti prieghi e lagrime rifiuta.
24.115 «Trapassate oltre sanza farvi presso:
24.116 legno è più sù che fu morso da Eva,
legno è più sù: l'albero della scienza del bene e del male, il cui frutto fu morso da Eva, ha fornito il legno di questa pianta.
24.117 e questa pianta si levò da esso».
24.118 Sì tra le frasche non so chi diceva;
24.119 per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,
24.120 oltre andavam dal lato che si leva.
dal lato che si leva: lungo la costa, che s'innalza.
24.121 «Ricordivi», dicea, «d'i maladetti
d'i maladetti: sono i Centauri, figli di Issíone e di Néfele, una nube da lui scambiata per Giunone. Essi dal, petto in su erano uomini e nel resto cavalli (" doppi petti "). Invitati alle nozze di Piritoo con Ippodamia, si ubriacarono (" satolli ") e, in conseguenza, tentarono di violentare le donne presenti al banchetto, ma furono battuti da Teseo. E' questo il primo esempio di golosità punita.
24.122 nei nuvoli formati, che, satolli,
24.123 Teseo combatter co' doppi petti;
24.124 e de li Ebrei ch'al ber si mostrar molli,
24.125 per che no i volle Gedeon compagni,
Gedeon: Gedeone, combattendo contro i Madianiti, escluse dall'impresa quegli Ebrei che alla fonte di Arad si erano adagiati a terra per bere con comodo, invece di attingere acqua con la mano, per cui si mostrarono amanti delle comodità (" molli ").
24.126 quando inver' Madian discese i colli».
24.127 Sì accostati a l'un d'i due vivagni
vivagni: margini.
24.128 passammo, udendo colpe de la gola
24.129 seguite già da miseri guadagni.
24.130 Poi, rallargati per la strada sola,
sola: solitaria; sgombra di anime.
24.131 ben mille passi e più ci portar oltre,
24.132 contemplando ciascun sanza parola.
24.133 «Che andate pensando sì voi sol tre?».
24.134 sùbita voce disse; ond'io mi scossi
24.135 come fan bestie spaventate e poltre.
e poltre: e disturbate nel loro poltrire.
24.136 Drizzai la testa per veder chi fossi;
24.137 e già mai non si videro in fornace
24.138 vetri o metalli sì lucenti e rossi,
24.139 com'io vidi un che dicea: «S'a voi piace
un: è l'angelo della temperanza, di un colore vivo e incandescente, come vetro o metallo fuso.
24.140 montare in sù, qui si convien dar volta;
24.141 quinci si va chi vuole andar per pace».
24.142 L'aspetto suo m'avea la vista tolta;
24.143 per ch'io mi volsi dietro a' miei dottori,
24.144 com'om che va secondo ch'elli ascolta.
com'om: come chi vada guidato dal suono.
24.145 E quale, annunziatrice de li albori,
24.146 l'aura di maggio movesi e olezza,
24.147 tutta impregnata da l'erba e da' fiori;
24.148 tal mi senti' un vento dar per mezza
24.149 la fronte, e ben senti' mover la piuma,
24.150 che fé sentir d'ambrosia l'orezza.
che fé sentir: che profumò (cfr. francese "sentir") l'aria (" l'orezza ") d'ambrosia.
24.151 E senti' dir: «Beati cui alluma
Beati: beati coloro ai quali risplende tanta grazia che l'amore della gola non infonde ( " fuma " ) nel loro petto troppo desiderio, appetendo (" esuriendo ") sempre quanto è giusto. E' un'allusione alla quarta beatitudine evangelica (cfr. c. XXII, 1).
24.152 tanto di grazia, che l'amor del gusto
24.153 nel petto lor troppo disir non fuma,
24.154 esuriendo sempre quanto è giusto!».
Purgatorio : Canto 25
25.1 Ora era onde 'l salir non volea storpio;
Ora era: era un'ora così tarda che il salire non ammetteva indugio (" storpio ": impedimento), poiché il sole aveva lasciato il cerchio meridiano al Toro, cioè era passato mezzogiorno.
25.2 ché 'l sole avea il cerchio di merigge
25.3 lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:
Scorpio: la costellazione dello Scorpione.
25.4 per che, come fa l'uom che non s'affigge
non s'affigge: non s arresta.
25.5 ma vassi a la via sua, che che li appaia,
25.6 se di bisogno stimolo il trafigge,
il trafigge: punge.
25.7 così intrammo noi per la callaia,
callaia: passaggio stretto.
25.8 uno innanzi altro prendendo la scala
25.9 che per artezza i salitor dispaia.
che per artezza: che per strettezza impedisce che si possa salire affiancati.
25.10 E quale il cicognin che leva l'ala
25.11 per voglia di volare, e non s'attenta
25.12 d'abbandonar lo nido, e giù la cala;
25.13 tal era io con voglia accesa e spenta
25.14 di dimandar, venendo infino a l'atto
25.15 che fa colui ch'a dicer s'argomenta.
s'argomenta: fa del tutto per parlare.
25.16 Non lasciò, per l'andar che fosse ratto,
Non lasciò: non tralasciò di acconsentire al mio desiderio.
25.17 lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca
25.18 l'arco del dir, che 'nfino al ferro hai tratto».
che 'nfino al ferro: fino alla punta ferrata del dardo.
25.19 Allor sicuramente apri' la bocca
25.20 e cominciai: «Come si può far magro
Come si può: come è possibile dimagrire a chi non è stretto dalla necessità (" uopo ") di nutrirsi, cioè alle ombre?.
25.21 là dove l'uopo di nodrir non tocca?».
25.22 «Se t'ammentassi come Meleagro
Meleagro: figlio del re Oeneo e di Altea, a lui le Parche destinarono una vita non più lunga del tempo impiegato, per bruciare, da un tizzone, acceso quando nacque. La madre spense e occultò il tizzone ma, allorché Meleagro le uccise i fratelli, in seguito alla questione del cinghiale Caledonio, lo diede nuovamente alle fiamme e la vita di Meleagro si consumò con esso. Virgilio vuol dire dunque che la domanda di Dante ha la sua risposta in un fatto sovrannaturale.
25.23 si consumò al consumar d'un stizzo,
25.24 non fora», disse, «a te questo sì agro;
25.25 e se pensassi come, al vostro guizzo,
guizzo: movimento.
25.26 guizza dentro a lo specchio vostra image,
25.27 ciò che par duro ti parrebbe vizzo.
vizzo: molle, cioè non duro a comprendersi.
25.28 Ma perché dentro a tuo voler t'adage,
25.29 ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego
25.30 che sia or sanator de le tue piage».
piage: piaghe. Il dubbio è come una piaga.
25.31 «Se la veduta etterna li dislego»,
Se la veduta etterna: se gli sciolgo il dubbio circa quel che Dio vede, mentre ci sei tu che sei nostro sommo maestro, mi scusi il fatto che io non posso negarti nulla che tu mi chieda.
25.32 rispuose Stazio, «là dove tu sie,
25.33 discolpi me non potert'io far nego».
25.34 Poi cominciò: «Se le parole mie,
25.35 figlio, la mente tua guarda e riceve,
25.36 lume ti fiero al come che tu die.
che tu die: che tu dì, dici.
25.37 Sangue perfetto, che poi non si beve
Sangue perfetto: la parte più pura del sangue, che non viene mai in circolazione nelle vene, e si conserva come cibo che si tolga da mensa perché non consumato, prende nel cuore la capacità di informare tulle le membra dell'uomo, come il sangue meno puro, che va attraverso le vene, ha la capacità di formare le membra (" a farsi quelle "), nutrendole. Secondo Tommaso d'Aquino, infatti, una parte del sangue, non contribuendo al fenomeno della digestione, era destinato alla concezione, venendo a costituire il seme (cfr. "Summa Theologica", III, 31, 5).
25.38 da l'assetate vene, e si rimane
25.39 quasi alimento che di mensa leve,
25.40 prende nel core a tutte membra umane
25.41 virtute informativa, come quello
25.42 ch'a farsi quelle per le vene vane.
25.43 Ancor digesto, scende ov'è più bello
Ancor digesto: nuovamente trasformato, in liquido seminale, scende negli organi genitali ( " ov'è più bello tacer che dire "); e di qui poi stilla (" geme ") sul sangue femminile in un naturale ricettacolo, la matrice. Qui l'un sangue s'unisce all'altro; l'uno costituito in modo da subire e l'altro da agire, dato l'organo perfetto, il cuore, dal quale proviene; e una volta giunto, il sangue maschile, divenuto seme, in un primo tempo manifesta la sua attività, formando un coagulo e poi, dando vita a ciò a cui ha dato consistenza perché fosse materia al suo operare.
25.44 tacer che dire; e quindi poscia geme
25.45 sovr'altrui sangue in natural vasello.
25.46 Ivi s'accoglie l'uno e l'altro insieme,
25.47 l'un disposto a patire, e l'altro a fare
25.48 per lo perfetto loco onde si preme;
25.49 e, giunto lui, comincia ad operare
25.50 coagulando prima, e poi avviva
25.51 ciò che per sua matera fé constare.
25.52 Anima fatta la virtute attiva
Anima fatta: allorché la virtù attiva del seme è divenuta anima vegetativa quale è quella di una pianta, (ma con la differenza che l'anima del feto è suscettibile di sviluppo, e quella della pianta è già completa), opera poi tanto che acquista sentimento e motilità, come un fungo marino; è divenuta, cioè, anima sensitiva e da questo momento si trasforma in virtù attiva e comincia a costituire gli organi dei sensi, di cui è seme.
25.53 qual d'una pianta, in tanto differente,
25.54 che questa è in via e quella è già a riva,
25.55 tanto ovra poi, che già si move e sente,
25.56 come spungo marino; e indi imprende
25.57 ad organar le posse ond'è semente.
25.58 Or si spiega, figliuolo, or si distende
Or si spiega : qui si dilata e si sviluppa la virtù informativa, che proviene dal cuore del genitore, dove la natura provvede a tutte le membra.
25.59 la virtù ch'è dal cor del generante,
25.60 dove natura a tutte membra intende.
25.61 Ma come d'animal divegna fante,
fante: essere razionale, parlante (cfr. lat. fans).
25.62 non vedi tu ancor: quest'è tal punto,
25.63 che più savio di te fé già errante,
più savio di te: allude ad Averroè (cfr. Inf. c. IV, 144).
25.64 sì che per sua dottrina fé disgiunto
fé disgiunto: affermò che l'intelletto possibile è disgiunto dall'anima, perché non vedeva alcun organo " deputato propriamente a lo intelletto, come è l'orecchio ad udire " (Buti).
25.65 da l'anima il possibile intelletto,
25.66 perché da lui non vide organo assunto.
25.67 Apri a la verità che viene il petto;
25.68 e sappi che, sì tosto come al feto
e sappi che: e sappi che non appena nel feto l'ornamento del cervello è compiuto, Dio (" lo motor primo ") si volge ad esso feto, lieto di tanta arte naturale e infonde un'anima nuova, piena di virtù, la quale attiva e trasforma nella sua stessa sostanza, sostituendosi all'anima vegetativa e sensitiva, le attività che vi trova e diviene un'anima unica che vive sente e riflette; cioè è insieme vegetativa, sensitiva e razionale.
25.69 l'articular del cerebro è perfetto,
25.70 lo motor primo a lui si volge lieto
25.71 sovra tant'arte di natura, e spira
25.72 spirito novo, di vertù repleto,
repleto: ripieno.
25.73 che ciò che trova attivo quivi, tira
25.74 in sua sustanzia, e fassi un'alma sola,
25.75 che vive e sente e sé in sé rigira.
25.76 E perché meno ammiri la parola,
25.77 guarda il calor del sole che si fa vino,
25.78 giunto a l'omor che de la vite cola.
25.79 Quando Làchesis non ha più del lino,
Làchesis: Lachesi è quella delle tre Parche che fila lo stame della vita. Quando lo stame è finito, l'anima si libera dalla carne e porta con come principio virtuale (" in virtute ") le facoltà vegetative e sensitive (" l'umano ") insieme a quelle intellettive o razionali (" 'l divino "). E mentre le prime, private dei loro organi, sono come mute, la memoria, l'intelligenza e la volontà, libere dal peso del corpo, divengono in atto più acute.
25.80 solvesi da la carne, e in virtute
25.81 ne porta seco e l'umano e 'l divino:
25.82 l'altre potenze tutte quante mute;
25.83 memoria, intelligenza e volontade
25.84 in atto molto più che prima agute.
25.85 Sanza restarsi per sé stessa cade
25.86 mirabilmente a l'una de le rive;
a l'una de le rive: o sulla riva d'Acheronte, o sulla foce del Tevere; e qui conosce il suo futuro destino.
25.87 quivi conosce prima le sue strade.
25.88 Tosto che loco lì la circunscrive,
Tosto che: non appena quel luogo la circoscrive, la virtù informativa che è nell'anima s'irradia all'intorno, nella stessa maniera e nella medesima quantità che nelle membra vive: e come l'aria, quando è molto piovosa (" piorno ") diviene adorna di diversi colori per l'arcobaleno, cioè per i raggi solari che in lei si riflettono; così l'aria circostante all'anima si dispone in quella forma che in essa imprime ( " suggella " ), con la sua virtù (" virtualmente "), l'anima che si è fermata; e poi, come la fiammella segue il fuoco dovunque esso si sposti, così lo spirito segue la nuova forma assunta, il corpo aereo.
25.89 la virtù formativa raggia intorno
25.90 così e quanto ne le membra vive.
25.91 E come l'aere, quand'è ben piorno,
25.92 per l'altrui raggio che 'n sé si reflette,
25.93 di diversi color diventa addorno;
25.94 così l'aere vicin quivi si mette
25.95 in quella forma ch'è in lui suggella
25.96 virtualmente l'alma che ristette;
25.97 e simigliante poi a la fiammella
25.98 che segue il foco là 'vunque si muta,
25.99 segue lo spirto sua forma novella.
25.100 Però che quindi ha poscia sua paruta,
Però che: per il fatto che dal corpo aereo ("quindi ") ha poi la sua parvenza (" paruta ") è detta ombra; e sempre dal corpo aereo organizza ciascun senso fino a quello della vista (" veduta " ) che è il più complesso.
25.101 è chiamata ombra; e quindi organa poi
25.102 ciascun sentire infino a la veduta.
25.103 Quindi parliamo e quindi ridiam noi;
Quindi: sempre in virtù del corpo aereo.
25.104 quindi facciam le lagrime e ' sospiri
25.105 che per lo monte aver sentiti puoi.
25.106 Secondo che ci affiggono i disiri
25.107 e li altri affetti, l'ombra si figura;
si figura: assume aspetti diversi.
25.108 e quest'è la cagion di che tu miri».
25.109 E già venuto a l'ultima tortura
a l'ultima tortura: all'ultimo girone, il settimo.
25.110 s'era per noi, e vòlto a la man destra,
25.111 ed eravamo attenti ad altra cura.
25.112 Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,
fiamma in fuor balestra: emette delle fiamme, e l'orlo del girone soffia un vento in alto che le piega e le allontana ( " sequestra " ) da esso.
25.113 e la cornice spira fiato in suso
25.114 che la reflette e via da lei sequestra;
25.115 ond'ir ne convenia dal lato schiuso
25.116 ad uno ad uno; e io temea 'l foco
25.117 quinci, e quindi temeva cader giuso.
quinci. .. . quindi : da una parte… dall'altra.
25.118 Lo duca mio dicea: «Per questo loco
25.119 si vuol tenere a li occhi stretto il freno,
25.120 però ch'errar potrebbesi per poco».
25.121 "Summae Deus clementiae" nel seno
Summae Deus clementiae: o Dio di somma clemenza. E' il principio un inno, attribuito a Sant'Ambrogio, che si recitava nel mattutino del sabato, dove s'invoca l'aiuto di Dio contro le tentazioni della carne.
25.122 al grande ardore allora udi' cantando,
25.123 che di volger mi fé caler non meno;
caler: importare, desiderare.
25.124 e vidi spirti per la fiamma andando;
25.125 per ch'io guardava a loro e a' miei passi
25.126 compartendo la vista a quando a quando.
25.127 Appresso il fine ch'a quell'inno fassi,
25.128 gridavano alto: "Virum non cognosco";
Virum non cognosco: allude alla risposta data da Maria all'Arcangelo Gabriele, che le annunciava la nascita di Gesù: e come è ciò possibile, se non conosco uomo?.
25.129 indi ricominciavan l'inno bassi.
25.130 Finitolo, anco gridavano: «Al bosco
25.131 si tenne Diana, ed Elice caccionne
ed Elice caccionne: Diana, castissima dea, cacciò dal bosco la ninfa Calisto (trasformata infine nella costellazione dell'Orsa Maggiore, detta Elice, che, posseduta da Giove, aveva conosciuto il veleno ( " tòsco " ) di Venere, cioè l'amore.
25.132 che di Venere avea sentito il tòsco».
25.133 Indi al cantar tornavano; indi donne
25.134 gridavano e mariti che fuor casti
25.135 come virtute e matrimonio imponne.
25.136 E questo modo credo che lor basti
25.137 per tutto il tempo che 'l foco li abbruscia:
25.138 con tal cura conviene e con tai pasti
25.139 che la piaga da sezzo si ricuscia.
che la piaga: che il marchio del peccato di lussuria di cui sono colpevoli le anime del settimo girone, si cicatrizza alla fine (" da sezzo " cfr. Inf. c. VII, 130).
Purgatorio : Canto 26
26.1 Mentre che sì per l'orlo, uno innanzi altro,
26.2 ce n'andavamo, e spesso il buon maestro
26.3 diceami: «Guarda: giovi ch'io ti scaltro»;
ch'io ti scaltro che ti metto sull'avviso.
26.4 feriami il sole in su l'omero destro,
26.5 che già, raggiando, tutto l'occidente
26.6 mutava in bianco aspetto di cilestro;
26.7 e io facea con l'ombra più rovente
26.8 parer la fiamma; e pur a tanto indizio
a tanto indizio: così piccolo indizio attirò la loro attenzione.
26.9 vidi molt'ombre, andando, poner mente.
26.10 Questa fu la cagion che diede inizio
26.11 loro a parlar di me; e cominciarsi
26.12 a dir: «Colui non par corpo fittizio»;
corpo fittizio: un'ombra.
26.13 poi verso me, quanto potean farsi,
26.14 certi si fero, sempre con riguardo
26.15 di non uscir dove non fosser arsi.
26.16 «O tu che vai, non per esser più tardo,
26.17 ma forse reverente, a li altri dopo,
26.18 rispondi a me che 'n sete e 'n foco ardo.
26.19 Né solo a me la tua risposta è uopo;
è uopo: è necessaria.
26.20 ché tutti questi n'hanno maggior sete
26.21 che d'acqua fredda Indo o Etiopo.
26.22 Dinne com'è che fai di te parete
parete al sol: ostacolò al sole.
26.23 al sol, pur come tu non fossi ancora
26.24 di morte intrato dentro da la rete».
26.25 Sì mi parlava un d'essi; e io mi fora
26.26 già manifesto, s'io non fossi atteso
atteso: attento.
26.27 ad altra novità ch'apparve allora;
26.28 ché per lo mezzo del cammino acceso
26.29 venne gente col viso incontro a questa,
col viso incontro a questa: è una seconda schiera di anime, provenienti dall'opposta direzione. E quando le due schiere s'incontrano, si scambiano baci di purissimo affetto.
26.30 la qual mi fece a rimirar sospeso.
26.31 Lì veggio d'ogne parte farsi presta
26.32 ciascun'ombra e basciarsi una con una
26.33 sanza restar, contente a brieve festa;
26.34 così per entro loro schiera bruna
26.35 s'ammusa l'una con l'altra formica,
s'ammusa: urta muso contro muso.
26.36 forse a spiar lor via e lor fortuna.
26.37 Tosto che parton l'accoglienza amica,
parton: interrompono.
26.38 prima che 'l primo passo lì trascorra,
26.39 sopragridar ciascuna s'affatica:
26.40 la nova gente: «Soddoma e Gomorra»;
Soddoma e Gomorra: la schiera nuova arrivata, quella dei sodomiti, grida il nome delle città bibliche distrutte dal fuoco divino, perché i loro abitanti peccarono contro natura (cfr. Inf. c. XI, n. 49). L'altra schiera, quella dei lussuriosi secondo natura, ricorda a proprio obbrobrio (cfr. v. 84), un esempio di amore eccessivo e pervertito.
26.41 e l'altra: «Ne la vacca entra Pasife,
Pasife: cfr. Inf. c. XII, n. 12.
26.42 perché 'l torello a sua lussuria corra».
26.43 Poi, come grue ch'a le montagne Rife
le montagne Rife: i monti Rifei, che gli antichi situavano imprecisamente nel settentrione d'Europa; sono forse da identificare con gli Urali.
26.44 volasser parte, e parte inver' l'arene,
26.45 queste del gel, quelle del sole schife,
schife: schive.
26.46 l'una gente sen va, l'altra sen vene;
26.47 e tornan, lagrimando, a' primi canti
26.48 e al gridar che più lor si convene;
26.49 e raccostansi a me, come davanti,
26.50 essi medesmi che m'avean pregato,
26.51 attenti ad ascoltar ne' lor sembianti.
26.52 Io, che due volte avea visto lor grato,
Io, che due volte: io che due volte, prima e dopo l'arrivo dei sodomiti, avevo visto cosa ad essi sarebbe stato gradito conoscere.
26.53 incominciai: «O anime sicure
26.54 d'aver, quando che sia, di pace stato,
26.55 non son rimase acerbe né mature
26.56 le membra mie di là, ma son qui meco
meco: con tutto me stesso.
26.57 col sangue suo e con le sue giunture.
26.58 Quinci sù vo per non esser più cieco;
26.59 donna è di sopra che m'acquista grazia,
26.60 per che 'l mortal per vostro mondo reco.
'l mortal: il corpo.
26.61 Ma se la vostra maggior voglia sazia
26.62 tosto divegna, sì che 'l ciel v'alberghi
26.63 ch'è pien d'amore e più ampio si spazia,
e più ampio si spazia: il cielo Empireo racchiude in sè tutti gli altri cieli.
26.64 ditemi, acciò ch'ancor carte ne verghi,
26.65 chi siete voi, e chi è quella turba
26.66 che se ne va di retro a' vostri terghi».
26.67 Non altrimenti stupido si turba
stupido: stupito.
26.68 lo montanaro, e rimirando ammuta,
26.69 quando rozzo e salvatico s'inurba,
s'inurba: va in città.
26.70 che ciascun'ombra fece in sua paruta;
in sua paruta: a vederla.
26.71 ma poi che furon di stupore scarche,
scarche : scariche, liberate.
26.72 lo qual ne li alti cuor tosto s'attuta,
s'attuta: s'attutisce, cessa.
26.73 «Beato te, che de le nostre marche»,
marche: paesi, contrade.
26.74 ricominciò colei che pria m'inchiese,
26.75 «per morir meglio, esperienza imbarche!
esperienza imbarche: acquisti esperienza.
26.76 La gente che non vien con noi, offese
La gente: la schiera che si è allontanata, offese Dio con il peccato di sodomia, per il quale una volta Cesare, durante il trionfo gallico, si senti chiamare, a suo scorno (" contra sè ") "Regina", per le voci correnti di suoi rapporti contro natura con il re Nicomede di Bitinia.
