Inferno : Canto 3
3.1 "Per me si va ne la città dolente,
Per me: la porta dell'Inferno, con la sua cupa e tragica iscrizione, ci appare improvvisamente, come Improvvisamente apparve a Dante.
3.2 per me si va ne l'etterno dolore,
3.3 per me si va tra la perduta gente.
3.4 Giustizia mosse il mio alto fattore:
alto fattore: è Dio, che creò l'Infermo, mosso da sensi di imperscrutabile giustizia; potenza (" potestate "), sapienza e amore sono gli attributi teologici della Trinità e riferibili facilmente al Padre, al Figlio, allo spirito Santo.
3.5 fecemi la divina podestate,
3.6 la somma sapienza e 'l primo amore.
3.7 Dinanzi a me non fuor cose create
3.8 se non etterne, e io etterno duro.
se non etterne: prima dell'Inferno furono create soltanto cose eterne: angeli, cieli, materia pura ed elementare. L'Inferno, infatti, fu creato soltanto dopo la ribellione degli angeli.
3.9 Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate".
3.10 Queste parole di colore oscuro
colore oscuro: forse non si tratta di una notazione cromatica, ma, più probabilmente, il poeta si riferisce al senso minaccioso, che le parole esprimono, confermato dalla dolorosa gravezza che provocano nell'animo (" il senso lor m'è duro ").
3.11 vid'io scritte al sommo d'una porta;
3.12 per ch'io: «Maestro, il senso lor m'è duro».
3.13 Ed elli a me, come persona accorta:
3.14 «Qui si convien lasciare ogne sospetto;
sospetto: è necessario abbandonare ogni esitazione dovuta alla paura.
3.15 ogne viltà convien che qui sia morta.
3.16 Noi siam venuti al loco ov'i' t'ho detto
t'ho detto: cfr. Inf. I, 114, segg.
3.17 che tu vedrai le genti dolorose
3.18 c'hanno perduto il ben de l'intelletto».
il ben dell'intelletto: il bene di vedere Dio; che é il sommo per l'umano intelletto.
3.19 E poi che la sua mano a la mia puose
3.20 con lieto volto, ond'io mi confortai,
3.21 mi mise dentro a le segrete cose.
segrete cose: la realtà dell'Inferno, che è lontana, separata (cfr. lat. secretum) della conoscenza degli esseri umani.
3.22 Quivi sospiri, pianti e alti guai
guai; guaiti, urla bestiali.
3.23 risonavan per l'aere sanza stelle,
aere sanza stelle: senza stelle è, naturalmente, la profonda tenebra infernale.
3.24 per ch'io al cominciar ne lagrimai.
3.25 Diverse lingue, orribili favelle,
Diverse: strane. In questo incomprensibile e confuso linguaggio, " c'è tutto l'Inferno che manda il suo primo grido " (De Sanctis).
3.26 parole di dolore, accenti d'ira,
3.27 voci alte e fioche, e suon di man con elle
suon di man con elle: un percuotere dello mani misto ad esse voci.
3.28 facevano un tumulto, il qual s'aggira
3.29 sempre in quell'aura sanza tempo tinta,
sanza tempo tinta: etera (" senza tempo ") e color delle tenebre (" tinta").
3.30 come la rena quando turbo spira.
come la rena: "Questa immagine visiva par diffondere una strana foschia di tumulto nell'oscuro aere dell'Inferno " (Rossi).
3.31 E io ch'avea d'error la testa cinta,
3.32 dissi: «Maestro, che è quel ch'i' odo?
3.33 e che gent'è che par nel duol sì vinta?».
nel duol sì vinta?: cosi abbattuta e travolta nel dolore?.
3.34 Ed elli a me: «Questo misero modo
3.35 tegnon l'anime triste di coloro
3.36 che visser sanza 'nfamia e sanza lodo.
sanza 'nfamia e sanza lodo: senza particolare colpa (" infamia ") e senza alcun merito ("lodo") vissero gli ignavi che qui scontano la loro grave viltà.
3.37 Mischiate sono a quel cattivo coro
coro: schiera. Sono gli angeli che rimasero neutrali (" per sé fuoro") quando Lucifero si ribellò a Dio.
3.38 de li angeli che non furon ribelli
3.39 né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
fuoro : furono.
3.40 Caccianli i ciel per non esser men belli,
3.41 né lo profondo inferno li riceve,
3.42 ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli».
ch'alcuna gloria: poiché questi potrebbero reclamare qualche merito (" alcuna gloria ") rispetto ad essi, in quanto ebbero almeno il coraggio di peccare.
