Divina Commedia



Inferno : Canto 1

1.1 Nel mezzo del cammin di nostra vitavedi nota in-1-1 Nel mezzo : che la metà della vita cada nel " trentacinquesimo anno " si apprende dalle parole di Dante nel Convivio (IV, XXIII, 9). Il viaggio oltremondano comincia, pertanto, nel 1300, la sera del venerdì santo (cfr. Inf. II, 1 e XII, 112).
1.2 mi ritrovai per una selva oscura
1.3 ché la diritta via era smarrita.

1.4 Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
1.5 esta selva selvaggia e aspra e forte
1.6 che nel pensier rinova la paura!

1.7 Tant'è amara che poco è più morte;vedi nota in-1-7 che poco è più morte: Dante si riferisce alla " seconda morte ", quella dello spirito; soltanto la dannazione; infatti, è poco più amara della selva che; quale simbolo della vita peccaminosa, ne costituisce una dolorosa anticipazione.
1.8 ma per trattar del ben ch'i' vi trovai,
1.9 dirò de l'altre cose ch'i' v'ho scorte.

1.10 Io non so ben ridir com'i' v'intrai,
1.11 tant'era pien di sonno a quel punto
1.12 che la verace via abbandonai.

1.13 Ma poi ch'i' fui al piè d'un colle giunto,
1.14 là dove terminava quella valle
1.15 che m'avea di paura il cor compunto,

1.16 guardai in alto, e vidi le sue spalle
1.17 vestite già de' raggi del pianetavedi nota in-1-17 pianeta : il sole ere considerato un pianeta e il più adeguato simbolo della luce di Dio.
1.18 che mena dritto altrui per ogne calle.

1.19 Allor fu la paura un poco queta
1.20 che nel lago del cor m'era duratavedi nota in-1-20 lago del cor: è la cavità del cuore nella quale si raccoglie il sangue.
1.21 la notte ch'i' passai con tanta pieta.vedi nota in-1-21 pieta: ansia angosciosa.

1.22 E come quei che con lena affannatavedi nota in-1-22 E come quei: e come il naufrago che, con respiro ("lena" ) affannoso raggiunta la riva, si volge al mare (" pelago ") in tempesta e osserva ( " guata " ) le acque, ancora incredulo di essere in salvo….
1.23 uscito fuor del pelago a la riva
1.24 si volge a l'acqua perigliosa e guata,

1.25 così l'animo mio, ch'ancor fuggiva,
1.26 si volse a retro a rimirar lo passo
1.27 che non lasciò già mai persona viva.

1.28 Poi ch'ei posato un poco il corpo lasso,
1.29 ripresi via per la piaggia diserta,
1.30 sì che 'l piè fermo sempre era 'l più basso.vedi nota in-1-30 sì che 'l piè fermo: sembra che il poeta voglia simboleggiare, nell'incedere mal sicuro ed esitante, come di chi sia zoppo, l'incertezza e lo smarrimento che ancora ottenebrano l'animo suo. Tale è la interpretazione di Piero di Dante, che, forse, l'udì dal padre.

1.31 Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta,
1.32 una lonza leggiera e presta molto,
1.33 che di pel macolato era coverta;

1.34 e non mi si partia dinanzi al volto,
1.35 anzi 'mpediva tanto il mio cammino,
1.36 ch'i' fui per ritornar più volte vòlto.vedi nota in-1-36 più volte volto: più volte fui tentato di tornare indietro.

1.37 Temp'era dal principio del mattino,
1.38 e 'l sol montava 'n sù con quelle stelle
1.39 ch'eran con lui quando l'amor divinovedi nota in-1-39 quando l'amor divino: reminiscenza biblica; il sole si trova in congiunzione con la costellazione dell'Ariete (" quelle stelle ") in primavera, come quando Dio creò il mondo (" mosse di prima…" ).

1.40 mosse di prima quelle cose belle;
1.41 sì ch'a bene sperar m'era cagione
1.42 di quella fiera a la gaetta pelle

1.43 l'ora del tempo e la dolce stagione;
1.44 ma non sì che paura non mi desse
1.45 la vista che m'apparve d'un leone.

1.46 Questi parea che contra me venisse
1.47 con la test'alta e con rabbiosa fame,
1.48 sì che parea che l'aere ne tremesse.

1.49 Ed una lupa, che di tutte bramevedi nota in-1-49 Ed una lupa: si e voluto vedere nelle tre fiere quasi lo specchio della suddivisione dei peccati nell'Inferno; precisamente, la lonza corrisponderebbe alla frode, il leone alla violenza, la lupa all'incontinenza. Ad ogni modo, è chiaro che le fiere rappresentano peccati, o categorie di essi, da cui l'uomo è afflitto.
1.50 sembiava carca ne la sua magrezza,
1.51 e molte genti fé già viver grame,

1.52 questa mi porse tanto di gravezza
1.53 con la paura ch'uscia di sua vista,
1.54 ch'io perdei la speranza de l'altezza.

1.55 E qual è quei che volontieri acquista,
1.56 e giugne 'l tempo che perder lo face,
1.57 che 'n tutti suoi pensier piange e s'attrista;

1.58 tal mi fece la bestia sanza pace,
1.59 che, venendomi 'ncontro, a poco a poco
1.60 mi ripigneva là dove 'l sol tace.

1.61 Mentre ch'i' rovinava in basso loco,
1.62 dinanzi a li occhi mi si fu offerto
1.63 chi per lungo silenzio parea fioco.vedi nota in-1-63 chi per lungo silenzio : Virgilio rappresenta la ragione umana e, quindi, la sua voce appare fioca, sommessa, al peccatore che, vivendo nel vizio, dalla retta regione si è allontanato. Ma questo non vuol dire che Virgilio abbia dimostrato di esser "fioco " con atti o gesti. Senza forzare il valore letterale del verso, può benissimo intendersi che, nella cornice tra terrena e oltremondana, offerta dal paesaggio del I canto, l'apparizione di un essere, che Dante non riesce a distinguere se sia ombra o persona umana, suggerisce al poeta l'immagine di uno spirito, quasi di uno spettro che, se dovesse parlare, parlerebbe con voce simile all'evanescente immagine sua.

1.64 Quando vidi costui nel gran diserto,
1.65 «Miserere di me», gridai a lui,vedi nota in-1-65 Miserere : "Grido pietoso e solitario, pieno ancora dell'angoscia, passata in quella notte insonne (Momigliano)".
1.66 «qual che tu sii, od ombra od omo certo!».

1.67 Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,
1.68 e li parenti miei furon lombardi,vedi nota in-1-68 parenti: latinamente, genitore.
1.69 mantoani per patria ambedui.

1.70 Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
1.71 e vissi a Roma sotto 'l buono Augusto
1.72 nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.vedi nota in-1-72 dei falsi e bugiardi: Virgilio esprime il proprio rammarico doloroso non essere vissuto in tempo per ascoltare il Verbo del Cristo. Il poeta lombardo rappresenta per Dante un simbolo più alto della sola ragione umana; egli è il vate (" Poeta fu "), cantore di Enea ("quel giusto figliuol d'Anchise"). Sull'interpretazione cristiana dell'anima virgiliana sembra indulgere il poeta, conformemente allo spirito medioevale, che scorgeva nell'autore dell'Ecloga IV, ad Asinio Pollione, quasi un profeta della venuta del Cristo.

1.73 Poeta fui, e cantai di quel giusto
1.74 figliuol d'Anchise che venne di Troia,
1.75 poi che 'l superbo Ilion fu combusto.

1.76 Ma tu perché ritorni a tanta noia?
1.77 perché non sali il dilettoso monte
1.78 ch'è principio e cagion di tutta gioia?».

1.79 «Or se' tu quel Virgilio e quella fonte
1.80 che spandi di parlar sì largo fiume?»,
1.81 rispuos'io lui con vergognosa fronte.

1.82 «O de li altri poeti onore e lume
1.83 vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore
1.84 che m'ha fatto cercar lo tuo volume.

1.85 Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore;
1.86 tu se' solo colui da cu' io tolsi
1.87 lo bello stilo che m'ha fatto onore.vedi nota in-1-87 lo bello stilo: non sembra che debba intendersi in senso troppo angusto, ma che vada riferito all'alto insegnamento circa la missione del poeta, per cui Virgilio oltre che " maestro " è " autore ", cioè colui al quale è dovuta fiducia e obbedienza (cfr. Conv. IV, VI, 5).

1.88 Vedi la bestia per cu' io mi volsi:
1.89 aiutami da lei, famoso saggio,
1.90 ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi».

1.91 «A te convien tenere altro viaggio»,
1.92 rispuose, poi che lagrimar mi vide,vedi nota in-1-92 poi che lagrimar: le lacrime del pentimento denunciano che Dante è ormai disposto a percorrere il lungo " viaggio " fino alla redenzione dal peccato.
1.93 «se vuo' campar d'esto loco selvaggio:

1.94 ché questa bestia, per la qual tu gride,
1.95 non lascia altrui passar per la sua via,
1.96 ma tanto lo 'mpedisce che l'uccide;

1.97 e ha natura sì malvagia e ria,
1.98 che mai non empie la bramosa voglia,
1.99 e dopo 'l pasto ha più fame che pria.

1.100 Molti son li animali a cui s'ammoglia,
1.101 e più saranno ancora, infin che 'l veltrovedi nota in-1-101 infin che 'l veltro: il veltro è un cane veloce ed agile, particolarmente adatto alla caccia; ed alla lupa, infatti, darà la caccia (" caccerà ", v. 109) per ogni città (" villa "). Non sembra possibile stabilire una precisa identificazione del Veltro (Cristo?, Arrigo VII?, Benedetto XI?, Cangrande della Scala?, ecc.). Forse, Dante vuol vaticinare una restaurazione dell'ordine e dell'autorità civile, per opera di un imperatore, alieno dalla cupidigia dei beni temporali (" terra "), e dall'amore per il denaro ( " peltro " ), simboleggiati dalla lupa. Sue doti saranno " sapienza, amore e virtute " che, per tradizione aristotelica, sono quelle richieste in un capo elettivo.
1.102 verrà, che la farà morir con doglia.

1.103 Questi non ciberà terra né peltro,
1.104 ma sapienza, amore e virtute,
1.105 e sua nazion sarà tra feltro e feltro.vedi nota in-1-105 tra feltro e feltro: come generico è il significato del Veltro, così genericamente va intesa, forse, quest'espressione: il personaggio nascerà di famiglia povera, in quanto il feltro è " una spezie di panno oltre ad ogni altra vilissima " (Boccaccio). Questa interpretazione si accorda, a nostro avviso, con la serie di schietti e modesti eroi che, pur in campo avverso, si batterono per l'"umile" Italia.

1.106 Di quella umile Italia fia salute
1.107 per cui morì la vergine Cammilla,vedi nota in-1-107 Cammilla: figlia del re dei Volsci; Turno, Eurialo e Niso, figlio del re dei Rutuli il primo, giovani troiani gli altri, sono eroi virgiliani.
1.108 Eurialo e Turno e Niso di ferute.

1.109 Questi la caccerà per ogne villa,
1.110 fin che l'avrà rimessa ne lo 'nferno,
1.111 là onde 'nvidia prima dipartilla.

1.112 Ond'io per lo tuo me' penso e discernovedi nota in-1-112 per lo tuo me': per il tuo meglio; più che: per il tuo bene.
1.113 che tu mi segui, e io sarò tua guida,
1.114 e trarrotti di qui per loco etterno;

1.115 ove udirai le disperate strida,
1.116 vedrai li antichi spiriti dolenti,
1.117 ch'a la seconda morte ciascun grida;vedi nota in-1-117 la seconda morte : è la francescana " morte secunda " del Cantico delle creature, la morte dell'anima, la dannazione, come si è visto al v. 7.

1.118 e vederai color che son contenti
1.119 nel foco, perché speran di venire
1.120 quando che sia a le beate genti.

1.121 A le quai poi se tu vorrai salire,
1.122 anima fia a ciò più di me degna:
1.123 con lei ti lascerò nel mio partire;

1.124 ché quello imperador che là sù regna,
1.125 perch'i' fu' ribellante a la sua legge,vedi nota in-1-125 ribellante: non è, Virgilio, un ribelle in senso stretto. Non si oppose alla legge di Dio, né la trasgredì, ma non ebbe fede nel Cristo venturo, come invece fecero i Santi Padri; perciò abita il Limbo.
1.126 non vuol che 'n sua città per me si vegna.

1.127 In tutte parti impera e quivi regge;
1.128 quivi è la sua città e l'alto seggio:
1.129 oh felice colui cu' ivi elegge!».

1.130 E io a lui: «Poeta, io ti richeggio
1.131 per quello Dio che tu non conoscesti,
1.132 acciò ch'io fugga questo male e peggio,vedi nota in-1-132 questo male e peggio: il presente abbrutimento nel vizio e la conseguente dannazione.

1.133 che tu mi meni là dov'or dicesti,
1.134 sì ch'io veggia la porta di san Pietrovedi nota in-1-134 la porta di san Pietro : la porta del Purgatorio, che consente l'accesso al Paradiso, meta ultima della salvazione.
1.135 e color cui tu fai cotanto mesti».

1.136 Allor si mosse, e io li tenni dietro.

Inferno : Canto 2

2.1 Lo giorno se n'andava, e l'aere bruno
2.2 toglieva li animai che sono in terra
2.3 da le fatiche loro; e io sol uno

2.4 m'apparecchiava a sostener la guerravedi nota in-2-4 la guerra: e' la tragica lotta, che sta per impegnarsi, del corpo, data l'asprezza del "cammino", e dell'anima che deve affrontare gli angosciosi sentimenti ("pietate") suscitati dalla visione dei mali infernali.
2.5 sì del cammino e sì de la pietate,
2.6 che ritrarrà la mente che non erra.vedi nota in-2-6 che ritrarrà: che riferirà la memoria ("mente") veritiera. E tale doveva essere la memoria di chi aveva sostenuto tanta "guerra" da mostrare la propria "nobilitate".

2.7 O muse, o alto ingegno, or m'aiutate;vedi nota in-2-7 O Muse: le Muse sono cristianamente trasfigurate, tanto che nel Purgatorio Dante le chiamerà "sante" (cfr. I,8).
2.8 o mente che scrivesti ciò ch'io vidi,
2.9 qui si parrà la tua nobilitate.

2.10 Io cominciai: «Poeta che mi guidi,
2.11 guarda la mia virtù s'ell'è possente,
2.12 prima ch'a l'alto passo tu mi fidi.vedi nota in-2-12 mi fidi: mi affidi al difficile passaggio ("alto passo").

2.13 Tu dici che di Silvio il parente,vedi nota in-2-13 il parente: il padre ("parente") di Silvio è Enea, al quale fu generato da Lavinia, figlia del re Latino. L'altro figlio, Ascanio, nacque dalla troiana Creusa. Enea (cfr. "En.", VI) discese nel mondo ("secolo") immortale, ancor vivo ("corruttibile") e col proprio corpo ("sensibilmente").
2.14 corruttibile ancora, ad immortale
2.15 secolo andò, e fu sensibilmente.

2.16 Però, se l'avversario d'ogne malevedi nota in-2-16 Però: tuttavia se Dio ("avversario d'ogni male") gli fu ("i fu") benevolo ("cortese"), ciò non sembra inconcepibile a chi sappia comprendere ("ad omo d'intelletto"), se co nsideri il nobile portato ("effetto") della sua impresa e chi fosse Enea e le sue rare qualità ("e 'l chi e 'l quale").
2.17 cortese i fu, pensando l'alto effetto
2.18 ch'uscir dovea di lui e 'l chi e 'l quale,

2.19 non pare indegno ad omo d'intelletto;
2.20 ch'e' fu de l'alma Roma e di suo impero
2.21 ne l'empireo ciel per padre eletto:

2.22 la quale e 'l quale, a voler dir lo vero,vedi nota in-2-22 la quale: Roma ("la quale") e l'Impero ("e 'l quale") furono destinati da dio ad essere il luogo sacro ove ("u'", cfr. lat. "ubi") avrebbe avuto sede il pontefice ("successor del maggior Piero"). Possiamo intendere quel "maggior" nel significato di "sommo", quasi un titolo d'onore.
2.23 fu stabilita per lo loco santo
2.24 u' siede il successor del maggior Piero.

2.25 Per quest'andata onde li dai tu vanto,
2.26 intese cose che furon cagionevedi nota in-2-26 intese: Enea apprese dal padre Anchise cose che gli consentirono di vincere, e di porre, così, le remote basi dell'Impero di Roma, città che., per il suo prestigio, determinò l'elezione del suo vescovo a capo della cristianità ("papale ammanto").
2.27 di sua vittoria e del papale ammanto.

2.28 Andovvi poi lo Vas d'elezione,vedi nota in-2-28 lo Vas d'elezione: San Paolo è così chiamto negli "Atti degli Apostoli". Egli narra, nella seconda "Epistola ai Corinzi" (XII, 2-4) d'esser salito al terzo cielo, dove udì parole che sonavano conforto alla fede, unico viatico di salvezza ("ch'è principio"…ecc.).
2.29 per recarne conforto a quella fede
2.30 ch'è principio a la via di salvazione.

2.31 Ma io perché venirvi? o chi 'l concede?
2.32 Io non Enea, io non Paulo sono:
2.33 me degno a ciò né io né altri 'l crede.

2.34 Per che, se del venire io m'abbandono,vedi nota in-2-34 io m'abbandono: se, quanto al venire, io vi acconsento senza riflettere.
2.35 temo che la venuta non sia folle.
2.36 Se' savio; intendi me' ch'i' non ragiono».vedi nota in-2-36 me': meglio, come "Inf." I,112.

2.37 E qual è quei che disvuol ciò che volle
2.38 e per novi pensier cangia proposta,
2.39 sì che dal cominciar tutto si tolle,

2.40 tal mi fec'io 'n quella oscura costa,vedi nota in-2-40 oscura costa: è la tenebrosa zona silvestre ove i poeti ancora si trovano.
2.41 perché, pensando, consumai la 'mpresa
2.42 che fu nel cominciar cotanto tosta.

2.43 «S'i' ho ben la parola tua intesa»,
2.44 rispuose del magnanimo quell'ombra;
2.45 «l'anima tua è da viltade offesa;vedi nota in-2-45 viltade: è l'esitazione che ostacola ("ingombra") l'uomo, tanto che lo fa recedere ("rivolve") da una onorevole ("onrata") impresa, molte volte ("fiate"), come una falsa immagine fa con una bestia quando s'adombra ("quand'ombra").

2.46 la qual molte fiate l'omo ingombra
2.47 sì che d'onrata impresa lo rivolve,
2.48 come falso veder bestia quand'ombra.

2.49 Da questa tema acciò che tu ti solve,vedi nota in-2-49 acciò che tu ti solve: affinché ti liberi.
2.50 dirotti perch'io venni e quel ch'io 'ntesi
2.51 nel primo punto che di te mi dolve.vedi nota in-2-51 dolve: dolse.

2.52 Io era tra color che son sospesi,vedi nota in-2-52 sospesi: si allude alla pena sofferta dalle anime nel Limbo (cfr. "Inf." IV, 32, segg.).
2.53 e donna mi chiamò beata e bella,vedi nota in-2-53 donna: Beatrice.
2.54 tal che di comandare io la richiesi.

2.55 Lucevan li occhi suoi più che la stella;vedi nota in-2-55 la stella: in senso generico, per: una stella, le stelle; come spesso in Dante.
2.56 e cominciommi a dir soave e piana,
2.57 con angelica voce, in sua favella:

2.58 "O anima cortese mantoana,
2.59 di cui la fama ancor nel mondo dura,
2.60 e durerà quanto 'l mondo lontana,

2.61 l'amico mio, e non de la ventura,vedi nota in-2-61 l'amico mio: il nome di Dante, qui taciuto, apparira soltanto nel Paradiso terrestre (cfr. "Purg." XXX, 55), quando ragioni, che qui non sussistono, lo richiederanno.
2.62 ne la diserta piaggia è impedito
2.63 sì nel cammin, che volt'è per paura;

2.64 e temo che non sia già sì smarrito,
2.65 ch'io mi sia tardi al soccorso levata,
2.66 per quel ch'i' ho di lui nel cielo udito.

2.67 Or movi, e con la tua parola ornata
2.68 e con ciò c'ha mestieri al suo camparevedi nota in-2-68 ch'ha mestieri: che è necessario per il suo scampo.
2.69 l'aiuta, sì ch'i' ne sia consolata.

2.70 I' son Beatrice che ti faccio andare;vedi nota in-2-70 I' son…: io, che ti esorto ad andare, sono Beatrice e vengo dal cielo ("loco") ove desidero ritornare.
2.71 vegno del loco ove tornar disio;
2.72 amor mi mosse, che mi fa parlare.

2.73 Quando sarò dinanzi al segnor mio,
2.74 di te mi loderò sovente a lui".vedi nota in-2-74 di te mi loderò: è "un'arcana promessa" (Torraca) con la quale Beatrice esprime la sua riconoscenza a Virgilio.
2.75 Tacette allora, e poi comincia' io:

2.76 "O donna di virtù, sola per cuivedi nota in-2-76 sola per cui: unica creatura per la quale l'umanità ("l'umana spezie") supera ogni cosa contenuta ("eccede ogni contento") dal cielo della luna che è il minore, in quanto più vicino alla terra ("che ha minor li cerchi sui").
2.77 l'umana spezie eccede ogne contento
2.78 di quel ciel c'ha minor li cerchi sui,

2.79 tanto m'aggrada il tuo comandamento,
2.80 che l'ubidir, se già fosse, m'è tardi;
2.81 più non t'è uo' ch'aprirmi il tuo talento.vedi nota in-2-81 non t'è uo': non hai bisogno di spiegarmi il tuo desiderio.

2.82 Ma dimmi la cagion che non ti guardi
2.83 de lo scender qua giuso in questo centrovedi nota in-2-83 centro: luogo angusto, qual'è l'Inferno.
2.84 de l'ampio loco ove tornar tu ardi".

2.85 "Da che tu vuo' saver cotanto a dentro,
2.86 dirotti brievemente", mi rispuose,
2.87 "perch'io non temo di venir qua entro.

2.88 Temer si dee di sole quelle cose
2.89 c'hanno potenza di fare altrui male;vedi nota in-2-89 altrui: agli altri. Cioè bisogna guardarsi dal fare il male.
2.90 de l'altre no, ché non son paurose.vedi nota in-2-90 non son paurose: non fanno paura.

2.91 I' son fatta da Dio, sua mercé, tale,vedi nota in-2-91 sua mercé: per sua grazia.
2.92 che la vostra miseria non mi tange,vedi nota in-2-92 tange: tocca, raggiunge.
2.93 né fiamma d'esto incendio non m'assale.

2.94 Donna è gentil nel ciel che si compiangevedi nota in-2-94 Donna: Maria, che si duole…spezza ("frange"), con la sua intercessione, il tremendo ("duro") giudizio di Dio. La Vergine è l'immagine della Misericordia.
2.95 di questo 'mpedimento ov'io ti mando,
2.96 sì che duro giudicio là sù frange.

2.97 Questa chiese Lucia in suo dimandovedi nota in-2-97 Lucia: simbolo della Grazia illuminante.
2.98 e disse: - Or ha bisogno il tuo fedele
2.99 di te, e io a te lo raccomando -.

2.100 Lucia, nimica di ciascun crudele,
2.101 si mosse, e venne al loco dov'i' era,
2.102 che mi sedea con l'antica Rachele.vedi nota in-2-102 Rachele: figlia di Labano e moglie di Giacobbe, è simbolo della cùvita contemplativa.

2.103 Disse: - Beatrice, loda di Dio vera,
2.104 ché non soccorri quei che t'amò tanto,
2.105 ch'uscì per te de la volgare schiera?vedi nota in-2-105 de la volgare schiera?: dalla folla anonima di quanti sono sordi alla vita dello spirito.

2.106 non odi tu la pieta del suo pianto?
2.107 non vedi tu la morte che 'l combatte
2.108 su la fiumana ove 'l mar non ha vanto? -vedi nota in-2-108 su la fiumana: la corrente impetuosa delle passioni, sulla quale neppure il mare può menar vanto d'essere più pericoloso, con tutte le sue tempeste.

2.109 Al mondo non fur mai persone ratte
2.110 a far lor pro o a fuggir lor danno,vedi nota in-2-110 lor pro: a realizzare il proprio bene.
2.111 com'io, dopo cotai parole fatte,vedi nota in-2-111 fatte: formulate.

2.112 venni qua giù del mio beato scanno,vedi nota in-2-112 qua giù: nel Limbo.
2.113 fidandomi del tuo parlare onesto,vedi nota in-2-113 onesto: onorevole e pieno di dignità.
2.114 ch'onora te e quei ch'udito l'hanno".

2.115 Poscia che m'ebbe ragionato questo,
2.116 li occhi lucenti lagrimando volse;
2.117 per che mi fece del venir più presto;vedi nota in-2-117 mi fece: mi rese ancor più impaziente ("più presto") di venire da te.

2.118 e venni a te così com'ella volse;vedi nota in-2-118 volse: volle.
2.119 d'inanzi a quella fiera ti levai
2.120 che del bel monte il corto andar ti tolse.

2.121 Dunque: che è? perché, perché restai?
2.122 perché tanta viltà nel core allette?vedi nota in-2-122 allette?: alletti, accogli quasi con compiacimento.
2.123 perché ardire e franchezza non hai?

2.124 poscia che tai tre donne benedettevedi nota in-2-124 tre donne benedette: la Vergine, Lucia e Beatrice hanno cura ("curan") di te nella corte celeste.
2.125 curan di te ne la corte del cielo,
2.126 e 'l mio parlar tanto ben ti promette?».

2.127 Quali fioretti dal notturno gelo
2.128 chinati e chiusi, poi che 'l sol li 'mbianca
2.129 si drizzan tutti aperti in loro stelo,

2.130 tal mi fec'io di mia virtude stanca,vedi nota in-2-130 tal mi fec'io: tale mi sforzai di essere, rispetto alla ("di") debole ("stanca") forza dell'animo mio ("virtude").
2.131 e tanto buono ardire al cor mi corse,
2.132 ch'i' cominciai come persona franca:vedi nota in-2-132 franca: libera dal timore.

2.133 «Oh pietosa colei che mi soccorse!
2.134 e te cortese ch'ubidisti tosto
2.135 a le vere parole che ti porse!

2.136 Tu m'hai con disiderio il cor disposto
2.137 sì al venir con le parole tue,
2.138 ch'i' son tornato nel primo proposto.vedi nota in-2-138 nel primo proposto: nel primo proposito (cfr. v. 38).

2.139 Or va, ch'un sol volere è d'ambedue:
2.140 tu duca, tu segnore, e tu maestro».vedi nota in-2-140 tu duca: tu guida, "quanto è nell'andare", tu signore "quanto è alla preminenza e al comandare", e tu maestro "quanto è al dimostrare" (Boccaccio).
2.141 Così li dissi; e poi che mosso fue,

2.142 intrai per lo cammino alto e silvestro.

Inferno : Canto 3

3.1 "Per me si va ne la città dolente,vedi nota in-3-1 Per me: la porta dell'Inferno, con la sua cupa e tragica iscrizione, ci appare improvvisamente, come Improvvisamente apparve a Dante.
3.2 per me si va ne l'etterno dolore,
3.3 per me si va tra la perduta gente.

3.4 Giustizia mosse il mio alto fattore:vedi nota in-3-4 alto fattore: è Dio, che creò l'Infermo, mosso da sensi di imperscrutabile giustizia; potenza (" potestate "), sapienza e amore sono gli attributi teologici della Trinità e riferibili facilmente al Padre, al Figlio, allo spirito Santo.
3.5 fecemi la divina podestate,
3.6 la somma sapienza e 'l primo amore.

3.7 Dinanzi a me non fuor cose create
3.8 se non etterne, e io etterno duro.vedi nota in-3-8 se non etterne: prima dell'Inferno furono create soltanto cose eterne: angeli, cieli, materia pura ed elementare. L'Inferno, infatti, fu creato soltanto dopo la ribellione degli angeli.
3.9 Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate".

3.10 Queste parole di colore oscurovedi nota in-3-10 colore oscuro: forse non si tratta di una notazione cromatica, ma, più probabilmente, il poeta si riferisce al senso minaccioso, che le parole esprimono, confermato dalla dolorosa gravezza che provocano nell'animo (" il senso lor m'è duro ").
3.11 vid'io scritte al sommo d'una porta;
3.12 per ch'io: «Maestro, il senso lor m'è duro».

3.13 Ed elli a me, come persona accorta:
3.14 «Qui si convien lasciare ogne sospetto;vedi nota in-3-14 sospetto: è necessario abbandonare ogni esitazione dovuta alla paura.
3.15 ogne viltà convien che qui sia morta.

3.16 Noi siam venuti al loco ov'i' t'ho dettovedi nota in-3-16 t'ho detto: cfr. Inf. I, 114, segg.
3.17 che tu vedrai le genti dolorose
3.18 c'hanno perduto il ben de l'intelletto».vedi nota in-3-18 il ben dell'intelletto: il bene di vedere Dio; che é il sommo per l'umano intelletto.

3.19 E poi che la sua mano a la mia puose
3.20 con lieto volto, ond'io mi confortai,
3.21 mi mise dentro a le segrete cose.vedi nota in-3-21 segrete cose: la realtà dell'Inferno, che è lontana, separata (cfr. lat. secretum) della conoscenza degli esseri umani.

3.22 Quivi sospiri, pianti e alti guaivedi nota in-3-22 guai; guaiti, urla bestiali.
3.23 risonavan per l'aere sanza stelle,vedi nota in-3-23 aere sanza stelle: senza stelle è, naturalmente, la profonda tenebra infernale.
3.24 per ch'io al cominciar ne lagrimai.

