Inferno : Canto 9
9.1 Quel color che viltà di fuor mi pinse
Quel color: quel pallore che la paura mi aveva diffuso sul volto ("di fuor "), vedendo Virgilio tornare indietro ( " in volta " ), più rapidamente fece sparire (" dentro… ristrinse ") il suo insolito rossore (" il suo novo ").
9.2 veggendo il duca mio tornare in volta,
9.3 più tosto dentro il suo novo ristrinse.
9.4 Attento si fermò com'uom ch'ascolta;
9.5 ché l'occhio nol potea menare a lunga
a lunga: lontano.
9.6 per l'aere nero e per la nebbia folta.
9.7 «Pur a noi converrà vincer la punga»,
…punga: eppure dovremo vincere la partita (" punga " è metatesi di pugna).
9.8 cominciò el, «se non... Tal ne s'offerse.
ne s'offerse: ci si offerse; allude a Beatrice ( " Tal " ).
9.9 Oh quanto tarda a me ch'altri qui giunga!».
ch'altri: è il Messo celeste.
9.10 I' vidi ben sì com'ei ricoperse
9.11 lo cominciar con l'altro che poi venne,
lo cominciar : le prime parole con le seguenti, che furono diverse da quelle.
9.12 che fur parole a le prime diverse;
9.13 ma nondimen paura il suo dir dienne,
dienne: mi diede.
9.14 perch'io traeva la parola tronca
perch' io traeva: perché io attribuivo alla frase interrotta (se non…, v. 8), un senso, forse, peggiore di quel che avesse in realtà.
9.15 forse a peggior sentenzia che non tenne.
9.16 «In questo fondo de la trista conca
In questo fondo: nella città di Dite, scende mai qualcuno del Limbo (" del primo grado "), di quelli che hanno, come pena, troncata (" cionca ") la speranza di vedere Dio?.
9.17 discende mai alcun del primo grado,
9.18 che sol per pena ha la speranza cionca?».
9.19 Questa question fec'io; e quei «Di rado
9.20 incontra», mi rispuose, «che di noi
incontra: accade.
9.21 faccia il cammino alcun per qual io vado.
alcun : alcuno di noi. Anche Virgilio è uno degli spiriti del Limbo.
9.22 Ver è ch'altra fiata qua giù fui,
ch'altra fiata: che altra volta.
9.23 congiurato da quella Eritón cruda
congiurato: chiamato dagli scongiuri di quella crudele Eritone, che richiamava le anime dei morti nei loro corpi. Eritone fu una maga della Tessaglia, di cui si legge, nella "Farsaglia" di Lucano (cfr. VI, 507), che richiamò in vita un soldato, perché questi predicesse l'esito della guerra tra Cesare e Pompeo.
9.24 che richiamava l'ombre a' corpi sui.
9.25 Di poco era di me la carne nuda,
nuda: spoglia della mia anima.
9.26 ch'ella mi fece intrar dentr'a quel muro,
9.27 per trarne un spirto del cerchio di Giuda.
cerchio dl Giuda: la Giudecca, parte dell'ultimo cerchio dell'Inferno.
9.28 Quell'è 'l più basso loco e 'l più oscuro,
9.29 e 'l più lontan dal ciel che tutto gira:
dal ciel: il 9° cielo o Primo Mobile.
9.30 ben so 'l cammin; però ti fa sicuro.
9.31 Questa palude che 'l gran puzzo spira
9.32 cigne dintorno la città dolente,
9.33 u' non potemo intrare omai sanz'ira».
sanz'ira: senza suscitare sdegnate opposizioni.
9.34 E altro disse, ma non l'ho a mente;
9.35 però che l'occhio m'avea tutto tratto
9.36 ver' l'alta torre a la cima rovente,
a la cima rovente: si ricordi che le torri della città di Dite sono " vermiglie come se di foco uscite fossero " (cfr. c. VIII, 72).
9.37 dove in un punto furon dritte ratto
furon dritte ratto: si drizzarono improvvisamente.
9.38 tre furie infernal di sangue tinte,
9.39 che membra feminine avieno e atto,
atto : atteggiamento.
9.40 e con idre verdissime eran cinte;
idre : serpenti d'acqua; costituivano come una verde cintura.
9.41 serpentelli e ceraste avien per crine,
ceraste: serpenti con " uno o due cornicelli in capo" (Boccaccio), da cui ("onde") le tempie erano ricoperte in modo spaventoso (" fiere ").