26.77 di ciò per che già Cesar, triunfando,
26.78 "Regina" contra sé chiamar s'intese:
26.79 però si parton "Soddoma" gridando,
26.80 rimproverando a sé, com'hai udito,
26.81 e aiutan l'arsura vergognando.
26.82 Nostro peccato fu ermafrodito;
ermafrodito: bisessuale, perché queste anime peccarono di lussuria con persone di sesso diverso.
26.83 ma perché non servammo umana legge,
26.84 seguendo come bestie l'appetito,
26.85 in obbrobrio di noi, per noi si legge,
26.86 quando partinci, il nome di colei
colei: Pasifae (cfr. v. 41).
26.87 che s'imbestiò ne le 'mbestiate schegge.
26.88 Or sai nostri atti e di che fummo rei:
26.89 se forse a nome vuo' saper chi semo,
26.90 tempo non è di dire, e non saprei.
26.91 Farotti ben di me volere scemo:
Farotti ben…: tuttavia ti renderò appagato il desiderio riguardo a me.
26.92 son Guido Guinizzelli; e già mi purgo
Guido Guinizzelli: celebrato poeta bolognese; vissuto tra il 1230 e il 1270 circa, considerato il caposcuola dello Stilnovo (almeno nella prospettiva dantesca.
26.93 per ben dolermi prima ch'a lo stremo».
26.94 Quali ne la tristizia di Ligurgo
Quali ne la tristizia: quali si fecero i due figli Toante ed Euneo, nel rivedere la madre Isifile, condannata a morte con improvvisa e irata decisione di Licurgo re di Nemea, di cui era schiava, il quale volle punirla.; della trascuratezza dimostrata quando per indicare la fonte Largia ai sette assedianti di Tebe, ella abbandonò il figliolo del re che morì per il morso dl un serpente, tale mi feci io, ma non arrivo al punto cui arrivarono Toante ed Euneo, che liberarono la donna. L'episodio è nella "Tebaide" di Stazio.
26.95 si fer due figli a riveder la madre,
26.96 tal mi fec'io, ma non a tanto insurgo,
26.97 quand'io odo nomar sé stesso il padre
il padre: il caposcuola degli stilnovisti.
26.98 mio e de li altri miei miglior che mai
26.99 rime d'amore usar dolci e leggiadre;
26.100 e sanza udire e dir pensoso andai
26.101 lunga fiata rimirando lui,
26.102 né, per lo foco, in là più m'appressai.
26.103 Poi che di riguardar pasciuto fui,
26.104 tutto m'offersi pronto al suo servigio
26.105 con l'affermar che fa credere altrui.
con l'affermar: con un giuramento.
26.106 Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio,
vestigio: segno, impronta.
26.107 per quel ch'i' odo, in me, e tanto chiaro,
26.108 che Letè nol può tòrre né far bigio.
Letè: il fiume dell'oblio (cfr. c. XXVIII, 130).
26.109 Ma se le tue parole or ver giuraro,
26.110 dimmi che è cagion per che dimostri
26.111 nel dire e nel guardar d'avermi caro».
26.112 E io a lui: «Li dolci detti vostri,
26.113 che, quanto durerà l'uso moderno,
26.114 faranno cari ancora i loro incostri».
incostri: inchiostri, cioè le carte scritte.
26.115 «O frate», disse, «questi ch'io ti cerno
ti cerno: indico.
26.116 col dito», e additò un spirto innanzi,
26.117 «fu miglior fabbro del parlar materno.
miglior fabbro: scrisse meglio di me.
26.118 Versi d'amore e prose di romanzi
26.119 soverchiò tutti; e lascia dir li stolti
26.120 che quel di Lemosì credon ch'avanzi.
quel di Lemosì: è Girault de Bornelh, poeta provenzale nato nel Limosino e vissuto dal 1175 al 1220 circa.
26.121 A voce più ch'al ver drizzan li volti,
A voce: alla fama.
26.122 e così ferman sua oppinione
26.123 prima ch'arte o ragion per lor s'ascolti.
26.124 Così fer molti antichi di Guittone,
26.125 di grido in grido pur lui dando pregio,
pur lui: solo a lui.
26.126 fin che l'ha vinto il ver con più persone.
26.127 Or se tu hai sì ampio privilegio,
26.128 che licito ti sia l'andare al chiostro
al chiostro: al Paradiso.
26.129 nel quale è Cristo abate del collegio,
26.130 falli per me un dir d'un paternostro,
falli per me: recitagli per me un paternostro, senza la formula: non c'indurre in tentazione, ché non serve a noi che non possiamo più peccare.
26.131 quanto bisogna a noi di questo mondo,
26.132 dove poter peccar non è più nostro».
26.133 Poi, forse per dar luogo altrui secondo
26.134 che presso avea, disparve per lo foco,
26.135 come per l'acqua il pesce andando al fondo.
26.136 Io mi fei al mostrato innanzi un poco,
al mostrato: allo spirito indicato da Guido (v. 116). E' Arnaut Daniel, trovatore provenzale della seconda metà del XII secolo. Nei versi che seguono egli si esprime in provenzale.
26.137 e dissi ch'al suo nome il mio disire
26.138 apparecchiava grazioso loco.
26.139 El cominciò liberamente a dire:
26.140 «Tan m'abellis vostre cortes deman,
Tán m'abellis…: Tanto mi piace la vostra cortese domanda/ che io non mi posso ne voglio a voi celare./ Io sono Arnaldo, che piango e vado cantando;/ afflitto vedo la passata follia,/ e lieto vedo, davanti (a me) la gioia che spero./ Ora vi prego, in nome di quel valore che vi guida alla sommità della scala, (cioè "verso la cima del Purgatorio"),/ al tempo opportuno vi sovvenga del mio dolore.
26.141 qu'ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.
26.142 Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
26.143 consiros vei la passada folor,
26.144 e vei jausen lo joi qu'esper, denan.
26.145 Ara vos prec, per aquella valor
26.146 que vos guida al som de l'escalina,
26.147 sovenha vos a temps de ma dolor!».
26.148 Poi s'ascose nel foco che li affina.
Purgatorio : Canto 27
27.1 Sì come quando i primi raggi vibra
Sì come: il sole stava come quando vibra i primi raggi a Gerusalemme, dove Cristo versò il suo sangue. Nel Purgatorio, che si trova agli antipodi di Gerusalemme, il sole è al tramonto. E nello stesso tempo l'Ebro (" Ibero "), fiume della Spagna, cade sotto il segno della Libra ( è mezzanotte ) e le onde del Gange sono riarse dall'ora del mezzodì ( " nona " ).
27.2 là dove il suo fattor lo sangue sparse,
27.3 cadendo Ibero sotto l'alta Libra,
27.4 e l'onde in Gange da nona riarse,
27.5 sì stava il sole; onde 'l giorno sen giva,
27.6 come l'angel di Dio lieto ci apparse.
27.7 Fuor de la fiamma stava in su la riva,
27.8 e cantava "Beati mundo corde!".
Beati mundo corde: beati i puri di cuore. Sono parole della sesta beatitudine evangelica, e le pronuncia l'angelo della castità, guardiano del settimo girone.
27.9 in voce assai più che la nostra viva.
27.10 Poscia «Più non si va, se pria non morde,
27.11 anime sante, il foco: intrate in esso,
intrate in esso: l'angelo invita Dante e Virgilio ad entrare nel fuoco.
27.12 e al cantar di là non siate sorde»,
27.13 ci disse come noi li fummo presso;
27.14 per ch'io divenni tal, quando lo 'ntesi,
27.15 qual è colui che ne la fossa è messo.
27.16 In su le man commesse mi protesi,
commesse: giunte.
27.17 guardando il foco e imaginando forte
27.18 umani corpi già veduti accesi.
27.19 Volsersi verso me le buone scorte;
le buone scorte: Virgilio e Stazio.
27.20 e Virgilio mi disse: «Figliuol mio,
27.21 qui può esser tormento, ma non morte.
27.22 Ricorditi, ricorditi! E se io
27.23 sovresso Gerion ti guidai salvo,
Gerion: è stato uno degli ostacoli più ardui. Si ricordi che il mostro simboleggia la frode.
27.24 che farò ora presso più a Dio?
27.25 Credi per certo che se dentro a l'alvo
a l'alvo: in mezzo (cfr. lat. "alvus").
27.26 di questa fiamma stessi ben mille anni,
27.27 non ti potrebbe far d'un capel calvo.
27.28 E se tu forse credi ch'io t'inganni,
27.29 fatti ver lei, e fatti far credenza
27.30 con le tue mani al lembo d'i tuoi panni.
al lembo: col lembo della veste che, posto nel fuoco, non brucerà.
27.31 Pon giù omai, pon giù ogni temenza;
27.32 volgiti in qua e vieni: entra sicuro!».
27.33 E io pur fermo e contra coscienza.
pur fermo: ancora non osando avanzare.
27.34 Quando mi vide star pur fermo e duro,
27.35 turbato un poco disse: «Or vedi, figlio:
27.36 tra Beatrice e te è questo muro».
27.37 Come al nome di Tisbe aperse il ciglio
Tisbe: Narra Ovidio nelle Metamorfosi (cfr. IV, 55) che Tisbe, giovinetta babilonese, mentre attendeva sotto un gelso il suo innamorato Piramo, fu costretta a fuggire alla vista di un leone, ma lasciò cadere il velo che l'animale macchiò con le fauci insanguinate. Piramo, sopraggiunto e scoperto il velo, ritenne che la fiera avesse divorato e per il dolore si ferì a morte; riapri gli occhi quando la fanciulla lo trovò, agonizzante, sotto il gelso che aveva tinto di vermiglio le sue bacche. Poi anche Tisbe si uccise al suo fianco.
27.38 Piramo in su la morte, e riguardolla,
27.39 allor che 'l gelso diventò vermiglio;
27.40 così, la mia durezza fatta solla,
solla: molle (cfr. Inf. c. XVI, 28).
27.41 mi volsi al savio duca, udendo il nome
27.42 che ne la mente sempre mi rampolla.
27.43 Ond'ei crollò la fronte e disse: «Come!
27.44 volenci star di qua?»; indi sorrise
volenci: ce ne vogliamo.
27.45 come al fanciul si fa ch'è vinto al pome.
ch'è vinto al pome: che si lascia vincere dalla promessa o dalla vista di un pomo.
27.46 Poi dentro al foco innanzi mi si mise,
27.47 pregando Stazio che venisse retro,
27.48 che pria per lunga strada ci divise.
27.49 Sì com'fui dentro, in un bogliente vetro
in un bogliente vetro: nel vetro fuso e incandescente.
27.50 gittato mi sarei per rinfrescarmi,
27.51 tant'era ivi lo 'ncendio sanza metro.
sanza metro: senza misura.
27.52 Lo dolce padre mio, per confortarmi,
27.53 pur di Beatrice ragionando andava,
27.54 dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi».
27.55 Guidavaci una voce che cantava
27.56 di là; e noi, attenti pur a lei,
27.57 venimmo fuor là ove si montava.
27.58 "Venite, benedicti Patris mei",
Venite, benedicti: pronuncia queste parole l'angelo guardiano della scala che conduce al Paradiso Terrestre. Le stesse parole con cui Cristo accoglierà gli eletti nel Giorno del Giudizio (Matteo XXV,34).
27.59 sonò dentro a un lume che lì era,
27.60 tal che mi vinse e guardar nol potei.
27.61 «Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera;
27.62 non v'arrestate, ma studiate il passo,
27.63 mentre che l'occidente non si annera».
non si annera: non diviene buio.
27.64 Dritta salia la via per entro 'l sasso
27.65 verso tal parte ch'io toglieva i raggi
verso tal parte: verso oriente, in modo che io facevo ombra ai raggi del sole già basso.
27.66 dinanzi a me del sol ch'era già basso.
27.67 E di pochi scaglion levammo i saggi,
E di pochi scaglion: riuscimmo a provare soltanto pochi gradini.
27.68 che 'l sol corcar, per l'ombra che si spense,
27.69 sentimmo dietro e io e li miei saggi.
27.70 E pria che 'n tutte le sue parti immense
27.71 fosse orizzonte fatto d'uno aspetto,
27.72 e notte avesse tutte sue dispense,
tutte sue dispense: tutte le sue parti.
27.73 ciascun di noi d'un grado fece letto;
d'un grado fece letto: usò un gradino come giaciglio.
27.74 ché la natura del monte ci affranse
la natura: la particolare qualità del monte, ché non è possibile ascendere nottetempo.
27.75 la possa del salir più e 'l diletto.
27.76 Quali si stanno ruminando manse
27.77 le capre, state rapide e proterve
27.78 sovra le cime avante che sien pranse,
che sien pranse: che siano pasciute. Prima le capre, nella ricerca di cibo, erano veloci e baldanzose (" proterve " ).
27.79 tacite a l'ombra, mentre che 'l sol ferve,
27.80 guardate dal pastor, che 'n su la verga
27.81 poggiato s'è e lor di posa serve;
serve: continua a fare buona guardia.
27.82 e quale il mandrian che fori alberga,
27.83 lungo il pecuglio suo queto pernotta,
il pecuglio: mandria, che costituisce la sua ricchezza.
27.84 guardando perché fiera non lo sperga;
sperga: disperda, assalendolo.
27.85 tali eravamo tutti e tre allotta,
allotta: allora.
27.86 io come capra, ed ei come pastori,
27.87 fasciati quinci e quindi d'alta grotta.
grotta: roccia.
27.88 Poco parer potea lì del di fori;
27.89 ma, per quel poco, vedea io le stelle
27.90 di lor solere e più chiare e maggiori.
di lor solere: del loro solito.
27.91 Sì ruminando e sì mirando in quelle,
ruminando: pensando e ripensando.
27.92 mi prese il sonno; il sonno che sovente,
27.93 anzi che 'l fatto sia, sa le novelle.
anzi che 'l fatto sia: prima che il fatto accada, ne dà contezza. Allude al sogno premonitore.
27.94 Ne l'ora, credo, che de l'oriente,
27.95 prima raggiò nel monte Citerea,
Citerea: la stella Venere, detta Citerea dall'isola di Citera ove la dea sarebbe nata.
27.96 che di foco d'amor par sempre ardente,
27.97 giovane e bella in sogno mi parea
27.98 donna vedere andar per una landa
27.99 cogliendo fiori; e cantando dicea:
27.100 «Sappia qualunque il mio nome dimanda
27.101 ch'i' mi son Lia, e vo movendo intorno
Lia: figlia di Labano e prima moglie di Giacobbe, simboleggia la vita attiva, e va cogliendo fiori, onde farsi ghirlanda " di loda e di gloria " (Buti).
27.102 le belle mani a farmi una ghirlanda.
27.103 Per piacermi a lo specchio, qui m'addorno;
27.104 ma mia suora Rachel mai non si smaga
mia suora Rachel: altra figlia di Labano e seconda moglie di Giacobbe, simboleggia la vita contemplativa e non si allontana (" smaga ") dallo specchio (" miraglio ", cfr. provenzale "miralh").
27.105 dal suo miraglio, e siede tutto giorno.
27.106 Ell'è d'i suoi belli occhi veder vaga
27.107 com'io de l'addornarmi con le mani;
27.108 lei lo vedere, e me l'ovrare appaga».
27.109 E già per li splendori antelucani,
antelucani: che precedono l'alba.
27.110 che tanto a' pellegrin surgon più grati,
27.111 quanto, tornando, albergan men lontani,
men lontani: dalla patria, in cui son diretti.
27.112 le tenebre fuggian da tutti lati,
27.113 e 'l sonno mio con esse; ond'io leva'mi,
27.114 veggendo i gran maestri già levati.
27.115 «Quel dolce pome che per tanti rami
Quel dolce pome…: quel dolce frutto che, per tante vie, va cercando il desiderio dei mortali, oggi soddisferà la tua fame.
27.116 cercando va la cura de' mortali,
27.117 oggi porrà in pace le tue fami».
27.118 Virgilio inverso me queste cotali
27.119 parole usò; e mai non furo strenne
strenne: doni augurali, annunzi di cosa lieta.
27.120 che fosser di piacere a queste iguali.
27.121 Tanto voler sopra voler mi venne
27.122 de l'esser sù, ch'ad ogne passo poi
27.123 al volo mi sentia crescer le penne.
27.124 Come la scala tutta sotto noi
27.125 fu corsa e fummo in su 'l grado superno,
superno: il più alto.
27.126 in me ficcò Virgilio li occhi suoi,
27.127 e disse: «Il temporal foco e l'etterno
Il temporal foco e l'etterno: il fuoco temporaneo del Purgatorio e l'eterno fuoco infernale.
27.128 veduto hai, figlio; e se' venuto in parte
27.129 dov'io per me più oltre non discerno.
dov'io: dove la ragione, da sola, non riesce a vedere.
27.130 Tratto t'ho qui con ingegno e con arte;
27.131 lo tuo piacere omai prendi per duce;
27.132 fuor se' de l'erte vie, fuor se' de l'arte.
erte… arte: ripide… strette.
27.133 Vedi lo sol che 'n fronte ti riluce;
27.134 vedi l'erbette, i fiori e li arbuscelli
27.135 che qui la terra sol da sé produce.
sol da sé: senza seme e senza lavoro umano.
27.136 Mentre che vegnan lieti li occhi belli
li occhi belli: quelli di Beatrice.
27.137 che, lagrimando, a te venir mi fenno,
27.138 seder ti puoi e puoi andar tra elli.
seder… andar: allusione alla vita contemplativa e alla vita attiva, simboleggiate da Rachele e da Lia.
27.139 Non aspettar mio dir più né mio cenno;
27.140 libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
27.141 e fallo fora non fare a suo senno:
e fallo: ed errore sarebbe non agire secondo il suo impulso.
27.142 per ch'io te sovra te corono e mitrio».
corono e mitrio: la corona simboleggia l'autorità temporale, la mitria quella spirituale.
Purgatorio : Canto 28
28.1 Vago già di cercar dentro e dintorno
28.2 la divina foresta spessa e viva,
la divina foresta: il Paradiso Terrestre è rappresentato come una foresta folta e rigogliosa, di natura divina.
28.3 ch'a li occhi temperava il novo giorno,
28.4 sanza più aspettar, lasciai la riva,
la riva: il margine ove comincia la foresta.
28.5 prendendo la campagna lento lento
28.6 su per lo suol che d'ogne parte auliva.
auliva: olezzava, profumava.
28.7 Un'aura dolce, sanza mutamento
28.8 avere in sé, mi feria per la fronte
28.9 non di più colpo che soave vento;
28.10 per cui le fronde, tremolando, pronte
28.11 tutte quante piegavano a la parte
a la parte: verso occidente, ove ( " u' " ) il santo monte proietta l'ombra al levarsi del sole (" prim'ombra ").
28.12 u' la prim'ombra gitta il santo monte;
28.13 non però dal loro esser dritto sparte
non però: non però tanto lontane (" sparte ") dalla loro posizione normale (come accade invece quando il vento è forte), che….
28.14 tanto, che li augelletti per le cime
28.15 lasciasser d'operare ogne lor arte;
28.16 ma con piena letizia l'ore prime,
l'ore prime: le prime aure, brezze. Oppure: "le prime ore (del mattino)".
28.17 cantando, ricevieno intra le foglie,
28.18 che tenevan bordone a le sue rime,
bordone: è il tono basso dell'accompagnamento, perciò " tenevan bordone " vale: "accompagnavano il loro canto".
28.19 tal qual di ramo in ramo si raccoglie
28.20 per la pineta in su 'l lito di Chiassi,
Chiassi: la pineta di Classe (anticamente Classis) presso Ravenna, sull'Adriatico.
28.21 quand'Eolo scilocco fuor discioglie.
quand'Eolo scilocco…: quando Eolo, mitico re dei venti, libera (" discioglie ") lo Scirocco dall'antro ove lo tiene serrato.
28.22 Già m'avean trasportato i lenti passi
28.23 dentro a la selva antica tanto, ch'io
28.24 non potea rivedere ond'io mi 'ntrassi;
ond'io mi 'ntrassi: il luogo donde io fossi entrato.
28.25 ed ecco più andar mi tolse un rio,
un rio: un ruscello; è il fiume Lete, che dona l'oblio del peccato (cfr. c. XXVI, 108).
28.26 che 'nver' sinistra con sue picciole onde
28.27 piegava l'erba che 'n sua ripa uscìo.
28.28 Tutte l'acque che son di qua più monde,
di qua: sulla terra.
28.29 parrieno avere in sé mistura alcuna,
28.30 verso di quella, che nulla nasconde,
28.31 avvegna che si mova bruna bruna
28.32 sotto l'ombra perpetua, che mai
28.33 raggiar non lascia sole ivi né luna.
28.34 Coi piè ristretti e con li occhi passai
28.35 di là dal fiumicello, per mirare
28.36 la gran variazion d'i freschi mai;
la gran variazion: la grande varietà dei freschi rami fioriti (" mai ", da maio, maggio, mese dei fiori).
28.37 e là m'apparve, sì com'elli appare
elli: pronome pleonastico.
28.38 subitamente cosa che disvia
disvia: distrae.
28.39 per maraviglia tutto altro pensare,
28.40 una donna soletta che si gia
28.41 e cantando e scegliendo fior da fiore
28.42 ond'era pinta tutta la sua via.
pinta: dipinta, cioè colorata.
28.43 «Deh, bella donna, che a' raggi d'amore
28.44 ti scaldi, s'i' vo' credere a' sembianti
a' sembianti : all'espressione del viso.
28.45 che soglion esser testimon del core,
28.46 vegnati in voglia di trarreti avanti»,
28.47 diss'io a lei, «verso questa rivera,
28.48 tanto ch'io possa intender che tu canti.
28.49 Tu mi fai rimembrar dove e qual era
dove: il lago di Enna, in Sicilia, presso le cui rive Proserpina fu rapita da Plutone, mentre coglieva fiori, cosi che la madre Cerere perse lei, ed ella la primavera, poiché fu trascinata nell'Ade.
28.50 Proserpina nel tempo che perdette
28.51 la madre lei, ed ella primavera».
28.52 Come si volge, con le piante strette
28.53 a terra e intra sé, donna che balli,
28.54 e piede innanzi piede a pena mette,
28.55 volsesi in su i vermigli e in su i gialli
28.56 fioretti verso me, non altrimenti
28.57 che vergine che li occhi onesti avvalli;
avvalli: abbassi.
28.58 e fece i prieghi miei esser contenti,
fece… esser contenti: soddisfece.
28.59 sì appressando sé, che 'l dolce suono
che 'l dolce suono: " che il dolce suono mi giungeva insieme con le parole, ora chiaramente intellegibili " (Momigliano).
28.60 veniva a me co' suoi intendimenti.
28.61 Tosto che fu là dove l'erbe sono
28.62 bagnate già da l'onde del bel fiume,
28.63 di levar li occhi suoi mi fece dono.
28.64 Non credo che splendesse tanto lume
28.65 sotto le ciglia a Venere, trafitta
trafitta dal figlio: Venere fu ferita da suo figliò Cupido inavvertitamente ( " fuor di tutto suo costume " ) e si innamorò di Adone.
28.66 dal figlio fuor di tutto suo costume.
28.67 Ella ridea da l'altra riva dritta,
28.68 trattando più color con le sue mani,
più color: disponendo con le mani più fiori colorati di quanti ne produce la terra spontaneamente (" sanza seme " ).
28.69 che l'alta terra sanza seme gitta.