3.25 Diverse lingue, orribili favelle,vedi nota in-3-25 Diverse: strane. In questo incomprensibile e confuso linguaggio, " c'è tutto l'Inferno che manda il suo primo grido " (De Sanctis).
3.26 parole di dolore, accenti d'ira,
3.27 voci alte e fioche, e suon di man con ellevedi nota in-3-27 suon di man con elle: un percuotere dello mani misto ad esse voci.

3.28 facevano un tumulto, il qual s'aggira
3.29 sempre in quell'aura sanza tempo tinta,vedi nota in-3-29 sanza tempo tinta: etera (" senza tempo ") e color delle tenebre (" tinta").
3.30 come la rena quando turbo spira.vedi nota in-3-30 come la rena: "Questa immagine visiva par diffondere una strana foschia di tumulto nell'oscuro aere dell'Inferno " (Rossi).

3.31 E io ch'avea d'error la testa cinta,
3.32 dissi: «Maestro, che è quel ch'i' odo?
3.33 e che gent'è che par nel duol sì vinta?».vedi nota in-3-33 nel duol sì vinta?: cosi abbattuta e travolta nel dolore?.

3.34 Ed elli a me: «Questo misero modo
3.35 tegnon l'anime triste di coloro
3.36 che visser sanza 'nfamia e sanza lodo.vedi nota in-3-36 sanza 'nfamia e sanza lodo: senza particolare colpa (" infamia ") e senza alcun merito ("lodo") vissero gli ignavi che qui scontano la loro grave viltà.

3.37 Mischiate sono a quel cattivo corovedi nota in-3-37 coro: schiera. Sono gli angeli che rimasero neutrali (" per sé fuoro") quando Lucifero si ribellò a Dio.
3.38 de li angeli che non furon ribelli
3.39 né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.vedi nota in-3-39 fuoro : furono.

3.40 Caccianli i ciel per non esser men belli,
3.41 né lo profondo inferno li riceve,
3.42 ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli».vedi nota in-3-42 ch'alcuna gloria: poiché questi potrebbero reclamare qualche merito (" alcuna gloria ") rispetto ad essi, in quanto ebbero almeno il coraggio di peccare.

3.43 E io: «Maestro, che è tanto grevevedi nota in-3-43 che è tanto greve: quale pena grava tanto su di loro.
3.44 a lor, che lamentar li fa sì forte?».
3.45 Rispuose: «Dicerolti molto breve.vedi nota in-3-45 Dicerolti : te lo dirò.

3.46 Questi non hanno speranza di mortevedi nota in-3-46 di morte: di una fine che ponga termine al loro dolore.
3.47 e la lor cieca vita è tanto bassa,
3.48 che 'nvidiosi son d'ogne altra sorte.vedi nota in-3-48 che 'nvidiosi son: l'eterna tenebra di cui sono avvolti, fa sì che essi preferirebbero qualsiasi altra, sia pur dolorosa, condizione.

3.49 Fama di loro il mondo esser non lassa;vedi nota in-3-49 non lassa: non lascia, non permette che duri. 51 non ragioniam: verso divenuto proverbiale, come molti altri di questo canto. Lo sdegno del poeta contro gli ignavi è tale che non si sofferma con alcuno di questi dannati (cfr. v. 59). 54: indegna: incapace d'ogni riposo. (cfr. lat. indignus nel senso. passivo).
3.50 misericordia e giustizia li sdegna:
3.51 non ragioniam di lor, ma guarda e passa».

3.52 E io, che riguardai, vidi una 'nsegna
3.53 che girando correva tanto ratta,
3.54 che d'ogne posa mi parea indegna;

3.55 e dietro le venìa sì lunga trattavedi nota in-3-55 tratta: schiera, ma quasi trascinata a forza:.
3.56 di gente, ch'i' non averei creduto
3.57 che morte tanta n'avesse disfatta.vedi nota in-3-57 disfatta: s'intende distrutta, ma con un sottile riferimento al numero impressionante di " dannati ". 59 colui: dopo aver riconosciuto anime che sdegna perfino di nominare, il poeta fa un anonimo accenno a Celestino V (Pietro di Angelerio, eremita col nome di Pier da Morrone), pontefice che, nello stesso anno in cui fu eletto (1294), rinunciò, dichiarandosi incapace, e dando m o a Bonifacio VIII di succedergli sul trono. E sembra che Bonifacio facesse pressione sui debole predecessore per indurlo al " gran rifiuto ".

3.58 Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto,
3.59 vidi e conobbi l'ombra di colui
3.60 che fece per viltade il gran rifiuto.

3.61 Incontanente intesi e certo fuivedi nota in-3-61 Incontanente: immediatamente.
3.62 che questa era la setta d'i cattivi,vedi nota in-3-62 cattivi: i vili sono quasi prigioniera (cfr. lat. capitivus) della loro miseria morale; e spiacciono a Dio, per non aver operato 11 bene e ai nemici di Dio, per non aver osato il male.
3.63 a Dio spiacenti e a' nemici sui.

3.64 Questi sciaurati, che mai non fur vivi,vedi nota in-3-64 sciaurati: sciagurati: i1 cui spirito non nacque mai a vera vita.
3.65 erano ignudi e stimolati molto
3.66 da mosconi e da vespe ch'eran ivi.

3.67 Elle rigavan lor di sangue il volto,
3.68 che, mischiato di lagrime, a' lor piedi
3.69 da fastidiosi vermi era ricolto.vedi nota in-3-69 ricolto : raccolto.

3.70 E poi ch'a riguardar oltre mi diedi,
3.71 vidi genti a la riva d'un gran fiume;vedi nota in-3-71 alla riva: è l'Acheronte, II primo dei fiumi infernali, descritto da Virgilio nel suo poema (cfr. En., VI).
3.72 per ch'io dissi: «Maestro, or mi concedi

3.73 ch'i' sappia quali sono, e qual costumevedi nota in-3-73 qual costume: consuetudine, ma, qui, è piuttosto lo stato d'animo che fa apparire (" parer ) gli spiriti così ansiosi di attraversare il fiume.
3.74 le fa di trapassar parer sì pronte,
3.75 com'io discerno per lo fioco lume».

3.76 Ed elli a me: «Le cose ti fier contevedi nota in-3-76 fier conte: ti saranno cognite, rivelate.
3.77 quando noi fermerem li nostri passi
3.78 su la trista riviera d'Acheronte».

3.79 Allor con li occhi vergognosi e bassi,
3.80 temendo no 'l mio dir li fosse grave,vedi nota in-3-80 temendo no l: temendo che il mio parlare gli sembrasse inopportuno, mi astenni (" trassi ") dal parlare.
3.81 infino al fiume del parlar mi trassi.

3.82 Ed ecco verso noi venir per nave
3.83 un vecchio, bianco per antico pelo,vedi nota in-3-83 un vecchio: è Caronte, pilota della navicella infernale, come già nella tradizione virgiliana (cfr. En., VI).
3.84 gridando: «Guai a voi, anime prave!vedi nota in-3-84 prave: malvage.

3.85 Non isperate mai veder lo cielo:
3.86 i' vegno per menarvi a l'altra riva
3.87 ne le tenebre etterne, in caldo e 'n gelo.

3.88 E tu che se' costì, anima viva,vedi nota in-3-88 anima viva: Dante é vivo soprattutto perché ha ancora la possibilità di salvarsi dalla dannazione. Perciò Caronte lo esorta ad allontanarsi (" partiti… ").
3.89 pàrtiti da cotesti che son morti».
3.90 Ma poi che vide ch'io non mi partiva,

3.91 disse: «Per altra via, per altri porti
3.92 verrai a piaggia, non qui, per passare:vedi nota in-3-92 a piaggia: alla riva; ma seguendo altro viaggio e approdando ad altri porti. Cioè con la navicella condotta dall'Angelo nocchiero, che trasporta le anime al Purgatorio (cfr. Purg. II, 41).
3.93 più lieve legno convien che ti porti».

3.94 E 'l duca lui: «Caron, non ti crucciare:
3.95 vuolsi così colà dove si puotevedi nota in-3-95 vuolsi: si vuole così, là dove si può ("puote ") ciò che si vuole. Con questa formula ancora Virgilio si difenderà dalle opposizioni dei demoni (cfr. Inf. V. 23 e, in parte, VII, 11).
3.96 ciò che si vuole, e più non dimandare».

3.97 Quinci fuor quete le lanose gotevedi nota in-3-97 Quinci: allora, da quel momento.
3.98 al nocchier de la livida palude,
3.99 che 'ntorno a li occhi avea di fiamme rote.vedi nota in-3-99 di fiamme rote: l'accesa luminosità degli occhi di Caronte fa quasi apparire bagliori di fiamma nel suo sguardo.

3.100 Ma quell'anime, ch'eran lasse e nude,
3.101 cangiar colore e dibattero i denti,vedi nota in-3-101 cangiar: mutarono colore e batte rono denti appena (. ratto che ") udirono le crudeli parole.
3.102 ratto che 'nteser le parole crude.

3.103 Bestemmiavano Dio e lor parenti,vedi nota in-3-103 parenti: i genitori (cfr. lat. parentes).
3.104 l'umana spezie e 'l loco e 'l tempo e 'l seme
3.105 di lor semenza e di lor nascimenti.

3.106 Poi si ritrasser tutte quante insieme,
3.107 forte piangendo, a la riva malvagia
3.108 ch'attende ciascun uom che Dio non teme.vedi nota in-3-108 che Dio non teme: privo del timor di Dio. 111: s'adagia: cerca di accomodarsi a proprio agio nella barca.

3.109 Caron dimonio, con occhi di bragia,
3.110 loro accennando, tutte le raccoglie;
3.111 batte col remo qualunque s'adagia.

3.112 Come d'autunno si levan le foglie
3.113 l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo
3.114 vede a la terra tutte le sue spoglie,

3.115 similemente il mal seme d'Adamo
3.116 gittansi di quel lito ad una ad una,
3.117 per cenni come augel per suo richiamo.vedi nota in-3-117 per cenni: rispondendo al cenno di Caronte (cfr. v. 110).

3.118 Così sen vanno su per l'onda bruna,
3.119 e avanti che sien di là discese,
3.120 anche di qua nuova schiera s'auna.vedi nota in-3-120 anche: ancora, nuovamente, si raccoglie (" s'auná ").

3.121 «Figliuol mio», disse 'l maestro cortese,
3.122 «quelli che muoion ne l'ira di Dio
3.123 tutti convegnon qui d'ogne paese:

3.124 e pronti sono a trapassar lo rio,
3.125 ché la divina giustizia li sprona,
3.126 sì che la tema si volve in disio.vedi nota in-3-126 sì che la tema: la divina giustizia sprona le anime al punto che il senso di timore si tramuta in desiderio.

3.127 Quinci non passa mai anima buona;vedi nota in-3-127 Quindi: di qui.
3.128 e però, se Caron di te si lagna,
3.129 ben puoi sapere omai che 'l suo dir suona».vedi nota in-3-129 che 'l suo dir suona: cosa significano le sue parole.

3.130 Finito questo, la buia campagna
3.131 tremò sì forte, che de lo spavento
3.132 la mente di sudore ancor mi bagna.

3.133 La terra lagrimosa diede vento,vedi nota in-3-133 La terra lagrimosa: la terra del pianto eterno.
3.134 che balenò una luce vermiglia
3.135 la qual mi vinse ciascun sentimento

3.136 e caddi come l'uom cui sonno piglia.

Inferno : Canto 4

4.1 Ruppemi l'alto sonno ne la testavedi nota in-4-1 l'alto sonno : il profondo letargo, in cui il poeta è caduto alla fine del canto precedente, è di natura misteriosa e sovrannaturale, come questo improvviso risveglio.
4.2 un greve truono, sì ch'io mi riscossi
4.3 come persona ch'è per forza desta;

4.4 e l'occhio riposato intorno mossi,
4.5 dritto levato, e fiso riguardai
4.6 per conoscer lo loco dov'io fossi.

4.7 Vero è che 'n su la proda mi trovaivedi nota in-4-7 Vero è: formula di tre , che serve a do tare, sene spiegare, i fatto che Dante si trova sull'orlo (" proda ") della valle infernale.
4.8 de la valle d'abisso dolorosa
4.9 che 'ntrono accoglie d'infiniti guai.

4.10 Oscura e profonda era e nebulosa
4.11 tanto che, per ficcar lo viso a fondo,vedi nota in-4-11 per ficcar: per quanto spingessi lo sguardo in fondo.
4.12 io non vi discernea alcuna cosa.

4.13 «Or discendiam qua giù nel cieco mondo»,
4.14 cominciò il poeta tutto smorto.vedi nota in-4-14 tutto smorto: non si dimentichi che Virgilio si trova alla soglia del Limbo, dove egli sconta la sua pena. Ma la ragione del gallare è spiegata al c. 19.
4.15 «Io sarò primo, e tu sarai secondo».

4.16 E io, che del color mi fui accorto,
4.17 dissi: «Come verrò, se tu paventi
4.18 che suoli al mio dubbiare esser conforto?».

4.19 Ed elli a me: «L'angoscia de le genti
4.20 che son qua giù, nel viso mi dipigne
4.21 quella pietà che tu per tema senti.vedi nota in-4-21 per tema senti: interpreti come timore.

4.22 Andiam, ché la via lunga ne sospigne».vedi nota in-4-22 ne sospinge: ci sospinge, ci incalza.
4.23 Così si mise e così mi fé intrare
4.24 nel primo cerchio che l'abisso cigne.vedi nota in-4-24 nel primo cerchio: cioè il Limbo, che cinge l'abisso infernale.

4.25 Quivi, secondo che per ascoltare,vedi nota in-4-25 secondo che: per ascoltare: secondo quel che si poteva udire ascoltando, non c era altra espressione di dolore (" non avea pianto ") che profondi sospiri.
4.26 non avea pianto mai che di sospiri,
4.27 che l'aura etterna facevan tremare;

4.28 ciò avvenia di duol sanza martìrivedi nota in-4-28 di duol sanza martìri: é un tormento senza manifestazioni materiali.
4.29 ch'avean le turbe, ch'eran molte e grandi,
4.30 d'infanti e di femmine e di viri.vedi nota in-4-30 d'infanti: sono racchiusi nel Limbo i bambini morti senza battesimo, donne e uomini che, pur non avendo peccato, non conobbero, tuttavia, 1a vera religione. Si ricordi quel che dice Virgilio al c. I, 71-72.

4.31 Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi
4.32 che spiriti son questi che tu vedi?
4.33 Or vo' che sappi, innanzi che più andi,vedi nota in-4-33 che più andi: che vada più oltre.

4.34 ch'ei non peccaro; e s'elli hanno mercedi,vedi nota in-4-34 mercedi: meriti. Ma non é sufficiente aver dei meriti, se non si é ricevuto il battesimo, vera porta del cristianesimo.
4.35 non basta, perché non ebber battesmo,
4.36 ch'è porta de la fede che tu credi;

4.37 e s'e' furon dinanzi al cristianesmo,
4.38 non adorar debitamente a Dio:vedi nota in-4-38 non adorar: non credettero nel Cristo venturo, come invece fecero i Santi Padri. E tra questi tali é Virgilio stesso (" io medesmo ").
4.39 e di questi cotai son io medesmo.

4.40 Per tai difetti, non per altro rio,vedi nota in-4-40 rio: colpa. Perciò sono esclusi dalla salvazione ( " perduti " ) e soltanto colpiti (" sol di tanto offesi ") dalla pena di vivere nel costante desiderio di Dio, senza mai poter essere appagati ("sanza speme " ).
4.41 semo perduti, e sol di tanto offesi,
4.42 che sanza speme vivemo in disio».

4.43 Gran duol mi prese al cor quando lo 'ntesi,
4.44 però che gente di molto valore
4.45 conobbi che 'n quel limbo eran sospesi.vedi nota in-4-45 eran sospesi: né salvi, né dannati (cfr. Inf. II, 52).

4.46 «Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore»,
4.47 comincia' io per voler esser certo
4.48 di quella fede che vince ogne errore:

4.49 «uscicci mai alcuno, o per suo mertovedi nota in-4-49 uscicci: uscì mai di qui.
4.50 o per altrui, che poi fosse beato?».
4.51 E quei che 'ntese il mio parlar coverto,vedi nota in-4-51 parlar coverto: la domanda di Dante mira a sentir confermata da Virgilio una verità già acquisita per fede.

4.52 rispuose: «Io era nuovo in questo stato,vedi nota in-4-52 Io era nuovo: Virgilio morì nel 19 a.C. ed era quindi da poco (" nuovo ") nel Limbo quando vi discese Cristo (" un Possente ") che liberò i Patriarchi dall'Inferno.
4.53 quando ci vidi venire un Possente,
4.54 con segno di vittoria coronato.

4.55 Trasseci l'ombra del primo parente,vedi nota in-4-55 Trasseci: trasse di qui (cfr. v. 19) l'anima di Adamo (" rimo parente "), del suo secondogenito A le, di Noè, scampato al diluvio, di Mosè, che diede le leggi al popolo ebreo, di Abramo di Davide, autore dei Salmi, di Giacobbe, detto Israel, di suo padre Isacco, dei suoi dodici figli, capostipiti delle dodici tribù del popolo d'Israele, della moglie Rachele.
4.56 d'Abèl suo figlio e quella di Noè,
4.57 di Moisè legista e ubidente;

4.58 Abraàm patriarca e Davìd re,vedi nota in-4-58 Abraàm… David… Israèl: i nomi stranieri od estranei alla declinazione latina, sono accentati sull'ultima sillaba, secondo l'uso medioevale (cfr. c. IV, 137 e seg. : c. V, 58, 63 e passim).
4.59 Israèl con lo padre e co' suoi nati
4.60 e con Rachele, per cui tanto fé;vedi nota in-4-60 per cui tanto fé': Giacobbe, per ottenere la mano di Rachele servì per quattordici anni il padre di lei, Labano.

4.61 e altri molti, e feceli beati.
4.62 E vo' che sappi che, dinanzi ad essi,vedi nota in-4-62 dinanzi ad essi: prima della venuta di Cristo nessuno si era salvato dal Limbo.
4.63 spiriti umani non eran salvati».

4.64 Non lasciavam l'andar perch'ei dicessi,vedi nota in-4-64 Non lasciavam: non ci arrestavamo per il fatto che egli, Virgilio, parlasse (" ei dicessi "), ma attraversavamo la folla delle anime, folte come alberi in un bosco (" selva ").
4.65 ma passavam la selva tuttavia,
4.66 la selva, dico, di spiriti spessi.

4.67 Non era lunga ancor la nostra via
4.68 di qua dal sonno, quand'io vidi un focovedi nota in-4-68 di qua del sommo: di qua dall'or lo del cerchio, quando scorsi una luce ( " foco " ) che un buio emisfero ( " emisperio di tenebre") circondava ("vincìa ", cfr. lat. vincire).
4.69 ch'emisperio di tenebre vincia.

4.70 Di lungi n'eravamo ancora un poco,
4.71 ma non sì ch'io non discernessi in parte
4.72 ch'orrevol gente possedea quel loco.vedi nota in-4-72 che orrevol: quale onorevole consesso occupava quel luogo.

4.73 «O tu ch'onori scienzia e arte,
4.74 questi chi son c'hanno cotanta onranza,vedi nota in-4-74 onranza: onoranza. Sono infatti separati dagli altri abitatori del Limbo, che si trovano nelle tenebre.
4.75 che dal modo de li altri li diparte?».

4.76 E quelli a me: «L'onrata nominanzavedi nota in-4-76 L'onrata nominanza: la fama onorevole che di loro echeggia su nel mondo, fa ottenere dal cielo questo privilegio che cosi li distingue.
4.77 che di lor suona sù ne la tua vita,
4.78 grazia acquista in ciel che sì li avanza».

4.79 Intanto voce fu per me udita:
4.80 «Onorate l'altissimo poeta:
4.81 l'ombra sua torna, ch'era dipartita».

4.82 Poi che la voce fu restata e queta,
4.83 vidi quattro grand'ombre a noi venire:
4.84 sembianz'avevan né trista né lieta.

4.85 Lo buon maestro cominciò a dire:
4.86 «Mira colui con quella spada in mano,vedi nota in-4-86 Mira colui: Omero, poeta greco, è raffigurato con la spada, perché cantò le armi e la guerra di Troia. Orazio Flacco è il grande lirico Latino, particolarmente noto nel Medioevo per le sue Satire; Ovidio Nasone è l'autore delle Metamorfosi; infine, Anneo Lucano è l'autore del poema Farsaglia.
4.87 che vien dinanzi ai tre sì come sire:

4.88 quelli è Omero poeta sovrano;
4.89 l'altro è Orazio satiro che vene;
4.90 Ovidio è 'l terzo, e l'ultimo Lucano.

4.91 Però che ciascun meco si convenevedi nota in-4-91 Però che: poiché ciascuno è simile a me ("meco si convene ") nel nome di poeta, che un'unica voce nominò (v. 80), mi fanno onore e cosi facendo fanno bene "perché, onorando me, onorano se stessi e la poesia " (Torraca).
4.92 nel nome che sonò la voce sola,
4.93 fannomi onore, e di ciò fanno bene».

4.94 Così vid'i' adunar la bella scola
4.95 di quel segnor de l'altissimo cantovedi nota in-4-95 quel segnor: Omero.
4.96 che sovra li altri com'aquila vola.

4.97 Da ch'ebber ragionato insieme alquanto,
4.98 volsersi a me con salutevol cenno,
4.99 e 'l mio maestro sorrise di tanto;vedi nota in-4-99 di tanto: di così grande onore.

4.100 e più d'onore ancora assai mi fenno,vedi nota in-4-100 mi fenno: mi fecero onore ancor più grande accogliendomi come sesto nella loro schiera.
4.101 ch'e' sì mi fecer de la loro schiera,
4.102 sì ch'io fui sesto tra cotanto senno.

4.103 Così andammo infino a la lumera,vedi nota in-4-103 lumera: lumiera, cioè la luce o " foco " del v. 68.
4.104 parlando cose che 'l tacere è bello,vedi nota in-4-104 che 'l tacere è bello: che è opportuno non riferire, perché estranee al tema della narrazione, così come era lodevole e gradito parlarne allora.
4.105 sì com'era 'l parlar colà dov'era.

4.106 Venimmo al piè d'un nobile castello,vedi nota in-4-106 nobile castello: le sette mura del castello rappresentano le quattro virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza) e le tre intellettuali (intelletto, scienza, sapienza).
4.107 sette volte cerchiato d'alte mura,
4.108 difeso intorno d'un bel fiumicello.

4.109 Questo passammo come terra dura;
4.110 per sette porte intrai con questi savi:
4.111 giugnemmo in prato di fresca verdura.

4.112 Genti v'eran con occhi tardi e gravi,
4.113 di grande autorità ne' lor sembianti:
4.114 parlavan rado, con voci soavi.

4.115 Traemmoci così da l'un de' canti,
4.116 in loco aperto, luminoso e alto,
4.117 sì che veder si potien tutti quanti.

4.118 Colà diritto, sovra 'l verde smalto,vedi nota in-4-118 'l verde smalto: il colore verde del prato:.
4.119 mi fuor mostrati li spiriti magni,
4.120 che del vedere in me stesso m'essalto.

4.121 I' vidi Eletra con molti compagni,vedi nota in-4-121 Eletra…: madre di Dardano, fondatore della stirpe troiana; Ettore: figlio di Priamo e difensore di Troia; Enea: figlio di Anchise e padre di Silvio, da cui discese la :stirpe romana (cfr. Inf. II, 13 e segg.); Cesare, dagli occhi d'aquila (" grifagni ") è il fondatore dell'Impero; per Cammilla, cfr. c. I, 107; Pantasiela è la regina delle Amazzoni, uccisa da Achille sotto Troia; per Latino e Lavinia, cfr. c. II, 13 e n.; Bruto è il fondatore della repubblica, dopo la cacciata di Tarquinio; Lucrezia è la moglie di Collatino, la quale, oltraggiata da Tarquinio, si uccise; Giulia è la figlia di Cesare e sposa di Pompeo; Marzia è la moglie di Catone l'Uticense; Corviglia è la celebre Cornelia, madre dei Gracchi; il Saladino, noto nel Medio Evo per la sua liberalità, è un grande sultano d'Egitto e sta in disparte ( " in parte " ) perché unico esempio di virtù tra i suoi correligionari.
4.122 tra ' quai conobbi Ettòr ed Enea,
4.123 Cesare armato con li occhi grifagni.

4.124 Vidi Cammilla e la Pantasilea;
4.125 da l'altra parte, vidi 'l re Latino
4.126 che con Lavina sua figlia sedea.

4.127 Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,
4.128 Lucrezia, Iulia, Marzia e Corniglia;
4.129 e solo, in parte, vidi 'l Saladino.

4.130 Poi ch'innalzai un poco più le ciglia,
4.131 vidi 'l maestro di color che sannovedi nota in-4-131 'l maestro: è Aristotele di Stagire, cui fanno corona: Socrate e Platone, filosofi ateniesi, Democrito di Abdera, il quale ritiene (" pone ") che il mondo si sia formato casualmente; per aggregamento de li atomi, Diogene cinico, Anassagora Clazomene, Talete di Mileto, Empedocle d'Agrigento, Eraclito di Efeso, Zenone, fondatore della scuola stoica.
4.132 seder tra filosofica famiglia.

4.133 Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
4.134 quivi vid'io Socrate e Platone,
4.135 che 'nnanzi a li altri più presso li stanno;

4.136 Democrito, che 'l mondo a caso pone,
4.137 Diogenés, Anassagora e Tale,
4.138 Empedoclès, Eraclito e Zenone;

4.139 e vidi il buono accoglitor del quale,
4.140 Diascoride dico; e vidi Orfeo,vedi nota in-4-140 Diascoride: medico del I sec. d.C., autore di un trattato sulle piante e le loro qualità (" quale "); Orfeo é il leggendario cantore tracio; Tullio è il celebre Cicerone, ricordato qui da Dante come filosofo; Livio é lo storico Tito Livio, Seneca é autore di alcuni trattati di filosofia morale; Euclide é il celebre matematico alessandrino; Tolomeo é l'astronomo egiziano del II sec. d.C., da cui prende nome il sistema geocentrico, seguito da Dante: Ipocrate e Galeno (" Galienò ") sono m ci greci, Avicenna, medico e filosofo arabo: Averroè ( " Averroìs " ) è il filosofo arabo del sec. XII, ommentatore di Aristotele.
4.141 Tulio e Lino e Seneca morale;

4.142 Euclide geomètra e Tolomeo,
4.143 Ipocràte, Avicenna e Galieno,
4.144 Averoìs, che 'l gran comento feo.

4.145 Io non posso ritrar di tutti a pieno,
4.146 però che sì mi caccia il lungo tema,
4.147 che molte volte al fatto il dir vien meno.vedi nota in-4-147 il dir: molte volte 11 mio discorso è inadeguato alla realtà.

4.148 La sesta compagnia in due si scema:vedi nota in-4-148 si scema: si divide in due.
4.149 per altra via mi mena il savio duca,
4.150 fuor de la queta, ne l'aura che trema.

4.151 E vegno in parte ove non è che luca.vedi nota in-4-151 ove non è che luca: dove non c'è nulla che dia luce; nel buio eterno, cioè, del II cerchio.

Inferno : Canto 5

5.1 Così discesi del cerchio primaiovedi nota in-5-1 primaio : primo.
5.2 giù nel secondo, che men loco cinghia,vedi nota in-5-2 cinghia: cinge meno spazio (l'inferno ha forma d'imbuto) e tanto maggior pena, che stimola ai lamenti ( " guaio " ).
5.3 e tanto più dolor, che punge a guaio.

5.4 Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:vedi nota in-5-4 Minòs: leggendario re di Creta, famoso per il suo senso della giustizia, è posto da Dante quale giudice infernale; egli assegna la pena secondo il modo di avvolgersi con la coda ("secondo ch'è avvinghia "). Cioè si cinge con la coda tante volte quanti sono i cerchi (" quantunque gradi ") che l'anima dannata (" mal nata ") deve discendere.
5.5 essamina le colpe ne l'intrata;
5.6 giudica e manda secondo ch'avvinghia.

5.7 Dico che quando l'anima mal nata
5.8 li vien dinanzi, tutta si confessa;
5.9 e quel conoscitor de le peccata

5.10 vede qual loco d'inferno è da essa;
5.11 cignesi con la coda tante volte
5.12 quantunque gradi vuol che giù sia messa.

5.13 Sempre dinanzi a lui ne stanno molte;
5.14 vanno a vicenda ciascuna al giudizio;
5.15 dicono e odono, e poi son giù volte.

5.16 «O tu che vieni al doloroso ospizio»,vedi nota in-5-16 doloroso ospizio: albergo del dolore, cioè l'inferno.
5.17 disse Minòs a me quando mi vide,
5.18 lasciando l'atto di cotanto offizio,vedi nota in-5-18 di contanto offizio: del giudicare le anime.

5.19 «guarda com'entri e di cui tu ti fide;vedi nota in-5-19 guarda: considera bene i meriti per cui (" com' ") entri e la persona di cui ti fidi (" fide").
5.20 non t'inganni l'ampiezza de l'intrare!».
5.21 E 'l duca mio a lui: «Perché pur gride?

5.22 Non impedir lo suo fatale andare:
5.23 vuolsi così colà dove si puotevedi nota in-5-23 vuolsi: cfr. c. III, 95 e n.
5.24 ciò che si vuole, e più non dimandare».

5.25 Or incomincian le dolenti notevedi nota in-5-25 le dolenti note: i dolorosi lamenti.
5.26 a farmisi sentire; or son venuto
5.27 là dove molto pianto mi percuote.

5.28 Io venni in loco d'ogne luce muto,vedi nota in-5-28 muto: si ricordi " là dove il sol tace " (cfr. c. I, 60).
5.29 che mugghia come fa mar per tempesta,
5.30 se da contrari venti è combattuto.

