Inferno : Canto 13
13.1 Non era ancor di là Nesso arrivato,
13.2 quando noi ci mettemmo per un bosco
13.3 che da neun sentiero era segnato.
13.4 Non fronda verde, ma di color fosco;
13.5 non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti;
non rami schietti: non rami lisci, ma pieni di nodi e contorti (" 'nvolti ").
13.6 non pomi v'eran, ma stecchi con tòsco:
tòsco: tossico, veleno.
13.7 non han sì aspri sterpi né sì folti
13.8 quelle fiere selvagge che 'n odio hanno
quelle fiere: quegli animali selvatici che popolano la Maremma toscana (" tra Cecina e Corneto "), ed hanno in odio i luoghi coltivati (" colti "). Il Cecina è un piccolo fiume che scorre nella regione volterrana, Corneto è una piccola città presso Civitavecchia.
13.9 tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.
13.10 Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
le brutte Arpìe: figlie di Taumante e di Elettra, erano raffigurate con volto di donna e corpo di uccello. Erano rapaci e usavano insozzare con l'orrida profluvie del ventre tutto ciò che toccavano. Scacciarono dalle isole Strofadi o Striladi, Enea e i suoi compagni ( " i Troiani " ), profetizzando insopportabile fame (" futuro danno "). L'episodio è in Virgilio (cfr. En. III, 227 e 253, segg.).
13.11 che cacciar de le Strofade i Troiani
13.12 con tristo annunzio di futuro danno.
13.13 Ali hanno late, e colli e visi umani,
late: ampie e aperte.
13.14 piè con artigli, e pennuto 'l gran ventre;
13.15 fanno lamenti in su li alberi strani.
strani: può riferirsi agli alberi o ai lamenti; meglio agli alberi, il cui aspetto (crf. v. 4-9) era veramente insolito.
13.16 E 'l buon maestro «Prima che più entre,
13.17 sappi che se' nel secondo girone»,
13.18 mi cominciò a dire, «e sarai mentre
13.19 che tu verrai ne l'orribil sabbione.
sabbione: è quello che forma il 3° girone.
13.20 Però riguarda ben; sì vederai
13.21 cose che torrien fede al mio sermone».
che torrien fede: che renderebbero incredibili le mie parole (" sermone "), se mi limitassi a parlartene.
13.22 Io sentia d'ogne parte trarre guai,
13.23 e non vedea persona che 'l facesse;
13.24 per ch'io tutto smarrito m'arrestai.
13.25 Cred'io ch'ei credette ch'io credesse
Cred'io…: io suppongo che egli credette che io ritenessi.
13.26 che tante voci uscisser, tra quei bronchi
bronchi: grossi rami nodosi.
13.27 da gente che per noi si nascondesse.
per noi: per causa nostra:.
13.28 Però disse 'l maestro: «Se tu tronchi
13.29 qualche fraschetta d'una d'este piante,
13.30 li pensier c'hai si faran tutti monchi».
li pensier: le tue supposizioni cadranno d'un tratto.
13.31 Allor porsi la mano un poco avante,
13.32 e colsi un ramicel da un gran pruno;
pruno: grande albero spinoso.
13.33 e 'l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».
Perché mi schiante?: perché mi spezzi ?.
13.34 Da che fatto fu poi di sangue bruno,
13.35 ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
scerpi : laceri.
13.36 non hai tu spirto di pietade alcuno?
13.37 Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
13.38 ben dovrebb'esser la tua man più pia,
pia: pietosa, caritatevole.
13.39 se state fossimo anime di serpi».
13.40 Come d'un stizzo verde ch'arso sia
Come d'un stizzo: come da un ramo verde, che sia acceso da un capo che dall'altro trasuda (" geme ") e sibila (" cigola ") per l'aria costretta ad uscire in seguito alla dilatazione, così dal legno schiantato uscivano insieme parole e sangue.
13.41 da l'un de'capi, che da l'altro geme
13.42 e cigola per vento che va via,
13.43 sì de la scheggia rotta usciva insieme
13.44 parole e sangue; ond'io lasciai la cima
13.45 cadere, e stetti come l'uom che teme.
13.46 «S'elli avesse potuto creder prima»,
13.47 rispuose 'l savio mio, «anima lesa,
lesa: ferita e offesa.
13.48 ciò c'ha veduto pur con la mia rima,
con la mia rima: allude all'episodio virgiliano di Polidoro (cfr. Purg. c. XX, n. 115), figlio di Priamo, la cui voce si fa sentire, proveniente da una pianta di mirto, quando Enea ne schianta tre virgulti.
13.49 non averebbe in te la man distesa;
13.50 ma la cosa incredibile mi fece
13.51 indurlo ad ovra ch'a me stesso pesa.
ovra: gesto che a me stesso è penoso.