28.70 Tre passi ci facea il fiume lontani;
28.71 ma Elesponto, là 've passò Serse,
ma Elesponto: ma lo stretto dei Dardanelli ("Elesponto") dove Serse passò nel 480 a. C., per poi riattraversarlo, sconfitto clamorosamente dai Greci si da essere ancora esempio valido a moderare gli orgogli umani non fu odiato da Leandro per il fatto di separare le rive (" mareggiare ") tra Sesto ed Abido più di quanto fosse da me odiato quel fiumicello (" che quel da me ") perché allora non si aprì. Leandro, giovane greco di Abido, per recarsi a Sesto, dove si trovava Ero, fanciulla da lui amata attraversava a nuoto ogni notte i Dardanelli.
28.72 ancora freno a tutti orgogli umani,
28.73 più odio da Leandro non sofferse
28.74 per mareggiare intra Sesto e Abido,
28.75 che quel da me perch'allor non s'aperse.
28.76 «Voi siete nuovi, e forse perch'io rido»,
28.77 cominciò ella, «in questo luogo eletto
eletto: scelto, destinato.
28.78 a l'umana natura per suo nido,
28.79 maravigliando tienvi alcun sospetto;
sospetto: dubbio.
28.80 ma luce rende il salmo Delectasti,
ma luce rende: ma illumina il salmo che dice: Mi desti diletto, o Signore, per le tue imprese, ed esulterò per le opere della tua mano (Salmi, XCI 5).
28.81 che puote disnebbiar vostro intelletto.
28.82 E tu che se' dinanzi e mi pregasti,
28.83 dì s'altro vuoli udir; ch'i' venni presta
presta: pronta e disposta a rispondere.
28.84 ad ogne tua question tanto che basti».
28.85 «L'acqua», diss'io, «e 'l suon de la foresta
28.86 impugnan dentro a me novella fede
impugnan … novella fede: contrastano con una nuova certezza, che io ho appreso come contraria alla realtà. Cioè Dante ricorda le parole con cui Stazio aveva affermato che oltre la porta del Purgatorio non si avevano fenomeni atmosferici (cfr. c. XXI, 43 e segg.).
28.87 di cosa ch'io udi' contraria a questa».
28.88 Ond'ella: «Io dicerò come procede
28.89 per sua cagion ciò ch'ammirar ti face,
28.90 e purgherò la nebbia che ti fiede.
28.91 Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace,
che solo esso a sè piace: che soltanto di sè prova piacere, perché solo Dio è perfetto.
28.92 fé l'uom buono e a bene, e questo loco
28.93 diede per arr'a lui d'etterna pace.
arr'a: pegno a.
28.94 Per sua difalta qui dimorò poco;
difalta: colpa, mancanza. Cioè, il peccato originale.
28.95 per sua difalta in pianto e in affanno
28.96 cambiò onesto riso e dolce gioco.
28.97 Perché 'l turbar che sotto da sé fanno
Perché 'l turbar: affinché le perturbazioni che al di sotto di questo monte (" sotto da sè ") producono le esalazioni dell'acqua della terra, (le quali per quanto possibile, seguono il calore), non causassero molestia (" alcuna guerra ") all'uomo, questo monte si elevò di tanto verso il cielo ed è libero da quelle perturbazioni dalla porta ove è chiuso (" d'indi ove si serra ") in su.
28.98 l'essalazion de l'acqua e de la terra,
28.99 che quanto posson dietro al calor vanno,
28.100 a l'uomo non facesse alcuna guerra,
28.101 questo monte salìo verso 'l ciel tanto,
28.102 e libero n'è d'indi ove si serra.
28.103 Or perché in circuito tutto quanto
28.104 l'aere si volge con la prima volta,
con la prima volta: il primo cielo, o quello della Luna o il Primo Mobile.
28.105 se non li è rotto il cerchio d'alcun canto,
se non li è rotto: se il suo girare non è interrotto in qualche parte. Si noti che la terra è considerata ferma al centro dei cieli che girano.
28.106 in questa altezza ch'è tutta disciolta
in questa altezza: in questa cima, che è tutta protesa (" disciolta ") nell'aria pura, quel movimento va a colpire e fa risuonare la selva perché è folta di rami; e la pianta cosi colpita ha tanto potere che impregna l'aria della sua virtù fecondatrice; e la terra abitata dagli uomini ( " l'altra terra " ) secondo che sia adatta o per sè o per il suo clima (" per suo ciel ") concepisce e riproduce da diverse virtù fecondatrici, diverse specie dl piante.
28.107 ne l'aere vivo, tal moto percuote,
28.108 e fa sonar la selva perch'è folta;
28.109 e la percossa pianta tanto puote,
28.110 che de la sua virtute l'aura impregna,
28.111 e quella poi, girando, intorno scuote;
28.112 e l'altra terra, secondo ch'è degna
28.113 per sé e per suo ciel, concepe e figlia
28.114 di diverse virtù diverse legna.
28.115 Non parrebbe di là poi maraviglia,
di là: sulla terra.
28.116 udito questo, quando alcuna pianta
28.117 sanza seme palese vi s'appiglia.
sanza seme: vi attecchisce (" vi s'appiglia ") senza che alcuno vi getti il seme palesemente.
28.118 E saper dei che la campagna santa
28.119 dove tu se', d'ogne semenza è piena,
28.120 e frutto ha in sé che di là non si schianta.
non si schianta: non si coglie.
28.121 L'acqua che vedi non surge di vena
non surge di vena: non proviene da una sorgente che il vapor acqueo, convertito in acqua dal freddo, alimenti di continuo (" ristori "), come un fiume che, dall'acqua acquista forza (" lena "), e per l'evaporazione la perde.
28.122 che ristori vapor che gel converta,
28.123 come fiume ch'acquista e perde lena;
28.124 ma esce di fontana salda e certa,
28.125 che tanto dal voler di Dio riprende,
28.126 quant'ella versa da due parti aperta.
28.127 Da questa parte con virtù discende
28.128 che toglie altrui memoria del peccato;
da due parti aperta: riversandosi in due corsi, cioè nel Lete, che ha il potere di togliere il ricordo del peccato e nell'Eunoè, che restituisce la memoria del bene compiuto. Eunoè è voce formata da due parole greche che significano buona mente, memoria.
28.129 da l'altra d'ogne ben fatto la rende.
28.130 Quinci Letè; così da l'altro lato
28.131 Eunoè si chiama, e non adopra
e non adopra: non opera, finché non si sia gustato di entrambe le acque.
28.132 se quinci e quindi pria non è gustato:
28.133 a tutti altri sapori esto è di sopra.
esto è di sopra: il sapore dell'Eunoè è superiore a qualsiasi altro.
28.134 E avvegna ch'assai possa esser sazia
28.135 la sete tua perch'io più non ti scuopra,
perch'io: anche se io non ti riveli altro.
28.136 darotti un corollario ancor per grazia;
un corollario: un chiarimento aggiunto spontaneamente (" per grazia ").
28.137 né credo che 'l mio dir ti sia men caro,
28.138 se oltre promession teco si spazia.
28.139 Quelli ch'anticamente poetaro
poetaro: cantarono nei loro versi. Sono, soprattutto, Ovidio e Virgilio.
28.140 l'età de l'oro e suo stato felice,
28.141 forse in Parnaso esto loco sognaro.
28.142 Qui fu innocente l'umana radice;
Qui: nel Paradiso Terrestre, ove Dante ora si trova.
28.143 qui primavera sempre e ogne frutto;
28.144 nettare è questo di che ciascun dice».
ciascun: ogni poeta (cfr. v. 139).
28.145 Io mi rivolsi 'n dietro allora tutto
28.146 a' miei poeti, e vidi che con riso
28.147 udito avean l'ultimo costrutto;
l'ultimo costrutto: le ultime parole.
28.148 poi a la bella donna torna' il viso.
torna': rivolsi.
Purgatorio : Canto 29
29.1 Cantando come donna innamorata,
29.2 continuò col fin di sue parole:
29.3 "Beati quorum tecta sunt peccata!".
Beati: beati coloro i cui peccati son rimessi. E' l'intonazione del Salmo XXXI 1.
29.4 E come ninfe che si givan sole
29.5 per le salvatiche ombre, disiando
29.6 qual di veder, qual di fuggir lo sole,
29.7 allor si mosse contra 'l fiume, andando
contra 'l fiume: lungo il fiume, risalendo sulla riva, in direzione opposta alla corrente.
29.8 su per la riva; e io pari di lei,
29.9 picciol passo con picciol seguitando.
29.10 Non eran cento tra ' suoi passi e ' miei,
Non eran cento: ciascuno di noi non aveva ancor fatto cinquanta passi, quando le rive del fiume piegarono entrambe verso levante, donde proviene la luce divina.
29.11 quando le ripe igualmente dier volta,
29.12 per modo ch'a levante mi rendei.
29.13 Né ancor fu così nostra via molta,
29.14 quando la donna tutta a me si torse,
29.15 dicendo: «Frate mio, guarda e ascolta».
29.16 Ed ecco un lustro sùbito trascorse
un lustro: un improvviso bagliore.
29.17 da tutte parti per la gran foresta,
29.18 tal che di balenar mi mise in forse.
mi mise in forse: mi fece dubitare che fosse un lampo.
29.19 Ma perché 'l balenar, come vien, resta,
resta: cessa rapidamente come viene.
29.20 e quel, durando, più e più splendeva,
29.21 nel mio pensier dicea: "Che cosa è questa?".
29.22 E una melodia dolce correva
29.23 per l'aere luminoso; onde buon zelo
29.24 mi fé riprender l'ardimento d'Eva,
mi fé riprender: mi spinse a rimproverare l'audacia di Eva.
29.25 che là dove ubidia la terra e 'l cielo,
29.26 femmina, sola e pur testé formata,
29.27 non sofferse di star sotto alcun velo;
sotto alcun velo: sotto il velo dell'ubbidienza.
29.28 sotto 'l qual se divota fosse stata,
29.29 avrei quelle ineffabili delizie
29.30 sentite prima e più lunga fiata.
prima: fin dalla nascita, e per più lungo tempo.
29.31 Mentr'io m'andava tra tante primizie
primizie: quasi anticipazioni del Paradiso.
29.32 de l'etterno piacer tutto sospeso,
29.33 e disioso ancora a più letizie,
29.34 dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,
29.35 ci si fé l'aere sotto i verdi rami;
29.36 e 'l dolce suon per canti era già inteso.
29.37 O sacrosante Vergini, se fami,
O sacrosante Vergini: le Muse, cui nella nuova invocazione è attribuito l'aggettivo sacrosante (cfr. c. I, 8).
29.38 freddi o vigilie mai per voi soffersi,
29.39 cagion mi sprona ch'io mercé vi chiami.
mercé: in aiuto.
29.40 Or convien che Elicona per me versi,
Elicona: il monte, sede delle Muse, dal quale sgorgavano le due fonti Aganippe e Ippocrene.
29.41 e Uranìe m'aiuti col suo coro
Uranìe: Urania, la Musa delle cose celesti e dell'astronomia.
29.42 forti cose a pensar mettere in versi.
29.43 Poco più oltre, sette alberi d'oro
29.44 falsava nel parere il lungo tratto
falsava: il lungo tratto dell'aria (" del mezzo " cfr. c. I,15), che intercorreva tra noi e loro, faceva falsamente apparire sette alberi d'oro.
29.45 del mezzo ch'era ancor tra noi e loro;
29.46 ma quand'i' fui sì presso di lor fatto,
29.47 che l'obietto comun, che 'l senso inganna,
l'obietto comun: l'oggetto comunemente percepibile da più sensi e non da uno solo.
29.48 non perdea per distanza alcun suo atto,
atto: atteggiamento, modo d'essere.
29.49 la virtù ch'a ragion discorso ammanna,
la virtù: la facoltà estimativa, che fornisce alla ragione la materia.
29.50 sì com'elli eran candelabri apprese,
candelabri: il candelabro a sette braccia simboleggia i sette doni dello Spirito Santo.
29.51 e ne le voci del cantare "Osanna".
29.52 Di sopra fiammeggiava il bello arnese
29.53 più chiaro assai che luna per sereno
29.54 di mezza notte nel suo mezzo mese.
nel suo mezza mese: nel plenilunio.
29.55 Io mi rivolsi d'ammirazion pieno
29.56 al buon Virgilio, ed esso mi rispuose
29.57 con vista carca di stupor non meno.
29.58 Indi rendei l'aspetto a l'alte cose
rendei l'aspetto: rivolsi lo sguardo.
29.59 che si movieno incontr'a noi sì tardi,
29.60 che foran vinte da novelle spose.
che foran vinte: che sarebbero superate in lentezza, nel procedere, dalle spose che in solenne corteo abbandonano la casa paterna.
29.61 La donna mi sgridò: «Perché pur ardi
La donna: Matilde o Matelda.
29.62 sì ne l'affetto de le vive luci,
29.63 e ciò che vien di retro a lor non guardi?».
29.64 Genti vid'io allor, come a lor duci,
29.65 venire appresso, vestite di bianco;
29.66 e tal candor di qua già mai non fuci.
non fuci: non ci fu.
29.67 L'acqua imprendea dal sinistro fianco,
29.68 e rendea me la mia sinistra costa,
e rendea me: e rifletteva a me.
29.69 s'io riguardava in lei, come specchio anco.
29.70 Quand'io da la mia riva ebbi tal posta,
ebbi tal posta: occupai un luogo tale. 75 e di tratti pennelli: di pennelli mossi da una invisibile mano.
29.71 che solo il fiume mi facea distante,
29.72 per veder meglio ai passi diedi sosta,
29.73 e vidi le fiammelle andar davante,
29.74 lasciando dietro a sé l'aere dipinto,
29.75 e di tratti pennelli avean sembiante;
29.76 sì che lì sopra rimanea distinto
29.77 di sette liste, tutte in quei colori
29.78 onde fa l'arco il Sole e Delia il cinto.
onde fa l'arco: di cui il Sole forma l'arcobaleno e la luna il suo alone. La luna è simboleggiata in Diana, sorella di Apollo, nata a Delo (" Delia " cfr. c. XX, 130).
29.79 Questi ostendali in dietro eran maggiori
ostendali: forma arcaica per stendardi.
29.80 che la mia vista; e, quanto a mio avviso,
29.81 diece passi distavan quei di fori.
diece passi: le due liste estreme della luce distavano fra loro, a quel che mi pareva, dieci passi. Sono, forse, simboleggiati i dieci comandamenti, per la cui osservanza si ottengono i sette doni dello Spirito Santo.
29.82 Sotto così bel ciel com'io diviso,
diviso: descrivo.
29.83 ventiquattro seniori, a due a due,
ventiquattro seniori: sono le " genti " del v. 64. ricordano i vecchioni dell'Apocalisse (IV, 4) e sembrano simboleggiare i 24 Libri dell'Antico Testamento, che seguono, " come lor duci ", i doni dello Spirito Santo dai quali sono ispirati.
29.84 coronati venien di fiordaliso.
29.85 Tutti cantavan: «Benedicta tue
Benedicta tue: benedetta tu, fra le donne. E' il saluto evangelico a Maria da parte dell'arcangelo Gabriele e di Elisabetta (Luca I, 28 e 42).
29.86 ne le figlie d'Adamo, e benedette
29.87 sieno in etterno le bellezze tue!».
29.88 Poscia che i fiori e l'altre fresche erbette
29.89 a rimpetto di me da l'altra sponda
29.90 libere fuor da quelle genti elette,
29.91 sì come luce luce in ciel seconda,
come luce: come una stella, in cielo, segue altra stella.
29.92 vennero appresso lor quattro animali,
quattro animali: simboleggiano i quattro Evangelisti, coronati di verde perché depositari di perenne verità.
29.93 coronati ciascun di verde fronda.
29.94 Ognuno era pennuto di sei ali;
29.95 le penne piene d'occhi; e li occhi d'Argo,
li occhi d'Argo: Argo era il mitico custode di Io, ed era dotato di cento occhi; fu ucciso da Mercurio.
29.96 se fosser vivi, sarebber cotali.
29.97 A descriver lor forme più non spargo
29.98 rime, lettor; ch'altra spesa mi strigne,
altra spesa: altro argomento.
29.99 tanto ch'a questa non posso esser largo;
29.100 ma leggi Ezechiel, che li dipigne
ma leggi Ezechiel: è un rinvio alla descrizione contenuta nel libro di Ezechiele (I, 4), dove si parla di quattro animali provenienti da settentrione, con vento, nube e fuoco (" igne ").
29.101 come li vide da la fredda parte
29.102 venir con vento e con nube e con igne;
29.103 e quali i troverai ne le sue carte,
29.104 tali eran quivi, salvo ch'a le penne
29.105 Giovanni è meco e da lui si diparte.
Giovanni è meco: San Giovanni, nell'"Apocalisse", afferma, con me, che le ali erano sei, mentre Ezechiele ne indica quattro.
29.106 Lo spazio dentro a lor quattro contenne
29.107 un carro, in su due rote, triunfale,
un carro: forse rappresenta la Chiesa: è trascinato da un "grifon", animale dalla testa e dalle ali d'aquila e dal corpo di leone, che simboleggerebbe il Cristo nella sua duplice natura umana e divina.
29.108 ch'al collo d'un grifon tirato venne.
29.109 Esso tendeva in sù l'una e l'altra ale
Esso tendeva: le ali erano situate in modo da contenere, senza appunto tagliarla, la lista mediana promanante dal candelabro. Ai lati esterni delle ali si trovavano, tre da una parte, tre dall'altra, le rimanenti sei liste.
29.110 tra la mezzana e le tre e tre liste,
29.111 sì ch'a nulla, fendendo, facea male.
29.112 Tanto salivan che non eran viste;
29.113 le membra d'oro avea quant'era uccello,
le membra d'oro: la parte del corpo conformata come un'aquila era d'oro, incorruttibile come la natura divina. Il resto aveva il colorito roseo del corpo umano.
29.114 e bianche l'altre, di vermiglio miste.
29.115 Non che Roma di carro così bello
29.116 rallegrasse Affricano, o vero Augusto,
29.117 ma quel del Sol saria pover con ello;
pover con ello: misero al suo confronto.
29.118 quel del Sol che, sviando, fu combusto
sviando: cfr. Inf. c. XVII, 107 e n.
29.119 per l'orazion de la Terra devota,
per l'orazion: Giove fulminò Fetonte in seguito alle preghiere della Terra, che si sentiva avvampare per la vicinanza del Sole, compiendo un atto della sua arcana giustizia.
29.120 quando fu Giove arcanamente giusto.
29.121 Tre donne in giro da la destra rota
Tre donne: rappresentano le tre virtù teologali : la Carità ( " rossa " ) la Speranza (" smeraldo ") la Fede (" neve"). E sembrano trascinate nella loro danza, ora dalla Fede, ora dalla Carità.
29.122 venìan danzando: l'una tanto rossa
29.123 ch'a pena fòra dentro al foco nota;
29.124 l'altr'era come se le carni e l'ossa
29.125 fossero state di smeraldo fatte;
29.126 la terza parea neve testé mossa;
29.127 e or parean da la bianca tratte,
29.128 or da la rossa; e dal canto di questa
29.129 l'altre toglìen l'andare e tarde e ratte.
29.130 Da la sinistra quattro facean festa,
quattro: rappresentano le virtù cardinali : Giustizia, Prudenza, Fortezza, Temperanza. Sono vestite del colore della Carità (" porpora ") e 1a Prudenza mostra tre occhi perché a chi è prudente si richiede " buona memoria de le vedute cose, buona conoscenza de le presenti, e buona provedenza de le future " (cfr. Conv. IV, XXVII, 5).
29.131 in porpora vestite, dietro al modo
29.132 d'una di lor ch'avea tre occhi in testa.
29.133 Appresso tutto il pertrattato nodo
il pertrattato nodo: il descritto corteo organicamente unito (" nodo ").
29.134 vidi due vecchi in abito dispari,
in abito dispari: vestiti diversamente ma con identico atteggiamento, onorevole e incrollabile (" sodo " ).
29.135 ma pari in atto ed onesto e sodo.
29.136 L'un si mostrava alcun de' famigliari
L'un: rappresenta gli Atti degli Apostoli, attribuito a San Luca, che fu medico; il suo vestito è simile a quello dei seguaci d'Ippocrate, il sommo medico che la Natura creò per giovare agli uomini, sue creature predilette.
29.137 di quel sommo Ipocràte che natura
29.138 a li animali fe' ch'ell'ha più cari;
29.139 mostrava l'altro la contraria cura
l'altro: rappresenta le Epistole di San Paolo, persecutore dei Cristiani e, dopo la conversione, deciso combattente in loro favore. Cosi si spiegano la spada e l'atteggiamento contrario a quello di un medico, in quanto un combattente ferisce e non sana i corpi.
29.140 con una spada lucida e aguta,
29.141 tal, che di qua dal rio mi fé paura.
29.142 Poi vidi quattro in umile paruta;
quattro: rappresentano i libri sacri minori, perciò d'umile apparenza ( " paruta " ) : le Epistole canoniche di San Giacomo, San Pietro, San Giovanni e San Giuda.
29.143 e di retro da tutti un vecchio solo
un vecchio solo: rappresenta l'Apocalisse di San Giovanni, e avanza dormendo, perché quel libro è tutto intessuto di visioni.
29.144 venir, dormendo, con la faccia arguta.
29.145 E questi sette col primaio stuolo
29.146 erano abituati, ma di gigli
erano abituati: avevamo l'abito analogo ai 24 seniori del primo stuolo, cioè bianco, ma non avevano corona di gigli sul capo (" brolo ": boschetto, giardino), ma di rose e di altri fiori rossi.
29.147 dintorno al capo non facean brolo,
29.148 anzi di rose e d'altri fior vermigli;
29.149 giurato avria poco lontano aspetto
poco lontano aspetto: chi guardasse da un po' lontano. E' soggetto di " giurato avria ".
29.150 che tutti ardesser di sopra da' cigli.
ardesser: che il capo a tutti realmente fiammeggiasse.
29.151 E quando il carro a me fu a rimpetto,
29.152 un tuon s'udì, e quelle genti degne
29.153 parvero aver l'andar più interdetto,
interdetto: vietato il procedere oltre ( " l'andar più " ).
29.154 fermandosi ivi con le prime insegne.
con le prime insegne: gli " ostendali " (v. 79) rappresentati dai candelabri.
Purgatorio : Canto 30
30.1 Quando il settentrion del primo cielo,
Quando: quando i sette candelabri, che sono come le sette stelle (cfr. lat. septem triones: sette stelle, nome col quale si designa la costellazione dell'Orsa) del cielo Empireo (" primo cielo "), che non conobbero mai né tramonto ( " occaso " ) né aurora ( " orto " ), né altra nebbia che le velasse se non l'umana colpa, e che li guidavano ciascuno, circa quel che dovesse fare, come le nostre stelle dell'Orsa minore (" 'l più basso " settentrione) guidano chiunque (" qual ") ruota il timone per venire in porto, si furono fermati….
30.2 che né occaso mai seppe né orto
30.3 né d'altra nebbia che di colpa velo,
30.4 e che faceva lì ciascun accorto
30.5 di suo dover, come 'l più basso face
30.6 qual temon gira per venire a porto,
30.7 fermo s'affisse: la gente verace,
la gente verace: i 24 seniori che rappresentano il Vecchio Testamento, libro senza menzogne (" verace ").