5.31 La bufera infernal, che mai non resta,vedi nota in-5-31 non resta: che non avrà mai fine e trascina con il suo impeto rapace (" rapina" ).
5.32 mena li spirti con la sua rapina;
5.33 voltando e percotendo li molesta.

5.34 Quando giungon davanti a la ruina,vedi nota in-5-34 ruina: il punto maggiormente investito dalla bufera.
5.35 quivi le strida, il compianto, il lamento;vedi nota in-5-35 il compianto: il pianto collettivo (cfr. lat. cum).
5.36 bestemmian quivi la virtù divina.

5.37 Intesi ch'a così fatto tormento
5.38 enno dannati i peccator carnali,vedi nota in-5-38 enno dannati: sono puniti i lussuriosi, che sottomettono la ragione alle voglie dei sensi.
5.39 che la ragion sommettono al talento.

5.40 E come li stornei ne portan l'alivedi nota in-5-40 li stornei: e come le ali portano, sorreggono, gli stormi nel cielo invernale, a stormi ampi e folti, cosi quel vento (" fiato ") trascina le anime dannate (" spiriti mali ").
5.41 nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
5.42 così quel fiato li spiriti mali

5.43 di qua, di là, di giù, di sù li mena;
5.44 nulla speranza li conforta mai,
5.45 non che di posa, ma di minor pena.vedi nota in-5-45 non che di posa: non di pausa, che si può anche avere (cfr. v. 96), ma di diminuire l'intensità della pena.

5.46 E come i gru van cantando lor lai,vedi nota in-5-46 lai: cantilena lamentosa; in provenzale, la parola indicava il canto degli uccelli.
5.47 faccendo in aere di sé lunga riga,
5.48 così vid'io venir, traendo guai,

5.49 ombre portate da la detta briga;vedi nota in-5-49 briga: tempesta.
5.50 per ch'i' dissi: «Maestro, chi son quelle
5.51 genti che l'aura nera sì gastiga?».

5.52 «La prima di color di cui novelle
5.53 tu vuo' saper», mi disse quelli allotta,vedi nota in-5-53 allotta : allora.
5.54 «fu imperadrice di molte favelle.vedi nota in-5-54 fu imperadrice: regnò su molti popoli di diversa lingua. E' Semiramide, regina d'Assiria, " di cui si legge " in Paolo Orosio (Historiae adversum Paganos, I, 4) che ammise come lecita ogni dissolutezza, per liberarsi dal biasimo che le derivava della sua accesa lussuria.

5.55 A vizio di lussuria fu sì rotta,
5.56 che libito fé licito in sua legge,
5.57 per tòrre il biasmo in che era condotta.

5.58 Ell'è Semiramìs, di cui si legge
5.59 che succedette a Nino e fu sua sposa:
5.60 tenne la terra che 'l Soldan corregge.vedi nota in-5-60 che 'l Soldan corregge: che il Sultano d'Egitto governa.

5.61 L'altra è colei che s'ancise amorosa,vedi nota in-5-61 che s'ancise: che si uccise per amore dl Enea, dopo esser venuta meno alla promessa di serbarsi fedele alla memoria del marito Sicheo. E' Didone.
5.62 e ruppe fede al cener di Sicheo;
5.63 poi è Cleopatràs lussuriosa.vedi nota in-5-63 Cleopatràs: Cleopatra, regina di Egitto; Elena è la moglie di Menelao, rapita da Paride, per colpa della quale fu combattuta la guerra di Troia (" tanto reo tempo si volse "); Achille è il famoso eroe greco, che si trovò a combattere negli ultimi giorni di sua vita ("al fine ") con l'amore, che lo prese, di Polissena, figlia di Priamo; Paris è Paride e Tristano è i1 cavaliere della Tavola Rotonda, innamorato di Isotta, moglie dello zio Marco, re di Cornovaglia.

5.64 Elena vedi, per cui tanto reo
5.65 tempo si volse, e vedi 'l grande Achille,
5.66 che con amore al fine combatteo.

5.67 Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille
5.68 ombre mostrommi e nominommi a dito,
5.69 ch'amor di nostra vita dipartille.vedi nota in-5-69 ch'amor: che amore allontanò da questa vita. Tutti, infatti, perirono di morte violenta.

5.70 Poscia ch'io ebbi il mio dottore uditovedi nota in-5-70 dottore: nel senso etimologico (cfr. lat. doceo): maestro (cfr. c. II, 140 e n.).
5.71 nomar le donne antiche e ' cavalieri,vedi nota in-5-71 nomar: nominare, elencare.
5.72 pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.

5.73 I' cominciai: «Poeta, volontieri
5.74 parlerei a quei due che 'nsieme vanno,vedi nota in-5-74 che 'nsieme vanno: soli tra i peccatori trascinati dalla bufera, Paolo e Francesca sono uniti per l'eternità. Francesca da Polenta, moglie di Gianciotto Malatesta, signore di Rimini, uomo deforme e zoppo, amò il fratello di questi, Paolo. Gianciotto vendicò il suo onore, uccidendoli entrambi.
5.75 e paion sì al vento esser leggieri».

5.76 Ed elli a me: «Vedrai quando saranno
5.77 più presso a noi; e tu allor li priega
5.78 per quello amor che i mena, ed ei verranno».vedi nota in-5-78 per quello amor che i mena: in nome di quell'amore che li ha perduti e che li conduce ancora uniti nella violenta bufera.

5.79 Sì tosto come il vento a noi li piega,
5.80 mossi la voce: «O anime affannate,
5.81 venite a noi parlar, s'altri nol niega!».vedi nota in-5-81 s'altri nol niega: se l'imperscrutabile potenza divina non lo vieta.

5.82 Quali colombe dal disio chiamate
5.83 con l'ali alzate e ferme al dolce nido
5.84 vegnon per l'aere, dal voler portate;

5.85 cotali uscir de la schiera ov'è Dido,vedi nota in-5-85 cotali uscir: similmente uscirono dalla schiera ove è Didone.
5.86 a noi venendo per l'aere maligno,
5.87 sì forte fu l'affettuoso grido.vedi nota in-5-87 l'affettuoso grido: il vocativo " O anime affannate " del v. 80.

5.88 «O animal grazioso e benignovedi nota in-5-88 O animal grazioso: o creatura cortese.
5.89 che visitando vai per l'aere persovedi nota in-5-89 perso: è un colore "misto di purpureo e di nero ma vince lo nero, e da lui si dinomina" (Conv. IV, XX, 2).
5.90 noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

5.91 se fosse amico il re de l'universo,
5.92 noi pregheremmo lui de la tua pace,
5.93 poi c'hai pietà del nostro mal perverso.

5.94 Di quel che udire e che parlar vi piace,
5.95 noi udiremo e parleremo a voi,
5.96 mentre che 'l vento, come fa, ci tace.vedi nota in-5-96 ci tace: Paolo e Francesca si trovano momentaneamente al di fuori della bufera infernale (cfr. v. 45 e n.).

5.97 Siede la terra dove nata fui
5.98 su la marina dove 'l Po discendevedi nota in-5-98 su la marina: Francesca nacque a Ravenna, città sita presso la foce ove sbocca il Po con i suoi affluenti (" seguaci sui ").
5.99 per aver pace co' seguaci sui.

5.100 Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprendevedi nota in-5-100 ratto s'apprende: fa rapida presa. E' immagine stilnovista, cara al Guinizelli e a Dante stesso (cfr. V.N. XX).
5.101 prese costui de la bella persona
5.102 che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.vedi nota in-5-102 e'l modo: la morte violenta che non le permise di pentirsi.

5.103 Amor, ch'a nullo amato amar perdona,vedi nota in-5-103 Amor: l'amore che non consente a nessuno che sia amato di non riamare.
5.104 mi prese del costui piacer sì forte,vedi nota in-5-104 del costui piacer: della bellezza di questi.
5.105 che, come vedi, ancor non m'abbandona.

5.106 Amor condusse noi ad una morte:
5.107 Caina attende chi a vita ci spense».
5.108 Queste parole da lor ci fuor porte.vedi nota in-5-108 ad une morte: a morire insieme.

5.109 Quand'io intesi quell'anime offense,
5.110 china' il viso e tanto il tenni basso,
5.111 fin che 'l poeta mi disse: «Che pense?».

5.112 Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
5.113 quanti dolci pensier, quanto disio
5.114 menò costoro al doloroso passo!».

5.115 Poi mi rivolsi a loro e parla' io,
5.116 e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
5.117 a lagrimar mi fanno tristo e pio.

5.118 Ma dimmi: al tempo de' dolci sospiri,
5.119 a che e come concedette amore
5.120 che conosceste i dubbiosi disiri?».

5.121 E quella a me: «Nessun maggior dolore
5.122 che ricordarsi del tempo felice
5.123 ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.

5.124 Ma s'a conoscer la prima radice
5.125 del nostro amor tu hai cotanto affetto,
5.126 dirò come colui che piange e dice.

5.127 Noi leggiavamo un giorno per diletto
5.128 di Lancialotto come amor lo strinse;
5.129 soli eravamo e sanza alcun sospetto.

5.130 Per più fiate li occhi ci sospinse
5.131 quella lettura, e scolorocci il viso;
5.132 ma solo un punto fu quel che ci vinse.

5.133 Quando leggemmo il disiato riso
5.134 esser basciato da cotanto amante,
5.135 questi, che mai da me non fia diviso,

5.136 la bocca mi basciò tutto tremante.
5.137 Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:
5.138 quel giorno più non vi leggemmo avante».

5.139 Mentre che l'uno spirto questo disse,
5.140 l'altro piangea; sì che di pietade
5.141 io venni men così com'io morisse.

5.142 E caddi come corpo morto cade.

Inferno : Canto 6

6.1 Al tornar de la mente, che si chiuse
6.2 dinanzi a la pietà de'due cognati,
6.3 che di trestizia tutto mi confuse,

6.4 novi tormenti e novi tormentati
6.5 mi veggio intorno, come ch'io mi mova
6.6 e ch'io mi volga, e come che io guati.

6.7 Io sono al terzo cerchio, de la piova
6.8 etterna, maladetta, fredda e greve;
6.9 regola e qualità mai non l'è nova.

6.10 Grandine grossa, acqua tinta e neve
6.11 per l'aere tenebroso si riversa;
6.12 pute la terra che questo riceve.

6.13 Cerbero, fiera crudele e diversa,
6.14 con tre gole caninamente latra
6.15 sovra la gente che quivi è sommersa.

6.16 Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
6.17 e 'l ventre largo, e unghiate le mani;
6.18 graffia li spirti, ed iscoia ed isquatra.

6.19 Urlar li fa la pioggia come cani;
6.20 de l'un de' lati fanno a l'altro schermo;
6.21 volgonsi spesso i miseri profani.

6.22 Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
6.23 le bocche aperse e mostrocci le sanne;
6.24 non avea membro che tenesse fermo.

6.25 E 'l duca mio distese le sue spanne,
6.26 prese la terra, e con piene le pugna
6.27 la gittò dentro a le bramose canne.

6.28 Qual è quel cane ch'abbaiando agogna,
6.29 e si racqueta poi che 'l pasto morde,
6.30 ché solo a divorarlo intende e pugna,

6.31 cotai si fecer quelle facce lorde
6.32 de lo demonio Cerbero, che 'ntrona
6.33 l'anime sì, ch'esser vorrebber sorde.

6.34 Noi passavam su per l'ombre che adona
6.35 la greve pioggia, e ponavam le piante
6.36 sovra lor vanità che par persona.

6.37 Elle giacean per terra tutte quante,
6.38 fuor d'una ch'a seder si levò, ratto
6.39 ch'ella ci vide passarsi davante.

6.40 «O tu che se' per questo 'nferno tratto»,
6.41 mi disse, «riconoscimi, se sai:
6.42 tu fosti, prima ch'io disfatto, fatto».

6.43 E io a lui: «L'angoscia che tu hai
6.44 forse ti tira fuor de la mia mente,
6.45 sì che non par ch'i' ti vedessi mai.

6.46 Ma dimmi chi tu se' che 'n sì dolente
6.47 loco se' messo e hai sì fatta pena,
6.48 che, s'altra è maggio, nulla è sì spiacente».

6.49 Ed elli a me: «La tua città, ch'è piena
6.50 d'invidia sì che già trabocca il sacco,
6.51 seco mi tenne in la vita serena.

6.52 Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
6.53 per la dannosa colpa de la gola,
6.54 come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.

6.55 E io anima trista non son sola,
6.56 ché tutte queste a simil pena stanno
6.57 per simil colpa». E più non fé parola.

6.58 Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno
6.59 mi pesa sì, ch'a lagrimar mi 'nvita;
6.60 ma dimmi, se tu sai, a che verranno

6.61 li cittadin de la città partita;
6.62 s'alcun v'è giusto; e dimmi la cagione
6.63 per che l'ha tanta discordia assalita».

6.64 E quelli a me: «Dopo lunga tencione
6.65 verranno al sangue, e la parte selvaggia
6.66 caccerà l'altra con molta offensione.

6.67 Poi appresso convien che questa caggia
6.68 infra tre soli, e che l'altra sormonti
6.69 con la forza di tal che testé piaggia.

6.70 Alte terrà lungo tempo le fronti,
6.71 tenendo l'altra sotto gravi pesi,
6.72 come che di ciò pianga o che n'aonti.

6.73 Giusti son due, e non vi sono intesi;
6.74 superbia, invidia e avarizia sono
6.75 le tre faville c'hanno i cuori accesi».

6.76 Qui puose fine al lagrimabil suono.
6.77 E io a lui: «Ancor vo' che mi 'nsegni,
6.78 e che di più parlar mi facci dono.

6.79 Farinata e 'l Tegghiaio, che fuor sì degni,
6.80 Iacopo Rusticucci, Arrigo e 'l Mosca
6.81 e li altri ch'a ben far puoser li 'ngegni,

6.82 dimmi ove sono e fa ch'io li conosca;
6.83 ché gran disio mi stringe di savere
6.84 se 'l ciel li addolcia, o lo 'nferno li attosca».

6.85 E quelli: «Ei son tra l'anime più nere:
6.86 diverse colpe giù li grava al fondo:
6.87 se tanto scendi, là i potrai vedere.

6.88 Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
6.89 priegoti ch'a la mente altrui mi rechi:
6.90 più non ti dico e più non ti rispondo».

6.91 Li diritti occhi torse allora in biechi;
6.92 guardommi un poco, e poi chinò la testa:
6.93 cadde con essa a par de li altri ciechi.

6.94 E 'l duca disse a me: «Più non si desta
6.95 di qua dal suon de l'angelica tromba,
6.96 quando verrà la nimica podesta:

6.97 ciascun rivederà la trista tomba,
6.98 ripiglierà sua carne e sua figura,
6.99 udirà quel ch'in etterno rimbomba».

6.100 Sì trapassammo per sozza mistura
6.101 de l'ombre e de la pioggia, a passi lenti,
6.102 toccando un poco la vita futura;

6.103 per ch'io dissi: «Maestro, esti tormenti
6.104 crescerann'ei dopo la gran sentenza,
6.105 o fier minori, o saran sì cocenti?».

6.106 Ed elli a me: «Ritorna a tua scienza,
6.107 che vuol, quanto la cosa è più perfetta,vedi nota in-6-107 Caina: è la parte del nono cerchio dell'Inferno dove sono dannati i traditori dei parenti. 109: offense: offese, cioè colpite prima dalla travolgente passione, poi dalla fatale tragedia.
6.108 più senta il bene, e così la doglienza.

6.109 Tutto che questa gente maladetta
6.110 in vera perfezion già mai non vada,
6.111 di là più che di qua essere aspetta».

6.112 Noi aggirammo a tondo quella strada,vedi nota in-6-112 Oh lasso: espressione di doloroso rammarico : ohimé!.
6.113 parlando più assai ch'i' non ridico;vedi nota in-6-113 quanto disìo: quanto desiderio condusse costoro al tragico passaggio dalla vita alla morte eterna.
6.114 venimmo al punto dove si digrada:

6.115 quivi trovammo Pluto, il gran nemico.

Inferno : Canto 7

7.1 «Papé Satàn, pape Satàn aleppe!»,
7.2 cominciò Pluto con la voce chioccia;
7.3 e quel savio gentil, che tutto seppe,

7.4 disse per confortarmi: «Non ti noccia
7.5 la tua paura; ché, poder ch'elli abbia,vedi nota in-7-5 come ch': dovunque.
7.6 non ci torrà lo scender questa roccia».

7.7 Poi si rivolse a quella 'nfiata labbia,vedi nota in-7-7 piova: una pioggia dirotta, continua e gelata.
7.8 e disse: «Taci, maladetto lupo!
7.9 consuma dentro te con la tua rabbia.vedi nota in-7-9 regola: la quantità e la qualità non variano mai.

7.10 Non è sanza cagion l'andare al cupo:vedi nota in-7-10 acqua tinta: acqua sporca.
7.11 vuolsi ne l'alto, là dove Michele
7.12 fé la vendetta del superbo strupo».vedi nota in-7-12 pute: maleodorante è il suolo che riceve lo scroscio (" questo "). 13 Cerbero: mitica fiera, posta a guardia dell'Ade (cfr. En., VI) e qui rappresentata da Dante come un demonio (v. 32) dalla figure deforme e strana ("diversa"), che latra come un cane. Non solo è a guardia dei dannati per colpa della gola, ma li scuoia e li squarta (" isquatra ") e, con le tre avide bocche, se ne pasce l'ampio ventre, macchiandosi la barba, nera (" atra ") come la tenebra infernale.

7.13 Quali dal vento le gonfiate vele
7.14 caggiono avvolte, poi che l'alber fiacca,
7.15 tal cadde a terra la fiera crudele.

7.16 Così scendemmo ne la quarta lacca
7.17 pigliando più de la dolente ripa
7.18 che 'l mal de l'universo tutto insacca.

7.19 Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa
7.20 nove travaglie e pene quant'io viddi?vedi nota in-7-20 de l'un de' lati: i peccatori (" profani ") si voltano spesso difendendo così dalla pioggia il fianco non esposto.
7.21 e perché nostra colpa sì ne scipa?

7.22 Come fa l'onda là sovra Cariddi,vedi nota in-7-22 vermo: essere ripugnante.
7.23 che si frange con quella in cui s'intoppa,
7.24 così convien che qui la gente riddi.

7.25 Qui vid'i' gente più ch'altrove troppa,vedi nota in-7-25 spanne: le mani aperte.
7.26 e d'una parte e d'altra, con grand'urli,
7.27 voltando pesi per forza di poppa.

7.28 Percoteansi 'ncontro; e poscia pur lìvedi nota in-7-28 agogna: chiede cibo protendendo il muso.
7.29 si rivolgea ciascun, voltando a retro,
7.30 gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?».vedi nota in-7-30 intende e pugna: come il cane é intento a mangiare e " par combatta col cibo " (Tommaseo), similmente ( "cotai ") si comportarono quelle facce unte.

7.31 Così tornavan per lo cerchio tetro
7.32 da ogne mano a l'opposito punto,
7.33 gridandosi anche loro ontoso metro;

7.34 poi si volgea ciascun, quand'era giunto,vedi nota in-7-34 adona: fiacca, abbatte.
7.35 per lo suo mezzo cerchio a l'altra giostra.
7.36 E io, ch'avea lo cor quasi compunto,vedi nota in-7-36 sovra la vanità: sull'inconsistente evanescenza degli spiriti, che pure avevano figura umana.

7.37 dissi: «Maestro mio, or mi dimostra
7.38 che gente è questa, e se tutti fuor chercivedi nota in-7-38 ratto : appena.
7.39 questi chercuti a la sinistra nostra».

7.40 Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guercivedi nota in-7-40 tratto : guidato.
7.41 sì de la mente in la vita primaia,
7.42 che con misura nullo spendio ferci.vedi nota in-7-42 tu fosti…: tu nascesti prima che io morissi.

7.43 Assai la voce lor chiaro l'abbaia
7.44 quando vegnono a' due punti del cerchio
7.45 dove colpa contraria li dispaia.

7.46 Questi fuor cherci, che non han coperchio
7.47 piloso al capo, e papi e cardinali,
7.48 in cui usa avarizia il suo soperchio».vedi nota in-7-48 è maggio: é maggiore, più grave.

7.49 E io: «Maestro, tra questi cotali
7.50 dovre' io ben riconoscere alcuni
7.51 che furo immondi di cotesti mali».vedi nota in-7-51 vita sereno: serena è la vita, se confrontata con l'attuale pena.

7.52 Ed elli a me: «Vano pensiero aduni:vedi nota in-7-52 Ciacco: nome usato in Toscana come abbreviazione di Giacomo, sul modello del francese Jacques. Forse si tratta del poeta Ciacco dell'Anguillara, ma non è certo.
7.53 la sconoscente vita che i fé sozzi
7.54 ad ogne conoscenza or li fa bruni.

7.55 In etterno verranno a li due cozzi:
7.56 questi resurgeranno del sepulcro
7.57 col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.

7.58 Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
7.59 ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
7.60 qual ella sia, parole non ci appulcro.vedi nota in-7-60 a che verranno: a qual sorte son destinati i cittadini di Firenze, città dilaniata dalle fazioni ( " partita " ).

7.61 Or puoi, figliuol, veder la corta buffa
7.62 d'i ben che son commessi a la fortuna,
7.63 per che l'umana gente si rabbuffa;

7.64 ché tutto l'oro ch'è sotto la lunavedi nota in-7-64 Dopo lunga tencione: dopo lunga contesa, ci sarà uno scontro sanguinoso tra i Bianchi, capeggiati dai Cerchi, e i Neri guidati dai Donati; e questi soccomberanno. I Cerchi ("la parte selvaggia ") erano noti per la loro " bizzarra salvatichezza " (Villani).
7.65 e che già fu, di quest'anime stanche
7.66 non poterebbe farne posare una».

7.67 «Maestro mio», diss'io, «or mi dì anche:vedi nota in-7-67 Poi appresso convien: é fatale che la fazione del Cerchi cada (" caggia ") entro tre anni ( " infra tre soli " ) e che l'altra abbia la rivincita, con l'aiuto di papa Bonifacio VIII, che ora si destreggia fra entrambe ("testé piaggia"). Sono questi, avvenimenti accaduti in Firenze tra il calendimaggio del 1300 e il 1302.
7.68 questa fortuna di che tu mi tocche,
7.69 che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?».

7.70 E quelli a me: «Oh creature sciocche,
7.71 quanta ignoranza è quella che v'offende!
7.72 Or vo' che tu mia sentenza ne 'mbocche.vedi nota in-7-72 come che: quantunque i Bianchi se ne addolorino e se ne adontino (" n'adonti " ).

7.73 Colui lo cui saver tutto trascende,vedi nota in-7-73 due: in senso generico.
7.74 fece li cieli e diè lor chi conducevedi nota in-7-74 avarizia : nel senso etimologico di cupidigia.
7.75 sì ch'ogne parte ad ogne parte splende,

7.76 distribuendo igualmente la luce.
7.77 Similemente a li splendor mondanivedi nota in-7-77 vo' : voglio.
7.78 ordinò general ministra e duce

7.79 che permutasse a tempo li ben vanivedi nota in-7-79 Farinata: é un eresiarca; lo si incontrerà nel c. X.; il Tegghiaio e Iacopo Rusticuccí sono tra i sodomiti (c. XVI), Mosca Lamberti è tra i seminatori di scandali (c. XXVIII); di Arrigo non si hanno notizie precise.
7.80 di gente in gente e d'uno in altro sangue,
7.81 oltre la difension d'i senni umani;

7.82 per ch'una gente impera e l'altra langue,
7.83 seguendo lo giudicio di costei,
7.84 che è occulto come in erba l'angue.vedi nota in-7-84 se 'l ciel: se il cielo li conforti della sua dolcezza, o l'inferno li avveleni con la sua tossica atmosfera ("li attosca ").

7.85 Vostro saver non ha contasto a lei:vedi nota in-7-85 Ei : essi.
7.86 questa provede, giudica, e perseguevedi nota in-7-86 grava : trascina giù : verbo sing. col sogg. plur.
7.87 suo regno come il loro li altri dèi.

7.88 Le sue permutazion non hanno triegue;
7.89 necessità la fa esser veloce;vedi nota in-7-89 mente: memoria (cfr. c. 11, 6). 94.
7.90 sì spesso vien chi vicenda consegue.

7.91 Quest'è colei ch'è tanto posta in croce
7.92 pur da color che le dovrien dar lode,
7.93 dandole biasmo a torto e mala voce;

7.94 ma ella s'è beata e ciò non ode:vedi nota in-7-94 Più non si desta: non si desterà più prima che risuoni la tromba del Giudizio Universale, quando verrà Cristo, potenza nemica del male ("nimica podesta"): allora ognuno rivedrà la sua tomba, dove rivestirà il proprio corpo, e ascolterà la sentenza finale per l'eternità ( " che in eterno rimbomba " ).
7.95 con l'altre prime creature lieta
7.96 volve sua spera e beata si gode.

7.97 Or discendiamo omai a maggior pieta;
7.98 già ogne stella cade che saliva
7.99 quand'io mi mossi, e 'l troppo star si vieta».

7.100 Noi ricidemmo il cerchio a l'altra riva
7.101 sovr'una fonte che bolle e riversa
7.102 per un fossato che da lei deriva.vedi nota in-7-102 toccando: trattando, senza approfondire, l'argomento della vita futura.

7.103 L'acqua era buia assai più che persa;vedi nota in-7-103 esti : questi.
7.104 e noi, in compagnia de l'onde bige,
7.105 intrammo giù per una via diversa.vedi nota in-7-105 fier : saranno.

7.106 In la palude va c'ha nome Stigevedi nota in-7-106 tua scienza: la dottrina aristotelico-tomista, secondo la quale, quanto più una cosa è perfetta, tanto più sente il bene e il dolore (" doglienza "); secondo San Tommaso l'anima non è perfetta se non unita a1 corpo, e perciò la pena sarà maggiore dopo il Giudizio.
7.107 questo tristo ruscel, quand'è disceso
7.108 al piè de le maligne piagge grige.

7.109 E io, che di mirare stava inteso,vedi nota in-7-109 Tutto che: sebbene questa gente dannata non raggiunga mai la vera perfezione, tuttavia aspetta di essere in maggior compiutezza dopo la resurrezione della carne (" di là "), piuttosto che prima ( "più che di qua" ).
7.110 vidi genti fangose in quel pantano,
7.111 ignude tutte, con sembiante offeso.

7.112 Queste si percotean non pur con mano,
7.113 ma con la testa e col petto e coi piedi,
7.114 troncandosi co' denti a brano a brano.vedi nota in-7-114 si digrada : si discende nell'altro cerchio (detto anche grado; cfr. c. V, 12: "quantunque gradi").

7.115 Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedivedi nota in-7-115 Pluto: Mitico dio delle ricchezze, e perciò " nemico", in quanto i beni materiali sono causa di rovina per l'anima.
7.116 l'anime di color cui vinse l'ira;
7.117 e anche vo' che tu per certo credi

7.118 che sotto l'acqua è gente che sospira,
7.119 e fanno pullular quest'acqua al summo,
7.120 come l'occhio ti dice, u' che s'aggira.

7.121 Fitti nel limo, dicon: "Tristi fummo
7.122 ne l'aere dolce che dal sol s'allegra,
7.123 portando dentro accidioso fummo:

7.124 or ci attristiam ne la belletta negra".
7.125 Quest'inno si gorgoglian ne la strozza,
7.126 ché dir nol posson con parola integra».

7.127 Così girammo de la lorda pozza
7.128 grand'arco tra la ripa secca e 'l mézzo,
7.129 con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.

7.130 Venimmo al piè d'una torre al da sezzo.

Inferno : Canto 8

8.1 Io dico, seguitando, ch'assai prima
8.2 che noi fossimo al piè de l'alta torre,
8.3 li occhi nostri n'andar suso a la cimavedi nota in-8-3 suso a la cima: su fino alla sommità.

8.4 per due fiammette che i vedemmo porrevedi nota in-8-4 che i: che Ivi.
8.5 e un'altra da lungi render cenno
8.6 tanto ch'a pena il potea l'occhio tòrre.vedi nota in-8-6 tòrre: percepire; tanto da lontano (" lungi ") proveniva la luce.

8.7 E io mi volsi al mar di tutto 'l senno;vedi nota in-8-7 al mar: a Virgilio, che sempre comprende e risolve le situazioni (cfr. c.VII,3).
8.8 dissi: «Questo che dice? e che risponde
8.9 quell'altro foco? e chi son quei che 'l fenno?».vedi nota in-8-9 che 'l fenno? : che lo fecero : l'un fuoco e l'altro.

8.10 Ed elli a me: «Su per le sucide ondevedi nota in-8-10 sucide : sudice, fangose.
8.11 già scorgere puoi quello che s'aspetta,
8.12 se 'l fummo del pantan nol ti nasconde».

8.13 Corda non pinse mai da sé saettavedi nota in-8-13 pinse: spinse, scoccò.
8.14 che sì corresse via per l'aere snella,
8.15 com'io vidi una nave piccioletta

8.16 venir per l'acqua verso noi in quella,vedi nota in-8-16 in quella: in quel momento.
8.17 sotto 'l governo d'un sol galeoto,vedi nota in-8-17 galeoto : pilota.
8.18 che gridava: «Or se' giunta, anima fella!».vedi nota in-8-18 Or se' giunta: ora sei presa, anima malvagia.

8.19 «Flegiàs, Flegiàs, tu gridi a vòto»,vedi nota in-8-19 Flegiàs: mitico figlio di Marte, il quale incendiò il Tempio di Delfo per vendicarsi di Apollo, che gli aveva sedotto la figlia Coronide. Ma fu punito dal dio e cacciato nell'Averno (dr. En., VI). Qui è custode del V cerchio.
8.20 disse lo mio segnore «a questa volta:vedi nota in-8-20 a questa volta: per questa volta, gridi inutilmente (" a vòto "). Ci avrai con te solo durante il passaggio della palude (" loto ").
8.21 più non ci avrai che sol passando il loto».