9.42 onde le fiere tempie erano avvinte.
9.43 E quei, che ben conobbe le meschine
meschine: serve, schiave; secondo l'etimologia araba.
9.44 de la regina de l'etterno pianto,
regina: Proserpina, moglie di Plutone, dio dell'Ade pagano.
9.45 «Guarda», mi disse, «le feroci Erine.
Erine: Erinni i Greci chiamavano le Furie, figlie della Notte, i cui nomi erano Aletto, Tesifone e Megera. Sembrano simboleggiare le tre specie dell'ira (acuta, difficile, amara).
9.46 Quest'è Megera dal sinistro canto;
canto : lato.
9.47 quella che piange dal destro è Aletto;
9.48 Tesifón è nel mezzo»; e tacque a tanto.
9.49 Con l'unghie si fendea ciascuna il petto;
9.50 battiensi a palme, e gridavan sì alto,
battiensi a palme: si ripercuotevano con le palme.
9.51 ch'i' mi strinsi al poeta per sospetto.
per sospetto: per paura (cfr. c. III, 14 e n.).
9.52 «Vegna Medusa: sì 'l farem di smalto»,
Medusa: una delle tre Gorgoni, figlie di Forco, capace di trasformare in pietra (" di smalto ") chiunque la guardasse.
9.53 dicevan tutte riguardando in giuso;
in giuso: in basso.
9.54 «mal non vengiammo in Teseo l'assalto».
mal non vengiammo: male facemmo a non vendicare contro ( " in " ) Teseo l'assalto che egli, con Piritoo, fece nell'Ade, allo scopo di rapire Proserpina. Teseo, infatti, preso prigioniero, fu liberato da Ercole.
9.55 «Volgiti 'n dietro e tien lo viso chiuso;
lo viso: la vista, perciò gli occhi.
9.56 ché se 'l Gorgón si mostra e tu 'l vedessi,
9.57 nulla sarebbe di tornar mai suso».
nulla: nessuna speranza vi sarebbe di tornare su (" s'uso ").
9.58 Così disse 'l maestro; ed elli stessi
stessi: forma arcaica di stesso.
9.59 mi volse, e non si tenne a le mie mani,
9.60 che con le sue ancor non mi chiudessi.
9.61 O voi ch'avete li 'ntelletti sani,
9.62 mirate la dottrina che s'asconde
9.63 sotto 'l velame de li versi strani.
sotto 'l velame: Dante si rivolge a chi è capace di comprendere (" O voi ch'avete…"), per avvertire che sotto la rappresentazione delle Furie e della Medusa si nasconde un significato allegorico: le Furie "tentano d'impedire all'uomo, al cristiano di redimersi"; e Medusa potrebbe rappresentare lo "stupore" che pietrifica l'anima (Torraca).
9.64 E già venia su per le torbide onde
9.65 un fracasso d'un suon, pien di spavento,
9.66 per cui tremavano amendue le sponde,
amendue : entrambe.
9.67 non altrimenti fatto che d'un vento
9.68 impetuoso per li avversi ardori,
per li avversi ardori: per lo scontrarsi di aria calda con aria fredda.
9.69 che fier la selva e sanz'alcun rattento
fier: ferisce, colpisce senza che nulla possa fargli ostacolo ( " sanz'alcun rattento ").
9.70 li rami schianta, abbatte e porta fori;
9.71 dinanzi polveroso va superbo,
9.72 e fa fuggir le fiere e li pastori.
9.73 Li occhi mi sciolse e disse: «Or drizza il nerbo
il nerbo del viso: la facoltà percettiva della vista (cfr. v. 55).
9.74 del viso su per quella schiuma antica
schiuma: l'acqua dello Stige.
9.75 per indi ove quel fummo è più acerbo».
per indi: da quella parte ove il fumo è più acre.
9.76 Come le rane innanzi a la nimica
9.77 biscia per l'acqua si dileguan tutte,
9.78 fin ch'a la terra ciascuna s'abbica,
s'abbica : aderisce a terra come a formare un piccolo mucchio, simile al covone di grano (bica).
9.79 vid'io più di mille anime distrutte
9.80 fuggir così dinanzi ad un ch'al passo
9.81 passava Stige con le piante asciutte.