30.8 venuta prima tra 'l grifone ed esso,
30.9 al carro volse sé come a sua pace;
30.10 e un di loro, quasi da ciel messo,
30.11 `Veni, sponsa, de Libano' cantando
Veni, sponsa, de Libano: vieni, o sposa, dal Libano. Simboleggia il Cantico del Cantici: La sposa invocata è Beatrice.
30.12 gridò tre volte, e tutti li altri appresso.
30.13 Quali i beati al novissimo bando
al novissimo bando: all'ultimo appello, quello del Giudizio Universale.
30.14 surgeran presti ognun di sua caverna,
caverna: tomba. 15: alleluiando: allorché la voce rivestita dal corpo intonerà l'alleluia.
30.15 la revestita voce alleluiando,
30.16 cotali in su la divina basterna
basterna: è il carro (cfr. c. XXIX, 115), cosi chiamato con il nome latino che designa una sorta di lettiga.
30.17 si levar cento, ad vocem tanti senis,
ad vocem: al richiamo di così degno vecchio.
30.18 ministri e messaggier di vita etterna.
ministri: angeli.
30.19 Tutti dicean: "Benedictus qui venis!",
Benedictus: Benedetto tu che vieni. Ricorda le parole con cui fu salutata la venuta di Cristo a Gerusalemme: "Benedictus qui venit in nomine Domini" (Giovanni XII,13). Qui il saluto è rivolto a Beatrice.
30.20 e fior gittando e di sopra e dintorno,
30.21 "Manibus, oh, date lilia plenis!".
Manibus: O, spargete gigli a piene mani. Sono le parole che Virgilio, nell'Eneide (VI, 883), mette in bocca ad Anchise quando parla del giovane Marcello.
30.22 Io vidi già nel cominciar del giorno
Io vidi già: è una descrizione comparativa dell'aurora.
30.23 la parte oriental tutta rosata,
30.24 e l'altro ciel di bel sereno addorno;
30.25 e la faccia del sol nascere ombrata,
30.26 sì che per temperanza di vapori
temperanza: velo di vapori che attenuano la luminosità.
30.27 l'occhio la sostenea lunga fiata:
30.28 così dentro una nuvola di fiori
30.29 che da le mani angeliche saliva
30.30 e ricadeva in giù dentro e di fori,
30.31 sovra candido vel cinta d'uliva
30.32 donna m'apparve, sotto verde manto
30.33 vestita di color di fiamma viva.
color di fiamma viva: ritornano i colori delle virtù teologali nelle vesti di Beatrice. L'ulivo simboleggia la sapienza e la pace.
30.34 E lo spirito mio, che già cotanto
30.35 tempo era stato ch'a la sua presenza
30.36 non era di stupor, tremando, affranto,
30.37 sanza de li occhi aver più conoscenza,
30.38 per occulta virtù che da lei mosse,
30.39 d'antico amor sentì la gran potenza.
30.40 Tosto che ne la vista mi percosse
30.41 l'alta virtù che già m'avea trafitto
l'alta virtù: la sovrumana bellezza.
30.42 prima ch'io fuor di puerizia fosse,
prima: Dante conobbe Beatrice all'età di nove anni.
30.43 volsimi a la sinistra col respitto
30.44 col quale il fantolin corre a la mamma
30.45 quando ha paura o quando elli è afflitto,
30.46 per dicere a Virgilio: "Men che dramma
dramma: cfr. c. XXI, 99 e n.
30.47 di sangue m'è rimaso che non tremi:
30.48 conosco i segni de l'antica fiamma".
conosco i segni: traduce letteralmente il virgiliano " Agnosco veteris vestigia flammae ".
30.49 Ma Virgilio n'avea lasciati scemi
scemi: privi.
30.50 di sé, Virgilio dolcissimo patre,
30.51 Virgilio a cui per mia salute die'mi;
die'mi: mi affidai.
30.52 né quantunque perdeo l'antica matre,
né quantunque: né tutto quel che Eva (" l'antica matre ") perse per il suo peccato, cioè il Paradiso Terrestre, valse a ottenere che le guance nettate dalla rugiada (cfr. c. I, 96; 121 e segg.) non tornassero a bruttarsi di pianto (" atre ").
30.53 valse a le guance nette di rugiada,
30.54 che, lagrimando, non tornasser atre.
30.55 «Dante, perché Virgilio se ne vada,
perché: per i1 fatto che.
30.56 non pianger anco, non pianger ancora;
30.57 ché pianger ti conven per altra spada».
per altra spada: per il rimprovero che l'attende.
30.58 Quasi ammiraglio che in poppa e in prora
30.59 viene a veder la gente che ministra
che ministra: " che attende al proprio ministero " (Del Lungo).
30.60 per li altri legni, e a ben far l'incora;
30.61 in su la sponda del carro sinistra,
30.62 quando mi volsi al suon del nome mio,
30.63 che di necessità qui si registra,
di necessità: per la prima volta Dante " registra " il suo nome al v. 55, soltanto perché costretto (" di necessità ").
30.64 vidi la donna che pria m'appario
30.65 velata sotto l'angelica festa,
festa: la nuvola di fiori, lanciati dagli angeli.
30.66 drizzar li occhi ver' me di qua dal rio.
rio: è sempre il Lete.
30.67 Tutto che 'l vel che le scendea di testa,
30.68 cerchiato de le fronde di Minerva,
le fronde: l'ulivo era sacro a Minerva.
30.69 non la lasciasse parer manifesta,
30.70 regalmente ne l'atto ancor proterva
proterva: fiera.
30.71 continuò come colui che dice
30.72 e 'l più caldo parlar dietro reserva:
30.73 «Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.
Guardaci: guarda qui.
30.74 Come degnasti d'accedere al monte?
30.75 non sapei tu che qui è l'uom felice?».
30.76 Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;
30.77 ma veggendomi in esso, i trassi a l'erba,
i trassi: li trassi. Cioè spostai lo sguardo.
30.78 tanta vergogna mi gravò la fronte.
30.79 Così la madre al figlio par superba,
superba: severa.
30.80 com'ella parve a me; perché d'amaro
30.81 sente il sapor de la pietade acerba.
30.82 Ella si tacque; e li angeli cantaro
30.83 di subito "In te, Domine, speravi";
In te, Domine: è il Salmo XXX, che gli angeli cantano fino al nono versetto, che termina con le parole " pedes meos ".
30.84 ma oltre "pedes meos" non passaro.
30.85 Sì come neve tra le vive travi
le vive travi: gli alberi dell'Appennino ( " lo dosso " ).
30.86 per lo dosso d'Italia si congela,
30.87 soffiata e stretta da li venti schiavi,
li venti schiavi: i venti di nord-est, provenienti dalla Schiavonia.
30.88 poi, liquefatta, in sé stessa trapela,
trapela: filtra nei suoi strati inferiori.
30.89 pur che la terra che perde ombra spiri,
la terra: l'Africa. Nelle regioni equatoriali due volte all'anno, quando il sole è allo zenit, i corpi non danno ombra. Perciò: purché l'Africa mandi i suoi venti caldi ( " spiri " ).
30.90 sì che par foco fonder la candela;
30.91 così fui sanza lagrime e sospiri
30.92 anzi 'l cantar di quei che notan sempre
quei: gli angeli, che cantano accordando le loro armonie con quelle dei cieli in eterno rotanti.
30.93 dietro a le note de li etterni giri;
30.94 ma poi che 'ntesi ne le dolci tempre
tempre: modulati canti.
30.95 lor compatire a me, par che se detto
30.96 avesser: "Donna, perché sì lo stempre?",
stempre: consumi.
30.97 lo gel che m'era intorno al cor ristretto,
30.98 spirito e acqua fessi, e con angoscia
spirito e acqua: sospiri e lacrime.
30.99 de la bocca e de li occhi uscì del petto.
30.100 Ella, pur ferma in su la detta coscia
coscia: sponda, lato del carro.
30.101 del carro stando, a le sustanze pie
30.102 volse le sue parole così poscia:
30.103 «Voi vigilate ne l'etterno die,
ne l'etterno die: nella luce divina.
30.104 sì che notte né sonno a voi non fura
non fura: non toglie a voi la precisa conoscenza di ogni passo che il mondo degli uomini (" secol " cfr. Inf. c. II, n. 13) faccia lungo le strade che son sue, perché influenzate dal peccato.
30.105 passo che faccia il secol per sue vie;
30.106 onde la mia risposta è con più cura
30.107 che m'intenda colui che di là piagne,
30.108 perché sia colpa e duol d'una misura.
colpa e duol: perché il dolore sia pari al suo peccato.
30.109 Non pur per ovra de le rote magne,
le rote magne: le sfere celesti.
30.110 che drizzan ciascun seme ad alcun fine
ciascun seme: ogni essere fin dal suo concepimento, secondo le costellazioni sotto le quali questo è avvenuto.
30.111 secondo che le stelle son compagne,
30.112 ma per larghezza di grazie divine,
30.113 che sì alti vapori hanno a lor piova,
che sì alti vapori: che piovono da così alta sorgente, che i nostri sguardi non la possono raggiungere.
30.114 che nostre viste là non van vicine,
30.115 questi fu tal ne la sua vita nova
nova: giovanile.
30.116 virtualmente, ch'ogne abito destro
ogne abito destro: ogni buona disposizione.
30.117 fatto averebbe in lui mirabil prova.
30.118 Ma tanto più maligno e più silvestro
30.119 si fa 'l terren col mal seme e non cólto,
non còlto: non coltivato.
30.120 quant'elli ha più di buon vigor terrestro.
vigor terrestro: feracità naturale.
30.121 Alcun tempo il sostenni col mio volto:
Alcun tempo: dal primo incontro (1274) alla morte (1290), Beatrice lo sostenne con la sua presenza (" vòlto ").
30.122 mostrando li occhi giovanetti a lui,
30.123 meco il menava in dritta parte vòlto.
30.124 Sì tosto come in su la soglia fui
30.125 di mia seconda etade e mutai vita,
seconda etade: la giovinezza che segue all'adolescenza, al 25° anno di vita. Beatrice morì a 25 anni (" mutai vita " ).
30.126 questi si tolse a me, e diessi altrui.
altrui: ad altri, o ad altro genere di vita: Si può pensare che Beatrice alluda alla " donna gentile " della V. N. XXXV segg.
30.127 Quando di carne a spirto era salita
30.128 e bellezza e virtù cresciuta m'era,
30.129 fu' io a lui men cara e men gradita;
30.130 e volse i passi suoi per via non vera,
30.131 imagini di ben seguendo false,
30.132 che nulla promession rendono intera.
30.133 Né l'impetrare ispirazion mi valse,
Né l'impetrare: né mi giovò ottenere da Dio per lui delle buone ispirazioni.
30.134 con le quali e in sogno e altrimenti
30.135 lo rivocai; sì poco a lui ne calse!
ne calse: ne importò.
30.136 Tanto giù cadde, che tutti argomenti
30.137 a la salute sua eran già corti,
30.138 fuor che mostrarli le perdute genti.
fuor che: tranne il viaggio oltremondano.
30.139 Per questo visitai l'uscio de' morti
l'uscio de' morti: il Limbo.
30.140 e a colui che l'ha qua sù condotto,
a colui: a Virgilio (cfr. Inf. c. II, 58 e segg.).
30.141 li prieghi miei, piangendo, furon porti.
30.142 Alto fato di Dio sarebbe rotto,
30.143 se Leté si passasse e tal vivanda
30.144 fosse gustata sanza alcuno scotto
alcuno scotto: un compenso.
30.145 di pentimento che lagrime spanda».
Purgatorio : Canto 31
31.1 «O tu che se' di là dal fiume sacro»,
fiume sacro: il Lete.
31.2 volgendo suo parlare a me per punta,
per punta: direttamente. Fino a questo momento, Beatrice aveva rimproverato Dante solo indirettamente (" per taglio " ).
31.3 che pur per taglio m'era paruto acro,
31.4 ricominciò, seguendo sanza cunta,
sanza cunta: senza indugio (cfr. lat. "cunctari").
31.5 «dì, dì se questo è vero: a tanta accusa
31.6 tua confession conviene esser congiunta».
31.7 Era la mia virtù tanto confusa,
virtù: la capacità di reagire.
31.8 che la voce si mosse, e pria si spense
31.9 che da li organi suoi fosse dischiusa.
li organi suoi: la bocca e la gola.
31.10 Poco sofferse; poi disse: «Che pense?
sofferse: attese.
31.11 Rispondi a me; ché le memorie triste
31.12 in te non sono ancor da l'acqua offense».
offense: colpite per essere annullate.
31.13 Confusione e paura insieme miste
31.14 mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca,
31.15 al quale intender fuor mestier le viste.
al quale: che, per comprenderlo, fu necessario vedere la bocca muoversi.
31.16 Come balestro frange, quando scocca
frange: si spezza, quando la sua corda e l'arco scagliano (" scocca ") la freccia, in seguito ad eccessiva tensione ( " tesa " ).
31.17 da troppa tesa la sua corda e l'arco,
31.18 e con men foga l'asta il segno tocca,
31.19 sì scoppia' io sottesso grave carco,
31.20 fuori sgorgando lagrime e sospiri,
31.21 e la voce allentò per lo suo varco.
31.22 Ond'ella a me: «Per entro i mie' disiri,
31.23 che ti menavano ad amar lo bene
31.24 di là dal qual non è a che s'aspiri,
di là dal qual: oltre il quale non v'è cosa cui si possa aspirare.
31.25 quai fossi attraversati o quai catene
31.26 trovasti, per che del passare innanzi
31.27 dovessiti così spogliar la spene?
la spene: la speranza.
31.28 E quali agevolezze o quali avanzi
agevolezze… avanzi: piaceri e vantaggi. 29 ne la fronte: nell'aspetto degli altri beni.
31.29 ne la fronte de li altri si mostraro,
31.30 per che dovessi lor passeggiare anzi?».
passeggiare anzi: vagheggiarli alla maniera degli innamorati, che passeggiano avanti e indietro.
31.31 Dopo la tratta d'un sospiro amaro,
31.32 a pena ebbi la voce che rispuose,
31.33 e le labbra a fatica la formaro.
31.34 Piangendo dissi: «Le presenti cose
Le presenti cose: i beni mondani, che avevo presenti al mio sguardo.
31.35 col falso lor piacer volser miei passi,
31.36 tosto che 'l vostro viso si nascose».
si nascose: in seguito alla morte.
31.37 Ed ella: «Se tacessi o se negassi
31.38 ciò che confessi, non fora men nota
31.39 la colpa tua: da tal giudice sassi!
31.40 Ma quando scoppia de la propria gota
31.41 l'accusa del peccato, in nostra corte
in nostra corte: nel tribunale divino, la mola (" rota ") che è servita ad affilare la spada della giustizia, si volge contro il taglio per smussarlo.
31.42 rivolge sé contra 'l taglio la rota.
31.43 Tuttavia, perché mo vergogna porte
31.44 del tuo errore, e perché altra volta,
31.45 udendo le serene, sie più forte,
le serene: le sirene (cfr. c. XIX, 19).
31.46 pon giù il seme del piangere e ascolta:
il seme: le ragioni del tuo pianto.
31.47 sì udirai come in contraria parte
31.48 mover dovieti mia carne sepolta.
31.49 Mai non t'appresentò natura o arte
31.50 piacer, quanto le belle membra in ch'io
31.51 rinchiusa fui, e che so' 'n terra sparte;
31.52 e se 'l sommo piacer sì ti fallio
sì ti fallio: così ti venne a mancare.
31.53 per la mia morte, qual cosa mortale
31.54 dovea poi trarre te nel suo disio?
31.55 Ben ti dovevi, per lo primo strale
lo primo strale: il primo colpo, la prima delusione.
31.56 de le cose fallaci, levar suso
31.57 di retro a me che non era più tale.
tale: cioè fallace.
31.58 Non ti dovea gravar le penne in giuso,
31.59 ad aspettar più colpo, o pargoletta
pargoletta: fanciulla. Anche qui, come al c. XXX, 126, vi è una femminile punta di gelosia. " Pargoletta " è detta la donna della Rima LXXXVII:" I' mi son pargoletta bella e nova ".
31.60 o altra vanità con sì breve uso.
31.61 Novo augelletto due o tre aspetta;
Novo augelletto: un uccello appena nato aspetta due o tre volte, prima di formarsi un'esperienza dei pericoli che non conosce; ma invano si tende la rete davanti agli occhi degli uccelli non più implumi, o li si saetta.
31.62 ma dinanzi da li occhi d'i pennuti
31.63 rete si spiega indarno o si saetta».
31.64 Quali fanciulli, vergognando, muti
31.65 con li occhi a terra stannosi, ascoltando
31.66 e sé riconoscendo e ripentuti,
31.67 tal mi stav'io; ed ella disse: «Quando
Quando: dal momento che.
31.68 per udir se' dolente, alza la barba,
alza la barba: alza il mento. Nell'esortazione di Beatrice c'è un'allusione al fatto che Dante non è più un bambino, sicché la sua timidezza non è tollerabile.
31.69 e prenderai più doglia riguardando».
31.70 Con men di resistenza si dibarba
si dibarba: può essere sradicato.
31.71 robusto cerro, o vero al nostral vento
31.72 o vero a quel de la terra di Iarba,
la terra di Iarba: la Libia, un tempo regnata da Iarba, leggendario re dei Getuli e dei Mauritani, che amò senza fortuna Didone. Il vento è quello australe.
31.73 ch'io non levai al suo comando il mento;
31.74 e quando per la barba il viso chiese,
31.75 ben conobbi il velen de l'argomento.
il velen de l'argomento: cfr. nota 68.
31.76 E come la mia faccia si distese,
31.77 posarsi quelle prime creature
31.78 da loro aspersion l'occhio comprese;
l'occhio comprese: il mio occhio si avvide che gli angeli (" quelle prime creature ") cessavano dallo sparger fiori.
31.79 e le mie luci, ancor poco sicure,
31.80 vider Beatrice volta in su la fiera
in su la fiera: verso il grifone.
31.81 ch'è sola una persona in due nature.
31.82 Sotto 'l suo velo e oltre la rivera
31.83 vincer pariemi più sé stessa antica,
vincer pariemi: " mi pareva che vincesse in bellezza la Beatrice di un tempo più di quella che avesse vinto le altre donne quando era in terra " (Momigliano).
31.84 vincer che l'altre qui, quand'ella c'era.
31.85 Di penter sì mi punse ivi l'ortica
l'ortica: lo stimolo del pentimento.
31.86 che di tutte altre cose qual mi torse
che di tutte altre cose: che di tutte le altre cose, che non fossero Beatrice, quella che più mi aveva attratto nel suo amore, più mi divenne nemica.
31.87 più nel suo amor, più mi si fé nemica.
31.88 Tanta riconoscenza il cor mi morse,
31.89 ch'io caddi vinto; e quale allora femmi,
femmi: mi feci, divenni.
31.90 salsi colei che la cagion mi porse.
salsi: lo sa (cfr. c. V, 135) colei che mi dette motivo di "cader come morto, di quella morte mistica che è liberazione dal peccato " (Pietrobono).
31.91 Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi,
31.92 la donna ch'io avea trovata sola
la donna: Matelda, che gli era apparsa sola (cfr. c. XXVIII, 40), ora provvede a fargli attraversare il corso del Lete e lo avverte: tieniti forte a me.
31.93 sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!».
31.94 Tratto m'avea nel fiume infin la gola,
31.95 e tirandosi me dietro sen giva
31.96 sovresso l'acqua lieve come scola.
scola: navicella a fondo piatto (dal veneto o ravennate "scaula"). 98 Asperges me: sono parole del Salmo della penitenza (L, 9): tu mi aspergerai di issopo, e sarò mondato.
31.97 Quando fui presso a la beata riva,
31.98 "Asperges me" sì dolcemente udissi,
31.99 che nol so rimembrar, non ch'io lo scriva.
non ch'io: e tanto meno scrivendo.
31.100 La bella donna ne le braccia aprissi;
31.101 abbracciommi la testa e mi sommerse
31.102 ove convenne ch'io l'acqua inghiottissi.
31.103 Indi mi tolse, e bagnato m'offerse
31.104 dentro a la danza de le quattro belle;
le quattro belle: le quattro virtù cardinali.
31.105 e ciascuna del braccio mi coperse.
del braccio: col braccio.
31.106 «Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle:
nel ciel siamo stelle: sono le " quattro luci sante " che illuminano Catone (cfr. c. I, 37).
31.107 pria che Beatrice discendesse al mondo,
discendesse al mondo: nascesse.
31.108 fummo ordinate a lei per sue ancelle.
31.109 Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo
Merrenti: merrenti, ti merremo, ti meneremo, ti guideremo.
31.110 lume ch'è dentro aguzzeranno i tuoi
31.111 le tre di là, che miran più profondo».
le tre: le tre virtù teologali, che vedono più addentro.
31.112 Così cantando cominciaro; e poi
31.113 al petto del grifon seco menarmi,
31.114 ove Beatrice stava volta a noi.
31.115 Disser: «Fa che le viste non risparmi;
31.116 posto t'avem dinanzi a li smeraldi
li smeraldi: gli occhi lucenti di Beatrice, donde Amore ti scagliò i suoi primi dardi (" armi ").
31.117 ond'Amor già ti trasse le sue armi».
31.118 Mille disiri più che fiamma caldi
31.119 strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,
31.120 che pur sopra 'l grifone stavan saldi.
sopra 'l grifone: rivolti al grifone.
31.121 Come in lo specchio il sol, non altrimenti
31.122 la doppia fiera dentro vi raggiava,
dentro: negli occhi di Beatrice, ora in un aspetto d'aquila, ora di leone.
31.123 or con altri, or con altri reggimenti.
31.124 Pensa, lettor, s'io mi maravigliava,
31.125 quando vedea la cosa in sé star queta,
la cosa: la figura reale del grifone.
31.126 e ne l'idolo suo si trasmutava.
e ne l'idolo: e nell'immagine riflessa, tramutarsi. "Idolo" conserva il valore etimologico del greco "èidolon", ed è vocabolo forse ricavato da qualche lessico medievale.
31.127 Mentre che piena di stupore e lieta
31.128 l'anima mia gustava di quel cibo
31.129 che, saziando di sé, di sé asseta,
saziando di sé: proprio mentre appaga di sè, suscita nuovo desiderio (" asseta " ).
31.130 sé dimostrando di più alto tribo
tribo: tribù; qui, ordine, gerarchia.
31.131 ne li atti, l'altre tre si fero avanti,
31.132 danzando al loro angelico caribo.
caribo: antica canzone a ballo.
31.133 «Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi»,
31.134 era la sua canzone, «al tuo fedele
31.135 che, per vederti, ha mossi passi tanti!
31.136 Per grazia fa noi grazia che disvele
disvele: di liberare dal velo. Si ricordi che Beatrice è velata di bianco (cfr. c. XXX, 31 e 67).
31.137 a lui la bocca tua, sì che discerna
31.138 la seconda bellezza che tu cele».
la seconda bellezza: la bocca, come gli occhi sono la prima (cfr. Conv. III, VIII, 8).
31.139 O isplendor di viva luce etterna,
31.140 chi palido si fece sotto l'ombra
chi: quel poeta.
31.141 sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna,
Parnaso: il monte sacro ad Apollo e alle Muse, sul quale si trovava la fonte (" cisterna ") Castalia.
31.142 che non paresse aver la mente ingombra,
aver la mente ingombra: essere incapace.