8.22 Qual è colui che grande inganno ascolta
8.23 che li sia fatto, e poi se ne rammarca,vedi nota in-8-23 rammarca : rammarica.
8.24 fecesi Flegiàs ne l'ira accolta.vedi nota in-8-24 accolta: repressa interamente. 27, parve carca: apparve carica; infatti Dante è un corpo e non uno spirito.

8.25 Lo duca mio discese ne la barca,
8.26 e poi mi fece intrare appresso lui;
8.27 e sol quand'io fui dentro parve carca.

8.28 Tosto che 'l duca e io nel legno fui,
8.29 segando se ne va l'antica proravedi nota in-8-29 segando: solcando le acque più che non sia solita fare con altri.
8.30 de l'acqua più che non suol con altrui.

8.31 Mentre noi corravam la morta gora,vedi nota in-8-31 la morta gora: la palude stigia, le cui acque stagnanti sono come morte.
8.32 dinanzi mi si fece un pien di fango,
8.33 e disse: «Chi se' tu che vieni anzi ora?».vedi nota in-8-33 anzi ora?: prima del tempo, cioè ancor vivo.

8.34 E io a lui: «S'i' vegno, non rimango;
8.35 ma tu chi se', che sì se' fatto brutto?».
8.36 Rispuose: «Vedi che son un che piango».

8.37 E io a lui: «Con piangere e con lutto,
8.38 spirito maladetto, ti rimani;vedi nota in-8-38 brutto?: bruttato dal fango.
8.39 ch'i' ti conosco, ancor sie lordo tutto».vedi nota in-8-39 ancor sie lordo: sebbene tu sia tutto insozzato.

8.40 Allor distese al legno ambo le mani;
8.41 per che 'l maestro accorto lo sospinse,vedi nota in-8-41 per che: per cui.
8.42 dicendo: «Via costà con li altri cani!».

8.43 Lo collo poi con le braccia mi cinse;
8.44 basciommi 'l volto, e disse: «Alma sdegnosa,
8.45 benedetta colei che 'n te s'incinse!vedi nota in-8-45 colei: tua madre che ti generò; "cingonsi sopra noi le madri mentre nel ventre ci portano" (Boccaccio).

8.46 Quei fu al mondo persona orgogliosa;
8.47 bontà non è che sua memoria fregi:vedi nota in-8-47 bontà non è: non v'è episodio di generosità che adorni (" fregi") in sua memoria: perciò il suo spirito è qui palesemente iroso.
8.48 così s'è l'ombra sua qui furiosa.

8.49 Quanti si tegnon or là sù gran regi
8.50 che qui staranno come porci in brago,
8.51 di sé lasciando orribili dispregi!».vedi nota in-8-51 di sé lasciando: lasciando di sé spregevoli memorie.

8.52 E io: «Maestro, molto sarei vagovedi nota in-8-52 vago : desideroso.
8.53 di vederlo attuffare in questa brodavedi nota in-8-53 broda: parola con la quale, beffardamente, Dante definisce la palude. " Broda " è infatti l'acqua sporca e grassa dei rifiuti di cucina.
8.54 prima che noi uscissimo del lago».

8.55 Ed elli a me: «Avante che la proda
8.56 ti si lasci veder, tu sarai sazio:
8.57 di tal disio convien che tu goda».

8.58 Dopo ciò poco vid'io quello straziovedi nota in-8-58 strazio : scempio.
8.59 far di costui a le fangose genti,vedi nota in-8-59 a le fangose genti: dalle anime bruttate dal fango.
8.60 che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.

8.61 Tutti gridavano: «A Filippo Argenti!»;vedi nota in-8-61 Filippo Argenti: cavaliere fiorentino della famiglia Adimari Cavicciuli, noto per la sua iracondia; era detto degli Arienti per l'abitudine di ferrare di argento il suo cavallo.
8.62 e 'l fiorentino spirito bizzarrovedi nota in-8-62 bizzarro: " noi tegnamo bizzarri coloro che subitamente e per ogni piccola cagione corrono in ira, né mai da quella per alcuna dimostrazione rimuovere si possono " (Boccaccio).
8.63 in sé medesmo si volvea co' denti.vedi nota in-8-63 in sé medesmo: si sfogava a morsi contro sè stesso.

8.64 Quivi il lasciammo, che più non ne narro;
8.65 ma ne l'orecchie mi percosse un duolo,vedi nota in-8-65 un duolo: grida di dolore.
8.66 per ch'io avante l'occhio intento sbarro.

8.67 Lo buon maestro disse: «Omai, figliuolo,vedi nota in-8-67 Omai: ormai si avvicina ("s'appressa " ).
8.68 s'appressa la città c'ha nome Dite,vedi nota in-8-68 Dite: la città di Lucifero, posta nella parte inferiore dell'Inferno. In Dite, infatti, Dante identifica Lucifero.
8.69 coi gravi cittadin, col grande stuolo».vedi nota in-8-69 gravi: gli abitanti gravati dai tormenti e l'esercito (" stuolo ") dei diavoli.

8.70 E io: «Maestro, già le sue meschitevedi nota in-8-70 meschite: moschee, cioè templi dei popoli infedeli, " composti ad onor del demonio e non di Dio " (Boccaccio).
8.71 là entro certe ne la valle cerno,vedi nota in-8-71 cerno: distinguo chiaramente (" certe ").
8.72 vermiglie come se di foco uscite

8.73 fossero». Ed ei mi disse: «Il foco etterno
8.74 ch'entro l'affoca le dimostra rosse,
8.75 come tu vedi in questo basso inferno».vedi nota in-8-75 basso inferno: in contrapposizione con l'alto, dove sono puniti, come s'è visto, gli incontinenti.

8.76 Noi pur giugnemmo dentro a l'alte fossevedi nota in-8-76 pur : finalmente.
8.77 che vallan quella terra sconsolata:vedi nota in-8-77 vallan: cerchiano, cingono.
8.78 le mura mi parean che ferro fosse.

8.79 Non sanza prima far grande aggirata,
8.80 venimmo in parte dove il nocchier forte
8.81 «Usciteci», gridò: «qui è l'intrata».vedi nota in-8-81 Usciteci: uscite di qui (" ci ").

8.82 Io vidi più di mille in su le portevedi nota in-8-82 più di mille: sono diavoli.
8.83 da ciel piovuti, che stizzosamente
8.84 dicean: «Chi è costui che sanza morte

8.85 va per lo regno de la morta gente?».
8.86 E 'l savio mio maestro fece segno
8.87 di voler lor parlar segretamente.vedi nota in-8-87 segretamente: a parte, in privato.

8.88 Allor chiusero un poco il gran disdegno,
8.89 e disser: «Vien tu solo, e quei sen vada,
8.90 che sì ardito intrò per questo regno.

8.91 Sol si ritorni per la folle strada:vedi nota in-8-91 Sol si ritorni: torni indietro da solo. C'è molta malizia in queste parole, in conformità del luogo in cui ci troviamo.
8.92 pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai
8.93 che li ha' iscorta sì buia contrada».vedi nota in-8-93 li ha' iscorta: gli hai mostrato.

8.94 Pensa, lettor, se io mi sconfortai
8.95 nel suon de le parole maladette,
8.96 ché non credetti ritornarci mai.vedi nota in-8-96 ritornarci: ritornare qui (" ci "), nel mondo.

8.97 «O caro duca mio, che più di settevedi nota in-8-97 più di sette: ha valore indeterminato come due (cfr. c. VI, 73 e n.).
8.98 volte m'hai sicurtà renduta e tratto
8.99 d'alto periglio che 'ncontra mi stette,

8.100 non mi lasciar», diss'io, «così disfatto;
8.101 e se 'l passar più oltre ci è negato,
8.102 ritroviam l'orme nostre insieme ratto».

8.103 E quel segnor che lì m'avea menato,
8.104 mi disse: «Non temer; ché 'l nostro passovedi nota in-8-104 passo : passaggio.
8.105 non ci può tòrre alcun: da tal n'è dato.vedi nota in-8-105 tòrre: togliere, impedire, poiché ci è concesso da Dio ("da tal ").

8.106 Ma qui m'attendi, e lo spirito lasso
8.107 conforta e ciba di speranza buona,
8.108 ch'i' non ti lascerò nel mondo basso».vedi nota in-8-108 nel mondo basso: l'inferno, senza particolare riferimento al basso inferno.

8.109 Così sen va, e quivi m'abbandona
8.110 lo dolce padre, e io rimagno in forse,
8.111 che sì e no nel capo mi tenciona.vedi nota in-8-111 che sì e no: che nel mio capo sì alternano dubbi contrastanti.

8.112 Udir non potti quello ch'a lor porse;vedi nota in-8-112 non potti : non potei udire quello che disse (" porse ") loro.
8.113 ma ei non stette là con essi guari,vedi nota in-8-113 guari : molto tempo, a lungo.
8.114 che ciascun dentro a pruova si ricorse.vedi nota in-8-114 a pruova : a gara.

8.115 Chiuser le porte que' nostri avversari
8.116 nel petto al mio segnor, che fuor rimase,vedi nota in-8-116 nel petto: in faccia.
8.117 e rivolsesi a me con passi rari.

8.118 Li occhi a la terra e le ciglia avea rasevedi nota in-8-118 rase: " private come per effetto di rasoio " (Torraca).
8.119 d'ogne baldanza, e dicea ne' sospiri:vedi nota in-8-119 ne': tra i.
8.120 «Chi m'ha negate le dolenti case!».

8.121 E a me disse: «Tu, perch'io m'adiri,vedi nota in-8-121 perch'io: sebbene io.
8.122 non sbigottir, ch'io vincerò la prova,
8.123 qual ch'a la difension dentro s'aggiri.vedi nota in-8-123 qual ch': chiunque vi sia dentro a disporre impedimenti ("a la difension " ).

8.124 Questa lor tracotanza non è nova;
8.125 ché già l'usaro a men segreta porta,vedi nota in-8-125 a men segreta porta : la porta dell'Inferno, abbattuta da Cristo durante la discesa al Limbo, e da allora rimasta spalancata.
8.126 la qual sanza serrame ancor si trova.

8.127 Sovr'essa vedestù la scritta morta:vedi nota in-8-127 vedestù: vedesti tu la scritta che parla della morte dell'anima.
8.128 e già di qua da lei discende l'erta,vedi nota in-8-128 e già…: ed ecco che da essa porta discende colui (" tal ") per il cui intervento la città di Dite (" la terra ") ci sarà aperta.
8.129 passando per li cerchi sanza scorta,

8.130 tal che per lui ne fia la terra aperta».

Inferno : Canto 9

9.1 Quel color che viltà di fuor mi pinsevedi nota in-9-1 Quel color: quel pallore che la paura mi aveva diffuso sul volto ("di fuor "), vedendo Virgilio tornare indietro ( " in volta " ), più rapidamente fece sparire (" dentro… ristrinse ") il suo insolito rossore (" il suo novo ").
9.2 veggendo il duca mio tornare in volta,
9.3 più tosto dentro il suo novo ristrinse.

9.4 Attento si fermò com'uom ch'ascolta;
9.5 ché l'occhio nol potea menare a lungavedi nota in-9-5 a lunga: lontano.
9.6 per l'aere nero e per la nebbia folta.

9.7 «Pur a noi converrà vincer la punga»,vedi nota in-9-7 …punga: eppure dovremo vincere la partita (" punga " è metatesi di pugna).
9.8 cominciò el, «se non... Tal ne s'offerse.vedi nota in-9-8 ne s'offerse: ci si offerse; allude a Beatrice ( " Tal " ).
9.9 Oh quanto tarda a me ch'altri qui giunga!».vedi nota in-9-9 ch'altri: è il Messo celeste.

9.10 I' vidi ben sì com'ei ricoperse
9.11 lo cominciar con l'altro che poi venne,vedi nota in-9-11 lo cominciar : le prime parole con le seguenti, che furono diverse da quelle.
9.12 che fur parole a le prime diverse;

9.13 ma nondimen paura il suo dir dienne,vedi nota in-9-13 dienne: mi diede.
9.14 perch'io traeva la parola troncavedi nota in-9-14 perch' io traeva: perché io attribuivo alla frase interrotta (se non…, v. 8), un senso, forse, peggiore di quel che avesse in realtà.
9.15 forse a peggior sentenzia che non tenne.

9.16 «In questo fondo de la trista concavedi nota in-9-16 In questo fondo: nella città di Dite, scende mai qualcuno del Limbo (" del primo grado "), di quelli che hanno, come pena, troncata (" cionca ") la speranza di vedere Dio?.
9.17 discende mai alcun del primo grado,
9.18 che sol per pena ha la speranza cionca?».

9.19 Questa question fec'io; e quei «Di rado
9.20 incontra», mi rispuose, «che di noivedi nota in-9-20 incontra: accade.
9.21 faccia il cammino alcun per qual io vado.vedi nota in-9-21 alcun : alcuno di noi. Anche Virgilio è uno degli spiriti del Limbo.

9.22 Ver è ch'altra fiata qua giù fui,vedi nota in-9-22 ch'altra fiata: che altra volta.
9.23 congiurato da quella Eritón crudavedi nota in-9-23 congiurato: chiamato dagli scongiuri di quella crudele Eritone, che richiamava le anime dei morti nei loro corpi. Eritone fu una maga della Tessaglia, di cui si legge, nella "Farsaglia" di Lucano (cfr. VI, 507), che richiamò in vita un soldato, perché questi predicesse l'esito della guerra tra Cesare e Pompeo.
9.24 che richiamava l'ombre a' corpi sui.

9.25 Di poco era di me la carne nuda,vedi nota in-9-25 nuda: spoglia della mia anima.
9.26 ch'ella mi fece intrar dentr'a quel muro,
9.27 per trarne un spirto del cerchio di Giuda.vedi nota in-9-27 cerchio dl Giuda: la Giudecca, parte dell'ultimo cerchio dell'Inferno.

9.28 Quell'è 'l più basso loco e 'l più oscuro,
9.29 e 'l più lontan dal ciel che tutto gira:vedi nota in-9-29 dal ciel: il 9° cielo o Primo Mobile.
9.30 ben so 'l cammin; però ti fa sicuro.

9.31 Questa palude che 'l gran puzzo spira
9.32 cigne dintorno la città dolente,
9.33 u' non potemo intrare omai sanz'ira».vedi nota in-9-33 sanz'ira: senza suscitare sdegnate opposizioni.

9.34 E altro disse, ma non l'ho a mente;
9.35 però che l'occhio m'avea tutto tratto
9.36 ver' l'alta torre a la cima rovente,vedi nota in-9-36 a la cima rovente: si ricordi che le torri della città di Dite sono " vermiglie come se di foco uscite fossero " (cfr. c. VIII, 72).

9.37 dove in un punto furon dritte rattovedi nota in-9-37 furon dritte ratto: si drizzarono improvvisamente.
9.38 tre furie infernal di sangue tinte,
9.39 che membra feminine avieno e atto,vedi nota in-9-39 atto : atteggiamento.

9.40 e con idre verdissime eran cinte;vedi nota in-9-40 idre : serpenti d'acqua; costituivano come una verde cintura.
9.41 serpentelli e ceraste avien per crine,vedi nota in-9-41 ceraste: serpenti con " uno o due cornicelli in capo" (Boccaccio), da cui ("onde") le tempie erano ricoperte in modo spaventoso (" fiere ").
9.42 onde le fiere tempie erano avvinte.

9.43 E quei, che ben conobbe le meschinevedi nota in-9-43 meschine: serve, schiave; secondo l'etimologia araba.
9.44 de la regina de l'etterno pianto,vedi nota in-9-44 regina: Proserpina, moglie di Plutone, dio dell'Ade pagano.
9.45 «Guarda», mi disse, «le feroci Erine.vedi nota in-9-45 Erine: Erinni i Greci chiamavano le Furie, figlie della Notte, i cui nomi erano Aletto, Tesifone e Megera. Sembrano simboleggiare le tre specie dell'ira (acuta, difficile, amara).

9.46 Quest'è Megera dal sinistro canto;vedi nota in-9-46 canto : lato.
9.47 quella che piange dal destro è Aletto;
9.48 Tesifón è nel mezzo»; e tacque a tanto.

9.49 Con l'unghie si fendea ciascuna il petto;
9.50 battiensi a palme, e gridavan sì alto,vedi nota in-9-50 battiensi a palme: si ripercuotevano con le palme.
9.51 ch'i' mi strinsi al poeta per sospetto.vedi nota in-9-51 per sospetto: per paura (cfr. c. III, 14 e n.).

9.52 «Vegna Medusa: sì 'l farem di smalto»,vedi nota in-9-52 Medusa: una delle tre Gorgoni, figlie di Forco, capace di trasformare in pietra (" di smalto ") chiunque la guardasse.
9.53 dicevan tutte riguardando in giuso;vedi nota in-9-53 in giuso: in basso.
9.54 «mal non vengiammo in Teseo l'assalto».vedi nota in-9-54 mal non vengiammo: male facemmo a non vendicare contro ( " in " ) Teseo l'assalto che egli, con Piritoo, fece nell'Ade, allo scopo di rapire Proserpina. Teseo, infatti, preso prigioniero, fu liberato da Ercole.

9.55 «Volgiti 'n dietro e tien lo viso chiuso;vedi nota in-9-55 lo viso: la vista, perciò gli occhi.
9.56 ché se 'l Gorgón si mostra e tu 'l vedessi,
9.57 nulla sarebbe di tornar mai suso».vedi nota in-9-57 nulla: nessuna speranza vi sarebbe di tornare su (" s'uso ").

9.58 Così disse 'l maestro; ed elli stessivedi nota in-9-58 stessi: forma arcaica di stesso.
9.59 mi volse, e non si tenne a le mie mani,
9.60 che con le sue ancor non mi chiudessi.

9.61 O voi ch'avete li 'ntelletti sani,
9.62 mirate la dottrina che s'asconde
9.63 sotto 'l velame de li versi strani.vedi nota in-9-63 sotto 'l velame: Dante si rivolge a chi è capace di comprendere (" O voi ch'avete…"), per avvertire che sotto la rappresentazione delle Furie e della Medusa si nasconde un significato allegorico: le Furie "tentano d'impedire all'uomo, al cristiano di redimersi"; e Medusa potrebbe rappresentare lo "stupore" che pietrifica l'anima (Torraca).

9.64 E già venia su per le torbide onde
9.65 un fracasso d'un suon, pien di spavento,
9.66 per cui tremavano amendue le sponde,vedi nota in-9-66 amendue : entrambe.

9.67 non altrimenti fatto che d'un vento
9.68 impetuoso per li avversi ardori,vedi nota in-9-68 per li avversi ardori: per lo scontrarsi di aria calda con aria fredda.
9.69 che fier la selva e sanz'alcun rattentovedi nota in-9-69 fier: ferisce, colpisce senza che nulla possa fargli ostacolo ( " sanz'alcun rattento ").

9.70 li rami schianta, abbatte e porta fori;
9.71 dinanzi polveroso va superbo,
9.72 e fa fuggir le fiere e li pastori.

9.73 Li occhi mi sciolse e disse: «Or drizza il nerbovedi nota in-9-73 il nerbo del viso: la facoltà percettiva della vista (cfr. v. 55).
9.74 del viso su per quella schiuma anticavedi nota in-9-74 schiuma: l'acqua dello Stige.
9.75 per indi ove quel fummo è più acerbo».vedi nota in-9-75 per indi: da quella parte ove il fumo è più acre.

9.76 Come le rane innanzi a la nimica
9.77 biscia per l'acqua si dileguan tutte,
9.78 fin ch'a la terra ciascuna s'abbica,vedi nota in-9-78 s'abbica : aderisce a terra come a formare un piccolo mucchio, simile al covone di grano (bica).

9.79 vid'io più di mille anime distrutte
9.80 fuggir così dinanzi ad un ch'al passo
9.81 passava Stige con le piante asciutte.

9.82 Dal volto rimovea quell'aere grasso,
9.83 menando la sinistra innanzi spesso;
9.84 e sol di quell'angoscia parea lasso.vedi nota in-9-84 lasso : infastidito.

9.85 Ben m'accorsi ch'elli era da ciel messo,
9.86 e volsimi al maestro; e quei fé segno
9.87 ch'i' stessi queto ed inchinassi ad esso.

9.88 Ahi quanto mi parea pien di disdegno!
9.89 Venne a la porta, e con una verghetta
9.90 l'aperse, che non v'ebbe alcun ritegno.vedi nota in-9-90 ritegno: ostacolo (crf. "ratteuto " del v. 69).

9.91 «O cacciati del ciel, gente dispetta»,vedi nota in-9-91 dispetta: spregiata e spregevole.
9.92 cominciò elli in su l'orribil soglia,
9.93 «ond'esta oltracotanza in voi s'alletta?vedi nota in-9-93 s'alletta?: si accoglie?.

9.94 Perché recalcitrate a quella voglia
9.95 a cui non puote il fin mai esser mozzo,vedi nota in-9-95 esser mozzo: il fine del volere divino (" voglia ") non può non essere compiuto.
9.96 e che più volte v'ha cresciuta doglia?

9.97 Che giova ne le fata dar di cozzo?
9.98 Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
9.99 ne porta ancor pelato il mento e 'l gozzo».vedi nota in-9-99 ne porta: Cerbero, per essersi opposto ad Ercole, disceso all'Ade, fu da questo incatenato, tanto da avere ancora il mento e la gola (" gozzo ") spelacchiati dal collare.

9.100 Poi si rivolse per la strada lorda,
9.101 e non fé motto a noi, ma fé sembiante
9.102 d'omo cui altra cura stringa e mordavedi nota in-9-102 altra cura: altro pensiero che lo urga ed affretti.

9.103 che quella di colui che li è davante;
9.104 e noi movemmo i piedi inver' la terra,vedi nota in-9-104 inver' la terra: verso la città di Dite (cfr. c. VIII, 130 e n. 128).
9.105 sicuri appresso le parole sante.

9.106 Dentro li 'ntrammo sanz'alcuna guerra;vedi nota in-9-106 li : vi.
9.107 e io, ch'avea di riguardar disio
9.108 la condizion che tal fortezza serra,vedi nota in-9-108 la condizion: la qualità dei peccatori rinchiusi nella fortezza.

9.109 com'io fui dentro, l'occhio intorno invio;
9.110 e veggio ad ogne man grande campagna
9.111 piena di duolo e di tormento rio.

9.112 Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,vedi nota in-9-112 Arli: Arles, città della Provenza; Pola è la città dell'Istria, che bagna i confini (" termini ") dell'Italia.
9.113 sì com'a Pola, presso del Carnaro
9.114 ch'Italia chiude e suoi termini bagna,

9.115 fanno i sepulcri tutt'il loco varo,vedi nota in-9-115 fanno…: i sepolcri rendono tutto il luogo vario ("varo "), non uniforme.
9.116 così facevan quivi d'ogne parte,
9.117 salvo che 'l modo v'era più amaro;

9.118 ché tra gli avelli fiamme erano sparte,vedi nota in-9-118 sparte: sparse.
9.119 per le quali eran sì del tutto accesi,
9.120 che ferro più non chiede verun'arte.vedi nota in-9-120 che ferro: che il ferro vi potrebbe esser lavorato senza ricorrere ad alcun altro artificio (" verun'arte ").

9.121 Tutti li lor coperchi eran sospesi,vedi nota in-9-121 sospesi: sollevati. Gli avelli sono, cioè, scoperchiati.
9.122 e fuor n'uscivan sì duri lamenti,
9.123 che ben parean di miseri e d'offesi.

9.124 E io: «Maestro, quai son quelle gentivedi nota in-9-124 quai: quali.
9.125 che, seppellite dentro da quell'arche,
9.126 si fan sentir coi sospiri dolenti?».

9.127 Ed elli a me: «Qui son li eresiarchevedi nota in-9-127 li eresiarche: gli eresiarchi, capi o promotori di eresie e gli eretici ("lor seguaci " ).
9.128 con lor seguaci, d'ogne setta, e molto
9.129 più che non credi son le tombe carche.vedi nota in-9-129 carche : piene.

9.130 Simile qui con simile è sepolto,vedi nota in-9-130 Simile: sono sepolti insieme gli appartenenti alla medesima setta e le tombe ("monimenti") bruciano più o meno a seconda della gravitò dell'eresia.
9.131 e i monimenti son più e men caldi».
9.132 E poi ch'a la man destra si fu vòlto,

9.133 passammo tra i martiri e li alti spaldi.

Inferno : Canto 10

10.1 Ora sen va per un secreto calle,vedi nota in-10-1 secreto calle: appartato sentiero, tra la muraglia che circonda la città ("terra"), e le tombe (" martìri ").
10.2 tra 'l muro de la terra e li martìri,
10.3 lo mio maestro, e io dopo le spalle.vedi nota in-10-3 dopo : dietro.

10.4 «O virtù somma, che per li empi giri
10.5 mi volvi», cominciai, «com'a te piace,vedi nota in-10-5 mi volvi: mi conduci. Ma c'è il senso del percorrere gli " empi giri ", i cerchi d'inferno.
10.6 parlami, e sodisfammi a' miei disiri.

10.7 La gente che per li sepolcri giace
10.8 potrebbesi veder? già son levati
10.9 tutt'i coperchi, e nessun guardia face».vedi nota in-10-9 guardia face: fa la guardia.

10.10 E quelli a me: «Tutti saran serrati
10.11 quando di Iosafàt qui tornerannovedi nota in-10-11 di Iosafàt : dalla valle di Iosafàt, presso Gerusalemme, dove si svolgerà il Giudizio Universale, dopo il quale i dannati riprenderanno il loro corpo.
10.12 coi corpi che là sù hanno lasciati.

10.13 Suo cimitero da questa parte hannovedi nota in-10-13 Suo : loro.
10.14 con Epicuro tutti suoi seguaci,vedi nota in-10-14 Epicuro: filosofo greco. Gli epicurei negano l'immortalità dell'anima (" l'anima col corpo morta fanno ") e, pur non essendo eretici in senso stretto, sono tuttavia colpevoli di irreligiosità. Nel Medio Evo si accusarono di epicureismo i Ghibellini, come Dante stesso testimonierà.
10.15 che l'anima col corpo morta fanno.

10.16 Però a la dimanda che mi faci
10.17 quinc'entro satisfatto sarà tosto,vedi nota in-10-17 quinc'entro: di qui dentro.
10.18 e al disio ancor che tu mi taci».vedi nota in-10-18 che tu mi taci: il desiderio di vedere Farinata, qui taciuto, ma intuibile per le parole rivolte da Dante a Ciacco (cfr. c. VI, 79).

10.19 E io: «Buon duca, non tegno riposto
10.20 a te mio cuor se non per dicer poco,
10.21 e tu m'hai non pur mo a ciò disposto».vedi nota in-10-21 non pur mo: non solo ora (cfr. c. III: 76 e 80).

10.22 «O Tosco che per la città del focovedi nota in-10-22 O Tosco: o toscano.
10.23 vivo ten vai così parlando onesto,
10.24 piacciati di restare in questo loco.

10.25 La tua loquela ti fa manifestovedi nota in-10-25 loquela: accento, inflessione della voce.
10.26 di quella nobil patria natiovedi nota in-10-26 nobil patria: Firenze.
10.27 a la qual forse fui troppo molesto».

10.28 Subitamente questo suono uscìovedi nota in-10-28 Subitamente : improvvisamente questa voce proruppe.
10.29 d'una de l'arche; però m'accostai,vedi nota in-10-29 però : perciò.
10.30 temendo, un poco più al duca mio.

10.31 Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?
10.32 Vedi là Farinata che s'è dritto:
10.33 da la cintola in sù tutto 'l vedrai».

10.34 Io avea già il mio viso nel suo fitto;
10.35 ed el s'ergea col petto e con la fronte
10.36 com'avesse l'inferno a gran dispitto.vedi nota in-10-36 a gran dispitto: in dispregio (cfr. c. IX, 91).

10.37 E l'animose man del duca e prontevedi nota in-10-37 l'animose : incoraggianti, soccorrevoli.
10.38 mi pinser tra le sepulture a lui,
10.39 dicendo: «Le parole tue sien conte».vedi nota in-10-39 conte: cognite, cioè chiare e non avventate (cfr. c. III, 76).

10.40 Com'io al piè de la sua tomba fui,
10.41 guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
10.42 mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?».vedi nota in-10-42 Chi fuor…?: da quali antenati discendi?.

10.43 Io ch'era d'ubidir disideroso,
10.44 non gliel celai, ma tutto gliel'apersi;
10.45 ond'ei levò le ciglia un poco in suso;vedi nota in-10-45 in suso: in alto. Cioè corrugò la fronte, nell'atto di ricordare.

10.46 poi disse: «Fieramente furo avversi
10.47 a me e a miei primi e a mia parte,vedi nota in-10-47 e a miei primi e a mia parte: ai miei antenati e al mio partito, si che li cacciai per due volte (" due fiate "). Manente, detto Farinata, appartenne alla famiglia fiorentina degli Uberti e fu il baluardo del partito ghibellino; contribuì alla cacciata dei Guelfi nel 1248 e nel 1260 (battaglia di Montaperti).
10.48 sì che per due fiate li dispersi».

10.49 «S'ei fur cacciati, ei tornar d'ogne parte»,vedi nota in-10-49 S'ei: se essi furono cacciati, tornarono però dopo entrambe le sconfitte: e cioè nel 1251 e nel 1266. Ma i Ghibellini (" i vostri " ) non riuscirono a tornare più : infatti, dopo la Pasqua del 1267 persero ogni autorità politica e gli Uberti non furono più riammessi in città, neppure dopo la pacificazione del 1280.
10.50 rispuos'io lui, «l'una e l'altra fiata;
10.51 ma i vostri non appreser ben quell'arte».

10.52 Allor surse a la vista scoperchiatavedi nota in-10-52 a la vista scoperchiata: all'apertura della tomba il cui coperchio era sollevato. "Vista" equivale a finestra (cfr. Purg. c. IX, 67).
10.53 un'ombra, lungo questa, infino al mento:vedi nota in-10-53 un'ombra: è lo spirito di Cavalcante Cavalcanti, padre di Guido, poeta e amico di Dante.
10.54 credo che s'era in ginocchie levata.