9.82 Dal volto rimovea quell'aere grasso,
9.83 menando la sinistra innanzi spesso;
9.84 e sol di quell'angoscia parea lasso.
lasso : infastidito.
9.85 Ben m'accorsi ch'elli era da ciel messo,
9.86 e volsimi al maestro; e quei fé segno
9.87 ch'i' stessi queto ed inchinassi ad esso.
9.88 Ahi quanto mi parea pien di disdegno!
9.89 Venne a la porta, e con una verghetta
9.90 l'aperse, che non v'ebbe alcun ritegno.
ritegno: ostacolo (crf. "ratteuto " del v. 69).
9.91 «O cacciati del ciel, gente dispetta»,
dispetta: spregiata e spregevole.
9.92 cominciò elli in su l'orribil soglia,
9.93 «ond'esta oltracotanza in voi s'alletta?
s'alletta?: si accoglie?.
9.94 Perché recalcitrate a quella voglia
9.95 a cui non puote il fin mai esser mozzo,
esser mozzo: il fine del volere divino (" voglia ") non può non essere compiuto.
9.96 e che più volte v'ha cresciuta doglia?
9.97 Che giova ne le fata dar di cozzo?
9.98 Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
9.99 ne porta ancor pelato il mento e 'l gozzo».
ne porta: Cerbero, per essersi opposto ad Ercole, disceso all'Ade, fu da questo incatenato, tanto da avere ancora il mento e la gola (" gozzo ") spelacchiati dal collare.
9.100 Poi si rivolse per la strada lorda,
9.101 e non fé motto a noi, ma fé sembiante
9.102 d'omo cui altra cura stringa e morda
altra cura: altro pensiero che lo urga ed affretti.
9.103 che quella di colui che li è davante;
9.104 e noi movemmo i piedi inver' la terra,
inver' la terra: verso la città di Dite (cfr. c. VIII, 130 e n. 128).
9.105 sicuri appresso le parole sante.
9.106 Dentro li 'ntrammo sanz'alcuna guerra;
li : vi.
9.107 e io, ch'avea di riguardar disio
9.108 la condizion che tal fortezza serra,
la condizion: la qualità dei peccatori rinchiusi nella fortezza.
9.109 com'io fui dentro, l'occhio intorno invio;
9.110 e veggio ad ogne man grande campagna
9.111 piena di duolo e di tormento rio.
9.112 Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,
Arli: Arles, città della Provenza; Pola è la città dell'Istria, che bagna i confini (" termini ") dell'Italia.
9.113 sì com'a Pola, presso del Carnaro
9.114 ch'Italia chiude e suoi termini bagna,
9.115 fanno i sepulcri tutt'il loco varo,
fanno…: i sepolcri rendono tutto il luogo vario ("varo "), non uniforme.
9.116 così facevan quivi d'ogne parte,
9.117 salvo che 'l modo v'era più amaro;
9.118 ché tra gli avelli fiamme erano sparte,
sparte: sparse.
9.119 per le quali eran sì del tutto accesi,
9.120 che ferro più non chiede verun'arte.
che ferro: che il ferro vi potrebbe esser lavorato senza ricorrere ad alcun altro artificio (" verun'arte ").
9.121 Tutti li lor coperchi eran sospesi,
sospesi: sollevati. Gli avelli sono, cioè, scoperchiati.
9.122 e fuor n'uscivan sì duri lamenti,
9.123 che ben parean di miseri e d'offesi.
9.124 E io: «Maestro, quai son quelle genti
quai: quali.
9.125 che, seppellite dentro da quell'arche,
9.126 si fan sentir coi sospiri dolenti?».
9.127 Ed elli a me: «Qui son li eresiarche
li eresiarche: gli eresiarchi, capi o promotori di eresie e gli eretici ("lor seguaci " ).
9.128 con lor seguaci, d'ogne setta, e molto
9.129 più che non credi son le tombe carche.
carche : piene.
9.130 Simile qui con simile è sepolto,
Simile: sono sepolti insieme gli appartenenti alla medesima setta e le tombe ("monimenti") bruciano più o meno a seconda della gravitò dell'eresia.
9.131 e i monimenti son più e men caldi».
9.132 E poi ch'a la man destra si fu vòlto,
9.133 passammo tra i martiri e li alti spaldi.
Quella che giva intorno era più molta, | e quella men che giacea al tormento, | ma più al duolo avea la lingua sciolta. • Inferno, Canto 14, Verso 27