31.143 tentando a render te qual tu paresti
31.144 là dove armonizzando il ciel t'adombra,
là dove: nel Paradiso Terrestre, dove il cielo, armonizzando con la terra dell'innocenza, appena riesce a dare un riverbero della tua divina bellezza.
31.145 quando ne l'aere aperto ti solvesti?
quando: quando ti sciogliesti dal velo nell'aria aperta.
Purgatorio : Canto 32
32.1 Tant'eran li occhi miei fissi e attenti
32.2 a disbramarsi la decenne sete,
la decenne sete: tra la morte di Beatrice (1290) e il viaggio oltremondano (1300) sono trascorsi esattamente dieci anni.
32.3 che li altri sensi m'eran tutti spenti.
spenti: sopiti, inerti.
32.4 Ed essi quinci e quindi avien parete
avien parete: avevano come una cortina di disinteresse.
32.5 di non caler - così lo santo riso
32.6 a sé traéli con l'antica rete! -;
traéli: traevali, li attraeva.
32.7 quando per forza mi fu vòlto il viso
32.8 ver' la sinistra mia da quelle dee,
quelle dee: le tre virtù teologali, che, essendo alla destra del carro, si trovano alla sinistra di Dante, rivolto verso il grifone.
32.9 perch'io udi' da loro un «Troppo fiso!»;
Troppo fiso: troppo fissamente volgi lo sguardo a Beatrice.
32.10 e la disposizion ch'a veder èe
e la disposizion: e la disposizione propria della vista " ch'a veder èe ", che è al vedere ) negli occhi proprio allora feriti dal sole, cioè l'incapacità di vedere per l'abbagliamento subito, mi fece ( " fée " ) restare per qualche tempo senza vedere.
32.11 ne li occhi pur testé dal sol percossi,
32.12 sanza la vista alquanto esser mi fée.
32.13 Ma poi ch'al poco il viso riformossi
Ma poi ch'al poco: ma poi che la vista ( " il viso " ) riprese vigore ( " riformossi ") tanto da discernere il poco, cioè le varie cose della processione, che erano poco, rispetto al molto offerto alla sensazione ( " sensibile " ) della luminosità di Beatrice.
32.14 (e dico `al poco' per rispetto al molto
32.15 sensibile onde a forza mi rimossi),
32.16 vidi 'n sul braccio destro esser rivolto
32.17 lo glorioso essercito, e tornarsi
32.18 col sole e con le sette fiamme al volto.
al volto: davanti a sè; e la processione va verso levante (" col sole… ").
32.19 Come sotto li scudi per salvarsi
sotto li scudi: formando quella che i Romani chiamavano la testuggine. 20: col segno: seguendo l'insegna; in questo caso l'insegna è rappresentata dai candelabri.
32.20 volgesi schiera, e sé gira col segno,
32.21 prima che possa tutta in sé mutarsi;
prima…: prima che compia la conversione.
32.22 quella milizia del celeste regno
32.23 che procedeva, tutta trapassonne
tutta trapassonne: ci passò dinanzi tutta, prima che il carro piegasse il timone ( " il primo legno " ) per iniziare anch'esso la conversione.
32.24 pria che piegasse il carro il primo legno.
32.25 Indi a le rote si tornar le donne,
32.26 e 'l grifon mosse il benedetto carco
32.27 sì, che però nulla penna crollonne.
sì, che: senza, per questo, scuotere le penne delle sue ali d'aquila.
32.28 La bella donna che mi trasse al varco
La bella donna: Matelda.
32.29 e Stazio e io seguitavam la rota
32.30 che fé l'orbita sua con minore arco.
con minore arco: la ruota destra, nella conversione da quella parte, descrive un arco minore.
32.31 Sì passeggiando l'alta selva vòta,
vòta: disabitata per colpa di Eva, che credette ( " crese " ) al serpente.
32.32 colpa di quella ch'al serpente crese,
32.33 temprava i passi un'angelica nota.
temprava: ritmava i passi un'angelica armonia.
32.34 Forse in tre voli tanto spazio prese
in tre voli: tre tiri d'arco, forse, ci separavano dal luogo donde la processione era mossa, quando Beatrice scese.
32.35 disfrenata saetta, quanto eramo
32.36 rimossi, quando Beatrice scese.
32.37 Io senti' mormorare a tutti «Adamo»;
32.38 poi cerchiaro una pianta dispogliata
una pianta dispogliata: è l'albero della scienza del bene e del male, l'albero di Adamo; ad esso sono stati attribuiti numerosi valori allegorici.
32.39 di foglie e d'altra fronda in ciascun ramo.
32.40 La coma sua, che tanto si dilata
32.41 più quanto più è sù, fora da l'Indi
fora da l'Indi: sarebbe causa di meraviglia anche per gl'Indi, nei cui paesi crescevano alberi altissimi.
32.42 ne' boschi lor per altezza ammirata.
32.43 «Beato se', grifon, che non discindi
non discindi: non spezzi col becco nulla di questa pianta, dolce al gusto; tra i valori allegorici da attribuire all'albero, acquista rilievo quello per cui starebbe a significare l'Impero, che Cristo (il grifone) non colpì, in quanto scelse di vivere e morire sotto le sue leggi.
32.44 col becco d'esto legno dolce al gusto,
32.45 poscia che mal si torce il ventre quindi».
si torce il ventre: il ventre si torce dal dolore; cosa che non capita al grifone che, astenendosi dal mordere l'albero, si astiene dai beni mondani.
32.46 Così dintorno a l'albero robusto
32.47 gridaron li altri; e l'animal binato:
binato: dalla duplice natura di aquila e di leone.
32.48 «Sì si conserva il seme d'ogne giusto».
Sì si conserva: così si conserva il principio di ogni giustizia.
32.49 E vòlto al temo ch'elli avea tirato,
al temo: al timone del carro.
32.50 trasselo al piè de la vedova frasca,
vedova: perché " dispogliata " (cfr. n. 38-39).
32.51 e quel di lei a lei lasciò legato.
e quel di lei…: "L'atto del grifone indica l'unione ristabilita da Cristo tra l'umano e il divino, l'unione dell'Impero alla Chiesa" (Vandelli). Il grifone ha dunque legato alla pianta (" a lei ") il timone fatto con il suo stesso legno (" quel di lei ").
32.52 Come le nostre piante, quando casca
32.53 giù la gran luce mischiata con quella
32.54 che raggia dietro a la celeste lasca,
che raggia dietro: che riluce appresso alla costellazione dei Pesci (la lasca è un pesce); si tratta, cioè, della costellazione dell'Ariete.
32.55 turgide fansi, e poi si rinovella
32.56 di suo color ciascuna, pria che 'l sole
32.57 giunga li suoi corsier sotto altra stella;
giunga: aggioghi i suoi cavalli sotto la costellazione del Toro ( " altra stella " ).
32.58 men che di rose e più che di viole
32.59 colore aprendo, s'innovò la pianta,
32.60 che prima avea le ramora sì sole.
le ramora: i rami.
32.61 Io non lo 'ntesi, né qui non si canta
32.62 l'inno che quella gente allor cantaro,
32.63 né la nota soffersi tutta quanta.
32.64 S'io potessi ritrar come assonnaro
32.65 li occhi spietati udendo di Siringa,
li occhi spietati: gli occhi d'Argo (cfr. c. XXIX, 95) che si chiusero al sonno quando Mercurio, inviato da Giove, cantò gli amori della ninfa Siringa con Pan.
32.66 li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro;
costò sì caro: perché il vigilare ( " vegghiar " ) fu causa della morte, che ad Argo diede Mercurio.
32.67 come pintor che con essempro pinga,
32.68 disegnerei com'io m'addormentai;
32.69 ma qual vuol sia che l'assonnar ben finga.
ma qual: ma sia chi vuole che rappresenti bene l'addormentarsi; io non mi ci provo.
32.70 Però trascorro a quando mi svegliai,
32.71 e dico ch'un splendor mi squarciò 'l velo
32.72 del sonno e un chiamar: «Surgi: che fai?».
32.73 Quali a veder de' fioretti del melo
Quali: Come Pietro, Giovanni e Giacomo ("Iacopo"), condotti sul monte Tabor da Cristo per vedere i primi saggi (" fioretti " ) della gloria divina ( " melo " è Cristo, secondo un'immagine del Cantico dei Cantici), che, del contemplare la sua pienezza (" pome "), rende gli angeli bramosi, come in un perpetuo convito nuziale, sopraffatti ("vinti") dalla visione della trasfigurazione, caddero in ginocchio e tornarono in sè, richiamati dalla parola di Cristo, dalla quale furono interrotti letarghi anche più profondi dei loro, e videro la loro compagnia (" scuola ") assottigliata di Moisè e di Elia, scomparsi, e videro pure mutata a Cristo ( " al maestro suo " ) la bianca veste (" stola ") assunta nel trasfigurarsi; nello stesso modo ( " tal " ) io tornai in me….
32.74 che del suo pome li angeli fa ghiotti
32.75 e perpetue nozze fa nel cielo,
32.76 Pietro e Giovanni e Iacopo condotti
32.77 e vinti, ritornaro a la parola
32.78 da la qual furon maggior sonni rotti,
32.79 e videro scemata loro scuola
32.80 così di Moisè come d'Elia,
32.81 e al maestro suo cangiata stola;
32.82 tal torna' io, e vidi quella pia
quella pia: Matelda.
32.83 sovra me starsi che conducitrice
32.84 fu de' miei passi lungo 'l fiume pria.
32.85 E tutto in dubbio dissi: «Ov'è Beatrice?».
32.86 Ond'ella: «Vedi lei sotto la fronda
32.87 nova sedere in su la sua radice.
32.88 Vedi la compagnia che la circonda:
la compagnia: le sette donne.
32.89 li altri dopo 'l grifon sen vanno suso
32.90 con più dolce canzone e più profonda».
32.91 E se più fu lo suo parlar diffuso,
32.92 non so, però che già ne li occhi m'era
32.93 quella ch'ad altro intender m'avea chiuso.
quella: Beatrice.
32.94 Sola sedeasi in su la terra vera,
vera: nuda.
32.95 come guardia lasciata lì del plaustro
plaustro: carro (cfr. lat. plaustrum).
32.96 che legar vidi a la biforme fera.
a la biforme fera: dal grifone.
32.97 In cerchio le facean di sé claustro
claustro: corona.
32.98 le sette ninfe, con quei lumi in mano
32.99 che son sicuri d'Aquilone e d'Austro.
che son sicuri: che non possono essere spenti dai venti (" Aquilone… Austro "); sono i sette candelabri.
32.100 «Qui sarai tu poco tempo silvano;
silvano: abitatore della selva del Paradiso Terrestre.
32.101 e sarai meco sanza fine cive
cive: cittadino.
32.102 di quella Roma onde Cristo è romano.
di quella Roma: della Roma celeste, del Paradiso.
32.103 Però, in pro del mondo che mal vive,
32.104 al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
32.105 ritornato di là, fa che tu scrive».
32.106 Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi
32.107 d'i suoi comandamenti era divoto,
32.108 la mente e li occhi ov'ella volle diedi.
32.109 Non scese mai con sì veloce moto
32.110 foco di spessa nube, quando piove
foco: fulmine, folgore.
32.111 da quel confine che più va remoto,
da quel confine: dalle regioni più alte dell'atmosfera.
32.112 com'io vidi calar l'uccel di Giove
l'uccel di Giove: l'aquila sacra a Giove.
32.113 per l'alber giù, rompendo de la scorza,
32.114 non che d'i fiori e de le foglie nove;
32.115 e ferì 'l carro di tutta sua forza;
ferì: colpì.
32.116 ond'el piegò come nave in fortuna,
in fortuna: in mezzo al fortunale.
32.117 vinta da l'onda, or da poggia, or da orza.
or da poggia: or da destra, or da sinistra; poggia e orza sono le corde, a destra e a sinistra, cui è legata l'antenna della nave.
32.118 Poscia vidi avventarsi ne la cuna
cuna: fondo.
32.119 del triunfal veiculo una volpe
una volpe: rappresenta l'eresia.
32.120 che d'ogne pasto buon parea digiuna;
32.121 ma, riprendendo lei di laide colpe,
32.122 la donna mia la volse in tanta futa
futa: voce popolare per "fuga".
32.123 quanto sofferser l'ossa sanza polpe.
32.124 Poscia per indi ond'era pria venuta,
32.125 l'aguglia vidi scender giù ne l'arca
l'aguglia: l'aquila.
32.126 del carro e lasciar lei di sé pennuta;
lasciar lei di sé pennuta: lasciarla ricoperta di alcune sue penne. Si allude a Costantino e alla famosa donazione cfr. Inf. c. XIX, nn. 116).
32.127 e qual esce di cuor che si rammarca,
32.128 tal voce uscì del cielo e cotal disse:
32.129 «O navicella mia, com'mal se' carca!».
com'mal se' carca: di qual cattiva merce sei carica. Dante sosteneva che proprio dalla confusione del potere temporale con quello spirituale era nata la corruzione dei costumi della Chiesa. E l'origine d'ogni male andava ricercata nella donazione di Costantino.
32.130 Poi parve a me che la terra s'aprisse
32.131 tr'ambo le ruote, e vidi uscirne un drago
un drago: rappresenta Satana.
32.132 che per lo carro sù la coda fisse;
32.133 e come vespa che ritragge l'ago,
32.134 a sé traendo la coda maligna,
32.135 trasse del fondo, e gissen vago vago.
trasse del fondo: trasse con se una parte del fondo del carro, e se ne andò ancor desideroso di offendere (" vago vago ").
32.136 Quel che rimase, come da gramigna
32.137 vivace terra, da la piuma, offerta
da la piuma: dalle penne dell'aquila, offerte forse con buona intenzione, rimase tutta ricoperta.
32.138 forse con intenzion sana e benigna,
32.139 si ricoperse, e funne ricoperta
32.140 e l'una e l'altra rota e 'l temo, in tanto
in tanto: in un tempo tanto breve che più impiega un sospiro ad uscire dalla bocca (che esso, nell'uscire, tiene aperta).
32.141 che più tiene un sospir la bocca aperta.
32.142 Trasformato così 'l dificio santo
'l dificio santo: il carro è il santo edificio della Chiesa.
32.143 mise fuor teste per le parti sue,
32.144 tre sovra 'l temo e una in ciascun canto.
tre sovra 'l temo: in totale le teste sono sette e simboleggiano i sette vizi capitali (cfr. Inf. XIX, 109-111).
32.145 Le prime eran cornute come bue,
Le prime: sono corna doppie (" come buie ":come bue); le quattro teste rimanenti sono unicorni. Difficile e discorde l'attribuzione a quali vizi si riferiscano questi particolari.
32.146 ma le quattro un sol corno avean per fronte:
32.147 simile mostro visto ancor non fue.
32.148 Sicura, quasi rocca in alto monte,
32.149 seder sovresso una puttana sciolta
una puttana sciolta: rappresenta la Curia romana traviata da Bonifacio VIII e da Clemente V.
32.150 m'apparve con le ciglia intorno pronte;
32.151 e come perché non li fosse tolta,
32.152 vidi di costa a lei dritto un gigante;
un gigante: simboleggia il re di Francia, Filippo il Bello.
32.153 e baciavansi insieme alcuna volta.
32.154 Ma perché l'occhio cupido e vagante
32.155 a me rivolse, quel feroce drudo
32.156 la flagellò dal capo infin le piante;
la flagellò: sembra ricordare l'oltraggio di Anagni, subito da Bonifacio VIII (cfr. c. XX, 86 e segg.).
32.157 poi, di sospetto pieno e d'ira crudo,
32.158 disciolse il mostro, e trassel per la selva,
trassel per la selva: simboleggia il trasferimento della sede papale da Roma in Avignone, voluto dal re di Francia.
32.159 tanto che sol di lei mi fece scudo
32.160 a la puttana e a la nova belva.
Purgatorio : Canto 33
33.1 "Deus, venerunt gentes", alternando
Deus, venerunt gentes: così comincia il Salmo LXXVIII; e qui lo intonano le virtù, in due cori di tre e di quattro.
33.2 or tre or quattro dolce salmodia,
33.3 le donne incominciaro, e lagrimando;
33.4 e Beatrice sospirosa e pia,
33.5 quelle ascoltava sì fatta, che poco
che poco: che poco più Maria ne provò quando fu ai piedi della croce.
33.6 più a la croce si cambiò Maria.
33.7 Ma poi che l'altre vergini dier loco
33.8 a lei di dir, levata dritta in pè,
33.9 rispuose, colorata come foco:
33.10 "Modicum, et non videbitis me;
Modicum…: un poco e non mi vedrete; e di nuovo un poco e mi vedrete. Sono le parole pronunciate da Cristo, per annunciare ai discepoli la sua morte e la resurrezione (Giovanni XVI,16), qui probabilmente significanti il temporaneo esilio della Chiesa in Avignone.
33.11 et iterum, sorelle mie dilette,
33.12 modicum, et vos videbitis me".
33.13 Poi le si mise innanzi tutte e sette,
33.14 e dopo sé, solo accennando, mosse
solo accennando: con un semplice cenno.
33.15 me e la donna e 'l savio che ristette.
e la donna: e Matelda e Stazio, che rimase (" ristette ") quando Virgilio scomparve.
33.16 Così sen giva; e non credo che fosse
33.17 lo decimo suo passo in terra posto,
33.18 quando con li occhi li occhi mi percosse;
33.19 e con tranquillo aspetto «Vien più tosto»,
Vien più tosto: vieni più vicino.
33.20 mi disse, «tanto che, s'io parlo teco,
33.21 ad ascoltarmi tu sie ben disposto».
33.22 Sì com'io fui, com'io dovea, seco,
33.23 dissemi: «Frate, perché non t'attenti
33.24 a domandarmi omai venendo meco?».
a domandarmi: a rivolgermi domande.
33.25 Come a color che troppo reverenti
33.26 dinanzi a suo maggior parlando sono,
33.27 che non traggon la voce viva ai denti.
33.28 avvenne a me, che sanza intero suono
sanza intero suono: con voce smorzata.
33.29 incominciai: «Madonna, mia bisogna
33.30 voi conoscete, e ciò ch'ad essa è buono».
33.31 Ed ella a me: «Da tema e da vergogna
33.32 voglio che tu omai ti disviluppe,
33.33 sì che non parli più com'om che sogna.
33.34 Sappi che 'l vaso che 'l serpente ruppe
'l vaso: il carro, che il drago (" serpente ") guastò, fu e non è più. Cioè la Chiesa, schiava del re di Francia e retta da papi indegni, è come se non esistesse più.
33.35 fu e non è; ma chi n'ha colpa, creda
creda: abbia per certo che la giustizia di Dio non teme ostacoli (" suppe ").
33.36 che vendetta di Dio non teme suppe.
33.37 Non sarà tutto tempo sanza reda
sanza reda: senza eredi.
33.38 l'aguglia che lasciò le penne al carro,
l'aguglia: l'aquila, cioè l'impero da Dante considerato vacante fin dalla morte di Federico II (cfr. c. VI, n. 103).
33.39 per che divenne mostro e poscia preda;
per che: per il qual dono. Si tratta sempre della donazione di Costantino.
33.40 ch'io veggio certamente, e però il narro,
33.41 a darne tempo già stelle propinque,
a darne tempo: vedo stelle già prossime (" propinque ") a darci un tempo… nel quale.
33.42 secure d'ogn'intoppo e d'ogni sbarro,
33.43 nel quale un cinquecento diece e cinque,
un cinquecento diece e cinque: la formula, che sembra ispirata dal 666 dell'Apocalisse, trascritta in maiuscole latine dà DXV; con lo spostamento di una lettera si ottiene DVX, parola con 1a quale Dante potrebbe aver voluto simboleggiare l'imperatore, inviato da Dio per uccidere la " fuia " ("la ladra, la puttana") e il re di Francia che con lei va fornicando.
33.44 messo di Dio, anciderà la fuia
33.45 con quel gigante che con lei delinque.
33.46 E forse che la mia narrazion buia,
buia: oscura a comprendersi.
33.47 qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
Temi: Temide, figlia di Urano e della Terra, antica personificazione della giustizia era dotata di spirito profetico. Sfinge: figlia della Chimera, uccideva i viandanti presso Tebe, se non sapevano risolvere il suo enigma, che fu poi sciolto da Edipo.
33.48 perch'a lor modo lo 'ntelletto attuia;
attuia: attura, ottura, chiude.
33.49 ma tosto fier li fatti le Naiade,
le Naiade: ma tosto i fatti saranno i solutori dell'enigma, come Edipo, figlio di Laio e perciò detto da Ovidio nelle Metamorfosi Laiade; nel suo manoscritto dell'opera ovidiana Dante, evidentemente, dovette trovare Naiades per Laiades.
33.50 che solveranno questo enigma forte
33.51 sanza danno di pecore o di biade.
sanza danno: allude alla fiera distruttrice di biade e divoratrice di pecore, inviata da Temide contro i Tebani, per vendicare la morte della Sfinge che, visto risolto il suo enigma, si precipitò da una rupe.
33.52 Tu nota; e sì come da me son porte,
33.53 così queste parole segna a' vivi
33.54 del viver ch'è un correre a la morte.
del viver: della vita che è come un preludio alla morte.
33.55 E aggi a mente, quando tu le scrivi,
33.56 di non celar qual hai vista la pianta
33.57 ch'è or due volte dirubata quivi.
33.58 Qualunque ruba quella o quella schianta,
33.59 con bestemmia di fatto offende a Dio,
di fatto: è più grave della bestemmia soltanto pronunciata a parole.
33.60 che solo a l'uso suo la creò santa.
33.61 Per morder quella, in pena e in disio
Per morder: per aver morso quella pianta.
33.62 cinquemilia anni e più l'anima prima
l'anima prima: Adamo.
33.63 bramò colui che 'l morso in sé punio.
colui: Cristo, che punì nella sua persona, cioè con la crocifissione, l'antico morso.
33.64 Dorme lo 'ngegno tuo, se non estima
33.65 per singular cagione esser eccelsa
33.66 lei tanto e sì travolta ne la cima.
sì travolta: cosi difforme nella cima che si va allargando invece di restringersi.
33.67 E se stati non fossero acqua d'Elsa
acqua d'Elsa: le acque del fiume Elsa erano famose per le numerose incrostazioni e concrezioni depositate sulle pietre o altri oggetti in esse contenuti.
33.68 li pensier vani intorno a la tua mente,
33.69 e 'l piacer loro un Piramo a la gelsa,
un Piramo a lo gelsa: Piramo (cfr. c. XXVII, n. 37) morente fu causa delle macchie di vermiglio visibili sul gelso ai cui piedi, poi, spirò; allo stesso modo il piacere, la compiacenza di quei pensieri, offuscava la mente di Dante.
33.70 per tante circostanze solamente
per tante circostanze: solo per le dette caratteristiche, potresti già riconoscere dall'albero, inteso nel suo valore morale, la giustizia di Dio nel proibire di toccarlo (" ne l'interdetto ").
33.71 la giustizia di Dio, ne l'interdetto,
33.72 conosceresti a l'arbor moralmente.
33.73 Ma perch'io veggio te ne lo 'ntelletto
33.74 fatto di pietra e, impetrato, tinto,
tinto: offuscato.
33.75 sì che t'abbaglia il lume del mio detto,
33.76 voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,
33.77 che 'l te ne porti dentro a te per quello
per quello: per la stessa ragione per la quale chi sia stato in pellegrinaggio nella Terra Santa, riporta il bastone (" bordon ") circondato di foglie di palma, come ricordo del viaggio.