3.43 E io: «Maestro, che è tanto greve
che è tanto greve: quale pena grava tanto su di loro.
3.44 a lor, che lamentar li fa sì forte?».
3.45 Rispuose: «Dicerolti molto breve.
Dicerolti : te lo dirò.
3.46 Questi non hanno speranza di morte
di morte: di una fine che ponga termine al loro dolore.
3.47 e la lor cieca vita è tanto bassa,
3.48 che 'nvidiosi son d'ogne altra sorte.
che 'nvidiosi son: l'eterna tenebra di cui sono avvolti, fa sì che essi preferirebbero qualsiasi altra, sia pur dolorosa, condizione.
3.49 Fama di loro il mondo esser non lassa;
non lassa: non lascia, non permette che duri. 51 non ragioniam: verso divenuto proverbiale, come molti altri di questo canto. Lo sdegno del poeta contro gli ignavi è tale che non si sofferma con alcuno di questi dannati (cfr. v. 59). 54: indegna: incapace d'ogni riposo. (cfr. lat. indignus nel senso. passivo).
3.50 misericordia e giustizia li sdegna:
3.51 non ragioniam di lor, ma guarda e passa».
3.52 E io, che riguardai, vidi una 'nsegna
3.53 che girando correva tanto ratta,
3.54 che d'ogne posa mi parea indegna;
3.55 e dietro le venìa sì lunga tratta
tratta: schiera, ma quasi trascinata a forza:.
3.56 di gente, ch'i' non averei creduto
3.57 che morte tanta n'avesse disfatta.
disfatta: s'intende distrutta, ma con un sottile riferimento al numero impressionante di " dannati ". 59 colui: dopo aver riconosciuto anime che sdegna perfino di nominare, il poeta fa un anonimo accenno a Celestino V (Pietro di Angelerio, eremita col nome di Pier da Morrone), pontefice che, nello stesso anno in cui fu eletto (1294), rinunciò, dichiarandosi incapace, e dando m o a Bonifacio VIII di succedergli sul trono. E sembra che Bonifacio facesse pressione sui debole predecessore per indurlo al " gran rifiuto ".
3.58 Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto,
3.59 vidi e conobbi l'ombra di colui
3.60 che fece per viltade il gran rifiuto.
3.61 Incontanente intesi e certo fui
Incontanente: immediatamente.
3.62 che questa era la setta d'i cattivi,
cattivi: i vili sono quasi prigioniera (cfr. lat. capitivus) della loro miseria morale; e spiacciono a Dio, per non aver operato 11 bene e ai nemici di Dio, per non aver osato il male.
3.63 a Dio spiacenti e a' nemici sui.
3.64 Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
sciaurati: sciagurati: i1 cui spirito non nacque mai a vera vita.
3.65 erano ignudi e stimolati molto
3.66 da mosconi e da vespe ch'eran ivi.
3.67 Elle rigavan lor di sangue il volto,
3.68 che, mischiato di lagrime, a' lor piedi
3.69 da fastidiosi vermi era ricolto.
ricolto : raccolto.
3.70 E poi ch'a riguardar oltre mi diedi,
3.71 vidi genti a la riva d'un gran fiume;
alla riva: è l'Acheronte, II primo dei fiumi infernali, descritto da Virgilio nel suo poema (cfr. En., VI).
3.72 per ch'io dissi: «Maestro, or mi concedi
3.73 ch'i' sappia quali sono, e qual costume
qual costume: consuetudine, ma, qui, è piuttosto lo stato d'animo che fa apparire (" parer ) gli spiriti così ansiosi di attraversare il fiume.
3.74 le fa di trapassar parer sì pronte,
3.75 com'io discerno per lo fioco lume».
3.76 Ed elli a me: «Le cose ti fier conte
fier conte: ti saranno cognite, rivelate.
3.77 quando noi fermerem li nostri passi
3.78 su la trista riviera d'Acheronte».
3.79 Allor con li occhi vergognosi e bassi,
3.80 temendo no 'l mio dir li fosse grave,
temendo no l: temendo che il mio parlare gli sembrasse inopportuno, mi astenni (" trassi ") dal parlare.
3.81 infino al fiume del parlar mi trassi.
3.82 Ed ecco verso noi venir per nave
3.83 un vecchio, bianco per antico pelo,
un vecchio: è Caronte, pilota della navicella infernale, come già nella tradizione virgiliana (cfr. En., VI).