10.55 Dintorno mi guardò, come talento
10.56 avesse di veder s'altri era meco;
10.57 e poi che 'l sospecciar fu tutto spento,vedi nota in-10-57 'l sospecciar: il sospettare, nel senso etimologico di guardare dal basso in alto (cfr. lat. subspicere). 59 per altezza d'ingegno: per meriti intellettuali.

10.58 piangendo disse: «Se per questo cieco
10.59 carcere vai per altezza d'ingegno,
10.60 mio figlio ov'è? e perché non è teco?».

10.61 E io a lui: «Da me stesso non vegno:vedi nota in-10-61 Da me stesso non vegno : non vengo per mio merito; c'è stato, infatti, l'intervento delle tre donne benedette.
10.62 colui ch'attende là, per qui mi menavedi nota in-10-62 colui: Virgilio rappresenta la ragione umana illuminata dalla verità rivelata. E la Rivelazione, invece, disdegnò Guido Cavalcanti che, come il padre, aveva fama di epicureo.
10.63 forse cui Guido vostro ebbe a disdegno».

10.64 Le sue parole e 'l modo de la pena
10.65 m'avean di costui già letto il nome;vedi nota in-10-65 letto : rivelato.
10.66 però fu la risposta così piena.vedi nota in-10-66 piena : decisa.

10.67 Di subito drizzato gridò: «Come?
10.68 dicesti "elli ebbe"? non viv'elli ancora?
10.69 non fiere li occhi suoi lo dolce lume?».vedi nota in-10-69 fiere: ferisce, colpisce i suoi occhi la dolce luce (" dolce lume ") del sole?.

10.70 Quando s'accorse d'alcuna dimoravedi nota in-10-70 dimora: indugio, esitazione.
10.71 ch'io facea dinanzi a la risposta,
10.72 supin ricadde e più non parve fora.

10.73 Ma quell'altro magnanimo, a cui postavedi nota in-10-73 a cui posta : a richiesta del quale mi ero arrestato (cfr. v. 22 e segg.).
10.74 restato m'era, non mutò aspetto,
10.75 né mosse collo, né piegò sua costa:vedi nota in-10-75 costa : fianco.

10.76 e sé continuando al primo detto,
10.77 «S'elli han quell'arte», disse, «male appresa,
10.78 ciò mi tormenta più che questo letto.vedi nota in-10-78 letto: giaciglio, costituito dalla tomba.

10.79 Ma non cinquanta volte fia raccesavedi nota in-10-79 Ma non cinquanta: Ma non cinquanta volte tornerà a risplendere la faccia della regina infernale…; la regina (cfr. c. IX, 44) è Proserpina, la quale si identifica con Diana, in terra, e con la Luna, in cielo. Tutta la frase vale: non passeranno cinquanta lunazioni, cioè mesi; perciò quattro anni e due mesi. E' un'allusione all'esilio di Dante, decretato nell'estate 1304, cioè dopo cinquanta mesi dall'aprile 1300, in cui inizia il viaggio oltremondano.
10.80 la faccia de la donna che qui regge,
10.81 che tu saprai quanto quell'arte pesa.

10.82 E se tu mai nel dolce mondo regge,vedi nota in-10-82 regge: ritorni, con valore ottativo (cfr. lat. redeas).
10.83 dimmi: perché quel popolo è sì empio
10.84 incontr'a' miei in ciascuna sua legge?».

10.85 Ond'io a lui: «Lo strazio e 'l grande scempio
10.86 che fece l'Arbia colorata in rosso,vedi nota in-10-86 l'Arbia: fiume presso Montaperti, dove il 4 settembre 1280 avvenne la battaglia sanguinosa vinta dai Ghibellini di Farinata.
10.87 tal orazion fa far nel nostro tempio».vedi nota in-10-87 tal orazion: tali deliberazioni; per conseguenza "tempio" va inteso come città.

10.88 Poi ch'ebbe sospirando il capo mosso,
10.89 «A ciò non fu' io sol», disse, «né certovedi nota in-10-89 A ciò: allo " strazio " e al " grande scempio".
10.90 sanza cagion con li altri sarei mosso.

10.91 Ma fu' io solo, là dove soffertovedi nota in-10-91 là: là dove da ciascuno fu tollerato di distruggere Firenze; Farinata allude al concilio di Empoli, riunitosi dopo Montaperti,nel quale egli solo, si oppose ai colleghi ghibellini contro il progetto di distruggere Firenze.
10.92 fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
10.93 colui che la difesi a viso aperto».

10.94 «Deh, se riposi mai vostra semenza»,vedi nota in-10-94 se riposi: possa aver pace la vostra discendenza.
10.95 prega' io lui, «solvetemi quel nodovedi nota in-10-95 solvetemi quel nodo: scioglietemi quel dubbio.
10.96 che qui ha 'nviluppata mia sentenza.

10.97 El par che voi veggiate, se ben odo,vedi nota in-10-97 El par: Sembra. " El " è pleonastico e sta per " ei ".
10.98 dinanzi quel che 'l tempo seco adduce,
10.99 e nel presente tenete altro modo».

10.100 «Noi veggiam, come quei c'ha mala luce,vedi nota in-10-100 Noi veggiam: noi vediamo le cose che ci (" ne ") sono lontane, come il presbite che ha cattiva vista ("mala luce".); di tanto ancora ci illumina Iddio (" sommo duce "). Quando si avvicinano o sono presenti è vana ogni nostra facoltà. Cosi si spiega l'atteggiamento di Cavalcanti.
10.101 le cose», disse, «che ne son lontano;
10.102 cotanto ancor ne splende il sommo duce.

10.103 Quando s'appressano o son, tutto è vano
10.104 nostro intelletto; e s'altri non ci apporta,
10.105 nulla sapem di vostro stato umano.

10.106 Però comprender puoi che tutta morta
10.107 fia nostra conoscenza da quel puntovedi nota in-10-107 da quel punto: da quando, dopo il Giudizio universale non vi sarà più futuro, ma soltanto l'eternità.
10.108 che del futuro fia chiusa la porta».

10.109 Allor, come di mia colpa compunto,
10.110 dissi: «Or direte dunque a quel cadutovedi nota in-10-110 a quel caduto : a Cavalcanti.
10.111 che 'l suo nato è co'vivi ancor congiunto;

10.112 e s'i' fui, dianzi, a la risposta muto,
10.113 fate i saper che 'l fei perché pensavavedi nota in-10-113 perché pensava : perché la mia mente era presa dal dubbio che mi avete sciolto.
10.114 già ne l'error che m'avete soluto».

10.115 E già 'l maestro mio mi richiamava;
10.116 per ch'i' pregai lo spirto più avacciovedi nota in-10-116 più avaccio: più in fretta.
10.117 che mi dicesse chi con lu' istava.

10.118 Dissemi: «Qui con più di mille giaccio:
10.119 qua dentro è 'l secondo Federico,vedi nota in-10-119 'l secondo Federico : l'imperatore Federico II; il Cardinale è Ottaviano degli Ubaldini, simpatizzante per i Ghibellini e ritenuto miscredente.
10.120 e 'l Cardinale; e de li altri mi taccio».

10.121 Indi s'ascose; e io inver' l'antico
10.122 poeta volsi i passi, ripensando
10.123 a quel parlar che mi parea nemico.vedi nota in-10-123 a quel parlar: alla profezia del v. 79 e segg.

10.124 Elli si mosse; e poi, così andando,
10.125 mi disse: «Perché se' tu sì smarrito?».
10.126 E io li sodisfeci al suo dimando.

10.127 «La mente tua conservi quel ch'udito
10.128 hai contra te», mi comandò quel saggio.
10.129 «E ora attendi qui», e drizzò 'l dito:vedi nota in-10-129 attendi : fai attenzione.

10.130 «quando sarai dinanzi al dolce raggio
10.131 di quella il cui bell'occhio tutto vede,vedi nota in-10-131 di quella: Beatrice, luminosa nella gloria celeste.
10.132 da lei saprai di tua vita il viaggio».

10.133 Appresso mosse a man sinistra il piede:
10.134 lasciammo il muro e gimmo inver' lo mezzovedi nota in-10-134 gimmo : andammo verso il mezzo del cerchio.
10.135 per un sentier ch'a una valle fiede,vedi nota in-10-135 fiede: ferisce, colpisce, cioè giunge.

10.136 che 'nfin là sù facea spiacer suo lezzo.vedi nota in-10-136 che 'nfin là sù: che faceva spiacere il suo disgustoso odore ("lezzo") fin lassù.

Inferno : Canto 11

11.1 In su l'estremità d'un'alta ripavedi nota in-11-1 In su l'estremità: giungemmo sopra un ammasso (" stipa ") di più crudeli tormenti, quando fummo sull'orlo di un profondo scoscendimento (" alta ripa "), formato da grandi blocchi di pietra, accatastati in cerchio.
11.2 che facevan gran pietre rotte in cerchio
11.3 venimmo sopra più crudele stipa;

11.4 e quivi, per l'orribile soperchiovedi nota in-11-4 soperchio : eccesso.
11.5 del puzzo che 'l profondo abisso gitta,
11.6 ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio

11.7 d'un grand'avello, ov'io vidi una scritta
11.8 che dicea: "Anastasio papa guardo,vedi nota in-11-8 guardo: custodisco papa Anastasio II, che Fotino distolse dall'ortodossia cattolica. Fotino, diacono di Tessalonica e seguace dell'eresia monofisita di Acacio, secondo la cronaca di Martino Polono traviò Anatasio II, papa dal 496 al 498.
11.9 lo qual trasse Fotin de la via dritta".

11.10 «Lo nostro scender conviene esser tardo,vedi nota in-11-10 tardo : lento.
11.11 sì che s'ausi un poco in prima il sensovedi nota in-11-11 s'ausi : s'assuefaccia, si abitui.
11.12 al tristo fiato; e poi no i fia riguardo».vedi nota in-11-12 no i fia riguardo: non ci sarà bisogno di precauzione.

11.13 Così 'l maestro; e io «Alcun compenso»,
11.14 dissi lui, «trova che 'l tempo non passi
11.15 perduto». Ed elli: «Vedi ch'a ciò penso».

11.16 «Figliuol mio, dentro da cotesti sassi»,
11.17 cominciò poi a dir, «son tre cerchiettivedi nota in-11-17 son tre cerchietti: cerchi più piccoli dei precedenti; sono il 7°, l'8° e il 9°, tutti digradanti (" di grado in grado ").
11.18 di grado in grado, come que' che lassi.

11.19 Tutti son pien di spirti maladetti;
11.20 ma perché poi ti basti pur la vista,vedi nota in-11-20 pur : soltanto.
11.21 intendi come e perché son costretti.vedi nota in-11-21 costretti: stretti insieme.

11.22 D'ogne malizia, ch'odio in cielo acquista,vedi nota in-11-22 D'ogne malizia : il fine di ogni cattiva azione volontaria (" malizia") è la violazione del diritto (" ingiuria ") ed ogni fine o violazione è tale, che offende il prossimo (" altrui ") o con violenza o con frode.
11.23 ingiuria è 'l fine, ed ogne fin cotale
11.24 o con forza o con frode altrui contrista.

11.25 Ma perché frode è de l'uom proprio male,vedi nota in-11-25 è de l'uom proprio male: perché il fraudolento volge a danno altrui, abusando del proprio intelletto e non soltanto della forza, che ha in comune con gli altri animali. Perciò questi peccatori stanno più in basso (" di sotto ").
11.26 più spiace a Dio; e però stan di sotto
11.27 li frodolenti, e più dolor li assale.

11.28 Di violenti il primo cerchio è tutto;vedi nota in-11-28 il primo: è il 7° cerchio.
11.29 ma perché si fa forza a tre persone,vedi nota in-11-29 a tre persone: a tre specie di persone: Dio, il prossimo e sé stesso (cfr. v. 31).
11.30 in tre gironi è distinto e costrutto.

11.31 A Dio, a sé, al prossimo si pònevedi nota in-11-31 si pòne far forza: si può usar violenza, contro le loro persone e contro le loro cose.
11.32 far forza, dico in loro e in lor cose,
11.33 come udirai con aperta ragione.vedi nota in-11-33 aperta ragione: chiaro ragionamento, dichiarazione.

11.34 Morte per forza e ferute dogliosevedi nota in-11-34 Morte per forza: si possono recare ( " si danno " ) al prossimo morte violenta ("per forza ) e ferite nella persona; e rovine, incendi ed estorsioni negli averi. Per cui, gli omicidi e coloro che feriscono contro diritto (" mal fiere " : ferisce), gli autori di rovine (" guastatori") e di estorsioni (" predon "), tutti li tormenta il primo girone.
11.35 nel prossimo si danno, e nel suo avere
11.36 ruine, incendi e tollette dannose;vedi nota in-11-36 tollette: questa parola, che Dante usa anche nella forma " maltolletto " (Par., V, 33), significò ruberie, estorsioni, ed anche balzelli vessatorii.

11.37 onde omicide e ciascun che mal fiere,
11.38 guastatori e predon, tutti tormenta
11.39 lo giron primo per diverse schiere.

11.40 Puote omo avere in sé man violentavedi nota in-11-40 in sé: contro di sé, mediante il suicidio (" priva sé del vostro mondo ").
11.41 e ne' suoi beni; e però nel secondo
11.42 giron convien che sanza pro si pentavedi nota in-11-42 sanza pro: senza giovamento.

11.43 qualunque priva sé del vostro mondo,
11.44 biscazza e fonde la sua facultade,vedi nota in-11-44 biscazza: sperpera giocando nelle bische il suo avere ("facultade ").
11.45 e piange là dov'esser de' giocondo.vedi nota in-11-45 e piange: e piange per quelle ricchezze sperperate, che dovevano renderlo lieto (" giocondo ").

11.46 Puossi far forza nella deitade,
11.47 col cor negando e bestemmiando quella,vedi nota in-11-47 col cor negando: negando la divinità, o bestemmiandola, con la violenza della passione; con l'intelletto, invece, la negano gli eretici.
11.48 e spregiando natura e sua bontade;vedi nota in-11-48 e spregiando: e disprezzando nella natura la bontà della divinità; cioè, peccando contro natura.

11.49 e però lo minor giron suggellavedi nota in-11-49 lo minor giron: il 3° girone, il più piccolo, bolla ( " suggella " ) con il suo marchio i sodomiti (peccatori contro natura, cosi chiamati dalla biblica città di Sodoma, distrutta per punizione da una pioggia di fuoco, a causa della corruzione dei suoi abitanti), gli usurai (che abbondavano nella città di Cahors = Caorsa, in Francia), e i bestemmiatori.
11.50 del segno suo e Soddoma e Caorsa
11.51 e chi, spregiando Dio col cor, favella.

11.52 La frode, ond'ogne coscienza è morsa,vedi nota in-11-52 La frode: " la frode è tal vizio, che le coscienze più dure ne hanno rimorso" (Tommaseo).
11.53 può l'omo usare in colui che 'n lui fidavedi nota in-11-53 può l'omo: si può usare la frode contro chi si fida e contro chi non accoglie in sé (" imborsa ") nessuna fiducia (" fidanza ").
11.54 e in quel che fidanza non imborsa.

11.55 Questo modo di retro par ch'incidavedi nota in-11-55 Questo modo di retro: la frode contro chi non si fida pare che distrugga soltanto (" pur ") il vincolo naturale d'amore esistente tra gli uomini.
11.56 pur lo vinco d'amor che fa natura;
11.57 onde nel cerchio secondo s'annidavedi nota in-11-57 nel cerchio secondo: nel secondo dei tre " cerchietti ", cioè nell'8°.

11.58 ipocresia, lusinghe e chi affattura,vedi nota in-11-58 ipocresia: l'8° cerchio è distinto in bolge: 1° ruffiani, 2° adulatori ("lusinghe "), 3° simoniaci, 4° maliardi e indovini (" chi affattura ") 5° barattieri, 6° ipocriti, 7° ladri (" ladroneccio "), 8° onsiglieri fraudolenti, 9° seminatori di scandali e scismi, 10° traditori (" simile lordura ").
11.59 falsità, ladroneccio e simonia,
11.60 ruffian, baratti e simile lordura.

11.61 Per l'altro modo quell'amor s'obliavedi nota in-11-61 Per l'altro modo : frodando chi si fida sì distrugge e il vincolo naturale e l'altro che si aggiunge (parentela, patria, amicizia, beneficio) e per cui si crea uno speciale rapporto di fiducia ( " fede spezial ").
11.62 che fa natura, e quel ch'è poi aggiunto,
11.63 di che la fede spezial si cria;

11.64 onde nel cerchio minore, ov'è 'l puntovedi nota in-11-64 nel cerchio minore: sempre dei tre " cerchietti ", cioè nel 9°, ove è il centro della terra e dove risiede Lucifero (" Dite ").
11.65 de l'universo in su che Dite siede,
11.66 qualunque trade in etterno è consunto».vedi nota in-11-66 trade : tradisce.

11.67 E io: «Maestro, assai chiara procede
11.68 la tua ragione, e assai ben distingue
11.69 questo baràtro e 'l popol ch'e' possiede.vedi nota in-11-69 baràtro: il basso Inferno che tiene prigionieri (" possiede ") i peccatori.

11.70 Ma dimmi: quei de la palude pingue,vedi nota in-11-70 quei de la palude: quelli della grande ( " pingue " ) palude, lo Stige, sono gl'iracondi e gli accidiosi.
11.71 che mena il vento, e che batte la pioggia,
11.72 e che s'incontran con sì aspre lingue,vedi nota in-11-72 con sì aspre lingue: rinfacciandosi la colpa (cfr. c. VII, 30).

11.73 perché non dentro da la città roggiavedi nota in-11-73 roggia: colore del ferro rovente; tale è l'" affocata " città di Dite.
11.74 sono ei puniti, se Dio li ha in ira?
11.75 e se non li ha, perché sono a tal foggia?».

11.76 Ed elli a me «Perché tanto delira»,vedi nota in-11-76 delira: esce dal retto cammino (cfr. lat. lira : solco).
11.77 disse «lo 'ngegno tuo da quel che sòle?
11.78 o ver la mente dove altrove mira?vedi nota in-11-78 dove altrove mira ? : già altre volte Dante si è rivolto a Virgilio con un suo particolare " parlar coperto ".

11.79 Non ti rimembra di quelle parole
11.80 con le quai la tua Etica pertrattavedi nota in-11-80 la tua Etica pertratta: l'Etica di Aristotele, da te conosciuta (" tua "), tratta compiutamente (" pertratta").
11.81 le tre disposizion che 'l ciel non vole,vedi nota in-11-81 le tre disposízion: le tre disposizioni al peccato: l'incontinenza, cioè l'incapacità di contenere entro giusti limiti l'uso dei beni leciti, che non ha per fine l'" ingiuria " e perciò meno offende Dio e attira ( " accatta " ) minor biasimo. La malizia è, soprattutto, la frode; la " matta bestialitade " è la violenza.

11.82 incontenenza, malizia e la matta
11.83 bestialitade? e come incontenenza
11.84 men Dio offende e men biasimo accatta?

11.85 Se tu riguardi ben questa sentenza,vedi nota in-11-85 sentenza : opinione.
11.86 e rechiti a la mente chi son quelli
11.87 che sù di fuor sostegnon penitenza,vedi nota in-11-87 sù: nei cerchi superiori.

11.88 tu vedrai ben perché da questi fellivedi nota in-11-88 felli: malvagi. Come in c. VIII, 18.
11.89 sien dipartiti, e perché men crucciatavedi nota in-11-89 dipartiti : separati.
11.90 la divina vendetta li martelli».

11.91 «O sol che sani ogni vista turbata,
11.92 tu mi contenti sì quando tu solvi,vedi nota in-11-92 tu mi contenti: mi dà tanto godimento quando sciogli i miei dubbi, che dubitare mi piace non meno che sapere.
11.93 che, non men che saver, dubbiar m'aggrata.

11.94 Ancora in dietro un poco ti rivolvi»,vedi nota in-11-94 ti rivolvi : rivolgiti.
11.95 diss'io, «là dove di' ch'usura offende
11.96 la divina bontade, e 'l groppo solvi».vedi nota in-11-96 'l groppo solvi: sciogli il nodo.

11.97 «Filosofia», mi disse, «a chi la 'ntende,
11.98 nota, non pure in una sola parte,
11.99 come natura lo suo corso prendevedi nota in-11-99 come natura: come la natura tragga origine dall'intelletto di Dio e dal suo operare (" arte ").

11.100 dal divino 'ntelletto e da sua arte;
11.101 e se tu ben la tua Fisica note,vedi nota in-11-101 Fisica: la Fisica aristotelica, da te studiata.
11.102 tu troverai, non dopo molte carte,

11.103 che l'arte vostra quella, quanto pote,vedi nota in-11-103 che l'arte vostra: che l'operare dell'uomo (" arte vostra ") segue, imita la natura, come lo scolaro imita il maestro. Cosi l'arte degli uomini, imitando la natura, che è figlia di Dio, a Dio è " quasi nepote ".
11.104 segue, come 'l maestro fa 'l discente;
11.105 sì che vostr'arte a Dio quasi è nepote.

11.106 Da queste due, se tu ti rechi a mente
11.107 lo Genesi dal principio, convenevedi nota in-11-107 lo Genesí : se ricordi il libro della Genesi, la gente deve (" convene ") trarre il suo motivo di esistenza (" vita ") e di progresso (" avanzar ") da natura ed arte ("da queste due").
11.108 prender sua vita e avanzar la gente;

11.109 e perché l'usuriere altra via tene,
11.110 per sé natura e per la sua seguacevedi nota in-11-110 per sé: in sé e nella sua seguace (l'arte).
11.111 dispregia, poi ch'in altro pon la spene.

11.112 Ma seguimi oramai, che 'l gir mi piace;vedi nota in-11-112 'l gir: l'andare.
11.113 ché i Pesci guizzan su per l'orizzonta,vedi nota in-11-113 i Pesci: i Pesci si trovano all'orizzonte e, poiché precedono l'Ariete, costellazione in cui si trova il sole (cfr. c. I, 38), ciò vuol dire che sta per sorgere l'alba.
11.114 e 'l Carro tutto sovra 'l Coro giace,vedi nota in-11-114 e 'l Carro: l'Orsa maggiore è in direzione dei Coro o vento di maestro, che soffia da nord-ovest.

11.115 e 'l balzo via là oltra si dismonta».vedi nota in-11-115 e 'l balzo: e la " ripa " (" balzo ") si può discendere un po' più in là.

Inferno : Canto 12

12.1 Era lo loco ov'a scender la rivavedi nota in-12-1 Era lo loco: il luogo ove venimmo a discendere la parete scoscesa era dirupato (" alpestro " ) e, per quel che inoltre vi si trovava (" che v'er' anco "), era tale che ognuno eviterebbe di guardarlo.
12.2 venimmo, alpestro e, per quel che v'er'anco,
12.3 tal, ch'ogne vista ne sarebbe schiva.

12.4 Qual è quella ruina che nel fiancovedi nota in-12-4 ruina: la frana che investì (" percosse ") l'Adige sul fianco al di qua di Trento, o per un terremoto, o per erosione delle acque (" sostegno manco "), identificata da alcuni negli Slavini di Marco, presso Rovereto.
12.5 di qua da Trento l'Adice percosse,
12.6 o per tremoto o per sostegno manco,

12.7 che da cima del monte, onde si mosse,
12.8 al piano è sì la roccia discoscesa,
12.9 ch'alcuna via darebbe a chi sù fosse:vedi nota in-12-9 ch'alcuna via: ché non consentirebbe alcun passaggio a chi di là volesse scendere; tale era la china di quel burrone (" burrato " ).

12.10 cotal di quel burrato era la scesa;
12.11 e 'n su la punta de la rotta laccavedi nota in-12-11 lacca: la costa rocciosa.
12.12 l'infamia di Creti era distesavedi nota in-12-12 l'infamia di Creti: il Minotauro, essere spaventoso, metà uomo e metà toro, nato in modo infamante dall'unione bestiale tra un toro e Pasifae, moglie del re di Creta Minosse, la quale, per godere l'amplesso della bestia, si nascose in una vacca di legno.

12.13 che fu concetta ne la falsa vacca;vedi nota in-12-13 concetta : concepita.
12.14 e quando vide noi, sé stesso morse,
12.15 sì come quei cui l'ira dentro fiacca.vedi nota in-12-15 fiacca: domina interamente.

12.16 Lo savio mio inver' lui gridò: «Forse
12.17 tu credi che qui sia 'l duca d'Atene,vedi nota in-12-17 'l duca d'Atene: Teseo liberò Atene dal tributo di giovani vite umane, dovute perché fossero date in pasto al Minotauro, uccidendo il mostro con l'aiuto di Arianna, figlia di Minosse e di Pasifae e perciò sorella, per parte di madre, del Minotauro.
12.18 che sù nel mondo la morte ti porse?

12.19 Pàrtiti, bestia: ché questi non vene
12.20 ammaestrato da la tua sorella,
12.21 ma vassi per veder le vostre pene».

12.22 Qual è quel toro che si slaccia in quellavedi nota in-12-22 si slaccia: si libera dai legami nel momento (" in quella ") in cui ha ricevuto il colpo mortale, per cui non sa più fuggire ( " gir " ) ma saltella qua e là.
12.23 c'ha ricevuto già 'l colpo mortale,
12.24 che gir non sa, ma qua e là saltella,

12.25 vid'io lo Minotauro far cotale;vedi nota in-12-25 far cotale: comportarsi nello stesso modo.
12.26 e quello accorto gridò: «Corri al varco:vedi nota in-12-26 quello : Virgilio.
12.27 mentre ch'e' 'nfuria, è buon che tu ti cale».vedi nota in-12-27 è buon che tu ti cale: è bene che ti cali giù.

12.28 Così prendemmo via giù per lo scarcovedi nota in-12-28 scarco: scarico delle pietre che costituiscono la frana.
12.29 di quelle pietre, che spesso moviensi
12.30 sotto i miei piedi per lo novo carco.vedi nota in-12-30 per lo novo carco: per l'insolito peso del corpo.

12.31 Io gia pensando; e quei disse: «Tu pensivedi nota in-12-31 gia : andavo.
12.32 forse a questa ruina ch'è guardatavedi nota in-12-32 a questa: a questa.
12.33 da quell'ira bestial ch'i' ora spensi.vedi nota in-12-33 ira bestial: siamo nel cerchio dei violenti che soggiacquero alla matta bestialità (cfr. c. XI, 81 e n.), qui simboleggiata dal Minotauro.

12.34 Or vo' che sappi che l'altra fiata
12.35 ch'i' discesi qua giù nel basso inferno,
12.36 questa roccia non era ancor cascata.

12.37 Ma certo poco pria, se ben discerno,
12.38 che venisse colui che la gran predavedi nota in-12-38 colui: Cristo, che tolse a Lucifero (" Dite ") la gran preda dal Limbo (" cerchio superno "; cfr. c. IV, 55 e segg.).
12.39 levò a Dite del cerchio superno,

12.40 da tutte parti l'alta valle fedavedi nota in-12-40 l'alta valle feda: la profonda e sozza valle, l'Inferno, subì un terremoto nel momento in cui Cristo spirò; poco prima, dunque, che scendesse al Limbo.
12.41 tremò sì, ch'i' pensai che l'universo
12.42 sentisse amor, per lo qual è chi credavedi nota in-12-42 sentisse amor: secondo la dottrina di Empedocle, tramandata da Aristotele, tutte le cose si sarebbero formate per la discordia sorta tra i quattro elementi fondamentali, per cui, tornando la concordia (" amor ") il mondo si sarebbe convertito (" converso ") in un nuovo caos.

12.43 più volte il mondo in caòsso converso;
12.44 e in quel punto questa vecchia roccia
12.45 qui e altrove, tal fece riverso.vedi nota in-12-45 fece riverso: si rovesciò in questo modo.

12.46 Ma ficca li occhi a valle, ché s'approcciavedi nota in-12-46 s' approccia : s'approssima.
12.47 la riviera del sangue in la qual bollevedi nota in-12-47 la riviera: il fiume di sangue bollente, detto Flegetonte, nel quale è immerso chiunque (" qual che ") usi violenza al prossimo. Siamo, cioè, nel I girone.
12.48 qual che per violenza in altrui noccia».

12.49 Oh cieca cupidigia e ira folle,
12.50 che sì ci sproni ne la vita corta,
12.51 e ne l'etterna poi sì mal c'immolle!vedi nota in-12-51 c'immolle: ci immolli, ci immergi.

12.52 Io vidi un'ampia fossa in arco torta,
12.53 come quella che tutto 'l piano abbraccia,
12.54 secondo ch'avea detto la mia scorta;

12.55 e tra 'l piè de la ripa ed essa, in tracciavedi nota in-12-55 ed essa: la fossa, il fiume di sangue.
12.56 corrien centauri, armati di saette,vedi nota in-12-56 centauri: mitici figli di Issione, re dei Lapiti: erano raffigurati con aspetto umano fino alla cintola e come cavalli nel resto. Qui essi procedono in fila (" in traccia ").
12.57 come solien nel mondo andare a caccia.

12.58 Veggendoci calar, ciascun ristette,
12.59 e de la schiera tre si dipartiro
12.60 con archi e asticciuole prima elette;vedi nota in-12-60 prima elette: scelte in precedenza.

12.61 e l'un gridò da lungi: «A qual martiro
12.62 venite voi che scendete la costa?
12.63 Ditel costinci; se non, l'arco tiro».vedi nota in-12-63 costinci: dal luogo ove vi trovate.

12.64 Lo mio maestro disse: «La risposta
12.65 farem noi a Chirón costà di presso:vedi nota in-12-65 a Chìron: Chirone fu un celebre centauro, al quale fu affidata l'educazione di Achille.
12.66 mal fu la voglia tua sempre sì tosta».