33.78 che si reca il bordon di palma cinto».
33.79 E io: «Sì come cera da suggello,
33.80 che la figura impressa non trasmuta,
33.81 segnato è or da voi lo mio cervello.
33.82 Ma perché tanto sovra mia veduta
33.83 vostra parola disiata vola,
33.84 che più la perde quanto più s'aiuta?».
33.85 «Perché conoschi», disse, «quella scuola
quella scuola: della filosofia e della scienza meramente umana.
33.86 c'hai seguitata, e veggi sua dottrina
33.87 come può seguitar la mia parola;
33.88 e veggi vostra via da la divina
33.89 distar cotanto, quanto si discorda
33.90 da terra il ciel che più alto festina».
che più alto festina: che più alto si affretta a rotare; è il Primo Mobile.
33.91 Ond'io rispuosi lei: «Non mi ricorda
33.92 ch'i' straniasse me già mai da voi,
33.93 né honne coscienza che rimorda».
honne: ne ho.
33.94 «E se tu ricordar non te ne puoi»,
33.95 sorridendo rispuose, «or ti rammenta
33.96 come bevesti di Letè ancoi;
come bevesti: come l'acqua del Lete ti ha fatto perdere ogni memoria del peccato quando ne bevesti oggi (" ancoi " ).
33.97 e se dal fummo foco s'argomenta,
s'argomenta: si deduce.
33.98 cotesta oblivion chiaro conchiude
33.99 colpa ne la tua voglia altrove attenta.
colpa: che ci fu colpa da parte tua, quando volgesti ad altro che a me il tuo desiderio. Infatti, il Lete fa dimenticare soltanto le colpe.
33.100 Veramente oramai saranno nude
nude: semplici e chiare, senza enigmi.
33.101 le mie parole, quanto converrassi
33.102 quelle scovrire a la tua vista rude».
33.103 E più corusco e con più lenti passi
33.104 teneva il sole il cerchio di merigge,
33.105 che qua e là, come li aspetti, fassi
che qua e là: che si sposta (" fassi ") qua e là, a seconda della posizione geografica da cui si osserva ("aspetti").
33.106 quando s'affisser, sì come s'affigge
s'affisser: si arrestarono improvvisamente.
33.107 chi va dinanzi a gente per iscorta
33.108 se trova novitate o sue vestigge,
33.109 le sette donne al fin d'un'ombra smorta,
33.110 qual sotto foglie verdi e rami nigri
33.111 sovra suoi freddi rivi l'Alpe porta.
l'Alpe: la montagna.
33.112 Dinanzi ad esse Eufratès e Tigri
Eufratès e Tigri: sono fiumi della Mesopotamia, presi a paragone dell'Eunoè e del Lete, che si dipartono, dividendosi, da un'unica sorgente.
33.113 veder mi parve uscir d'una fontana,
33.114 e, quasi amici, dipartirsi pigri.
33.115 «O luce, o gloria de la gente umana,
33.116 che acqua è questa che qui si dispiega
si dispiega: scaturisce.
33.117 da un principio e sé da sé lontana?».
sé da sé lontana: si separa.
33.118 Per cotal priego detto mi fu: «Priega
33.119 Matelda che 'l ti dica». E qui rispuose,
33.120 come fa chi da colpa si dislega,
33.121 la bella donna: «Questo e altre cose
la bella donna: Matelda, per la prima volta nominata, qui, al v. 119. Essa si discolpa ( " da colpa si dislega " ) perché ha già dato a Dante spiegazioni circa l'origine delle acque e lo stormire delle fronde nel Paradiso Terrestre (cfr. c. XXVIII, 88 e segg.).
33.122 dette li son per me; e son sicura
33.123 che l'acqua di Letè non gliel nascose».
33.124 E Beatrice: «Forse maggior cura,
33.125 che spesse volte la memoria priva,
33.126 fatt'ha la mente sua ne li occhi oscura.
33.127 Ma vedi Eunoè che là diriva:
diriva: si dirama, diverte il suo corso.
33.128 menalo ad esso, e come tu se' usa,
come tu se' usa: sembra dunque che Matelda ottemperi ad un suo preciso incarico.
33.129 la tramortita sua virtù ravviva».
ravviva: risveglia la sua memoria offuscata.
33.130 Come anima gentil, che non fa scusa,
non fa scusa: non rifiuta servendosi di scuse.
33.131 ma fa sua voglia de la voglia altrui
33.132 tosto che è per segno fuor dischiusa;
33.133 così, poi che da essa preso fui,
33.134 la bella donna mossesi, e a Stazio
33.135 donnescamente disse: «Vien con lui».
donnescamente: con grazia femminile.
33.136 S'io avessi, lettor, più lungo spazio
33.137 da scrivere, i' pur cantere' in parte
33.138 lo dolce ber che mai non m'avrìa sazio;
sazio : saziato.
33.139 ma perché piene son tutte le carte
33.140 ordite a questa cantica seconda,
33.141 non mi lascia più ir lo fren de l'arte.
33.142 Io ritornai da la santissima onda
33.143 rifatto sì come piante novelle
33.144 rinnovellate di novella fronda,
33.145 puro e disposto a salire a le stelle.
a le stelle: cfr. Inf. c. XXXIV, n. 139.
Paradiso : Canto 1
1.1 La gloria di colui che tutto move
colui che tutto move: Dio è il motore supremo dell'Universo; " penetra e risplende " in tutte le creature ma più in quelle perfette, e meno in quelle che sono maggiormente lontane dalla perfezione.
1.2 per l'universo penetra, e risplende
1.3 in una parte più e meno altrove.
1.4 Nel ciel che più de la sua luce prende
Nel ciel: nel cielo Empireo, che, essendo la più compiuta opera di Dio, maggiormente riceve ( " prende " ) la luce divina.
1.5 fu' io, e vidi cose che ridire
1.6 né sa né può chi di là sù discende;
1.7 perché appressando sé al suo disire,
al suo disire: a Dio, sommo bene al quale aspira il nostro intelletto (cfr. Purg. c. XXXI, 23-24).
1.8 nostro intelletto si profonda tanto,
1.9 che dietro la memoria non può ire.
1.10 Veramente quant'io del regno santo
regno santo: il Paradiso.
1.11 ne la mia mente potei far tesoro,
1.12 sarà ora materia del mio canto.
1.13 O buono Appollo, a l'ultimo lavoro
1.14 fammi del tuo valor sì fatto vaso,
1.15 come dimandi a dar l'amato alloro.
come dimandi: nel modo che tu chiedi, esigi, per concedere la corona di poeta. Per l'aggettivo " amato " cfr. nota 33.
1.16 Infino a qui l'un giogo di Parnaso
l'un giogo: un solo giogo di Parnaso, quello sacro alle Muse, cioè l'Elicona. Ma ora anche Cirra, l'altro giogo, quello sacro ad Apollo, è necessario (" m'è uopo ") per percorrere l'ultima distanza (" aringo ") dell'opera intrapresa.
1.17 assai mi fu; ma or con amendue
1.18 m'è uopo intrar ne l'aringo rimaso.
1.19 Entra nel petto mio, e spira tue
1.20 sì come quando Marsia traesti
Marsia: satiro frigio, vinto in una gara musicale da Apollo, che egli aveva sfidato; il vincitore, potendo disporre, secondo i patti, dell'avversario, lo scorticò traendolo " de la vagina de le membra sue ", come se sguainasse un'arma dal fodero.
1.21 de la vagina de le membra sue.
1.22 O divina virtù, se mi ti presti
1.23 tanto che l'ombra del beato regno
l'ombra: è il ricordo appena adombrato.
1.24 segnata nel mio capo io manifesti,
1.25 vedra'mi al piè del tuo diletto legno
del tuo diletto legno: l'alloro (cfr. n. 33).
1.26 venire, e coronarmi de le foglie
1.27 che la materia e tu mi farai degno.
1.28 Sì rade volte, padre, se ne coglie
1.29 per triunfare o cesare o poeta,
per triunfare : per solennizzare il trionfo di un imperatore, o la fama di un poeta.
1.30 colpa e vergogna de l'umane voglie,
1.31 che parturir letizia in su la lieta
1.32 delfica deità dovria la fronda
delfica: Apollo aveva a Delfo il suo tempio più venerato.
1.33 peneia, quando alcun di sé asseta.
peneia: Dafne, figlia del fiume Peneo, fu amata da Apollo (cfr. v. 15 e 25), ma, restia a soddisfarne le voglie, fu dagli dei tramutata in alloro.
1.34 Poca favilla gran fiamma seconda:
Poca favilla: una gran fiamma tien dietro, segue, una piccola scintilla.
1.35 forse di retro a me con miglior voci
1.36 si pregherà perché Cirra risponda.
Cirra: il giogo di Parnaso sacro ad Apollo.
1.37 Surge ai mortali per diverse foci
foci: punti dell'orizzonte.
1.38 la lucerna del mondo; ma da quella
la lucerna del mondo: il sole.
1.39 che quattro cerchi giugne con tre croci,
che quattro cerchi… : dal punto ( " foci " ) che congiunge insieme quattro cerchi e cioè lo zodiaco, l'equatore, il coluro equinoziale e l'orizzonte, in modo che quest'ultimo, intersecando gli altri tre forma tre croci, il sole sorge " con miglior corso " perché porta i giorni radiosi della primavera, e " con migliore stella ", in quanto la costellazione dell'Ariete reca i benèfici influssi e ricorda la congiunzione in cui si trovava il sole quando Dio mosse i cieli (cfr. Inf. c. I, 38 e segg.).
1.40 con miglior corso e con migliore stella
1.41 esce congiunta, e la mondana cera
1.42 più a suo modo tempera e suggella.
tempera e suggella: dispone nei suoi elementi, cui imprime il suo segno, il suo suggello. Si tenga presente che i quattro cerchi e le tre croci potrebbero avere il significato allegorico delle tre virtù teologali e delle quattro cardinali.
1.43 Fatto avea di là mane e di qua sera
di là: nell'emisfero australe, ove si trova il Purgatorio; " di qua " è il nostro emisfero.
1.44 tal foce, e quasi tutto era là bianco
1.45 quello emisperio, e l'altra parte nera,
1.46 quando Beatrice in sul sinistro fianco
1.47 vidi rivolta e riguardar nel sole:
1.48 aquila sì non li s'affisse unquanco.
aquila: si credeva che l'aquila fosse capace di fissare il sole con lo sguardo (cfr. c. XX, 31-32).
1.49 E sì come secondo raggio suole
secondo raggio: il raggio riflesso suole derivare (" uscir ") dal raggio incidente (" primo ").
1.50 uscir del primo e risalire in suso,
1.51 pur come pelegrin che tornar vuole,
1.52 così de l'atto suo, per li occhi infuso
1.53 ne l'imagine mia, il mio si fece,
il mio: il mio atto del riguardare in alto.
1.54 e fissi li occhi al sole oltre nostr'uso.
1.55 Molto è licito là, che qui non lece
non lece: non è concesso, non è possibile.
1.56 a le nostre virtù, mercé del loco
mercé del loco: grazie al luogo, cioè il Paradiso Terrestre, ove Dante ancora si trova, creato proprio per il genere umano.
1.57 fatto per proprio de l'umana spece.
1.58 Io nol soffersi molto, né sì poco,
1.59 ch'io nol vedessi sfavillar dintorno,
1.60 com'ferro che bogliente esce del foco;
bogliente: bollente, incandescente.
1.61 e di sùbito parve giorno a giorno
giorno a giorno: raddoppiata la luminosità.
1.62 essere aggiunto, come quei che puote
1.63 avesse il ciel d'un altro sole addorno.
1.64 Beatrice tutta ne l'etterne rote
l'etterne rote: i cieli, eternamente rotanti.
1.65 fissa con li occhi stava; e io in lei
1.66 le luci fissi, di là sù rimote.
di là sù rimote: dopo averle allontanate, distolte dal sole.
1.67 Nel suo aspetto tal dentro mi fei,
1.68 qual si fé Glauco nel gustar de l'erba
Glauco: pescatore della Beozia il quale, avendo notato che alcuni pesci da lui presi tornavano a vivere, dopo aver toccato una certa erba, provò a mangiarne lui stesso, sentendosi così mutar dentro, da divenir compagno ("consorto") degli altri dèi marini, per aver acquistato l'immortalità.
1.69 che 'l fé consorto in mar de li altri dèi.
1.70 Trasumanar significar per verba
Trasumanar: l'andar oltre alla natura umana, per acquisire la divinità, non si potrebbe spiegare a parole (" per verba ": cfr. lat. verbum).
1.71 non si poria; però l'essemplo basti
1.72 a cui esperienza grazia serba.
a cui: a chi la grazia celeste riserba di far l'esperienza del " trasumanar ".
1.73 S'i' era sol di me quel che creasti
quel che creasti: quello che creasti da ultimo (" novellamente "), cioè l'anima.
1.74 novellamente, amor che 'l ciel governi,
1.75 tu 'l sai, che col tuo lume mi levasti.
1.76 Quando la rota che tu sempiterni
la rota: i cieli, mossi a rotare dal desiderio eterno di te.
1.77 desiderato, a sé mi fece atteso
a sé mi fece atteso: attrasse a sè tutta la mia attenzione, con l'armonia, cioè con il suono che tu regoli (" temperi ") e distribuisci (" discerni "). La teoria dell'armonioso risonare delle sfere celesti in movimento risale a Pitagora e Dante dovette apprenderla da Cicerone nel "Somnium Scipionis".
1.78 con l'armonia che temperi e discerni,
1.79 parvemi tanto allor del cielo acceso
tanto allor del cielo: tanta parte del cielo.
1.80 de la fiamma del sol, che pioggia o fiume
1.81 lago non fece alcun tanto disteso.
1.82 La novità del suono e 'l grande lume
1.83 di lor cagion m'accesero un disio
1.84 mai non sentito di cotanto acume.
1.85 Ond'ella, che vedea me sì com'io,
vedea me sì com'io: leggeva nei miei pensieri, come io stesso li vedevo.
1.86 a quietarmi l'animo commosso,
1.87 pria ch'io a dimandar, la bocca aprio,
1.88 e cominciò: «Tu stesso ti fai grosso
grosso: grossolano, cioè, qui, di mente ottusa.
1.89 col falso imaginar, sì che non vedi
1.90 ciò che vedresti se l'avessi scosso.
se l'avessi scosso: se da te avessi allontanato il " falso imaginar ".
1.91 Tu non se' in terra, sì come tu credi;
1.92 ma folgore, fuggendo il proprio sito,
1.93 non corse come tu ch'ad esso riedi».
ad esso riedi: ritorni al cielo, cioè al " sito " proprio dell'anima.
1.94 S'io fui del primo dubbio disvestito
1.95 per le sorrise parolette brevi,
1.96 dentro ad un nuovo più fu' inretito,
1.97 e dissi: «Già contento requievi
requievi: latinismo per "mi acquetai". Il corrispondente volgare al v. 86.
1.98 di grande ammirazion; ma ora ammiro
ammiro: mi meraviglio (cfr. lat. admiror).
1.99 com'io trascenda questi corpi levi».
questi corpi levi: queste sostanze leggere, ossia le regioni dell'aria e del fuoco.
1.100 Ond'ella, appresso d'un pio sospiro,
1.101 li occhi drizzò ver' me con quel sembiante
1.102 che madre fa sovra figlio deliro,
figlio deliro: il figlio che vaneggia in preda alla febbre.
1.103 e cominciò: «Le cose tutte quante
1.104 hanno ordine tra loro, e questo è forma
forma: principio informatore.
1.105 che l'universo a Dio fa simigliante.
1.106 Qui veggion l'alte creature l'orma
Qui: in quest'ordine le creature dotate d'intelligenza (angeli e uomini) scorgono l'impronta (" orma ") della virtù di Dio, il quale costituisce il fine ultimo, a cui tende detto ordine (" la toccata norma " ).
1.107 de l'etterno valore, il qual è fine
1.108 al quale è fatta la toccata norma.
1.109 Ne l'ordine ch'io dico sono accline
accline : inclinate, cioè soggette.
1.110 tutte nature, per diverse sorti,
1.111 più al principio loro e men vicine;
1.112 onde si muovono a diversi porti
a diversi porti: a vari fini, cui guida l'istinto.
1.113 per lo gran mar de l'essere, e ciascuna
1.114 con istinto a lei dato che la porti.
1.115 Questi ne porta il foco inver' la luna;
Questi: tale istinto.
1.116 questi ne' cor mortali è permotore;
è permotore: spinge gli esseri animati verso il loro fine.
1.117 questi la terra in sé stringe e aduna;
stringe e aduna: tiene raccolta per forza di coesione.
1.118 né pur le creature che son fore
né pur: né soltanto le creature che son prive di ragione, ecc.
1.119 d'intelligenza quest'arco saetta
1.120 ma quelle c'hanno intelletto e amore.
1.121 La provedenza, che cotanto assetta,
assetta: dispone.
1.122 del suo lume fa 'l ciel sempre quieto
'l ciel: il cielo Empireo, entro il quale ruota il Primo Mobile; questo è il più vicino all'Empireo e ruota più velocemente degli altri, perché animato da maggior desiderio di congiungersi a Dio, che nell'Empireo risiede. Inoltre, è il più ampio e -a maggior circonferenza- compone maggior velocità di rotazione, dato che i cieli sono concentrici.
1.123 nel qual si volge quel c'ha maggior fretta;
1.124 e ora lì, come a sito decreto,
lì: all'Empireo, come a luogo stabilito (" decreto ").
1.125 cen porta la virtù di quella corda
corda: il naturale istinto.
1.126 che ciò che scocca drizza in segno lieto.
1.127 Vero è che, come forma non s'accorda
1.128 molte fiate a l'intenzion de l'arte,
1.129 perch'a risponder la materia è sorda,
1.130 così da questo corso si diparte
da questo corso: dal cammino ispirato dall'istinto.
1.131 talor la creatura, c'ha podere
1.132 di piegar, così pinta, in altra parte;
1.133 e sì come veder si può cadere
1.134 foco di nube, sì l'impeto primo
foco di nube: il fulmine, che si credeva di fuoco, elemento che tende all'alto, si rivolge invece al basso.
1.135 l'atterra torto da falso piacere.
1.136 Non dei più ammirar, se bene stimo,
1.137 lo tuo salir, se non come d'un rivo
1.138 se d'alto monte scende giuso ad imo.
se d'alto monte: se scende dal monte al piano.
1.139 Maraviglia sarebbe in te se, privo
1.140 d'impedimento, giù ti fossi assiso,
1.141 com'a terra quiete in foco vivo».
com'a terra: come farebbe meraviglia in terra l'immobilità (" quiete ") in un fuoco acceso (" vivo ") e fiammeggiante.
1.142 Quinci rivolse inver' lo cielo il viso.
Paradiso : Canto 2
2.1 O voi che siete in piccioletta barca,
O voi: l'appello ai lettori rende palese la distinzione fondamentale fra Dante-pellegrino (l'"agens") e Dante-autore (l'"auctor"). Si tenga presente, però, che la sfera dell'"auctor" e quella dell'"agens" vengono continuamente ad interferire. Fuor di metafora, "in piccioletta barca" sta per "muniti di scarsa cultura".
2.2 desiderosi d'ascoltar, seguiti
seguiti: avete seguito (cfr. lat. secuti estis).
2.3 dietro al mio legno che cantando varca,
2.4 tornate a riveder li vostri liti:
2.5 non vi mettete in pelago, ché forse,
2.6 perdendo me, rimarreste smarriti.
2.7 L'acqua ch'io prendo già mai non si corse;
2.8 Minerva spira, e conducemi Appollo,
2.9 e nove Muse mi dimostran l'Orse.
l'Orse: le Orse servono ad orientare la rotta dei naviganti.
2.10 Voialtri pochi che drizzaste il collo
2.11 per tempo al pan de li angeli, del quale
al pan de li angeli: agli studi teologici.
2.12 vivesi qui ma non sen vien satollo,
non sen vien satollo: non ci si può saziare, perché la compiuta sazietà del bene è concessa solo ai beati, nel cielo.
2.13 metter potete ben per l'alto sale
l'alto sale: l'alto mare (cfr. lat. salum).
2.14 vostro navigio, servando mio solco
2.15 dinanzi a l'acqua che ritorna equale.
dinanzi: prima che la mia scia sia cancellata.
2.16 Que' gloriosi che passaro al Colco
Que' glorïosi: gli Argonauti, che si recarono nella Colchide e alla conquista del vello d'oro, non si meravigliarono, come farete voi, quando videro il loro capo Giasone trasformarsi in bifolco, aggiogando egli stesso due tori che spiravano fiamme dalle narici, ed arando il terreno per seminarvi i denti del drago, da lui ucciso, da cui nascevano uomini armati (cfr. Ovidio, Metamorfosi, VII, 100 e segg.).
2.17 non s'ammiraron come voi farete,
2.18 quando Iasón vider fatto bifolco.
Iasòn: cfr. Inf. c. XVIII, n. 86.
2.19 La concreata e perpetua sete
concreata: innata, connaturata.
2.20 del deiforme regno cen portava
2.21 veloci quasi come 'l ciel vedete.
come 'l ciel vedete: con la velocità del cielo stellato.
2.22 Beatrice in suso, e io in lei guardava;
2.23 e forse in tanto in quanto un quadrel posa
un quadrel: una freccia.
2.24 e vola e da la noce si dischiava,
si dischiava: si schioda, cioè si libera dalla parte della balestra (" la noce "), che tien tesa la corda.
2.25 giunto mi vidi ove mirabil cosa
2.26 mi torse il viso a sé; e però quella
2.27 cui non potea mia cura essere ascosa,
2.28 volta ver' me, sì lieta come bella,
2.29 «Drizza la mente in Dio grata», mi disse,
2.30 «che n'ha congiunti con la prima stella».
la prima stella: la Luna, il primo dei cieli.
2.31 Parev'a me che nube ne coprisse
2.32 lucida, spessa, solida e pulita,
2.33 quasi adamante che lo sol ferisse.
quasi adamante: come un diamante colpito dal sole.
2.34 Per entro sé l'etterna margarita
margarita: perla celeste (cfr. lat. "margarita").
2.35 ne ricevette, com'acqua recepe
recepe: riceve, accoglie.
2.36 raggio di luce permanendo unita.
2.37 S'io era corpo, e qui non si concepe
non si concepe: non si concepisce come una dimensione, cioè un corpo esteso nello spazio, tollerò senza disunirsi un altro corpo, cosa che deve pur avvenire, se un corpo si insinua (" repe " = striscia) in un altro.
2.38 com'una dimensione altra patio,
2.39 ch'esser convien se corpo in corpo repe,
2.40 accender ne dovrìa più il disio
2.41 di veder quella essenza in che si vede
quella essenza: Cristo, in cui si unirono strettamente la natura umana e quella divina.
2.42 come nostra natura e Dio s'unio.
2.43 Lì si vedrà ciò che tenem per fede,
2.44 non dimostrato, ma fia per sé noto
2.45 a guisa del ver primo che l'uom crede.
ver primo: l'assioma, che l'uomo crede intuitivamente, senza bisogno di dimostrazione (cfr. Purg. c. XVIII, 56):.
2.46 Io rispuosi: «Madonna, sì devoto
2.47 com'esser posso più, ringrazio lui
lui: colui che mi ha rimosso (" remoto ") dal mondo mortale, cioè Dio.
2.48 lo qual dal mortal mondo m'ha remoto.