13.52 Ma dilli chi tu fosti, sì che 'n vece
'n vece: in luogo di una riparazione (" ammenda ") per il male compiuto, rinnovi la tua memoria su nel mondo, dove gli è concesso (" lece ") ritornare.
13.53 d'alcun'ammenda tua fama rinfreschi
13.54 nel mondo sù, dove tornar li lece».
13.55 E 'l tronco: «Sì col dolce dir m'adeschi,
m'adeschi : m'inviti.
13.56 ch'i' non posso tacere; e voi non gravi
voi non gravi: non vi sia sgradito.
13.57 perch'io un poco a ragionar m'inveschi.
m'inveschi : mi intrattenga.
13.58 Io son colui che tenni ambo le chiavi
ambo le chiavi: " l'affermativa che apriva (" diserrando ") lo cuore e la negativa che lo serrava " (Buti). Nel tronco é lo spirito di Pier delle Vigne, protonotaro e logoteta di Federico II, del quale seppe conquistare la piena fiducia; ma, caduto in disgrazia del suo signore, fu imprigionato e accecato, per cui si uccise.
13.59 del cor di Federigo, e che le volsi,
13.60 serrando e diserrando, sì soavi,
sì soavi: con tanta delicata accortezza, che allontanai quasi tutti gli altri dalla sua intimità (" secreto ").
13.61 che dal secreto suo quasi ogn'uom tolsi:
13.62 fede portai al glorioso offizio,
13.63 tanto ch'i' ne perde' li sonni e ' polsi.
tanto ch'i ne perde': tanto che ne persi le forze.
13.64 La meretrice che mai da l'ospizio
La meretrice: l'invidia, capace di prostituire le coscienze, che non distolse mai gli occhi disonesti dalla reggia dell'imperatore (" Cesare ")….
13.65 di Cesare non torse li occhi putti,
13.66 morte comune e de le corti vizio,
13.67 infiammò contra me li animi tutti;
13.68 e li 'nfiammati infiammar sì Augusto,
Augusto : l'imperatore.
13.69 che ' lieti onor tornaro in tristi lutti.
tornaro: si mutarono.
13.70 L'animo mio, per disdegnoso gusto,
13.71 credendo col morir fuggir disdegno,
13.72 ingiusto fece me contra me giusto.
ingiusto fece: mi rese colpevole, in quanto suicida, contro di me che pure ero innocente delle colpe attribuitemi.
13.73 Per le nove radici d'esto legno
nove: nuove, relativamente al tempo e al modo.
13.74 vi giuro che già mai non ruppi fede
13.75 al mio segnor, che fu d'onor sì degno.
13.76 E se di voi alcun nel mondo riede,
riede : ritorna.
13.77 conforti la memoria mia, che giace
13.78 ancor del colpo che 'nvidia le diede».
del colpo: a causa del colpo.
13.79 Un poco attese, e poi «Da ch'el si tace»,
13.80 disse 'l poeta a me, «non perder l'ora;
l'ora : l'occasione.
13.81 ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace».
13.82 Ond'io a lui: «Domandal tu ancora
13.83 di quel che credi ch'a me satisfaccia;
13.84 ch'i' non potrei, tanta pietà m'accora».
13.85 Perciò ricominciò: «Se l'om ti faccia
Se l'om ti faccia: voglia il cielo che ti si conceda; " se " ha valore ottativo, come al v. 82 del c. X, e " l'om " è l'"on" impersonale dei Francesi.
13.86 liberamente ciò che 'l tuo dir priega,
liberamente : spontaneamente.
13.87 spirito incarcerato, ancor ti piaccia
incarcerato: imprigionato nel tronco.
13.88 di dirne come l'anima si lega
si lega : si materializza in questi legni nodosi (" nocchi ").
13.89 in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
13.90 s'alcuna mai di tai membra si spiega».
si spiega: si libera.
13.91 Allor soffiò il tronco forte, e poi
13.92 si convertì quel vento in cotal voce:
13.93 «Brievemente sarà risposto a voi.
13.94 Quando si parte l'anima feroce
feroce: poiché "incrudelisce contro se medesima " (Buti).
13.95 dal corpo ond'ella stessa s'è disvelta,
13.96 Minòs la manda a la settima foce.
a la settima foce: al settimo cerchio.
13.97 Cade in la selva, e non l'è parte scelta;
13.98 ma là dove fortuna la balestra,
13.99 quivi germoglia come gran di spelta.
gran di spelta: una specie di biada che si sviluppa facilmente.
13.100 Surge in vermena e in pianta silvestra:
vermena: stelo tenue ed erbaceo.
13.101 l'Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
13.102 fanno dolore, e al dolor fenestra.
fenestra: apertura donde escono i lamenti.