3.84 gridando: «Guai a voi, anime prave!
prave: malvage.
3.85 Non isperate mai veder lo cielo:
3.86 i' vegno per menarvi a l'altra riva
3.87 ne le tenebre etterne, in caldo e 'n gelo.
3.88 E tu che se' costì, anima viva,
anima viva: Dante é vivo soprattutto perché ha ancora la possibilità di salvarsi dalla dannazione. Perciò Caronte lo esorta ad allontanarsi (" partiti… ").
3.89 pàrtiti da cotesti che son morti».
3.90 Ma poi che vide ch'io non mi partiva,
3.91 disse: «Per altra via, per altri porti
3.92 verrai a piaggia, non qui, per passare:
a piaggia: alla riva; ma seguendo altro viaggio e approdando ad altri porti. Cioè con la navicella condotta dall'Angelo nocchiero, che trasporta le anime al Purgatorio (cfr. Purg. II, 41).
3.93 più lieve legno convien che ti porti».
3.94 E 'l duca lui: «Caron, non ti crucciare:
3.95 vuolsi così colà dove si puote
vuolsi: si vuole così, là dove si può ("puote ") ciò che si vuole. Con questa formula ancora Virgilio si difenderà dalle opposizioni dei demoni (cfr. Inf. V. 23 e, in parte, VII, 11).
3.96 ciò che si vuole, e più non dimandare».
3.97 Quinci fuor quete le lanose gote
Quinci: allora, da quel momento.
3.98 al nocchier de la livida palude,
3.99 che 'ntorno a li occhi avea di fiamme rote.
di fiamme rote: l'accesa luminosità degli occhi di Caronte fa quasi apparire bagliori di fiamma nel suo sguardo.
3.100 Ma quell'anime, ch'eran lasse e nude,
3.101 cangiar colore e dibattero i denti,
cangiar: mutarono colore e batte rono denti appena (. ratto che ") udirono le crudeli parole.
3.102 ratto che 'nteser le parole crude.
3.103 Bestemmiavano Dio e lor parenti,
parenti: i genitori (cfr. lat. parentes).
3.104 l'umana spezie e 'l loco e 'l tempo e 'l seme
3.105 di lor semenza e di lor nascimenti.
3.106 Poi si ritrasser tutte quante insieme,
3.107 forte piangendo, a la riva malvagia
3.108 ch'attende ciascun uom che Dio non teme.
che Dio non teme: privo del timor di Dio. 111: s'adagia: cerca di accomodarsi a proprio agio nella barca.
3.109 Caron dimonio, con occhi di bragia,
3.110 loro accennando, tutte le raccoglie;
3.111 batte col remo qualunque s'adagia.
3.112 Come d'autunno si levan le foglie
3.113 l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo
3.114 vede a la terra tutte le sue spoglie,
3.115 similemente il mal seme d'Adamo
3.116 gittansi di quel lito ad una ad una,
3.117 per cenni come augel per suo richiamo.
per cenni: rispondendo al cenno di Caronte (cfr. v. 110).
3.118 Così sen vanno su per l'onda bruna,
3.119 e avanti che sien di là discese,
3.120 anche di qua nuova schiera s'auna.
anche: ancora, nuovamente, si raccoglie (" s'auná ").
3.121 «Figliuol mio», disse 'l maestro cortese,
3.122 «quelli che muoion ne l'ira di Dio
3.123 tutti convegnon qui d'ogne paese:
3.124 e pronti sono a trapassar lo rio,
3.125 ché la divina giustizia li sprona,
3.126 sì che la tema si volve in disio.
sì che la tema: la divina giustizia sprona le anime al punto che il senso di timore si tramuta in desiderio.
3.127 Quinci non passa mai anima buona;
Quindi: di qui.
3.128 e però, se Caron di te si lagna,
3.129 ben puoi sapere omai che 'l suo dir suona».
che 'l suo dir suona: cosa significano le sue parole.
3.130 Finito questo, la buia campagna
3.131 tremò sì forte, che de lo spavento
3.132 la mente di sudore ancor mi bagna.
3.133 La terra lagrimosa diede vento,
La terra lagrimosa: la terra del pianto eterno.
3.134 che balenò una luce vermiglia
3.135 la qual mi vinse ciascun sentimento
3.136 e caddi come l'uom cui sonno piglia.
Ma quando tu sarai nel dolce mondo, | priegoti ch'a la mente altrui mi rechi: | più non ti dico e più non ti rispondo». • Inferno, Canto 6, Verso 89