2.49 Ma ditemi: che son li segni bui
li segni bui: le macchie lunari, che, per il loro aspetto, fanno sì che alcuni (" altrui ") sulla terra favoleggino di Caino? (cfr. Inf. c. XX, n. I26).
2.50 di questo corpo, che là giuso in terra
2.51 fan di Cain favoleggiare altrui?».
2.52 Ella sorrise alquanto, e poi «S'elli erra
2.53 l'oppinion», mi disse, «d'i mortali
2.54 dove chiave di senso non diserra,
chiave di senso: i sensi non possono dischiudere il vero.
2.55 certo non ti dovrien punger li strali
2.56 d'ammirazione omai, poi dietro ai sensi
poi: poiché.
2.57 vedi che la ragione ha corte l'ali.
2.58 Ma dimmi quel che tu da te ne pensi».
2.59 E io: «Ciò che n'appar qua sù diverso
2.60 credo che fanno i corpi rari e densi».
i corpi rari e densi: la densità maggiore o minore dei corpi celesti e perciò anche dalla Luna. Tale teoria, che Dante si appresta a confutare, risale ad Averroe, e il poeta stesso l'aveva sostenuta in Conv. II, XIII, 9.
2.61 Ed ella: «Certo assai vedrai sommerso
2.62 nel falso il creder tuo, se bene ascolti
2.63 l'argomentar ch'io li farò avverso.
2.64 La spera ottava vi dimostra molti
La spera ottava: la sfera, ossia, il cielo delle stelle fisse, vi mostra molte luci che, per la qualità (" quale ") e per la quantità ( " quanto " ) della loro luminosità, si possono osservare come siano di diversi aspetti (" volti ").
2.65 lumi, li quali e nel quale e nel quanto
2.66 notar si posson di diversi volti.
2.67 Se raro e denso ciò facesser tanto,
2.68 una sola virtù sarebbe in tutti,
una sola virtù: un solo principio, quello della quantità di densità, più o meno distribuita, o uniformemente ("altrettanto" ) distribuita.
2.69 più e men distributa e altrettanto.
2.70 Virtù diverse esser convegnon frutti
Virtù diverse: influssi diversi, quali son quelli che le stelle rivelano, devono essere prodotti da cause diverse, cioè da " princìpi formali ", indipendenti dal principio materiale, cioè la materia, comune a tutte le stelle. Ma queste cause, secondo il tuo ragionamento ( " a tua ragion " ) sarebbero per conseguenza tutte annullate (" seguiterieno "), tranne una, quella della rarità e della densità della materia.
2.71 di princìpi formali, e quei, for ch'uno,
2.72 seguiterieno a tua ragion distrutti.
2.73 Ancor, se raro fosse di quel bruno
di quel bruno: di quelle macchie oscure.
2.74 cagion che tu dimandi, o d'oltre in parte
o d'oltre: o fino alla parte opposta (" oltre ") questo pianeta sarebbe cosi privo della sua materia, fino, cioè ad essere forato, oppure, come il corpo umano distribuisce il grasso e il magro, cosi questo pianeta cambierebbe strati (" carte ") nella sua massa.
2.75 fora di sua materia sì digiuno
2.76 esto pianeto, o, sì come comparte
2.77 lo grasso e 'l magro un corpo, così questo
2.78 nel suo volume cangerebbe carte.
2.79 Se 'l primo fosse, fora manifesto
2.80 ne l'eclissi del sol per trasparere
per trasparere: per il fatto che il sole tralucerebbe in quegli ipotetici fori, come la sua luce traspare se immessa (" ingesto ") in qualsiasi altro corpo raro di materia.
2.81 lo lume come in altro raro ingesto.
2.82 Questo non è: però è da vedere
2.83 de l'altro; e s'elli avvien ch'io l'altro cassi,
cassi: confuti, annulli.
2.84 falsificato fia lo tuo parere.
2.85 S'elli è che questo raro non trapassi,
non trapassi: non arrivi a forare il pianeta.
2.86 esser conviene un termine da onde
2.87 lo suo contrario più passar non lassi;
lo suo contrario: il denso non lasci più passare il raro, cioè il pieno non ammette oltre il vuoto.
2.88 e indi l'altrui raggio si rifonde
indi: da quel punto.
2.89 così come color torna per vetro
per vetro: da uno specchio che è formato da una lastra di vetro, coperta da una lamina di piombo.
2.90 lo qual di retro a sé piombo nasconde.
2.91 Or dirai tu ch'el si dimostra tetro
tetro: buio, oscuro.
2.92 ivi lo raggio più che in altre parti,
2.93 per esser lì refratto più a retro.
2.94 Da questa instanza può deliberarti
instanza: dubbio.
2.95 esperienza, se già mai la provi,
2.96 ch'esser suol fonte ai rivi di vostr'arti.
fonte ai rivi: l'ideale sorgente donde prendono vita le arti e le scienze umane.
2.97 Tre specchi prenderai; e i due rimovi
2.98 da te d'un modo, e l'altro, più rimosso,
più rimosso: più lontano degli altri due, rifletta la luce al tuo sguardo (" li occhi tuoi ritrovi ").
2.99 tr'ambo li primi li occhi tuoi ritrovi.
2.100 Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso
dopo il dosso: dietro le spalle.
2.101 ti stea un lume che i tre specchi accenda
2.102 e torni a te da tutti ripercosso.
2.103 Ben che nel quanto tanto non si stenda
nel quanto: nella quantità di luce ed anche nella grandezza dell'immagine.
2.104 la vista più lontana, lì vedrai
la vista: lo specchio, o per meglio dire l'immagine riflessa.
2.105 come convien ch'igualmente risplenda.
2.106 Or, come ai colpi de li caldi rai
2.107 de la neve riman nudo il suggetto
il suggetto: ciò che vi è sotto.
2.108 e dal colore e dal freddo primai,
2.109 così rimaso te ne l'intelletto
2.110 voglio informar di luce sì vivace,
2.111 che ti tremolerà nel suo aspetto.
che ti tremolerà: l'ondeggiare della fiamma ne dimostra la vivacità e la vitalità.
2.112 Dentro dal ciel de la divina pace
ciel de le divina pace: il cielo Empireo.
2.113 si gira un corpo ne la cui virtute
un corpo: il Primo Mobile, nella cui potenza animatrice risiede (" giace ") l'esistenza (" l'esser ") di tutto ciò che in esso è contenuto ("contento").
2.114 l'esser di tutto suo contento giace.
2.115 Lo ciel seguente, c'ha tante vedute,
Lo ciel seguente: il cielo stellato, che ha tante stelle simili ad occhi (" vedute "), distribuisce quella virtù (" esser ") nelle diverse sostanze (" essenze ") da esso contenute, per quanto differenti ( " distratte " ).
2.116 quell'esser parte per diverse essenze,
2.117 da lui distratte e da lui contenute.
2.118 Li altri giron per varie differenze
Li altri giron: gli altri cieli inferiori, in differenti modi, dispongono le distinte essenze che in sè contengono, secondo i loro fini e per produrre quei germi di vita ( " semenze " ), dai quali derivano gli esseri della terra.
2.119 le distinzion che dentro da sé hanno
2.120 dispongono a lor fini e lor semenze.
2.121 Questi organi del mondo così vanno,
organi del mondo: i cieli sono organi del corpo dell'universo, e ricevono influenze, ciascuno da quello superiore, per trasmetterle a quello inferiore.
2.122 come tu vedi omai, di grado in grado,
2.123 che di sù prendono e di sotto fanno.
2.124 Riguarda bene omai sì com'io vado
2.125 per questo loco al vero che disiri,
2.126 sì che poi sappi sol tener lo guado.
sol tener lo guado: percorrere da solo il resto del cammino.
2.127 Lo moto e la virtù d'i santi giri,
2.128 come dal fabbro l'arte del martello,
2.129 da' beati motor convien che spiri;
da' beati motor: dagli Angeli, o intelligenze motrici.
2.130 e 'l ciel cui tanti lumi fanno bello,
e 'l ciel: e il cielo stellato.
2.131 de la mente profonda che lui volve
de la mente profonda: dalla mente dei Cherubini che sono le sue Intelligenze motrici.
2.132 prende l'image e fassene suggello.
2.133 E come l'alma dentro a vostra polve
2.134 per differenti membra e conformate
2.135 a diverse potenze si risolve,
a diverse potenze: serve (" si risolve " ) a diverse facoltà, quali quella della vista, dell'udito, ecc.
2.136 così l'intelligenza sua bontate
2.137 multiplicata per le stelle spiega,
2.138 girando sé sovra sua unitate.
girando: pur girando col cielo, conserva la sua unità.
2.139 Virtù diversa fa diversa lega
Virtù diversa: la virtù ordinativa, che varia dall'una all'altra delle Intelligenze motrici, forma un diverso amalgama (" lega ") secondo l'astro (" prezïoso corpo ") al quale infonde vita razionale ( " avviva " ).
2.140 col prezioso corpo ch'ella avviva,
2.141 nel qual, sì come vita in voi, si lega.
2.142 Per la natura lieta onde deriva,
lieta: perché procede da "lieto fattore" (cfr. Purg. c. XVI, 89).
2.143 la virtù mista per lo corpo luce
2.144 come letizia per pupilla viva.
2.145 Da essa vien ciò che da luce a luce
Da essa: dalla virtù dell'angelo e del cielo deriva la causa della differenza che appese tra stella e stella, e perciò anche la causa delle macchie lunari.
2.146 par differente, non da denso e raro;
2.147 essa è formal principio che produce,
2.148 conforme a sua bontà, lo turbo e 'l chiaro».
lo turbo e 'l chiaro: l'oscuro e il luminoso.
Paradiso : Canto 3
3.1 Quel sol che pria d'amor mi scaldò 'l petto,
Quel sol: Beatrice.
3.2 di bella verità m'avea scoverto,
3.3 provando e riprovando, il dolce aspetto;
riprovando: disapprovando, cioè confutando.
3.4 e io, per confessar corretto e certo
3.5 me stesso, tanto quanto si convenne
3.6 leva' il capo a proferer più erto;
a proferer: a proferire, a pronunciare.
3.7 ma visione apparve che ritenne
3.8 a sé me tanto stretto, per vedersi,
3.9 che di mia confession non mi sovvenne.
3.10 Quali per vetri trasparenti e tersi,
3.11 o ver per acque nitide e tranquille,
3.12 non sì profonde che i fondi sien persi,
persi: oscuri, tendenti al nero (cfr. Inf. c. V, n. 89).
3.13 tornan d'i nostri visi le postille
le postille: i tratti essenziali. l5. non vien men forte: non viene con minor celerità, cioè con maggior lentezza.
3.14 debili sì, che perla in bianca fronte
3.15 non vien men forte a le nostre pupille;
3.16 tali vid'io più facce a parlar pronte;
3.17 per ch'io dentro a l'error contrario corsi
l'error contrario: l'errore opposto a quello di Narciso, il giovinetto che s'innamorò della propria immagine riflessa dall'acqua e da lui creduta reale. Però Dante crede che siano immagini riflesse quelle che sono persone reali; così si spiega il suo volgersi indietro.
3.18 a quel ch'accese amor tra l'omo e 'l fonte.
3.19 Sùbito sì com'io di lor m'accorsi,
3.20 quelle stimando specchiati sembianti,
3.21 per veder di cui fosser, li occhi torsi;
3.22 e nulla vidi, e ritorsili avanti
3.23 dritti nel lume de la dolce guida,
3.24 che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.
3.25 «Non ti maravigliar perch'io sorrida»,
3.26 mi disse, «appresso il tuo pueril coto,
coto: pensiero (cfr. Inf. c. XXXI, 77).
3.27 poi sopra 'l vero ancor lo piè non fida,
poi: poiché.
3.28 ma te rivolve, come suole, a vòto:
3.29 vere sustanze son ciò che tu vedi,
3.30 qui rilegate per manco di voto.
per manco di voto: per inadempienza dei voti sacri. Sono gli spiriti negligenti, cui fece difetto la costanza.
3.31 Però parla con esse e odi e credi;
3.32 ché la verace luce che li appaga
3.33 da sé non lascia lor torcer li piedi».
3.34 E io a l'ombra che parea più vaga
3.35 di ragionar, drizza'mi, e cominciai,
3.36 quasi com'uom cui troppa voglia smaga:
smaga: fa smarrire (cfr. Purg. c. III, 11).
3.37 «O ben creato spirito, che a' rai
3.38 di vita etterna la dolcezza senti
3.39 che, non gustata, non s'intende mai,
3.40 grazioso mi fia se mi contenti
grazioso: mi sarà gradito.
3.41 del nome tuo e de la vostra sorte».
3.42 Ond'ella, pronta e con occhi ridenti:
3.43 «La nostra carità non serra porte
non serra porte: accoglie sempre.
3.44 a giusta voglia, se non come quella
se non: non diversamente dalla carità o amore divino, che vuole simili a sè le anime beate che sono in cielo (" tutta sua corte " ).
3.45 che vuol simile a sé tutta sua corte.
3.46 I' fui nel mondo vergine sorella;
sorella: suora, monaca.
3.47 e se la mente tua ben sé riguarda,
3.48 non mi ti celerà l'esser più bella,
l'esser più bella: in conseguenza del " trasumanar ", (cfr. Purg. c. XXX, 127-128).
3.49 ma riconoscerai ch'i' son Piccarda,
Piccarda: è Piccarda Donati, figlia di Simone, sorella di Corso (cfr. Purg. c. XXIV, 82 e segg.) e di Forese (cfr. Purg. c. XXIII, 48 e segg.). Appartenne all'ordine delle Clarisse, ma fu strappata a forza dal chiostro, per opera del fratello Corso, il quale intendeva darla in moglie a Rossellino della Tosa, con cui i Donati desideravano imparentarsi. Tuttavia, ella "supplicò Dio che la facesse morire o ammalare, così che potesse salvare la sua castità " (Benvenuto). " Immantinente infermò, e finì li suoi dì, e passò allo sposo del Cielo, al quale spontaneamente s'era giurata " (Ottimo).
3.50 che, posta qui con questi altri beati,
3.51 beata sono in la spera più tarda.
in la spera più tarda: il cielo della Luna, essendo il più piccolo, percorre, nello stesso tempo una spazio minore degli altri e perciò gira più lentamente.
3.52 Li nostri affetti, che solo infiammati
3.53 son nel piacer de lo Spirito Santo,
nel piacer: in ciò che piace allo Spirito Santo.
3.54 letizian del suo ordine formati.
letizian: gioiscono in conformità all'ordine da Lui imposto (cfr. c. I, 104).
3.55 E questa sorte che par giù cotanto,
par giù cotanto: sembra tanto.
3.56 però n'è data, perché fuor negletti
3.57 li nostri voti, e vòti in alcun canto».
e vòti: e manchevoli in qualche parte.
3.58 Ond'io a lei: «Ne' mirabili aspetti
3.59 vostri risplende non so che divino
3.60 che vi trasmuta da' primi concetti:
da' primi concetti: dalle immagini che, nel mondo, dapprima avevamo concepito.
3.61 però non fui a rimembrar festino;
festino: rapido (cfr. lat. festinus).
3.62 ma or m'aiuta ciò che tu mi dici,
3.63 sì che raffigurar m'è più latino.
latino: facile (cfr. Conv. II, III, 1).
3.64 Ma dimmi: voi che siete qui felici,
3.65 disiderate voi più alto loco
3.66 per più vedere e per più farvi amici?».
per più vedere: per avere una più piena visione di Dio.
3.67 Con quelle altr'ombre pria sorrise un poco;
3.68 da indi mi rispuose tanto lieta,
3.69 ch'arder parea d'amor nel primo foco:
ch'arder parea: che mostrava di accendersi nel primo fuoco d'amore, cioè in Dio.
3.70 «Frate, la nostra volontà quieta
3.71 virtù di carità, che fa volerne
virtù di carità: forza d'amore tiene tranquilla la nostra volontà, quell'amore che ci fa desiderare sol quel che abbiamo.
3.72 sol quel ch'avemo, e d'altro non ci asseta.
3.73 Se disiassimo esser più superne,
3.74 foran discordi li nostri disiri
3.75 dal voler di colui che qui ne cerne;
che qui ne cerne: che qui ci ha poste, separandoci.
3.76 che vedrai non capere in questi giri,
non capere: non aver posto.
3.77 s'essere in carità è qui necesse,
3.78 e se la sua natura ben rimiri.
3.79 Anzi è formale ad esto beato esse
è formale: è principio informativo a questa beata esistenza (" esse ") conservarsi nel limite (" dentro ") del volere divino.
3.80 tenersi dentro a la divina voglia,
3.81 per ch'una fansi nostre voglie stesse;
3.82 sì che, come noi sem di soglia in soglia
di soglia in soglia: di cielo in cielo.
3.83 per questo regno, a tutto il regno piace
3.84 com'a lo re che 'n suo voler ne 'nvoglia.
che 'n suo voler ne 'nvoglia: fa che noi vogliamo soltanto ciò che è conforme alla sua volontà.
3.85 E 'n la sua volontade è nostra pace:
3.86 ell'è quel mare al qual tutto si move
3.87 ciò ch'ella cria o che natura face».
ch'ella cria: che essa crea e che la natura produce.
3.88 Chiaro mi fu allor come ogne dove
come ogne dove: come ogni parte del cielo è luogo di perfetta beatitudine ( " paradiso " ), sebbene ( " etsi ", latinismo) la grazia di Dio ( " del sommo ben " ) non vi piova in un'unica misura (" modo ").
3.89 in cielo è paradiso, etsi la grazia
3.90 del sommo ben d'un modo non vi piove.
3.91 Ma sì com'elli avvien, s'un cibo sazia
3.92 e d'un altro rimane ancor la gola,
3.93 che quel si chere e di quel si ringrazia,
quel si chere: questo si chiede (cfr. lat. quaerere).
3.94 così fec'io con atto e con parola,
3.95 per apprender da lei qual fu la tela
la tela: la vicenda per cui non aveva portato a compimento (" a co ", lat. caput) il voto (" la spuola ").
3.96 onde non trasse infino a co la spuola.
3.97 «Perfetta vita e alto merto inciela
inciela: pone nel cielo.
3.98 donna più sù», mi disse, «a la cui norma
donna: Santa Chiara d'Assisi (1194- 1253), seguace di San Francesco e fondatrice dell'ordine delle Clarisse.
3.99 nel vostro mondo giù si veste e vela,
3.100 perché fino al morir si vegghi e dorma
3.101 con quello sposo ch'ogne voto accetta
con quello sposo: con Cristo, che accetta ogni voto, dettato dall'amore conforme alla sua legge (" piacer ").
3.102 che caritate a suo piacer conforma.
3.103 Dal mondo, per seguirla, giovinetta
3.104 fuggi'mi, e nel suo abito mi chiusi
3.105 e promisi la via de la sua setta.
setta: nel senso di ordine religioso.
3.106 Uomini poi, a mal più ch'a bene usi,
Uomini: il fratello Corso con altri parenti e compagni.
3.107 fuor mi rapiron de la dolce chiostra:
3.108 Iddio si sa qual poi mia vita fusi.
fusi: si fu.
3.109 E quest'altro splendor che ti si mostra
splendor: spirito luminoso.
3.110 da la mia destra parte e che s'accende
3.111 di tutto il lume de la spera nostra,
3.112 ciò ch'io dico di me, di sé intende;
3.113 sorella fu, e così le fu tolta
sorella fu: fu suora e le fu strappato a forza il velo monacale. 117 dal vel del cor: dall'amore per la vita del chiostro. 118 Costanza: è Costanza imperatrice che, da Enrico VI, secondo imperatore di Svevia (" vento di Soave ") generò Federico II, terzo ed ultimo imperatore di quella casa.
3.114 di capo l'ombra de le sacre bende.
3.115 Ma poi che pur al mondo fu rivolta
3.116 contra suo grado e contra buona usanza,
3.117 non fu dal vel del cor già mai disciolta.
3.118 Quest'è la luce de la gran Costanza
3.119 che del secondo vento di Soave
3.120 generò 'l terzo e l'ultima possanza».
3.121 Così parlommi, e poi cominciò "Ave,
3.122 Maria" cantando, e cantando vanio
3.123 come per acqua cupa cosa grave.
come per acqua cupa…: come un oggetto pesante in acque oscure.
3.124 La vista mia, che tanto lei seguio
3.125 quanto possibil fu, poi che la perse,
3.126 volsesi al segno di maggior disio,
al segno: all'oggetto di maggior desiderio.
3.127 e a Beatrice tutta si converse;
3.128 ma quella folgorò nel mio sguardo
3.129 sì che da prima il viso non sofferse;
il viso: il mio occhio non lo sostenne.
3.130 e ciò mi fece a dimandar più tardo.
Paradiso : Canto 4
4.1 Intra due cibi, distanti e moventi
moventi: stimolanti, appetitosi.
4.2 d'un modo, prima si morria di fame,
4.3 che liber'omo l'un recasse ai denti;
liber'omo: uomo libero di scegliere in base ad una ragione determinante, che, in questo caso, non esisterebbe.
4.4 sì si starebbe un agno intra due brame
un agno: un agnello (cfr. lat. "agnus").
4.5 di fieri lupi, igualmente temendo;
4.6 sì si starebbe un cane intra due dame:
dame: daini.
4.7 per che, s'i' mi tacea, me non riprendo,
4.8 da li miei dubbi d'un modo sospinto,
né commendo: né mi lodo.
4.9 poi ch'era necessario, né commendo.
4.10 Io mi tacea, ma 'l mio disir dipinto
4.11 m'era nel viso, e 'l dimandar con ello,
4.12 più caldo assai che per parlar distinto.
4.13 Fé sì Beatrice qual fé Daniello,
qual fé Daniello: come fece il profeta Daniele, quando, riuscito ad indovinare e ad interpretare il sogno che il re Nabuccodonosor aveva dimenticata, ne smorzò l'ira che l'aveva reso ingiustamente malvagio ( "fello" ), tanto da spingerlo ad ordinare la morte di tutti i savi di Babilonia, incapaci d'indovinare il suo sogno.
4.14 Nabuccodonosor levando d'ira,
4.15 che l'avea fatto ingiustamente fello;
4.16 e disse: «Io veggio ben come ti tira
ti tira: ti spinge a chiedere.
4.17 uno e altro disio, sì che tua cura
cura: ansia di sapere.
4.18 sé stessa lega sì che fuor non spira.
4.19 Tu argomenti: "Se 'l buon voler dura,
4.20 la violenza altrui per qual ragione
4.21 di meritar mi scema la misura?".
4.22 Ancor di dubitar ti dà cagione
4.23 parer tornarsi l'anime a le stelle,
4.24 secondo la sentenza di Platone.
secondo la sentenza di Platone: secondo la teoria, da Platone esposta nel "Timeo", le anime, prima di ircarnarsi, abitavano nei singoli cieli (" stelle ") dai quali derivavano le virtù, e ad essi tornavano, dopo la morte del corpo.
4.25 Queste son le question che nel tuo velle
nel tuo velle: sulla tua volontà (cfr. lat. velle) premono (" pontano ") con ugual forza. .
4.26 pontano igualmente; e però pria
4.27 tratterò quella che più ha di felle.
che più ha di felle: che contiene più fiele, veleno contro la credenza cattolica (cfr. lat. fel).
4.28 D'i Serafin colui che più s'india,
colui: quello dei Serafini (la più elevata gerarchia angelica) che più si compenetra in Dio (" s'india ").