13.103 Come l'altre verrem per nostre spoglie,
per nostre spoglie: per la resurrezione dei corpi dopo il Giudizio Universale.
13.104 ma non però ch'alcuna sen rivesta,
13.105 ché non è giusto aver ciò ch'om si toglie.
13.106 Qui le trascineremo, e per la mesta
13.107 selva saranno i nostri corpi appesi,
13.108 ciascuno al prun de l'ombra sua molesta».
molesta: perché l'anima (" ombra ") lo spinse al suicidio.
13.109 Noi eravamo ancora al tronco attesi,
attesi : intenti.
13.110 credendo ch'altro ne volesse dire,
13.111 quando noi fummo d'un romor sorpresi,
13.112 similemente a colui che venire
13.113 sente 'l porco e la caccia a la sua posta,
'l porco: il cinghiale e la muta con i cacciatori al luogo ove è appostato (" posta ").
13.114 ch'ode le bestie, e le frasche stormire.
13.115 Ed ecco due da la sinistra costa,
13.116 nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
13.117 che de la selva rompieno ogni rosta.
rosta: frasca; in particolare quelle usate per scacciare le mosche.
13.118 Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».
accorri, morte : é un irrealizzabile desiderio.
13.119 E l'altro, cui pareva tardar troppo,
cui pareva tardar troppo: al quale sembrava di essere troppo lento.
13.120 gridava: «Lano, sì non furo accorte
Lano: Lano da Siena è un noto scialacquatore e sappiamo che morì nella battaglia di Pieve del Toppo (" giostre dal Toppo ") combattuta tra Aretini e Senesi.
13.121 le gambe tue a le giostre dal Toppo!».
13.122 E poi che forse li fallia la lena,
fallìa la lena: veniva meno la forza.
13.123 di sé e d'un cespuglio fece un groppo.
13.124 Di rietro a loro era la selva piena
13.125 di nere cagne, bramose e correnti
13.126 come veltri ch'uscisser di catena.
13.127 In quel che s'appiattò miser li denti,
In quel: nelle membra dell'altro scialacquatore, Giacomo da Sant'Andrea, nobiluomo padovano, nel 1237 al seguito di Federico II e nel 1239 fatto uccidere da Ezzelino. Di lui si narravano le più folli prodiglità.
13.128 e quel dilaceraro a brano a brano;
13.129 poi sen portar quelle membra dolenti.
13.130 Presemi allor la mia scorta per mano,
13.131 e menommi al cespuglio che piangea,
13.132 per le rotture sanguinenti in vano.
in vano: senza trovar conforto.
13.133 «O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea,
13.134 che t'è giovato di me fare schermo?
13.135 che colpa ho io de la tua vita rea?».
13.136 Quando 'l maestro fu sovr'esso fermo,
13.137 disse «Chi fosti, che per tante punte
13.138 soffi con sangue doloroso sermo?».
doloroso sermo: dolorose parole.
13.139 Ed elli a noi: «O anime che giunte
13.140 siete a veder lo strazio disonesto
disonesto: indecoroso e infamante.
13.141 c'ha le mie fronde sì da me disgiunte,
13.142 raccoglietele al piè del tristo cesto.
cesto: la base del cespuglio.
13.143 I' fui de la città che nel Batista
I' fui: fui di Firenze, città che mutò in San Giovanni Battista il primo patrono: Marte. E per questo egli, il dio (" ei "), sempre l'agiterà con la guerra (" con l'arte sua ").
13.144 mutò il primo padrone; ond'ei per questo
13.145 sempre con l'arte sua la farà trista;
13.146 e se non fosse che 'n sul passo d'Arno
sul passo d'Arno: sul passaggio attraverso l'Arno, cioè Ponte Vecchio.
13.147 rimane ancor di lui alcuna vista,
alcuna vista: una immagine visibile. Allude al frammento d'una statua, ritenuta di Marte, posta sul ponte Vecchio fino al 1333, quando fu trascinata via da un'inondazione.
13.148 que' cittadin che poi la rifondarno
13.149 sovra 'l cener che d'Attila rimase,
'l cener: questa distruzione di Firenze è leggendaria.
13.150 avrebber fatto lavorare indarno.
lavorare indarno: inutile sarebbe stata la ricostruzione di Firenze, se non fosse stata ritrovata la statua abbattuta in Arno dai barbari.
13.151 Io fei gibetto a me de le mie case».
gibetto: dell'antico francese gibet = forca, vuol dire: io mi impiccai nelle mie case. Si tratta di Lotto degli Agli o di Rocco de' Mozzi.
Tanto è a Dio più cara e più diletta | la vedovella mia, che molto amai, | quanto in bene operare è più soletta; • Purgatorio, Canto 23, Verso 91