12.67 Poi mi tentò, e disse: «Quelli è Nesso,vedi nota in-12-67 mi tentò: mi toccò leggermente. Nesso è un centauro dal carattere impetuoso (cfr. v. 66); tentò di rapire Deianira, moglie di Ercole, ma fu da lui ucciso con una freccia bagnata nel sangue dell'Idra di Lerna. Prima di morire, consegnò a Deianira una veste macchiata del proprio sangue avvelenato, che la donna fece indossare ad Ercole, rendendolo pazzo; cosi Nesso " fé di sé la vendetta elli stesso ".
12.68 che morì per la bella Deianira
12.69 e fé di sé la vendetta elli stesso.

12.70 E quel di mezzo, ch'al petto si mira,
12.71 è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;
12.72 quell'altro è Folo, che fu sì pien d'ira.vedi nota in-12-72 Folo: centauro violento, durante le nozze di Piritoo e Ippodamia diede esca, col suo comportamento, alla guerra tra Lapiti e centauri.

12.73 Dintorno al fosso vanno a mille a mille,
12.74 saettando qual anima si svellevedi nota in-12-74 qual anima: qualunque anima cerca di uscir fuori dal sangue più di quanto la colpa le ha dato in sorte (" sortille ").
12.75 del sangue più che sua colpa sortille».

12.76 Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:
12.77 Chirón prese uno strale, e con la coccavedi nota in-12-77 cocca: la parte posteriore della freccia.
12.78 fece la barba in dietro a le mascelle.

12.79 Quando s'ebbe scoperta la gran bocca,
12.80 disse a' compagni: «Siete voi accorti
12.81 che quel di retro move ciò ch'el tocca?

12.82 Così non soglion far li piè d'i morti».
12.83 E 'l mio buon duca, che già li er'al petto,
12.84 dove le due nature son consorti,vedi nota in-12-84 dove: dove la natura umana e quella equina si congiungono (" son consorti").

12.85 rispuose: «Ben è vivo, e sì solettovedi nota in-12-85 sì soletto: con le mie sole facoltà.
12.86 mostrar li mi convien la valle buia;
12.87 necessità 'l ci 'nduce, e non diletto.vedi nota in-12-87 necessità: è questo per Dante l'unico mezzo di salvazione, in quanto decretato nell'alto dei cieli.

12.88 Tal si partì da cantare alleluiavedi nota in-12-88 Tal: Beatrice interruppe il canto delle lodi al Signore ("alleluia") e mi affidò quest'incarico eccezionale ("officio novo " ).
12.89 che mi commise quest'officio novo:
12.90 non è ladron, né io anima fuia.vedi nota in-12-90 fuia: ladra (cfr. lat. fur).

12.91 Ma per quella virtù per cu' io movo
12.92 li passi miei per sì selvaggia strada,
12.93 danne un de' tuoi, a cui noi siamo a provo,vedi nota in-12-93 a provo: presso (cfr. lat. ad prope).

12.94 e che ne mostri là dove si guada
12.95 e che porti costui in su la groppa,
12.96 ché non è spirto che per l'aere vada».

12.97 Chirón si volse in su la destra poppa,
12.98 e disse a Nesso: «Torna, e sì li guida,
12.99 e fa cansar s'altra schiera v'intoppa».vedi nota in-12-99 v'intoppa: vi incontra, opponendo l'ostacolo.

12.100 Or ci movemmo con la scorta fida
12.101 lungo la proda del bollor vermiglio,vedi nota in-12-101 la proda: la riva.
12.102 dove i bolliti facieno alte strida.

12.103 Io vidi gente sotto infino al ciglio;
12.104 e 'l gran centauro disse: «E' son tiranni
12.105 che dier nel sangue e ne l'aver di piglio.vedi nota in-12-105 che dier: che furono violenti (" dier… di piglio ").

12.106 Quivi si piangon li spietati danni;
12.107 quivi è Alessandro, e Dionisio fero,vedi nota in-12-107 Alessandro: Alessandro Magno, definito violento e crudele da Seneca, Lucano e Paolo Orosio; Dionisio è Dionigi, tiranno di Siracusa, città della Sicilia (" Cicilia "); Azzolino è Ezzelino III da Romano, tiranno della Marca Trevigiana; Opizzo è Obizzo II d'Este, marchese di Ferrara, ucciso dal suo pessimo figlio (" figliastro ") Azzo VIII.
12.108 che fé Cicilia aver dolorosi anni.

12.109 E quella fronte c'ha 'l pel così nero,
12.110 è Azzolino; e quell'altro ch'è biondo,
12.111 è Opizzo da Esti, il qual per vero

12.112 fu spento dal figliastro sù nel mondo».
12.113 Allor mi volsi al poeta, e quei disse:
12.114 «Questi ti sia or primo, e io secondo».vedi nota in-12-114 ti sia or primo: sia la tua guida.

12.115 Poco più oltre il centauro s'affisse
12.116 sovr'una gente che 'nfino a la gola
12.117 parea che di quel bulicame uscisse.vedi nota in-12-117 bulicame: il sangue ribollente e pullulante.

12.118 Mostrocci un'ombra da l'un canto sola,
12.119 dicendo: «Colui fesse in grembo a Diovedi nota in-12-119 Colui: è Guido di Monfort, il quale, in una chiesa di Viterbo (" in grembo a Dio "), uccise Arrigo, congiunto di Edoardo I d'Inghilterra, con un colpo che gli fendé (" fesse ") il cuore, che ancora gronda sangue ("cola ") sul Tamigi. Sembra, infatti, che Arrigo fosse sepolto in Inghilterra e che il suo cuore venisse posto in una coppa sorretta da una statua sulle rive del Tamigi.
12.120 lo cor che 'n su Tamisi ancor si cola».

12.121 Poi vidi gente che di fuor del rio
12.122 tenean la testa e ancor tutto 'l casso;vedi nota in-12-122 'l casso: la cassa toracica.
12.123 e di costoro assai riconobb'io.

12.124 Così a più a più si facea basso
12.125 quel sangue, sì che cocea pur li piedi;vedi nota in-12-125 pur : soltanto.
12.126 e quindi fu del fosso il nostro passo.vedi nota in-12-126 quindi: di lì avvenne il nostro passaggio (" passo " ).

12.127 «Sì come tu da questa parte vedi
12.128 lo bulicame che sempre si scema»,
12.129 disse 'l centauro, «voglio che tu credi

12.130 che da quest'altra a più a più giù premavedi nota in-12-130 da quest'altra: dall'altra parte il fondo si fa sempre più basso, fino a ricongiungersi dove sono i tiranni.
12.131 lo fondo suo, infin ch'el si raggiunge
12.132 ove la tirannia convien che gema.

12.133 La divina giustizia di qua punge
12.134 quell'Attila che fu flagello in terravedi nota in-12-134 Attila: è il famoso capo degli Unni, detto flagello di Dio; Pirro è, probabilmente, il figlio di Achille, rappresentato nell'antichità come un sanguinario (cfr. En. II; 526 e segg ); Sesto è figlio di Pompeo, rivelatosi indegno del padre, quando si diede alla pirateria.
12.135 e Pirro e Sesto; e in etterno mungevedi nota in-12-135 munge: spreme le lacrime, che fa versare ( " diserra " ) mediante il sangue bollente.

12.136 le lagrime, che col bollor diserra,
12.137 a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,vedi nota in-12-137 Rinier da Corneto: famoso " rubatore " maremmano, contemporaneo di Dante; l'altro è Rinieri de' Pazzi di Valdarno, anche lui famigerato bandito da strada.
12.138 che fecero a le strade tanta guerra».

12.139 Poi si rivolse, e ripassossi 'l guazzo.vedi nota in-12-139 'l guazzo: detto ciò, Nesso voltò indietro e ripassò il guado.

Inferno : Canto 13

13.1 Non era ancor di là Nesso arrivato,
13.2 quando noi ci mettemmo per un bosco
13.3 che da neun sentiero era segnato.

13.4 Non fronda verde, ma di color fosco;
13.5 non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti;vedi nota in-13-5 non rami schietti: non rami lisci, ma pieni di nodi e contorti (" 'nvolti ").
13.6 non pomi v'eran, ma stecchi con tòsco:vedi nota in-13-6 tòsco: tossico, veleno.

13.7 non han sì aspri sterpi né sì folti
13.8 quelle fiere selvagge che 'n odio hannovedi nota in-13-8 quelle fiere: quegli animali selvatici che popolano la Maremma toscana (" tra Cecina e Corneto "), ed hanno in odio i luoghi coltivati (" colti "). Il Cecina è un piccolo fiume che scorre nella regione volterrana, Corneto è una piccola città presso Civitavecchia.
13.9 tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.

13.10 Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,vedi nota in-13-10 le brutte Arpìe: figlie di Taumante e di Elettra, erano raffigurate con volto di donna e corpo di uccello. Erano rapaci e usavano insozzare con l'orrida profluvie del ventre tutto ciò che toccavano. Scacciarono dalle isole Strofadi o Striladi, Enea e i suoi compagni ( " i Troiani " ), profetizzando insopportabile fame (" futuro danno "). L'episodio è in Virgilio (cfr. En. III, 227 e 253, segg.).
13.11 che cacciar de le Strofade i Troiani
13.12 con tristo annunzio di futuro danno.

13.13 Ali hanno late, e colli e visi umani,vedi nota in-13-13 late: ampie e aperte.
13.14 piè con artigli, e pennuto 'l gran ventre;
13.15 fanno lamenti in su li alberi strani.vedi nota in-13-15 strani: può riferirsi agli alberi o ai lamenti; meglio agli alberi, il cui aspetto (crf. v. 4-9) era veramente insolito.

13.16 E 'l buon maestro «Prima che più entre,
13.17 sappi che se' nel secondo girone»,
13.18 mi cominciò a dire, «e sarai mentre

13.19 che tu verrai ne l'orribil sabbione.vedi nota in-13-19 sabbione: è quello che forma il 3° girone.
13.20 Però riguarda ben; sì vederai
13.21 cose che torrien fede al mio sermone».vedi nota in-13-21 che torrien fede: che renderebbero incredibili le mie parole (" sermone "), se mi limitassi a parlartene.

13.22 Io sentia d'ogne parte trarre guai,
13.23 e non vedea persona che 'l facesse;
13.24 per ch'io tutto smarrito m'arrestai.

13.25 Cred'io ch'ei credette ch'io credessevedi nota in-13-25 Cred'io…: io suppongo che egli credette che io ritenessi.
13.26 che tante voci uscisser, tra quei bronchivedi nota in-13-26 bronchi: grossi rami nodosi.
13.27 da gente che per noi si nascondesse.vedi nota in-13-27 per noi: per causa nostra:.

13.28 Però disse 'l maestro: «Se tu tronchi
13.29 qualche fraschetta d'una d'este piante,
13.30 li pensier c'hai si faran tutti monchi».vedi nota in-13-30 li pensier: le tue supposizioni cadranno d'un tratto.

13.31 Allor porsi la mano un poco avante,
13.32 e colsi un ramicel da un gran pruno;vedi nota in-13-32 pruno: grande albero spinoso.
13.33 e 'l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».vedi nota in-13-33 Perché mi schiante?: perché mi spezzi ?.

13.34 Da che fatto fu poi di sangue bruno,
13.35 ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?vedi nota in-13-35 scerpi : laceri.
13.36 non hai tu spirto di pietade alcuno?

13.37 Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
13.38 ben dovrebb'esser la tua man più pia,vedi nota in-13-38 pia: pietosa, caritatevole.
13.39 se state fossimo anime di serpi».

13.40 Come d'un stizzo verde ch'arso siavedi nota in-13-40 Come d'un stizzo: come da un ramo verde, che sia acceso da un capo che dall'altro trasuda (" geme ") e sibila (" cigola ") per l'aria costretta ad uscire in seguito alla dilatazione, così dal legno schiantato uscivano insieme parole e sangue.
13.41 da l'un de'capi, che da l'altro geme
13.42 e cigola per vento che va via,

13.43 sì de la scheggia rotta usciva insieme
13.44 parole e sangue; ond'io lasciai la cima
13.45 cadere, e stetti come l'uom che teme.

13.46 «S'elli avesse potuto creder prima»,
13.47 rispuose 'l savio mio, «anima lesa,vedi nota in-13-47 lesa: ferita e offesa.
13.48 ciò c'ha veduto pur con la mia rima,vedi nota in-13-48 con la mia rima: allude all'episodio virgiliano di Polidoro (cfr. Purg. c. XX, n. 115), figlio di Priamo, la cui voce si fa sentire, proveniente da una pianta di mirto, quando Enea ne schianta tre virgulti.

13.49 non averebbe in te la man distesa;
13.50 ma la cosa incredibile mi fece
13.51 indurlo ad ovra ch'a me stesso pesa.vedi nota in-13-51 ovra: gesto che a me stesso è penoso.

13.52 Ma dilli chi tu fosti, sì che 'n vecevedi nota in-13-52 'n vece: in luogo di una riparazione (" ammenda ") per il male compiuto, rinnovi la tua memoria su nel mondo, dove gli è concesso (" lece ") ritornare.
13.53 d'alcun'ammenda tua fama rinfreschi
13.54 nel mondo sù, dove tornar li lece».

13.55 E 'l tronco: «Sì col dolce dir m'adeschi,vedi nota in-13-55 m'adeschi : m'inviti.
13.56 ch'i' non posso tacere; e voi non gravivedi nota in-13-56 voi non gravi: non vi sia sgradito.
13.57 perch'io un poco a ragionar m'inveschi.vedi nota in-13-57 m'inveschi : mi intrattenga.

13.58 Io son colui che tenni ambo le chiavivedi nota in-13-58 ambo le chiavi: " l'affermativa che apriva (" diserrando ") lo cuore e la negativa che lo serrava " (Buti). Nel tronco é lo spirito di Pier delle Vigne, protonotaro e logoteta di Federico II, del quale seppe conquistare la piena fiducia; ma, caduto in disgrazia del suo signore, fu imprigionato e accecato, per cui si uccise.
13.59 del cor di Federigo, e che le volsi,
13.60 serrando e diserrando, sì soavi,vedi nota in-13-60 sì soavi: con tanta delicata accortezza, che allontanai quasi tutti gli altri dalla sua intimità (" secreto ").

13.61 che dal secreto suo quasi ogn'uom tolsi:
13.62 fede portai al glorioso offizio,
13.63 tanto ch'i' ne perde' li sonni e ' polsi.vedi nota in-13-63 tanto ch'i ne perde': tanto che ne persi le forze.

13.64 La meretrice che mai da l'ospiziovedi nota in-13-64 La meretrice: l'invidia, capace di prostituire le coscienze, che non distolse mai gli occhi disonesti dalla reggia dell'imperatore (" Cesare ")….
13.65 di Cesare non torse li occhi putti,
13.66 morte comune e de le corti vizio,

13.67 infiammò contra me li animi tutti;
13.68 e li 'nfiammati infiammar sì Augusto,vedi nota in-13-68 Augusto : l'imperatore.
13.69 che ' lieti onor tornaro in tristi lutti.vedi nota in-13-69 tornaro: si mutarono.

13.70 L'animo mio, per disdegnoso gusto,
13.71 credendo col morir fuggir disdegno,
13.72 ingiusto fece me contra me giusto.vedi nota in-13-72 ingiusto fece: mi rese colpevole, in quanto suicida, contro di me che pure ero innocente delle colpe attribuitemi.

13.73 Per le nove radici d'esto legnovedi nota in-13-73 nove: nuove, relativamente al tempo e al modo.
13.74 vi giuro che già mai non ruppi fede
13.75 al mio segnor, che fu d'onor sì degno.

13.76 E se di voi alcun nel mondo riede,vedi nota in-13-76 riede : ritorna.
13.77 conforti la memoria mia, che giace
13.78 ancor del colpo che 'nvidia le diede».vedi nota in-13-78 del colpo: a causa del colpo.

13.79 Un poco attese, e poi «Da ch'el si tace»,
13.80 disse 'l poeta a me, «non perder l'ora;vedi nota in-13-80 l'ora : l'occasione.
13.81 ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace».

13.82 Ond'io a lui: «Domandal tu ancora
13.83 di quel che credi ch'a me satisfaccia;
13.84 ch'i' non potrei, tanta pietà m'accora».

13.85 Perciò ricominciò: «Se l'om ti facciavedi nota in-13-85 Se l'om ti faccia: voglia il cielo che ti si conceda; " se " ha valore ottativo, come al v. 82 del c. X, e " l'om " è l'"on" impersonale dei Francesi.
13.86 liberamente ciò che 'l tuo dir priega,vedi nota in-13-86 liberamente : spontaneamente.
13.87 spirito incarcerato, ancor ti piacciavedi nota in-13-87 incarcerato: imprigionato nel tronco.

13.88 di dirne come l'anima si legavedi nota in-13-88 si lega : si materializza in questi legni nodosi (" nocchi ").
13.89 in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
13.90 s'alcuna mai di tai membra si spiega».vedi nota in-13-90 si spiega: si libera.

13.91 Allor soffiò il tronco forte, e poi
13.92 si convertì quel vento in cotal voce:
13.93 «Brievemente sarà risposto a voi.

13.94 Quando si parte l'anima ferocevedi nota in-13-94 feroce: poiché "incrudelisce contro se medesima " (Buti).
13.95 dal corpo ond'ella stessa s'è disvelta,
13.96 Minòs la manda a la settima foce.vedi nota in-13-96 a la settima foce: al settimo cerchio.

13.97 Cade in la selva, e non l'è parte scelta;
13.98 ma là dove fortuna la balestra,
13.99 quivi germoglia come gran di spelta.vedi nota in-13-99 gran di spelta: una specie di biada che si sviluppa facilmente.

13.100 Surge in vermena e in pianta silvestra:vedi nota in-13-100 vermena: stelo tenue ed erbaceo.
13.101 l'Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
13.102 fanno dolore, e al dolor fenestra.vedi nota in-13-102 fenestra: apertura donde escono i lamenti.

13.103 Come l'altre verrem per nostre spoglie,vedi nota in-13-103 per nostre spoglie: per la resurrezione dei corpi dopo il Giudizio Universale.
13.104 ma non però ch'alcuna sen rivesta,
13.105 ché non è giusto aver ciò ch'om si toglie.

13.106 Qui le trascineremo, e per la mesta
13.107 selva saranno i nostri corpi appesi,
13.108 ciascuno al prun de l'ombra sua molesta».vedi nota in-13-108 molesta: perché l'anima (" ombra ") lo spinse al suicidio.

13.109 Noi eravamo ancora al tronco attesi,vedi nota in-13-109 attesi : intenti.
13.110 credendo ch'altro ne volesse dire,
13.111 quando noi fummo d'un romor sorpresi,

13.112 similemente a colui che venire
13.113 sente 'l porco e la caccia a la sua posta,vedi nota in-13-113 'l porco: il cinghiale e la muta con i cacciatori al luogo ove è appostato (" posta ").
13.114 ch'ode le bestie, e le frasche stormire.

13.115 Ed ecco due da la sinistra costa,
13.116 nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
13.117 che de la selva rompieno ogni rosta.vedi nota in-13-117 rosta: frasca; in particolare quelle usate per scacciare le mosche.

13.118 Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».vedi nota in-13-118 accorri, morte : é un irrealizzabile desiderio.
13.119 E l'altro, cui pareva tardar troppo,vedi nota in-13-119 cui pareva tardar troppo: al quale sembrava di essere troppo lento.
13.120 gridava: «Lano, sì non furo accortevedi nota in-13-120 Lano: Lano da Siena è un noto scialacquatore e sappiamo che morì nella battaglia di Pieve del Toppo (" giostre dal Toppo ") combattuta tra Aretini e Senesi.

13.121 le gambe tue a le giostre dal Toppo!».
13.122 E poi che forse li fallia la lena,vedi nota in-13-122 fallìa la lena: veniva meno la forza.
13.123 di sé e d'un cespuglio fece un groppo.

13.124 Di rietro a loro era la selva piena
13.125 di nere cagne, bramose e correnti
13.126 come veltri ch'uscisser di catena.

13.127 In quel che s'appiattò miser li denti,vedi nota in-13-127 In quel: nelle membra dell'altro scialacquatore, Giacomo da Sant'Andrea, nobiluomo padovano, nel 1237 al seguito di Federico II e nel 1239 fatto uccidere da Ezzelino. Di lui si narravano le più folli prodiglità.
13.128 e quel dilaceraro a brano a brano;
13.129 poi sen portar quelle membra dolenti.

13.130 Presemi allor la mia scorta per mano,
13.131 e menommi al cespuglio che piangea,
13.132 per le rotture sanguinenti in vano.vedi nota in-13-132 in vano: senza trovar conforto.

13.133 «O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea,
13.134 che t'è giovato di me fare schermo?
13.135 che colpa ho io de la tua vita rea?».

13.136 Quando 'l maestro fu sovr'esso fermo,
13.137 disse «Chi fosti, che per tante punte
13.138 soffi con sangue doloroso sermo?».vedi nota in-13-138 doloroso sermo: dolorose parole.

13.139 Ed elli a noi: «O anime che giunte
13.140 siete a veder lo strazio disonestovedi nota in-13-140 disonesto: indecoroso e infamante.
13.141 c'ha le mie fronde sì da me disgiunte,

13.142 raccoglietele al piè del tristo cesto.vedi nota in-13-142 cesto: la base del cespuglio.
13.143 I' fui de la città che nel Batistavedi nota in-13-143 I' fui: fui di Firenze, città che mutò in San Giovanni Battista il primo patrono: Marte. E per questo egli, il dio (" ei "), sempre l'agiterà con la guerra (" con l'arte sua ").
13.144 mutò il primo padrone; ond'ei per questo

13.145 sempre con l'arte sua la farà trista;
13.146 e se non fosse che 'n sul passo d'Arnovedi nota in-13-146 sul passo d'Arno: sul passaggio attraverso l'Arno, cioè Ponte Vecchio.
13.147 rimane ancor di lui alcuna vista,vedi nota in-13-147 alcuna vista: una immagine visibile. Allude al frammento d'una statua, ritenuta di Marte, posta sul ponte Vecchio fino al 1333, quando fu trascinata via da un'inondazione.

13.148 que' cittadin che poi la rifondarno
13.149 sovra 'l cener che d'Attila rimase,vedi nota in-13-149 'l cener: questa distruzione di Firenze è leggendaria.
13.150 avrebber fatto lavorare indarno.vedi nota in-13-150 lavorare indarno: inutile sarebbe stata la ricostruzione di Firenze, se non fosse stata ritrovata la statua abbattuta in Arno dai barbari.

13.151 Io fei gibetto a me de le mie case».vedi nota in-13-151 gibetto: dell'antico francese gibet = forca, vuol dire: io mi impiccai nelle mie case. Si tratta di Lotto degli Agli o di Rocco de' Mozzi.

Inferno : Canto 14

14.1 Poi che la carità del natio locovedi nota in-14-1 carità: amore di patria.
14.2 mi strinse, raunai le fronde sparte,vedi nota in-14-2 raunai le fronde sparte: radunai le foglie sparse.
14.3 e rende'le a colui, ch'era già fioco.vedi nota in-14-3 già fioco: ormai sfinito dal dolore, non parlava più.

14.4 Indi venimmo al fine ove si partevedi nota in-14-4 fine : confine, ove si separa (" si parte " ).
14.5 lo secondo giron dal terzo, e dove
14.6 si vede di giustizia orribil arte.

14.7 A ben manifestar le cose nove,
14.8 dico che arrivammo ad una landa
14.9 che dal suo letto ogne pianta rimove.vedi nota in-14-9 rimove: non consente di germogliare sul suo terreno ( " letto " ).

14.10 La dolorosa selva l'è ghirlandavedi nota in-14-10 l'è ghirlanda: la circonda. Si ricordi che i tre gironi sono concentrici.
14.11 intorno, come 'l fosso tristo ad essa:vedi nota in-14-11 'l fosso tristo : il Flegetonte.
14.12 quivi fermammo i passi a randa a randa.vedi nota in-14-12 a randa a randa: proprio sull'orlo (cfr. il tedesco Rand).

14.13 Lo spazzo era una rena arida e spessa,vedi nota in-14-13 spazzo: spazio di terreno aperto e desolato.
14.14 non d'altra foggia fatta che colei
14.15 che fu da' piè di Caton già soppressa.vedi nota in-14-15 soppressa: calpestata, quando Catone Uticense attraversò il deserto libico con i resti dell'esercito pompeiano.

14.16 O vendetta di Dio, quanto tu deivedi nota in-14-16 vendetta : giusta punizione; dei : devi.
14.17 esser temuta da ciascun che legge
14.18 ciò che fu manifesto a li occhi miei!

14.19 D'anime nude vidi molte gregge
14.20 che piangean tutte assai miseramente,
14.21 e parea posta lor diversa legge.vedi nota in-14-21 e parea: e appariva che era loro segnata una pena non uguale per tutti (" diversa " ).

14.22 Supin giacea in terra alcuna gente,vedi nota in-14-22 Supin: nel III girone del 7° cerchio sono puniti i violenti contro Dio nella persona (bestemmiatori), che giacciono supini sul sabbione; i violenti contro l'arte (usurai), seduti in terra e i violenti contro natura (sodomiti), trascinati in un'interminabile corsa.
14.23 alcuna si sedea tutta raccolta,
14.24 e altra andava continuamente.

14.25 Quella che giva intorno era più molta,vedi nota in-14-25 era più molta: era più numerosa; si tratta dei sodomiti.
14.26 e quella men che giacea al tormento,
14.27 ma più al duolo avea la lingua sciolta.vedi nota in-14-27 ma più al duolo…: emetteva più dolorosi lamenti; si tratta dei bestemmiatori.

14.28 Sovra tutto 'l sabbion, d'un cader lento,vedi nota in-14-28 d'un cader lento: con una lenta caduta, piovevano larghe fiammelle, come fiocchi di neve su di un monte ("alpe ") quando non spira il vento.
14.29 piovean di foco dilatate falde,
14.30 come di neve in alpe sanza vento.

14.31 Quali Alessandro in quelle parti caldevedi nota in-14-31 Quali: come Alessandro Magno, in India, vide cadere sul suo esercito (" stuolo ") delle fiamme che restavano intatte fino a terra per cui provvide a far calpestare il suolo dalle sue truppe, in modo che il fuoco (" vapore ") più facilmente si poteva estinguere ( " mei si stingueva " ). finché 1e fiamme non si erano accumulate; così scendeva il fuoco eterno " l'etternale ardore ".
14.32 d'India vide sopra 'l suo stuolo
14.33 fiamme cadere infino a terra salde,

14.34 per ch'ei provide a scalpitar lo suolo
14.35 con le sue schiere, acciò che lo vapore
14.36 mei si stingueva mentre ch'era solo:

14.37 tale scendeva l'etternale ardore;
14.38 onde la rena s'accendea, com'escavedi nota in-14-38 com'esca: come l'esca accesa dall'acciarino (" focile ").
14.39 sotto focile, a doppiar lo dolore.

14.40 Sanza riposo mai era la trescavedi nota in-14-40 la tresca: il movimento delle mani da una parte e dall'altra ("or quindi or quinci "), cercando di allontanare il fuoco caduto da ultimo (" arsura fresca ").
14.41 de le misere mani, or quindi or quinci
14.42 escotendo da sé l'arsura fresca.

14.43 I' cominciai: «Maestro, tu che vinci
14.44 tutte le cose, fuor che ' demon duri
14.45 ch'a l'intrar de la porta incontra uscinci,vedi nota in-14-45 uscinci: ci uscirono.

14.46 chi è quel grande che non par che curivedi nota in-14-46 quel grande: quello spirito gigantesco. E' Capaneo, uno dei sette re che combatterono a Tebe contro Eteocle. Salito per primo sulle mura della città assediata, oso' sfidare Giove che lo fulminò.
14.47 lo 'ncendio e giace dispettoso e torto,
14.48 sì che la pioggia non par che 'l marturi?».vedi nota in-14-48 che 'l marturi?: che riesca a "lomarlo"?.

14.49 E quel medesmo, che si fu accorto
14.50 ch'io domandava il mio duca di lui,
14.51 gridò: «Qual io fui vivo, tal son morto.

14.52 Se Giove stanchi 'l suo fabbro da cuivedi nota in-14-52 Se Giove stanchi: anche se Giove affatica Vulcano ( "'l suo fabbro" ) da cui rabbioso (" crucciato ") prese la folgore con la quale fui colpito a morte; o se egli sollecita (" stanchi ") i Ciclopi (" li altri ") che si dànno il cambio (" a muta a muta ") nella nera fucina dell'Etna (" Mongibello "), chiamando in soccorso Vulcano, come fece alla battaglia di Flegra contro i Giganti che minacciavano il cielo, pur saettandomi con tutta la sua forza, non potrebbe piegarmi (" aver vendetta allegra ").
14.53 crucciato prese la folgore aguta
14.54 onde l'ultimo dì percosso fui;

14.55 o s'elli stanchi li altri a muta a muta
14.56 in Mongibello a la focina negra,
14.57 chiamando "Buon Vulcano, aiuta, aiuta!",

14.58 sì com'el fece a la pugna di Flegra,
14.59 e me saetti con tutta sua forza,
14.60 non ne potrebbe aver vendetta allegra».

14.61 Allora il duca mio parlò di forza
14.62 tanto, ch'i' non l'avea sì forte udito:
14.63 «O Capaneo, in ciò che non s'ammorza

14.64 la tua superbia, se' tu più punito:
14.65 nullo martiro, fuor che la tua rabbia,vedi nota in-14-65 nullo martiro: nessuna pena sarebbe adeguata al tuo furore, tranne la tua rabbia.
14.66 sarebbe al tuo furor dolor compito».