4.29 Moisè, Samuel, e quel Giovanni
Moisè: il legislatore del popolo ebreo; Samuele profeta e giudice ebreo; uno dei due Giovanni, l'Evangelista e il Battista.
4.30 che prender vuoli, io dico, non Maria,
4.31 non hanno in altro cielo i loro scanni
non hanno: non hanno i loro troni in un cielo diverso da quello dove l'hanno questi spiriti, che or ora ti apparirono, né hanno, per essere beati, ("a l'esser lor"), da attendere più o meno anni.
4.32 che questi spirti che mo t'appariro,
4.33 né hanno a l'esser lor più o meno anni;
4.34 ma tutti fanno bello il primo giro,
il primo giro: l'Empireo.
4.35 e differentemente han dolce vita
4.36 per sentir più e men l'etterno spiro.
l'etterno spiro: lo spirito di Dio.
4.37 Qui si mostraro, non perché sortita
sortita: assegnata in sorte.
4.38 sia questa spera lor, ma per far segno
per far segno: per offrire un temibile esempio o dimostrazione della sfera celeste più bassa (" c'ha men salita ").
4.39 de la celestial c'ha men salita.
4.40 Così parlar conviensi al vostro ingegno,
4.41 però che solo da sensato apprende
da sensato: da cose che cadano sotto l'impressione dei sensi.
4.42 ciò che fa poscia d'intelletto degno.
4.43 Per questo la Scrittura condescende
condescende: asseconda le vaste capacità.
4.44 a vostra facultate, e piedi e mano
4.45 attribuisce a Dio, e altro intende;
4.46 e Santa Chiesa con aspetto umano
4.47 Gabriel e Michel vi rappresenta,
4.48 e l'altro che Tobia rifece sano.
e l'altro: è l'arcangelo Raffaele che, con il fiele di un pesce, guari Tobia dalla cecità.
4.49 Quel che Timeo de l'anime argomenta
Timeo: filosofo di Locri, al cui nome si intitola uno dei dialoghi di Platone (cfr. n. 24).
4.50 non è simile a ciò che qui si vede,
4.51 però che, come dice, par che senta.
però che: poiché sembra che pensi alla lettera quel che dice, non attribuendo, cioè, alcun significato simbolico all'affermazione per cui le anime avrebbero sede sulle stelle.
4.52 Dice che l'alma a la sua stella riede,
4.53 credendo quella quindi esser decisa
esser decisa: essere stata staccata, quando la natura la assegnò ad un corpo per esserne il principio formale vitale ( " forma " ).
4.54 quando natura per forma la diede;
4.55 e forse sua sentenza è d'altra guisa
4.56 che la voce non suona, ed esser puote
4.57 con intenzion da non esser derisa.
4.58 S'elli intende tornare a queste ruote
S'elli intende: se egli intende dire che debba riferirsi ai cieli il merito o la colpa (" biasmo ") delle influenze esercitate dalle stelle, forse il suo ragionamento (" suo arco ") in parte colpisce nel segno.
4.59 l'onor de la influenza e 'l biasmo, forse
4.60 in alcun vero suo arco percuote.
4.61 Questo principio, male inteso, torse
principio: la dottrina degli influssi, travisata perché non si riconosceva a Dio l'origine prima di essi.
4.62 già tutto il mondo quasi, sì che Giove,
4.63 Mercurio e Marte a nominar trascorse.
a nominar trascorse: arrivò al punto di far invocare Giove Mercurio e Marte come fossero divinità, e non soltanto astri guidati da intelligenze motrici.
4.64 L'altra dubitazion che ti commove
4.65 ha men velen, però che sua malizia
4.66 non ti poria menar da me altrove.
da me altrove: lontano da me. Si ricordi che Beatrice è simbolo della Verità rivelata e della Fede.
4.67 Parere ingiusta la nostra giustizia
Parere ingiusta: che la nostra giustizia sembri ingiusta agli occhi dei mortali, e che si creda tuttavia, è indizio (" argomento ") di fede e non d'eresia.
4.68 ne li occhi d'i mortali, è argomento
4.69 di fede e non d'eretica nequizia.
4.70 Ma perché puote vostro accorgimento
accorgimento: la facoltà di comprendere.
4.71 ben penetrare a questa veritate,
4.72 come disiri, ti farò contento.
4.73 Se violenza è quando quel che pate
pate: subisce.
4.74 niente conferisce a quel che sforza,
niente conferisce: non dà nulla che concorra ad aiutare il violento (" quel che sforza ").
4.75 non fuor quest'alme per essa scusate;
per essa: per la violenza subita.
4.76 ché volontà, se non vuol, non s'ammorza,
non s'ammorza: non si spegne, come la fiamma viva.
4.77 ma fa come natura face in foco,
4.78 se mille volte violenza il torza.
il torza: ne torca la fiamma.
4.79 Per che, s'ella si piega assai o poco,
4.80 segue la forza; e così queste fero
segue: asseconda la violenza.
4.81 possendo rifuggir nel santo loco.
nel santo loco: nel chiostro. Ma non vi fecero ritorno.
4.82 Se fosse stato lor volere intero,
4.83 come tenne Lorenzo in su la grada,
Lorenzo: San Lorenzo fu bruciato sulla graticola ( " grada " ).
4.84 e fece Muzio a la sua man severo,
Muzio: Muzio Scevola.
4.85 così l'avria ripinte per la strada
4.86 ond'eran tratte, come fuoro sciolte;
4.87 ma così salda voglia è troppo rada.
4.88 E per queste parole, se ricolte
4.89 l'hai come dei, è l'argomento casso
casso: confutato e annullato.
4.90 che t'avria fatto noia ancor più volte.
4.91 Ma or ti s'attraversa un altro passo
passo: passaggio difficile, dubbio.
4.92 dinanzi a li occhi, tal che per te stesso
4.93 non usciresti: pria saresti lasso.
4.94 Io t'ho per certo ne la mente messo
4.95 ch'alma beata non poria mentire,
4.96 però ch'è sempre al primo vero appresso;
al primo vero: a Dio.
4.97 e poi potesti da Piccarda udire
4.98 che l'affezion del vel Costanza tenne;
l'affezion… tenne: cfr. c. III, 117.
4.99 sì ch'ella par qui meco contradire.
4.100 Molte fiate già, frate, addivenne
4.101 che, per fuggir periglio, contra grato
contra grato: controvoglia, si fece cosa che non conveniva fare.
4.102 si fé di quel che far non si convenne;
4.103 come Almeone, che, di ciò pregato
Almeone: Alcmeone, richiesto dal padre Anfiarao di uccidere la madre Erifile, obbedì, ma per non venir meno alla devozione verso il padre si rese spietato contro la madre (cfr. Purg. c. XII, n. 50).
4.104 dal padre suo, la propria madre spense,
4.105 per non perder pietà, si fé spietato.
4.106 A questo punto voglio che tu pense
4.107 che la forza al voler si mischia, e fanno
4.108 sì che scusar non si posson l'offense.
l'offense: le offese arrecate a Dio.
4.109 Voglia assoluta non consente al danno;
Voglia assoluta: la volontà non consente al male in senso assoluto; ma vi consente relativamente al fatto che è vinta dal timore di cadere in un male maggiore (" più affanno "), se si ritrae, cioè, se non acconsente. Ci sono, dunque, due volontà: quella assoluta e quella relativa.
4.110 ma consentevi in tanto in quanto teme,
4.111 se si ritrae, cadere in più affanno.
4.112 Però, quando Piccarda quello spreme,
quello spreme: esprime il sentimento di devozione al velo, nutrito da Costanza.
4.113 de la voglia assoluta intende, e io
4.114 de l'altra; sì che ver diciamo insieme».
de l'altra: della volontà relativa.
4.115 Cotal fu l'ondeggiar del santo rio
4.116 ch'uscì del fonte ond'ogne ver deriva;
4.117 tal puose in pace uno e altro disio.
uno e altro disio: cfr. v. 17.
4.118 «O amanza del primo amante, o diva»,
amanza: donna amata da Dio ( " primo amante " ).
4.119 diss'io appresso, «il cui parlar m'inonda
4.120 e scalda sì, che più e più m'avviva,
4.121 non è l'affezion mia tanto profonda,
4.122 che basti a render voi grazia per grazia;
4.123 ma quei che vede e puote a ciò risponda.
4.124 Io veggio ben che già mai non si sazia
4.125 nostro intelletto, se 'l ver non lo illustra
4.126 di fuor dal qual nessun vero si spazia.
4.127 Posasi in esso, come fera in lustra,
come fera in lustra: come fiera nel suo covile.
4.128 tosto che giunto l'ha; e giugner puollo:
e giugner puollo: e lo può raggiungere: altrimenti ogni desiderio di verità sarebbe vano (" frustra ", latinismo).
4.129 se non, ciascun disio sarebbe frustra.
4.130 Nasce per quello, a guisa di rampollo,
per quello: per il desiderio.
4.131 a piè del vero il dubbio; ed è natura
4.132 ch'al sommo pinge noi di collo in collo.
di collo in collo: di vetta in vetta.
4.133 Questo m'invita, questo m'assicura
4.134 con reverenza, donna, a dimandarvi
4.135 d'un'altra verità che m'è oscura.
4.136 Io vo' saper se l'uom può sodisfarvi
4.137 ai voti manchi sì con altri beni,
4.138 ch'a la vostra statera non sien parvi».
ch'a la vostra statera…: che alla bilancia della vostra giustizia non risultino insufficienti ("parvi", latinismo).
4.139 Beatrice mi guardò con li occhi pieni
4.140 di faville d'amor così divini,
4.141 che, vinta, mia virtute diè le reni,
diè le reni: fu sopraffatta. Nel linguaggio della guerra, "dar le reni" significa fuggire.
4.142 e quasi mi perdei con li occhi chini.
Paradiso : Canto 5
5.1 «S'io ti fiammeggio nel caldo d'amore
5.2 di là dal modo che 'n terra si vede,
5.3 sì che del viso tuo vinco il valore,
il valore: la potenza visiva.
5.4 non ti maravigliar; ché ciò procede
5.5 da perfetto veder, che, come apprende,
5.6 così nel bene appreso move il piede.
nel bene appreso: si spinge (" move il piede ") nella verità appresa verso un'altra verità.
5.7 Io veggio ben sì come già resplende
5.8 ne l'intelletto tuo l'etterna luce,
5.9 che, vista, sola e sempre amore accende;
vista: una volta che sia stata vista.
5.10 e s'altra cosa vostro amor seduce,
e s'altra cosa: e se qualcuno dei beni mondani attira (" seduce ") il vostro amore, ciò non accade se non per una certa impronta (" alcun vestigio ") della luce divina che in esso traluce, quando però nella creatura non si sappia riconoscere il Creatore (" mal conosciuto ").
5.11 non è se non di quella alcun vestigio,
5.12 mal conosciuto, che quivi traluce.
5.13 Tu vuo' saper se con altro servigio,
altro servigio: altro servizio reso a Dio.
5.14 per manco voto, si può render tanto
5.15 che l'anima sicuri di letigio».
sicuri di letigio: liberi da ogni contrasto con la giustizia divina.
5.16 Sì cominciò Beatrice questo canto;
5.17 e sì com'uom che suo parlar non spezza,
5.18 continuò così 'l processo santo:
'l processo santo: il santo ragionamento.
5.19 «Lo maggior don che Dio per sua larghezza
5.20 fesse creando, e a la sua bontate
fesse: facesse.
5.21 più conformato, e quel ch'e' più apprezza,
5.22 fu de la volontà c;
la libertate: il libero arbitrio.
5.23 di che le creature intelligenti,
5.24 e tutte e sole, fuoro e son dotate.
5.25 Or ti parrà, se tu quinci argomenti,
quinci: tenendo presente ciò.
5.26 l'alto valor del voto, s'è sì fatto
5.27 che Dio consenta quando tu consenti;
che Dio consenta: che Dio lo gradisca, acconsentendo.
5.28 ché, nel fermar tra Dio e l'uomo il patto,
5.29 vittima fassi di questo tesoro,
vittima fassi: si sacrifica questo " tesoro ", cioè la libera volontà o libero arbitrio; e tale sacrificio della libera volontà si effettua con un atto di libera volontà.
5.30 tal quale io dico; e fassi col suo atto.
5.31 Dunque che render puossi per ristoro?
per ristoro: per compenso.
5.32 Se credi bene usar quel c'hai offerto,
Se credi: se credi di poter ancora usare, sia pure a fin di bene, quello che hai offerto, cioè la libera volontà, fai come chi pretende di far opera buona ( " buon lavoro " ) di cosa che abbia estorto ad altri (" di maltolletto ", cfr. Inf. c. XI, 36).
5.33 di maltolletto vuo' far buon lavoro.
5.34 Tu se' omai del maggior punto certo;
5.35 ma perché Santa Chiesa in ciò dispensa,
in ciò dispensa: in materia di voto concede dispense.
5.36 che par contra lo ver ch'i' t'ho scoverto,
5.37 convienti ancor sedere un poco a mensa,
5.38 però che 'l cibo rigido c'hai preso,
'l cibo rigido: il difficile argomento.
5.39 richiede ancora aiuto a tua dispensa.
a tua dispensa: per essere distribuito in te, e da te assimilato.
5.40 Apri la mente a quel ch'io ti paleso
5.41 e fermalvi entro; ché non fa scienza,
ché non fa scienza: non si trasforma in cognizione ciò che si è udito senza che sia ritenuto.
5.42 sanza lo ritenere, avere inteso.
5.43 Due cose si convegnono a l'essenza
5.44 di questo sacrificio: l'una è quella
5.45 di che si fa; l'altr'è la convenenza.
di che si fa: ciò che si offre, cioè la materia del voto: castità, digiuno, astinenza, ecc. La " convenenza " è la convenzione o il patto che si stringe con Dio, sacrificandogli la Libera Volontà.
5.46 Quest'ultima già mai non si cancella
5.47 se non servata; e intorno di lei
se non servata: se non quando sia stata completamente osservata.
5.48 sì preciso di sopra si favella:
di sopra: cfr. vv. 31-33.
5.49 però necessitato fu a li Ebrei
però necessitato: perciò fu necessario agli Ebrei continuare ad offrire (" pur l'offerere "), sebbene fosse possibile permutare alcune delle cose destinate alla offerta, come devi sapere dalla lettura del Levitico.
5.50 pur l'offerere, ancor ch'alcuna offerta
5.51 sì permutasse, come saver dei.
5.52 L'altra, che per materia t'è aperta,
L'altra: la materia del voto (cfr. v. 45).
5.53 puote ben esser tal, che non si falla
non si falla: non si incorra in colpa.
5.54 se con altra materia si converta.
5.55 Ma non trasmuti carco a la sua spalla
5.56 per suo arbitrio alcun, sanza la volta
sanza la volta: senza il girare della chiave bianca e di quella gialla, cioè senza il permesso della Chiesa. La Chiave d'argento (" bianca ") rappresenta la sapienza, e quella d'oro (" gialla ") l'autorità sacerdotale (cfr. Purg. c. IX, n. 117).
5.57 e de la chiave bianca e de la gialla;
5.58 e ogne permutanza credi stolta,
5.59 se la cosa dimessa in la sorpresa
se la cosa dimessa: se la materia lasciata non è contenuta in quella presa in sua sostituzione ( " in la sorpresa " ), come il quattro è contenuto nel sei. Cioè !a materia presa in sostituzione di altra deve essere per entità maggiore di quella.
5.60 come 'l quattro nel sei non è raccolta.
5.61 Però qualunque cosa tanto pesa
Però…: perciò, qualunque materia, per suo particolare valore, abbia tanto peso da far tracollare (" tragga ") ogni bilancia, non abbia cioè cosa che pareggi e superi il suo peso, non è permutabile.
5.62 per suo valor che tragga ogne bilancia,
5.63 sodisfar non si può con altra spesa.
5.64 Non prendan li mortali il voto a ciancia;
5.65 siate fedeli, e a ciò far non bieci,
siate fedeli: serbate fede al voto, ma procedete con dirittura e non tortamente ( " non bieci " ), come Iefti (cfr. XI, XII, 7).
5.66 come Ieptè a la sua prima mancia;
Ieptè: Iefte, quando guidò gli Israeliti contro gli Ammoniti, avventatamente promise a Dio che avrebbe sacrificato quel che prima fosse uscito dal sua casa ( " prima mancia " : è ciò che si offre con la mano, cfr. Inf. c. XXXI, n. 6), qualora fosse riuscito vincitore. Per mantenere il voto, fu costretto a sacrificare la figlia, che per prima era uscita incontro a lui reduce vittorioso.
5.67 cui più si convenia dicer "Mal feci",
cui…: per lui meglio sarebbe stato dire : " Mal feci ", piuttosto che far peggio mantenendo il voto.
5.68 che, servando, far peggio; e così stolto
5.69 ritrovar puoi il gran duca de' Greci,
il gran duca de' Greci: Agamennone, per ottenere il vento favorevole alla sua rotta, aveva promesso in voto ad Artemide quel che di più bello gli fosse nato nel regno; toccò alla figlia Ifigenia esser vittima del sacrificio, per cui la fanciulla pianse la sua bellezza, causa della sua rovina.
5.70 onde pianse Efigènia il suo bel volto,
5.71 e fé pianger di sé i folli e i savi
5.72 ch'udir parlar di così fatto cólto.
còlto: culto, atto religioso; cioè il sacrificio.
5.73 Siate, Cristiani, a muovervi più gravi:
5.74 non siate come penna ad ogne vento,
5.75 e non crediate ch'ogne acqua vi lavi.
5.76 Avete il novo e 'l vecchio Testamento,
5.77 e 'l pastor de la Chiesa che vi guida;
5.78 questo vi basti a vostro salvamento.
5.79 Se mala cupidigia altro vi grida,
5.80 uomini siate, e non pecore matte,
5.81 sì che 'l Giudeo di voi tra voi non rida!
sì che 'l Giudeo: termine generico per i non cristiani.
5.82 Non fate com'agnel che lascia il latte
5.83 de la sua madre, e semplice e lascivo
semplice e lascivo: sciocco e irrequieto.
5.84 seco medesmo a suo piacer combatte!».
5.85 Così Beatrice a me com'io scrivo;
5.86 poi si rivolse tutta disiante
5.87 a quella parte ove 'l mondo è più vivo.
a quella parte; verso il sole e, per conseguenza, verso l'Equatore e l'Empireo.
5.88 Lo suo tacere e 'l trasmutar sembiante
5.89 puoser silenzio al mio cupido ingegno,
5.90 che già nuove questioni avea davante;
5.91 e sì come saetta che nel segno
5.92 percuote pria che sia la corda queta,
che sia la corda queta: che abbia smesso di vibrare.
5.93 così corremmo nel secondo regno.
secondo regno: è il cielo di Mercurio, ove sono accolti gli spiriti ambiziosi o attivi.
5.94 Quivi la donna mia vid'io sì lieta,
5.95 come nel lume di quel ciel si mise,
5.96 che più lucente se ne fé 'l pianeta.
'l pianeta: Mercurio.
5.97 E se la stella si cambiò e rise,
5.98 qual mi fec'io che pur da mia natura
da mia natura: per la mia nature umana sono soggetto a mutamenti di ogni specie.
5.99 trasmutabile son per tutte guise!
5.100 Come 'n peschiera ch'è tranquilla e pura
5.101 traggonsi i pesci a ciò che vien di fori
5.102 per modo che lo stimin lor pastura,
5.103 sì vid'io ben più di mille splendori
5.104 trarsi ver' noi, e in ciascun s'udìa:
5.105 «Ecco chi crescerà li nostri amori».
Ecco…: "Ecco Dante, il quale aumenterà la virtù della carità in noi, perché di quella nel solvere i suoi dubbi potremo usare" (Vellutello).
5.106 E sì come ciascuno a noi venìa,
5.107 vedeasi l'ombra piena di letizia
5.108 nel folgór chiaro che di lei uscia.
5.109 Pensa, lettor, se quel che qui s'inizia
5.110 non procedesse, come tu avresti
5.111 di più savere angosciosa carizia;
carizia: mancanza (cfr. lat. "carere").
5.112 e per te vederai come da questi
5.113 m'era in disio d'udir lor condizioni,
5.114 sì come a li occhi mi fur manifesti.
5.115 «O bene nato a cui veder li troni
5.116 del triunfo etternal concede grazia
5.117 prima che la milizia s'abbandoni,
la milizia: biblicamente, è la vita.
5.118 del lume che per tutto il ciel si spazia
5.119 noi semo accesi; e però, se disii
5.120 di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia».
chiarirti: illuminarti.
5.121 Così da un di quelli spirti pii
5.122 detto mi fu; e da Beatrice: «Dì, dì
5.123 sicuramente, e credi come a dii».
a dii: ad esseri ispirati dalla divinità (cfr. c. III, 31-33).
5.124 «Io veggio ben sì come tu t'annidi
5.125 nel proprio lume, e che de li occhi il traggi,
proprio: tuo proprio.
5.126 perch'e' corusca sì come tu ridi;
corusca: balena, lampeggia.
5.127 ma non so chi tu se', né perché aggi,
aggi: abbia.
5.128 anima degna, il grado de la spera
5.129 che si vela a' mortai con altrui raggi».
che si vela: Mercurio, sorgendo e tramontando vicino al sole, è difficilmente visibile, perché velato dal raggi di quello.
5.130 Questo diss'io diritto alla lumera
diritto: indirizzandomi.
5.131 che pria m'avea parlato; ond'ella fessi
5.132 lucente più assai di quel ch'ell'era.
5.133 Sì come il sol che si cela elli stessi
Sì come il sol: così come il sole, che si sottrae alla vista di per sè stesso, quando i suoi raggi hanno dissipato i vapori che ne temperavano la lLuminosità.
5.134 per troppa luce, come 'l caldo ha róse
5.135 le temperanze d'i vapori spessi,
5.136 per più letizia sì mi si nascose
5.137 dentro al suo raggio la figura santa;
5.138 e così chiusa chiusa mi rispuose
5.139 nel modo che 'l seguente canto canta.
Paradiso : Canto 6
6.1 «Poscia che Costantin l'aquila volse
l'aquila: simbolo dell'autorità imperiale.
6.2 contr'al corso del ciel, ch'ella seguio
contr'al corso del ciel: dall'occidente (Roma) all'oriente (Bisanzio), mentre il cielo si muove da oriente ad occidente.
6.3 dietro a l'antico che Lavina tolse,
dietro a l'antico: al seguito di Enea, che prese in moglie Lavinia, dando origine alla stirpe romana.
6.4 cento e cent'anni e più l'uccel di Dio
l'uccel di Dio: l'Aquila. Si ricordi che Dante credeva nella santità dell'Impero (cfr. Inf. c. II, 16 e segg.), perciò il simbolo imperiale è detto " di Dio ".
6.5 ne lo stremo d'Europa si ritenne,
ne lo stremo d'Europa: all'estremità orientale d'Europa, a Bisanzio, presso i monti della Troade, dai quali prese le mosse al seguito di Enea. Cronologicamente, l'impero ebbe sede a Bisanzio dal 330 e Giustiniano fu incoronato nel 527; tra le due date corrono 197 anni, perciò l'affermazione del v. 4 (" cento e cent'anni e più") non è esattissima.
6.6 vicino a' monti de' quai prima uscìo;
6.7 e sotto l'ombra de le sacre penne
6.8 governò 'l mondo lì di mano in mano,
6.9 e, sì cangi