14.67 Poi si rivolse a me con miglior labbiavedi nota in-14-67 con miglior labbia: con aspetto più sereno.
14.68 dicendo: «Quei fu l'un d'i sette regi
14.69 ch'assiser Tebe; ed ebbe e par ch'elli abbiavedi nota in-14-69 ch'assiser: che assediarono.

14.70 Dio in disdegno, e poco par che 'l pregi;
14.71 ma, com'io dissi lui, li suoi dispettivedi nota in-14-71 li suoi dispetti: la sua rabbia impotente é un meritato ornamento.
14.72 sono al suo petto assai debiti fregi.

14.73 Or mi vien dietro, e guarda che non metti,
14.74 ancor, li piedi ne la rena arsiccia;
14.75 ma sempre al bosco tien li piedi stretti».vedi nota in-14-75 stretti: accostàti, per quanto puoi.

14.76 Tacendo divenimmo là 've spiccia
14.77 fuor de la selva un picciol fiumicello,
14.78 lo cui rossore ancor mi raccapriccia.vedi nota in-14-78 lo cui rossore: le acque sono vermiglie perché il fiumicello deriva dal Flegetonte.

14.79 Quale del Bulicame esce ruscellovedi nota in-14-79 Bulicame: sorgente termale nei pressi di Viterbo, che formava in seguito (" poi ") un ruscello, le cui acque le meretrici si dividevano per le loro abluzioni.
14.80 che parton poi tra lor le peccatrici,
14.81 tal per la rena giù sen giva quello.

14.82 Lo fondo suo e ambo le pendici
14.83 fatt'era 'n pietra, e ' margini dallato;
14.84 per ch'io m'accorsi che 'l passo era lici.vedi nota in-14-84 lici: di lì (cfr. lat. illic) era il passaggio; cioè dove le sponde erano pietrose.

14.85 «Tra tutto l'altro ch'i' t'ho dimostrato,
14.86 poscia che noi intrammo per la porta
14.87 lo cui sogliare a nessuno è negato,vedi nota in-14-87 lo cui sogliare: la cui soglia tutti possono varcare; è la porta dell'Inferno, priva di serratura.

14.88 cosa non fu da li tuoi occhi scorta
14.89 notabile com'è 'l presente rio,
14.90 che sovra sé tutte fiammelle ammorta».vedi nota in-14-90 ammorta : spegne, smorza.

14.91 Queste parole fuor del duca mio;
14.92 per ch'io 'l pregai che mi largisse 'l pastovedi nota in-14-92 che mi largisse: che mi esponesse la spiegazione (" il pasto") di cui mi aveva acceso il desiderio.
14.93 di cui largito m'avea il disio.

14.94 «In mezzo mar siede un paese guasto»,vedi nota in-14-94 In mezzo mar: nel mare Mediterraneo giace un paese deserto (" guasto "), chiamato Creta, sotto il cui re Saturno il mondo si conservò puro; cioè durante l'età dell'oro.
14.95 diss'elli allora, «che s'appella Creta,
14.96 sotto 'l cui rege fu già 'l mondo casto.

14.97 Una montagna v'è che già fu lietavedi nota in-14-97 lieta : rallegrata.
14.98 d'acqua e di fronde, che si chiamò Ida:vedi nota in-14-98 Ida: é l'attuale monte Psiloriti.
14.99 or è diserta come cosa vieta.vedi nota in-14-99 vieta: vecchia (cfr. lat. vetus).

14.100 Rea la scelse già per cuna fidavedi nota in-14-100 Rea: Rea o Cibele, moglie di Saturno, la scelse per allevarvi Giove e, per sottrarlo al padre che lo avrebbe divorato per non esser da lui privato del trono, lo affidò ai Coribanti, suoi sacerdoti che ne coprissero i vagiti col fracasso consueto ai loro riti.
14.101 del suo figliuolo, e per celarlo meglio,
14.102 quando piangea, vi facea far le grida.

14.103 Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,vedi nota in-14-103 veglio: vecchio. Il veglio di Creta ha valore allegorico; volge le spalle all'Oriente (Damiata è Damietta, alle foci del Nilo), donde prima venne l'umanità e guarda a Roma, centro dell'Impero e della cristianità, come a suo specchio (" speglio "). Il corpo rappresenta le varie età mitiche: la testa, quella dell'oro, il petto, quella dell'argento, il bacino fino alla biforcazione delle gambe (" forcata ") quella del rame, le gambe quella del ferro (" ferro eletto " : puro). II piede destro, di terracotta, sembra simboleggiare il potere spirituale, reso fragile dalla cupidigia dei beni temporali. Ogni parte del corpo, inoltre, presenta una fessura che versa lacrime capaci di forare (" foran ") la grotta dove si trova il veglio, dando origine ai fiume infernali.
14.104 che tien volte le spalle inver' Dammiata
14.105 e Roma guarda come suo speglio.

14.106 La sua testa è di fin oro formata,
14.107 e puro argento son le braccia e 'l petto,
14.108 poi è di rame infino a la forcata;

14.109 da indi in giuso è tutto ferro eletto,
14.110 salvo che 'l destro piede è terra cotta;
14.111 e sta 'n su quel più che 'n su l'altro, eretto.

14.112 Ciascuna parte, fuor che l'oro, è rotta
14.113 d'una fessura che lagrime goccia,
14.114 le quali, accolte, foran quella grotta.

14.115 Lor corso in questa valle si diroccia:vedi nota in-14-115 si diroccia: cade di roccia in roccia.
14.116 fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
14.117 poi sen van giù per questa stretta docciavedi nota in-14-117 doccia: canale; é il " fiumicello " del v. 77.

14.118 infin, là ove più non si dismontavedi nota in-14-118 più non si dismonta: più giù non si discende.
14.119 fanno Cocito; e qual sia quello stagnovedi nota in-14-119 Cocito: cfr. c. XXXII, 22 e segg.
14.120 tu lo vedrai, però qui non si conta».vedi nota in-14-120 non si conta: non si descrive.

14.121 E io a lui: «Se 'l presente rigagnovedi nota in-14-121 rigagno : rigagnolo, fiumicello.
14.122 si diriva così dal nostro mondo,
14.123 perché ci appar pur a questo vivagno?».vedi nota in-14-123 vivagno: orlo, margine della selva tra il II e il III girone.

14.124 Ed elli a me: «Tu sai che 'l loco è tondo;
14.125 e tutto che tu sie venuto molto,vedi nota in-14-125 tutto che…: sebbene tu abbia proceduto molto, soltanto a sinistra, tuttavia non hai compiuto il percorso di un'intera circonferenza; perciò non devi meravigliarti se si presenta qualcosa che ancor non hai visto (" nova ").
14.126 pur a sinistra, giù calando al fondo,

14.127 non se' ancor per tutto il cerchio vòlto:
14.128 per che, se cosa n'apparisce nova,
14.129 non de' addur maraviglia al tuo volto».

14.130 E io ancor: «Maestro, ove si trova
14.131 Flegetonta e Letè? ché de l'un taci,vedi nota in-14-131 dell'un: del Letè taci e del Flegetonte dici che sl forma dalle lacrime del veglio (" d'esta piova ").
14.132 e l'altro di' che si fa d'esta piova».

14.133 «In tutte tue question certo mi piaci»,
14.134 rispuose; «ma 'l bollor de l'acqua rossavedi nota in-14-134 'l bollor: il ribollire dell'acqua rossa doveva spiegarti che quello era il Flegetonte; tale nome significa infatti bollente.
14.135 dovea ben solver l'una che tu faci.

14.136 Letè vedrai, ma fuor di questa fossa,
14.137 là dove vanno l'anime a lavarsivedi nota in-14-137 là dove: nel Paradiso terrestre (cfr. Purg. XXVIII, 121).
14.138 quando la colpa pentuta è rimossa».

14.139 Poi disse: «Omai è tempo da scostarsi
14.140 dal bosco; fa che di retro a me vegne:
14.141 li margini fan via, che non son arsi,vedi nota in-14-141 fan via: permettono il passaggio.

14.142 e sopra loro ogne vapor si spegne».

Inferno : Canto 15

15.1 Ora cen porta l'un de' duri margini;
15.2 e 'l fummo del ruscel di sopra aduggia,vedi nota in-15-2 e 'l fummo: e il vapore che si leva dal ruscello fa ombra ( " aduggia " ) e ristagna, cosicché ripara dal fuoco l'acqua e le rive (" argini ").
15.3 sì che dal foco salva l'acqua e li argini.

15.4 Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,vedi nota in-15-4 tra Guizzante e Bruggia: tra Wissand e Bruges, in Fiandra, elevano argini e dighe (" lo schermo ") perché il mare sia contenuto.
15.5 temendo 'l fiotto che 'nver lor s'avventa,
15.6 fanno lo schermo perché 'l mar si fuggia;

15.7 e quali Padoan lungo la Brenta,
15.8 per difender lor ville e lor castelli,
15.9 anzi che Carentana il caldo senta:vedi nota in-15-9 anzi che Carentana: prima che la Carinzia (comprendendo in essa anche la Valsugana, dove nasce la Brenta) subisca il calore che scioglie le nevi e ingrossa i fiumi.

15.10 a tale imagine eran fatti quelli,
15.11 tutto che né sì alti né sì grossi,vedi nota in-15-11 tutto che: sebbene.
15.12 qual che si fosse, lo maestro felli.vedi nota in-15-12 lo maestro felli: l'artefice li costruì, chiunque egli fosse, o Dio o uno dei suoi ministri.

15.13 Già eravam da la selva rimossivedi nota in-15-13 rimossi: allontanati.
15.14 tanto, ch'i' non avrei visto dov'era,
15.15 perch'io in dietro rivolto mi fossi,vedi nota in-15-15 perch'io: per quanto io.

15.16 quando incontrammo d'anime una schiera
15.17 che venìan lungo l'argine, e ciascuna
15.18 ci riguardava come suol da sera

15.19 guardare uno altro sotto nuova luna;vedi nota in-15-19 guardare uno altro: come si suole (" uno " impersonale) guardare un'altro incontrato di sera quando, per la luna nuova, il buio è profondo; cioè, aguzzando la vista, come fa il vecchio sarto per attraversare col filo la cruna di un ago.
15.20 e sì ver' noi aguzzavan le ciglia
15.21 come 'l vecchio sartor fa ne la cruna.

15.22 Così adocchiato da cotal famiglia,vedi nota in-15-22 famiglia: schiera di colpevoli di peccato analogo (cfr. c. IV, 132).
15.23 fui conosciuto da un, che mi prese
15.24 per lo lembo e gridò: «Qual maraviglia!».

15.25 E io, quando 'l suo braccio a me distese,
15.26 ficcai li occhi per lo cotto aspetto,vedi nota in-15-26 cotto: bruciato dall'eterna pioggia di fuoco.
15.27 sì che 'l viso abbrusciato non difesevedi nota in-15-27 non difese: non impedì (cfr. il francese "defendu"=proibito) al mio discernimento (" 'ntelletto ") di riconoscerlo.

15.28 la conoscenza sua al mio 'ntelletto;
15.29 e chinando la mano a la sua faccia,
15.30 rispuosi: «Siete voi qui, ser Brunetto?».vedi nota in-15-30 ser Brunetto?: Brunetto Latini, notaio (perciò è detto " ser "), letterato e uomo politico fiorentino, fu maestro di Dante e autore de "Li Livres du Tresor" e di molti libri di filosofia . E' qui punito tra i sodomiti.

15.31 E quelli: «O figliuol mio, non ti dispiaccia
15.32 se Brunetto Latino un poco teco
15.33 c e lascia andar la traccia».vedi nota in-15-33 ritorna 'ndietro: la pena è di andare sempre senza arrestarsi: perciò egli torna indietro, lasciando la fila (" traccia " cfr. c. XII, n. SB) dei compagni; per non fermarsi.

15.34 I' dissi lui: «Quanto posso, ven preco;
15.35 e se volete che con voi m'asseggia,vedi nota in-15-35 m'asseggia: mi fermi.
15.36 faròl, se piace a costui che vo seco».

15.37 «O figliuol», disse, «qual di questa greggiavedi nota in-15-37 qual : chiunque.
15.38 s'arresta punto, giace poi cent'anni
15.39 sanz'arrostarsi quando 'l foco il feggia.vedi nota in-15-39 sanz'arrostarsi: senza possibilità di farsi schermo con le braccia come se queste fossero una frasca (" rosta " : cfr. c. XIII, 117 e n.), quando il fuoco lo ferisca ( " feggia " ).

15.40 Però va oltre: i' ti verrò a' panni;
15.41 e poi rigiugnerò la mia masnada,
15.42 che va piangendo i suoi etterni danni».

15.43 I' non osava scender de la stradavedi nota in-15-43 scender: si ricordi che Dante procede lungo i " margini " (cfr. v. 1), elevati rispetto al sabbione.
15.44 per andar par di lui; ma 'l capo chino
15.45 tenea com'uom che reverente vada.

15.46 El cominciò: «Qual fortuna o destino
15.47 anzi l'ultimo dì qua giù ti mena?vedi nota in-15-47 anzi l'ultimo dì: prima della morte corporale.
15.48 e chi è questi che mostra 'l cammino?».

15.49 «Là sù di sopra, in la vita serena»,
15.50 rispuos'io lui, «mi smarri' in una valle,
15.51 avanti che l'età mia fosse piena.vedi nota in-15-51 avanti…: prima di raggiungere il " mezzo del cammin di nostra vita ".

15.52 Pur ier mattina le volsi le spalle:
15.53 questi m'apparve, tornand'io in quella,
15.54 e reducemi a ca per questo calle».vedi nota in-15-54 a ca: a casa; cioè in cielo, ove è la dimora delle anime.

15.55 Ed elli a me: «Se tu segui tua stella,vedi nota in-15-55 tua stella: la benevola influenza del cielo.
15.56 non puoi fallire a glorioso porto,vedi nota in-15-56 fallire: mancar di giungere.
15.57 se ben m'accorsi ne la vita bella;

15.58 e s'io non fossi sì per tempo morto,vedi nota in-15-58 sì per tempo: troppo presto in confronto a Dante che, quando Brunetto morì, nel 1293 o '94, contava 28 o 29 anni.
15.59 veggendo il cielo a te così benigno,
15.60 dato t'avrei a l'opera conforto.vedi nota in-15-60 conforto : sostegno, aiuto.

15.61 Ma quello ingrato popolo maligno
15.62 che discese di Fiesole ab antico,vedi nota in-15-62 di Fiesole *ab* antico: si racconta che anticamente Cesare, dopo aver distrutto Fiesole, fondò Firenze, popolandola di coloni romani e di Fiesolani, i quali ultimi conservano ancora un carattere rude ed aspro come il monte donde provengono.
15.63 e tiene ancor del monte e del macigno,

15.64 ti si farà, per tuo ben far, nimico:
15.65 ed è ragion, ché tra li lazzi sorbivedi nota in-15-65 ed è ragion: ed é giusto, perché il dolce fico non può allignare tra i sorbi aspri, dal sapore acidulo.
15.66 si disconvien fruttare al dolce fico.

15.67 Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;vedi nota in-15-67 orbi: i Fiorentini, nella loro cecità, peccano di invidia, superbia, avarizia come già ha detto Ciacco (cfr. c. VI, 74 e seguente).
15.68 gent'è avara, invidiosa e superba:
15.69 dai lor costumi fa che tu ti forbi.vedi nota in-15-69 ti forbi : ti purifichi (da forbire : nettare).

15.70 La tua fortuna tanto onor ti serba,
15.71 che l'una parte e l'altra avranno famevedi nota in-15-71 l'una parte e l'altra: i Bianchi e i Neri ti perseguiteranno ("avranno fame di te " ) ma non potranno averti ( " ma lungi… ").
15.72 di te; ma lungi fia dal becco l'erba.

15.73 Faccian le bestie fiesolane stramevedi nota in-15-73 strame : foraggio; perciò: si divorino tra di loro.
15.74 di lor medesme, e non tocchin la pianta,
15.75 s'alcuna surge ancora in lor letame,

15.76 in cui riviva la sementa santa
15.77 di que' Roman che vi rimaser quandovedi nota in-15-77 di que' Roman: cfr. n. al v. 62.
15.78 fu fatto il nido di malizia tanta».

15.79 «Se fosse tutto pieno il mio dimando»,vedi nota in-15-79 Se fosse tutto pieno: se si potesse esaudire il mio desiderio, voi sareste ancora tra i vivi.
15.80 rispuos'io lui, «voi non sareste ancora
15.81 de l'umana natura posto in bando;

15.82 ché 'n la mente m'è fitta, e or m'accora,
15.83 la cara e buona imagine paterna
15.84 di voi quando nel mondo ad ora ad oravedi nota in-15-84 ad ora ad ora : di quanto in quando.

15.85 m'insegnavate come l'uom s'etterna:
15.86 e quant'io l'abbia in grado, mentr'io vivovedi nota in-15-86 e quant'io: e quanto io ve ne sia grato, è necessario e giusto che si scorga dalle mie parole, finché avrò vita.
15.87 convien che ne la mia lingua si scerna.

15.88 Ciò che narrate di mio corso scrivo,vedi nota in-15-88 di mio corso: del corso della mia vita, lo incido nella memoria (" scrivo ") e lo conservo per farmelo chiarire (" chiosar"), confrontato con altre predizioni (" testo "), quelle di Ciacco e di Farinata, da una Donna (Beatrice) che saprà farlo (cfr. c. X, 132) se a lei arrivo.
15.89 e serbolo a chiosar con altro testo
15.90 a donna che saprà, s'a lei arrivo.

15.91 Tanto vogl'io che vi sia manifesto,vedi nota in-15-91 Tanto… : questo solo (" tanto ") voglio che vi sia manifesto: che sono pronto a sostenere i rovesci della sorte purché la mia coscienza non mi rimproveri ("garra").
15.92 pur che mia coscienza non mi garra,
15.93 che a la Fortuna, come vuol, son presto.

15.94 Non è nuova a li orecchi miei tal arra:vedi nota in-15-94 arra: caparra, nel senso di minaccia.
15.95 però giri Fortuna la sua rota
15.96 come le piace, e 'l villan la sua marra».vedi nota in-15-96 e 'l villan la sua marra: conclusione di sapore proverbiale; Dante si cura dei colpi della fortuna quanto si curerebbe dello zappare di un bifolco.

15.97 Lo mio maestro allora in su la gota
15.98 destra si volse in dietro, e riguardommi;
15.99 poi disse: «Bene ascolta chi la nota».vedi nota in-15-99 Bene ascolta chi la nota: ascolta con profitto chi, questa sentenza, la ripone nella memoria.

15.100 Né per tanto di men parlando vommivedi nota in-15-100 per tanto: per l'intervento di Virgilio.
15.101 con ser Brunetto, e dimando chi sono
15.102 li suoi compagni più noti e più sommi.

15.103 Ed elli a me: «Saper d'alcuno è buono;
15.104 de li altri fia laudabile tacerci,
15.105 ché 'l tempo sarìa corto a tanto suono.vedi nota in-15-105 ché 'l tempo: ché mancherebbe il tempo per fare un elenco completo.

15.106 In somma sappi che tutti fur chercivedi nota in-15-106 cherci : ecclesiastici.
15.107 e litterati grandi e di gran fama,
15.108 d'un peccato medesmo al mondo lerci.

15.109 Priscian sen va con quella turba grama,vedi nota in-15-109 Priscian: é Prisciano da Cesarea, famoso grammatico latino; Francesco d'Accorso é un giurista bolognese del sec. XIII.
15.110 e Francesco d'Accorso anche; e vedervi,
15.111 s'avessi avuto di tal tigna brama,

15.112 colui potei che dal servo de' servivedi nota in-15-112 colui potei: avresti anche potuto vedervi colui che, già vescovo di Firenze fu trasferito a Vicenza (" in Bacchiglione ") dal papa ( " servo de' servi " ) e in quella città morì ("lasciò…"). E' Andrea dei Mozzi.
15.113 fu trasmutato d'Arno in Bacchiglione,
15.114 dove lasciò li mal protesi nervi.

15.115 Di più direi; ma 'l venire e 'l sermone
15.116 più lungo esser non può, però ch'i' veggio
15.117 là surger nuovo fummo del sabbione.vedi nota in-15-117 nuovo fummo: é il polverio alzato da una nuova schiera, con la quale Brunetto non può e non deve confondersi (" esser non deggio").

15.118 Gente vien con la quale esser non deggio.
15.119 Sieti raccomandato il mio Tesoro
15.120 nel qual io vivo ancora, e più non cheggio».

15.121 Poi si rivolse, e parve di coloro
15.122 che corrono a Verona il drappo verdevedi nota in-15-122 il drappo verde: gara di corsa podistica che si effettuava a Verona la prima domenica di quaresima.
15.123 per la campagna; e parve di costoro

15.124 quelli che vince, non colui che perde.

Inferno : Canto 16

16.1 Già era in loco onde s'udìa 'l rimbombo
16.2 de l'acqua che cadea ne l'altro giro,vedi nota in-16-2 ne l'altro giro: nell'altro cerchio, l'ottavo.
16.3 simile a quel che l'arnie fanno rombo,vedi nota in-16-3 simile: simile al cupo ronzio (" rombo ") che proviene dagli alveari ("arnie").

16.4 quando tre ombre insieme si partiro,vedi nota in-16-4 si partiro: si staccarono dalle altre.
16.5 correndo, d'una torma che passava
16.6 sotto la pioggia de l'aspro martiro.

16.7 Venian ver noi, e ciascuna gridava:
16.8 «Sòstati tu ch'a l'abito ne sembrivedi nota in-16-8 a l'abito: dal modo di vestire, sembri essere qualcuno della nostra malvagia città (" terra prava ").
16.9 esser alcun di nostra terra prava».

16.10 Ahimè, che piaghe vidi ne' lor membri
16.11 ricenti e vecchie, da le fiamme incese!
16.12 Ancor men duol pur ch'i' me ne rimembri.vedi nota in-16-12 pur ch'i' me ne rimembri: sol che me ne ricordi.

16.13 A le lor grida il mio dottor s'attese;vedi nota in-16-13 s'attese: rivolse la sua attenzione.
16.14 volse 'l viso ver me, e: «Or aspetta»,
16.15 disse «a costor si vuole esser cortese.vedi nota in-16-15 si vuole: bisogna.

16.16 E se non fosse il foco che saetta
16.17 la natura del loco, i' dicerei
16.18 che meglio stesse a te che a lor la fretta».vedi nota in-16-18 che meglio stesse: che meglio converrebbe a te, affrettarti al colloquio, che non a loro. Si spiega perché questi sodomiti sono cittadini ragguardevoli "ch'a ben far puoser li 'ngegni " (cfr. c. VI, 81).

16.19 Ricominciar, come noi restammo, ei
16.20 l'antico verso; e quando a noi fuor giunti,vedi nota in-16-20 l'antico verso: il consueto lamento.
16.21 fenno una rota di sé tutti e trei.vedi nota in-16-21 una rota: tutti e tre (" trei ") si disposero in cerchio e continuarono a procedere rotando; i sodomiti non possono mai fermarsi.

16.22 Qual sogliono i campion far nudi e unti,vedi nota in-16-22 Qual sogliono…: come usano fare gli atleti, nudi ed unti d'olio, cercando di individuare con gli occhi (" avvisando ") il punto ove afferrare con vantaggio l'avversario, prima che tra loro si colpiscano di piatto e di punta (" battuti e punti "). Vale a dire, con ceffoni e pugni.
16.23 avvisando lor presa e lor vantaggio,
16.24 prima che sien tra lor battuti e punti,

16.25 così rotando, ciascuno il visaggiovedi nota in-16-25 visaggio: il viso, cioè lo sguardo, si che in essi il collo e i piedi erano volti in direzioni contrarie. Cioè procedevano, ruotando, e volgevano il capo a Dante.
16.26 drizzava a me, sì che 'n contraro il collo
16.27 faceva ai piè continuo viaggio.

16.28 E «Se miseria d'esto loco sollovedi nota in-16-28 loco sollo : luogo molle; è il sabbione, cedevole sotto i passi.
16.29 rende in dispetto noi e nostri prieghi»,
16.30 cominciò l'uno «e 'l tinto aspetto e brollo,vedi nota in-16-30 brollo: brullo, squallido perché bruciacchiato.

16.31 la fama nostra il tuo animo pieghi
16.32 a dirne chi tu se', che i vivi piedi
16.33 così sicuro per lo 'nferno freghi.vedi nota in-16-33 freghi: più che strisciare (fregare) Dante poggia saldamente in terra i piedi, mentre i dannati, evidentemente, procedono saltellando per lo smisurato calore del sabbione ardente (cfr. " pestar " del v. seguente).

16.34 Questi, l'orme di cui pestar mi vedi,
16.35 tutto che nudo e dipelato vada,
16.36 fu di grado maggior che tu non credi:

16.37 nepote fu de la buona Gualdrada;vedi nota in-16-37 Gualdrada: figlia di Bellincione Berti, fu donna di esemplare virtù. Suo nipote, Guido Guerra, fu insigne uomo d'arme di parte guelfa: mori nel 1272.
16.38 Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita
16.39 fece col senno assai e con la spada.

16.40 L'altro, ch'appresso me la rena trita,vedi nota in-16-40 trita: calpesta il cedevole sabbione.
16.41 è Tegghiaio Aldobrandi, la cui vocevedi nota in-16-41 Tegghiaio Aldobrandi: fu podestà di Arezzo nel 1256. Cercò di evitare, senza riuscirvi, la sconfitta di Montaperti; per cui la sua fama (" voce ") dovrebbe essere apprezzata (" gradita ") nel mondo.
16.42 nel mondo sù dovrìa esser gradita.

16.43 E io, che posto son con loro in croce,
16.44 Iacopo Rusticucci fui; e certovedi nota in-16-44 Iacopo Rusticucci: gentiluomo e diplomatico, sembra qui confessare il suo peccato, attribuendone in certo modo la prima origine alla crudeltà mentale della moglie ritrosa (" fiera ").
16.45 la fiera moglie più ch'altro mi nuoce».

16.46 S'i' fossi stato dal foco coperto,vedi nota in-16-46 S'i' fossi: Dante da gran tempo (cfr. c. VI, v. 79) desiderava incontrarsi con il Tegghiaio e Iacopo Rusticucci.
16.47 gittato mi sarei tra lor di sotto,
16.48 e credo che 'l dottor l'avria sofferto;vedi nota in-16-48 sofferto : permesso, tollerato.

16.49 ma perch'io mi sarei brusciato e cotto,
16.50 vinse paura la mia buona voglia
16.51 che di loro abbracciar mi facea ghiotto.vedi nota in-16-51 ghiotto : desideroso.

16.52 Poi cominciai: «Non dispetto, ma dogliavedi nota in-16-52 dispetto: disprezzo, come al v. 29.
16.53 la vostra condizion dentro mi fisse,
16.54 tanta che tardi tutta si dispoglia,vedi nota in-16-54 tardi tutta si dispoglia: ci vorrà del tempo prima che dilegui completamente.

16.55 tosto che questo mio segnor mi dissevedi nota in-16-55 tosto che: non appena Virgilio mi disse (cfr. v. 14 e segg.) parole per cui io pensai che venisse gente così ragguardevole come voi siete, il vostro stato (" condizion ") mi suggerì (" dentro mi fisse ") non disprezzo, ma dolore.
16.56 parole per le quali i' mi pensai
16.57 che qual voi siete, tal gente venisse.

16.58 Di vostra terra sono, e sempre maivedi nota in-16-58 sempre mai : sempre.
16.59 l'ovra di voi e li onorati nomi
16.60 con affezion ritrassi e ascoltai.vedi nota in-16-60 ritrassí: appresi.

16.61 Lascio lo fele e vo per dolci pomivedi nota in-16-61 lo fele: il fiele, l'amaro dell'inferno; i " pomi " sono il frutto del bene a lui promesso da ( " per " ) Virgilio.
16.62 promessi a me per lo verace duca;
16.63 ma 'nfino al centro pria convien ch'i' tomi».vedi nota in-16-63 tomi: cada, discenda.

16.64 «Se lungamente l'anima conducavedi nota in-16-64 Se: con valore ottativo, come già altrove (cfr. c. X, 82 e 94).
16.65 le membra tue», rispuose quelli ancora,
16.66 «e se la fama tua dopo te luca,vedi nota in-16-66 luca : risplenda.

16.67 cortesia e valor dì se dimoravedi nota in-16-67 cortesia e valor: onestà e gentile bontà. dì : dicci.
16.68 ne la nostra città sì come suole,
16.69 o se del tutto se n'è gita fora;

16.70 ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duolevedi nota in-16-70 Guiglielmo Borsiere : cavaliere fiorentino assai lodato dal Boccaccio, che ne scrive nel Decamerone (I, 8). 71: per poco: da poco tempo.
16.71 con noi per poco e va là coi compagni,
16.72 assai ne cruccia con le sue parole».vedi nota in-16-72 ne cruccia: ci rattrista, parlandoci della corruzione di Firenze. Il Rusticucci chiede notizie a Dante, perché i dannati, come sappiamo (cfr. c. X, 100 e segg.), prevedono il futuro, ma ignorano il presente.

16.73 «La gente nuova e i sùbiti guadagnivedi nota in-16-73 La gente nuova: gli arrivisti e i nuovi ricchi son montati in superbia ed hanno perso il senso del limite, o Firenze, si che già ne lamenti le conseguenze (" sì che tu già ten piagni.). E' un'improvvisa apostrofe contro la " terra prava ".
16.74 orgoglio e dismisura han generata,
16.75 Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni».

16.76 Così gridai con la faccia levata;
16.77 e i tre, che ciò inteser per risposta,
16.78 guardar l'un l'altro com'al ver si guata.

16.79 «Se l'altre volte sì poco ti costa»,
16.80 rispuoser tutti «il satisfare altrui,
16.81 felice te se sì parli a tua posta!vedi nota in-16-81 a tua posta: a tuo giudizio, liberamente.

16.82 Però, se campi d'esti luoghi buivedi nota in-16-82 campi : scampi.
16.83 e torni a riveder le belle stelle,
16.84 quando ti gioverà dicere "I' fui",vedi nota in-16-84 ti gioverà: ti sarà caro ricordare "Io fui nell'al di là".

16.85 fa che di noi a la gente favelle».
16.86 Indi rupper la rota, e a fuggirsi
16.87 ali sembiar le gambe loro isnelle.vedi nota in-16-87 sembiar : sembrarono.

16.88 Un amen non saria potuto dirsi
16.89 tosto così com'e' fuoro spariti;
16.90 per ch'al maestro parve di partirsi.

16.91 Io lo seguiva, e poco eravam iti,
16.92 che 'l suon de l'acqua n'era sì vicino,vedi nota in-16-92 che 'l suon : è il " rimbombo " del verso I.
16.93 che per parlar saremmo a pena uditi.vedi nota in-16-93 per parlar: per quanto parlassimo.

16.94 Come quel fiume c'ha proprio camminovedi nota in-16-94 Come quel fiume: come quel fiume (il Montone) che per primo (" prima ") ha un suo corso fino al mare (" proprio cammino ") tra quelli del versante sinistro dell'Appennino, andando dal Monviso verso levante, e che nel corso superiore (" suso ") prima di scendere a valle, si chiama Acquacheta e a Forlì è privo (" vacante ") di quel nome (si chiama infatti Montone) come quel fiume scroscia ( " rimbomba " ) sopra San Benedetto dell'Alpe, poiché precipita ( " per cadere " ) per un pendio ( " scesa ") insufficiente a contenere disciplinatamente le acque ("ove dovea per mille esser recetto"), perché dovrebbero esser raccolte da mille simili pendii, data in loro abbondanza; cosi, ecc. La comparazione é appesantita da troppi riferimenti geografici.
16.95 prima dal Monte Viso 'nver' levante,
16.96 da la sinistra costa d'Apennino,

16.97 che si chiama Acquacheta suso, avante
16.98 che si divalli giù nel basso letto,
16.99 e a Forlì di quel nome è vacante,

16.100 rimbomba là sovra San Benedetto
16.101 de l'Alpe per cadere ad una scesa
16.102 ove dovea per mille esser recetto;

16.103 così, giù d'una ripa discoscesa,
16.104 trovammo risonar quell'acqua tinta,
16.105 sì che 'n poc'ora avria l'orecchia offesa.

16.106 Io avea una corda intorno cinta,vedi nota in-16-106 uno corda: l'allegoria è oscurissima. Potrebbe rappresentare "l'osservanza della legge " (Torraca), mediante la quale Dante pensò una volta ("alcuna volta") di prender la lonza, simbolo di frode (cfr. c. I, n. 49) e che servirà a domare Gerione, anch'esso " immagine di froda " (cfr. canto XVII, 7).
16.107 e con essa pensai alcuna volta
16.108 prender la lonza a la pelle dipinta.vedi nota in-16-108 a la pelle dipinta: "a la gaietta pelle " (cfr. c. I, 42).

16.109 Poscia ch'io l'ebbi tutta da me sciolta,
16.110 sì come 'l duca m'avea comandato,
16.111 porsila a lui aggroppata e ravvolta.vedi nota in-16-111 aggroppata e ravvolta : raggomitolata.

16.112 Ond'ei si volse inver' lo destro lato,
16.113 e alquanto di lunge da la sponda
16.114 la gittò giuso in quell'alto burrato.

16.115 "E' pur convien che novità risponda"vedi nota in-16-115 novità: qualcosa di nuovo, mai vista prima.
16.116 dicea fra me medesmo "al novo cenno
16.117 che 'l maestro con l'occhio sì seconda".vedi nota in-16-117 seconda : segue.

16.118 Ahi quanto cauti li uomini esser dienno
16.119 presso a color che non veggion pur l'ovra,vedi nota in-16-119 pur l'ovra : non soltanto i fatti, ma penetrano nei nostri pensieri.
16.120 ma per entro i pensier miran col senno!

16.121 El disse a me: «Tosto verrà di sovra
16.122 ciò ch'io attendo e che il tuo pensier sogna:
16.123 tosto convien ch'al tuo viso si scovra».vedi nota in-16-123 viso : vista.

16.124 Sempre a quel ver c'ha faccia di menzogna
16.125 de' l'uom chiuder le labbra fin ch'el puote,vedi nota in-16-125 de' : deve.
16.126 però che sanza colpa fa vergogna;vedi nota in-16-126 però che: perché senza colpa ti fa sembrare bugiardo.

16.127 ma qui tacer nol posso; e per le note
16.128 di questa comedìa, lettor, ti giuro,vedi nota in-16-128 comedìa: commedia. Il semplice titolo del poema prevale qui sulla designazione del generer letterario.
16.129 s'elle non sien di lunga grazia vòte,vedi nota in-16-129 s'elle: voglia il cielo che non siano prive di lungo favore (" grazia ").

16.130 ch'i' vidi per quell'aere grosso e scurovedi nota in-16-130 aere grosso e scuro: atmosfera densa e cupa, in cui sembra nuotare (" notando " ) la figura che susciterebbe spavento (" maravigliosa " ) anche nel cuore più saldo (" sicuro ").
16.131 venir notando una figura in suso,
16.132 maravigliosa ad ogne cor sicuro,

16.133 sì come torna colui che va giusovedi nota in-16-133 colui: il marinaio che è sceso a disincagliare l'ancora che fa presa ("aggrappa") in uno scoglio o altro.
16.134 talora a solver l'àncora ch'aggrappa
16.135 o scoglio o altro che nel mare è chiuso,

16.136 che 'n sù si stende, e da piè si rattrappa.vedi nota in-16-136 che 'n sù si stende: che si protende col busto e si spinge coi piedi dopo averli raccolti a se (" piè si rattrappa ").

Inferno : Canto 17

17.1 «Ecco la fiera con la coda aguzza,vedi nota in-17-1 coda aguzza: materialmente rappresentata da una velenosa biforcazione, (cfr. v. 26) la coda di Gerione, simbolo della frode, é aguzza perché penetra (" passa ") le montagne e abbatte qualsiasi ostacolo (" rompe i muri e l'armi ").
17.2 che passa i monti, e rompe i muri e l'armi!
17.3 Ecco colei che tutto 'l mondo appuzza!».

17.4 Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;
17.5 e accennolle che venisse a prodavedi nota in-17-5 a proda: all'orlo, vicino al limite (" fin ") del margine di pietra dove avevano camminato.
17.6 vicino al fin d'i passeggiati marmi.

17.7 E quella sozza imagine di froda
17.8 sen venne, e arrivò la testa e 'l busto,vedi nota in-17-8 arrivò : nel senso etimologico di : trasse a riva la testa e il busto.
17.9 ma 'n su la riva non trasse la coda.vedi nota in-17-9 non trasse: la coda resta nascosta nella voragine, come nascosta é l'insidia contenuta nella frode.

17.10 La faccia sua era faccia d'uom giusto,vedi nota in-17-10 La faccia: la frode, dunque, si presenta con un volto insospettabile, ma solo in superficie (" la pelle "); ché tutto il resto ha natura di serpente con attributi bestiali (" branche… pilose… ascelle ").
17.11 tanto benigna avea di fuor la pelle,
17.12 e d'un serpente tutto l'altro fusto;

17.13 due branche avea pilose insin l'ascelle;
17.14 lo dosso e 'l petto e ambedue le coste
17.15 dipinti avea di nodi e di rotelle.vedi nota in-17-15 di nodi e di rotelle: simboleggiano i raggiri consueti alla frode.

17.16 Con più color, sommesse e sovraposte
17.17 non fer mai drappi Tartari né Turchi,vedi nota in-17-17 Tartari nè Turchí: né Tartari, né Turchi eseguirono mai tessuti ("sommesse": stoffe messe sotto un ricamo). o ricami (" sovraposte " : ricami posti sopra una stoffa), con più diversi colori.
17.18 né fuor tai tele per Aragne imposte.vedi nota in-17-18 nè fur tai tele: né furono poste sul telaio (" imposte ") tele simili (" tai " : tali) da (" per ") Aracne, o Aracne, famosa tessitrice lidia, la quale superò Minerva nell'arte del ricamo e, per vendetta, fu trasformata in ragno.

17.19 Come tal volta stanno a riva i burchi,vedi nota in-17-19 i burchi: sorta di barche da trasporto.
17.20 che parte sono in acqua e parte in terra,
17.21 e come là tra li Tedeschi lurchivedi nota in-17-21 lurchi: ghiottoni (cfr. lat. lurco).

17.22 lo bivero s'assetta a far sua guerra,vedi nota in-17-22 lo bivero: il castoro (cfr. lat. fiber o biber) si acconcia a pescare i pesci, come si credeva, immergendo la coda in acqua.
17.23 così la fiera pessima si stava
17.24 su l'orlo ch'è di pietra e 'l sabbion serra.

17.25 Nel vano tutta sua coda guizzava,vedi nota in-17-25 Nel vano: nel vuoto della voragine.
17.26 torcendo in sù la venenosa forcavedi nota in-17-26 la venenosa forca: la velenosa punta biforcuta.
17.27 ch'a guisa di scorpion la punta armava.

17.28 Lo duca disse: «Or convien che si torca
17.29 la nostra via un poco insino a quella
17.30 bestia malvagia che colà si corca».

17.31 Però scendemmo a la destra mammella,vedi nota in-17-31 a la destre mammella: verso il lato destro.
17.32 e diece passi femmo in su lo stremo,
17.33 per ben cessar la rena e la fiammella.vedi nota in-17-33 per ben cessar: per evitare il sabbione e le fiamme.

17.34 E quando noi a lei venuti semo,
17.35 poco più oltre veggio in su la rena
17.36 gente seder propinqua al loco scemo.vedi nota in-17-36 propinqua al loco scemo: vicina al luogo mancante di riparo, aperto sulla voragine.

17.37 Quivi 'l maestro «Acciò che tutta piena
17.38 esperienza d'esto giron porti»,
17.39 mi disse, «va, e vedi la lor mena.vedi nota in-17-39 la lor mena: la loro condizione. Sono i violenti contro l'arte, cioè gli usurai, che siedono sul sabbione ardente.

17.40 Li tuoi ragionamenti sian là corti:
17.41 mentre che torni, parlerò con questa,vedi nota in-17-41 con questa: con la fiera, Gerione.
17.42 che ne conceda i suoi omeri forti».

17.43 Così ancor su per la strema testavedi nota in-17-43 la strema testa: l'orlo estremo.
17.44 di quel settimo cerchio tutto solo
17.45 andai, dove sedea la gente mesta.

17.46 Per li occhi fora scoppiava lor duolo;vedi nota in-17-46 lor duolo: il loro dolore si manifestava in un irrefrenabile e silenzioso pianto.
17.47 è di qua, di là soccorrien con le mani
17.48 quando a' vapori, e quando al caldo suolo:

17.49 non altrimenti fan di state i canivedi nota in-17-49 di state: durante la calura estiva.
17.50 or col ceffo, or col piè, quando son morsivedi nota in-17-50 col ceffo: col muso lungo.
17.51 o da pulci o da mosche o da tafani.

17.52 Poi che nel viso a certi li occhi porsi,
17.53 ne' quali 'l doloroso foco casca,
17.54 non ne conobbi alcun; ma io m'accorsi

17.55 che dal collo a ciascun pendea una tasca
17.56 ch'avea certo colore e certo segno,vedi nota in-17-56 certo colore e certo segno: un determinato colore e un particolare disegno.
17.57 e quindi par che 'l loro occhio si pasca.vedi nota in-17-57 e quindi: e di quella borsa sembra che il loro occhio si sazi (" si pasca ").

17.58 E com'io riguardando tra lor vegno,
17.59 in una borsa gialla vidi azzurrovedi nota in-17-59 vidi azzurro: una macchia di colore che aveva l'aspetto ( " faccia " ) e l'atteggiamento (" contegno ") d'un leone. E' lo stemma dei Gianfigliazzi, famiglia guelfa di parte nera.
17.60 che d'un leone avea faccia e contegno

17.61 Poi, procedendo di mio sguardo il curro,vedi nota in-17-61 procedendo: avanzando il carro (" curro ") del mio sguardo.
17.62 vidine un'altra come sangue rossa,vedi nota in-17-62 un'altra: la borsa mostra un'oca bianca su fondo rosso e rappresenta lo stemma degli Obriachi, famiglia ghibellina di Firenze.
17.63 mostrando un'oca bianca più che burro.

17.64 E un che d'una scrofa azzurra e grossavedi nota in-17-64 E un: la scrofa azzurra in campo bianco rappresenta la stemma degli Scrovegni, famiglia padovana.
17.65 segnato avea lo suo sacchetto bianco,
17.66 mi disse: «Che fai tu in questa fossa?

17.67 Or te ne va; e perché se' vivo anco,
17.68 sappi che 'l mio vicin Vitalianovedi nota in-17-68 sappi: temendo che Dante, vivo, possa riportare su nel mondo notizie della sua pena, l'interlocutore si vendica, annunciadogli che il suo concittadino (" vicin ") Vitaliano del Dente, podestà di Padova, lo raggiungerà presto e sederà alla sua sinistra.
17.69 sederà qui dal mio sinistro fianco.

17.70 Con questi Fiorentin son padoano:
17.71 spesse fiate mi 'ntronan li orecchi
17.72 gridando: "Vegna 'l cavalier sovrano,vedi nota in-17-72 Vegna: è il grido dei due fiorentini che, beffardamente invocano la prossima venuta del concittadino Giovanni dei Buiamonti, detto per scherno "il cavalier sovrano" e il cui stemma reca tre caproni (" becchi ").

17.73 che recherà la tasca con tre becchi!"».
17.74 Qui distorse la bocca e di fuor trassevedi nota in-17-74 la lingua: lo sberleffo finale accentua il carattere bestiale del dannato.
17.75 la lingua, come bue che 'l naso lecchi.

17.76 E io, temendo no 'l più star crucciassevedi nota in-17-76 no 'l più star: che il restare più a lungo.
17.77 lui che di poco star m'avea 'mmonito,
17.78 torna'mi in dietro da l'anime lasse.

17.79 Trova' il duca mio ch'era salito
17.80 già su la groppa del fiero animale,
17.81 e disse a me: «Or sie forte e ardito.

17.82 Omai si scende per sì fatte scale:
17.83 monta dinanzi, ch'i' voglio esser mezzo,vedi nota in-17-83 ch'i' voglio esser mezzo : intendo trovarmi in mezzo per preservarti dal male.
17.84 sì che la coda non possa far male».

17.85 Qual è colui che sì presso ha 'l riprezzovedi nota in-17-85 riprezzo: il brivido della febbre malarica (" quartana "), che ha già le unghie illividite.
17.86 de la quartana, c'ha già l'unghie smorte,
17.87 e triema tutto pur guardando 'l rezzo,vedi nota in-17-87 pur guardando 'l rezzo: soltanto a guardare un luogo ombroso e ventilato.

17.88 tal divenn'io a le parole porte;
17.89 ma vergogna mi fé le sue minacce,
17.90 che innanzi a buon segnor fa servo forte.vedi nota in-17-90 che innanzi: che dinanzi a un padrone coraggioso (" buon ") rende forte il servo.

17.91 I' m'assettai in su quelle spallacce;vedi nota in-17-91 m'assettai: mi accomodai.
17.92 sì volli dir, ma la voce non venne
17.93 com'io credetti: "Fa che tu m'abbracce".

17.94 Ma esso, ch'altra volta mi sovvenne
17.95 ad altro forse, tosto ch'i' montaivedi nota in-17-95 ad altro forse: in altre situazioni incerte.
17.96 con le braccia m'avvinse e mi sostenne;

17.97 e disse: «Gerion, moviti omai:vedi nota in-17-97 Gerion: il Gerione mitologico aveva tre corpi e tre teste; il mostro dantesco ne ha conservato soltanto il nome.
17.98 le rote larghe e lo scender sia poco:vedi nota in-17-98 le rote: i giri siano ampi e la discesa sia lenta.
17.99 pensa la nova soma che tu hai».vedi nota in-17-99 nova : inconsueta.

17.100 Come la navicella esce di loco
17.101 in dietro in dietro, sì quindi si tolse;vedi nota in-17-101 quindi: di lì.
17.102 e poi ch'al tutto si sentì a gioco,vedi nota in-17-102 a gioco: a suo agio.

17.103 là 'v'era 'l petto, la coda rivolse,
17.104 e quella tesa, come anguilla, mosse,
17.105 e con le branche l'aere a sé raccolse.

17.106 Maggior paura non credo che fosse
17.107 quando Fetonte abbandonò li freni,vedi nota in-17-107 Fetonte: figlio del Sole, ottenne dal padre il permesso di guidare il suo carro celeste, ma non seppe reggere i cavalli (" abbandonò li freni "), per cui il cielo, come ancora appare, si bruciò (" si cosse ") dando origine alla Via Lattea.
17.108 per che 'l ciel, come pare ancor, si cosse;

17.109 né quando Icaro misero le renivedi nota in-17-109 Icaro: figlio di Dedalo, volò col padre da Creta ove erano prigionieri, con l'ausilio di ali formate da penne d'uccello tenute insieme dalla cera. Il giovinetto, volando alto, si accostò troppo al sole e sentì le penne cadere (" spennar ") essendosi liquefatta la cera.
17.110 sentì spennar per la scaldata cera,
17.111 gridando il padre a lui «Mala via tieni!»,

17.112 che fu la mia, quando vidi ch'i' eravedi nota in-17-112 che fu la mia: da collegare a " Maggior paura… ", v. I06.
17.113 ne l'aere d'ogne parte, e vidi spentavedi nota in-17-113 spenta: la tenebra della voragine impedisce ogni vista.
17.114 ogne veduta fuor che de la fera.

17.115 Ella sen va notando lenta lenta:
17.116 rota e discende, ma non me n'accorgo
17.117 se non che al viso e di sotto mi venta.vedi nota in-17-117 mi venta: mi fa vento.

17.118 Io sentia già da la man destra il gorgo
17.119 far sotto noi un orribile scroscio,
17.120 per che con li occhi 'n giù la testa sporgo.

17.121 Allor fu' io più timido a lo stoscio,vedi nota in-17-121 più timido a lo stoscio:più timoroso di saltare giù, di cadere ("stoscio"=salto, caduta).
17.122 però ch'i' vidi fuochi e senti' pianti;
17.123 ond'io tremando tutto mi raccoscio.

17.124 E vidi poi, ché nol vedea davanti,
17.125 lo scendere e 'l girar per li gran mali
17.126 che s'appressavan da diversi canti.

17.127 Come 'l falcon ch'è stato assai su l'ali,
17.128 che sanza veder logoro o uccellovedi nota in-17-128 sanza veder: senza aver scorto una preda (" uccello ") ne il richiamo (" logoro " ) delude il falconiere che esclama : " Ohmè tu scendi ", e ritorna sconfitto (" lasso ") là donde era volato pieno di baldanza ( " isnello " ).
17.129 fa dire al falconiere «Omè, tu cali!»,

17.130 discende lasso onde si move isnello,
17.131 per cento rote, e da lunge si ponevedi nota in-17-131 e da lunge si pone…: dal falconiere, " perché sa di averlo scontentato, tutto pieno di dispetto e di corruccio " (Torraca).
17.132 dal suo maestro, disdegnoso e fello;

17.133 così ne puose al fondo Gerione
17.134 al piè al piè de la stagliata roccavedi nota in-17-134 al piè al pié: proprio al piede, cioè rasente alla ripida parete rocciosa ( " rocca " ).
17.135 e, discarcate le nostre persone,vedi nota in-17-135 discarcate: scaricate, deposte.

17.136 si dileguò come da corda cocca.vedi nota in-17-136 cocca: la parte terminale della freccia.

Inferno : Canto 18

18.1 Luogo è in inferno detto Malebolge,vedi nota in-18-1 Malebolge: bolgia vuol dire sacca; Malebolge è dunque la parte dell'Inferno che "insacca" (cfr. c. VII, 18) "il mal dell'universo".
18.2 tutto di pietra di color ferrigno,
18.3 come la cerchia che dintorno il volge.vedi nota in-18-3 la cerchia: della parete che circonda la voragine.

18.4 Nel dritto mezzo del campo malignovedi nota in-18-4 Nel dritto mezzo: proprio nel mezzo… si apre ("vaneggia") un pozzo… di cui spiegherò la struttura e la funzione ("l'ordigno") a suo luogo ("suo loco", alla latina).
18.5 vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
18.6 di cui suo loco dicerò l'ordigno.

18.7 Quel cinghio che rimane adunque è tondovedi nota in-18-7 Quel cinghio: la parte circolare ("cinghio") che rimane tra il pozzo e la parete rocciosa, cioè Malebolge, è formata da cerchi concentrici ("tondo") ed ha il fondo diviso in dieci fossati ("valli"), cioè in bolge.
18.8 tra 'l pozzo e 'l piè de l'alta ripa dura,
18.9 e ha distinto in dieci valli il fondo.

18.10 Quale, dove per guardia de le muravedi nota in-18-10 Quale: quale aspetto ("figura") presenta ("rende"), dove diversi fossi circondano i castelli per difesa delle mura ("guardia"), il terreno ("la parte") in cui essi sono scavati, tale aspetto ("imagine") qui presentavano le bolge ("quelli"); e, come in tali fortezze dalle soglie sporgono ("son") ponticelli, che raggiungono l'argine esterno ("alla ripa di fuor") del fosso, così dal basso della roccia si staccavano scogli che attraversavano ("ricidien") gli argini e i fossati fino al pozzo che li interrompe ("i tronca") e li riceve ("raccogli").
18.11 più e più fossi cingon li castelli,
18.12 la parte dove son rende figura,

18.13 tale imagine quivi facean quelli;
18.14 e come a tai fortezze da' lor sogli
18.15 a la ripa di fuor son ponticelli,

18.16 così da imo de la roccia scogli
18.17 movien che ricidien li argini e ' fossi
18.18 infino al pozzo che i tronca e raccogli.

18.19 In questo luogo, de la schiena scossivedi nota in-18-19 scossi: fatti discendere.
18.20 di Gerion, trovammoci; e 'l poeta
18.21 tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.

18.22 A la man destra vidi nova pieta,vedi nota in-18-22 pieta: pietosa visione.
18.23 novo tormento e novi frustatori,
18.24 di che la prima bolgia era repleta.vedi nota in-18-24 repleta: ripiena.

18.25 Nel fondo erano ignudi i peccatori;
18.26 dal mezzo in qua ci venien verso 'l volto,vedi nota in-18-26 dal mezzo in qua: la prima bolgia è percorsa da due schiere di dannati, che procedono l'una in senso inverso dall'altra. La prima, che occupa la metà della bolgia dal centro all'argine ove sono i poeti, avanza di fronte; la seconda, che occupa l'altra metà della bolgia, procede mostrando le spalle: cioè va nella stessa direzione di Dante e Virgilio ("con noi"), ma con andatura più veloce ("passi maggiori").
18.27 di là con noi, ma con passi maggiori,

18.28 come i Roman per l'essercito molto,vedi nota in-18-28 come i Roman: come i Romani, per l'eccezionale affollamento dovuto ai pellegrini convenuti per il giubileo, nel 1300, hanno trovato ("colto") un sistema ("modo") per far passare la gente sul ponte Sant'Angelo, per cui da un lato di esso tutti avanzavano verso Castel Sant'Angelo e si recavano a San Pietro, e dall'altro lato del ponte andavano verso Monte Giordano.
18.29 l'anno del giubileo, su per lo ponte
18.30 hanno a passar la gente modo colto,

18.31 che da l'un lato tutti hanno la fronte
18.32 verso 'l castello e vanno a Santo Pietro;
18.33 da l'altra sponda vanno verso 'l monte.

18.34 Di qua, di là, su per lo sasso tetro
18.35 vidi demon cornuti con gran ferze,vedi nota in-18-35 ferze: sferze, fruste.
18.36 che li battien crudelmente di retro.

18.37 Ahi come facean lor levar le berzevedi nota in-18-37 le berze: le calcagna.
18.38 a le prime percosse! già nessuno
18.39 le seconde aspettava né le terze.

18.40 Mentr'io andava, li occhi miei in uno
18.41 furo scontrati; e io sì tosto dissi:
18.42 «Già di veder costui non son digiuno».vedi nota in-18-42 non son digiuno: son sazio; cioè, Dante vuol dire che non per la prima volta vede quel dannato, e che lo riconosce.

18.43 Per ch'io a figurarlo i piedi affissi;vedi nota in-18-43 affissi: arrestai il passo per meglio ravvisarlo ("figurarlo").
18.44 e 'l dolce duca meco si ristette,vedi nota in-18-44 dolce: perché condiscendente.
18.45 e assentio ch'alquanto in dietro gissi.vedi nota in-18-45 in dietro: perché il dannato, che procede in direzione opposta a quella di Dante, è già passato, sferzato dai demoni.

18.46 E quel frustato celar si credette
18.47 bassando 'l viso; ma poco li valse,
18.48 ch'io dissi: «O tu che l'occhio a terra gette,

18.49 se le fazion che porti non son false,vedi nota in-18-49 se le fazion: se le tue fattezze non sono alterate.
18.50 Venedico se' tu Caccianemico.vedi nota in-18-50 Venedico: è Venedico de' Caccianimici, nobile bolognese di parte guelfa, perciò sostenitore dei Geremei contro i Lambertazzi ghibellini; fu podestà ed ebbe altri importanti incarichi.
18.51 Ma che ti mena a sì pungenti salse?».vedi nota in-18-51 salse: tormenti.

18.52 Ed elli a me: «Mal volentier lo dico;
18.53 ma sforzami la tua chiara favella,vedi nota in-18-53 la tua chiara favella: le tue parole con cui mostri chiaramente d'avermi riconosciuto.
18.54 che mi fa sovvenir del mondo antico.

18.55 I' fui colui che la Ghisolabellavedi nota in-18-55 la Ghisolabella: Venedico persuase la propria sorella Ghisolabella, già sposata, a cedere alle voglie del Marchese di Ferrara, Obizzo II d'Este.
18.56 condussi a far la voglia del marchese,
18.57 come che suoni la sconcia novella.vedi nota in-18-57 come che suoni: comunque sia stato narrato il turpe episodio ("sconcia novella").

18.58 E non pur io qui piango bolognese;
18.59 anzi n'è questo luogo tanto pieno,
18.60 che tante lingue non son ora appresevedi nota in-18-60 che tante lingue: che non altrettanto numerose sono le lingue ora ammaestrate ("apprese") a dire "sia" ("sipa") nel territorio di Bologna ("tra Sàvena e Reno").

18.61 a dicer "sipa" tra Sàvena e Reno;
18.62 e se di ciò vuoi fede o testimonio,
18.63 rècati a mente il nostro avaro seno».vedi nota in-18-63 avaro seno: animo avido di denaro.

18.64 Così parlando il percosse un demonio
18.65 de la sua scuriada, e disse: «Via,vedi nota in-18-65 de la sua scuriada: con la sua frusta.
18.66 ruffian! qui non son femmine da conio».vedi nota in-18-66 femmine da conio: donne da corrompere, per denaro. Col conio si stampano le monete.

18.67 I' mi raggiunsi con la scorta mia;
18.68 poscia con pochi passi divenimmo
18.69 là 'v'uno scoglio de la ripa uscia.vedi nota in-18-69 della ripa uscia: si dipartiva dalla riva.

18.70 Assai leggeramente quel salimmo;
18.71 e vòlti a destra su per la sua scheggia,vedi nota in-18-71 scheggia: la cima scheggiata.
18.72 da quelle cerchie etterne ci partimmo.vedi nota in-18-72 cerchie: sono i giri che compiono i dannati.

18.73 Quando noi fummo là dov'el vaneggiavedi nota in-18-73 vaneggia: è vuoto; al di sotto, per consentire il passaggio.
18.74 di sotto per dar passo a li sferzati,
18.75 lo duca disse: «Attienti, e fa che feggiavedi nota in-18-75 Attienti: arrestati e fa' che ti raggiunga ("feggia": ferisca) lo sguardo ("lo viso") di questi altri mal nati, che ancora non hai visto in viso, perché procedevano nella nostra stessa direzione.

18.76 lo viso in te di quest'altri mal nati,
18.77 ai quali ancor non vedesti la faccia
18.78 però che son con noi insieme andati».

18.79 Del vecchio ponte guardavam la tracciavedi nota in-18-79 Del: dal.
18.80 che venìa verso noi da l'altra banda,
18.81 e che la ferza similmente scaccia.

18.82 E 'l buon maestro, sanza mia dimanda,
18.83 mi disse: «Guarda quel grande che vene,
18.84 e per dolor non par lagrime spanda:

18.85 quanto aspetto reale ancor ritene!
18.86 Quelli è Iasón, che per cuore e per sennovedi nota in-18-86 Iason: Giasone è il mitico eroe che guidò gli argonauti nella Colchide, alla conquista del vello d'oro.
18.87 li Colchi del monton privati féne.vedi nota in-18-87 féne: fece, rese privi ("privati").

18.88 Ello passò per l'isola di Lenno,vedi nota in-18-88 l'isola di Lenno: gli abitanti dell'isola di Lemno, per punizione imposta da Venere, trascuravano le loro mogli, le quali, colizzatesi, li uccisero tutti. In quest'isola Giasone sedusse la giovane Isifile, figlia del re Toante, la quale prima aveva ingannato le compagne, sottraendo alla morte il padre, all'epoca della strage dei maschi. Per aver abbandonato la fanciulla da lui resa madre, Giasone è punito tra i seduttori e, nell'Inferno, si fa vendetta anche del tradimento perpetrato ai danni di Medea. Figlia di Oeta, re della Colchide, Medea aiutò l'eroe nella conquista del vello d'oro; fuggì poi con lui ma, sebbene gli avesse dato due figli, si vide tradita quando il volubile Giasone si innamorò di Creùsa (o Glauche), figlia di Creonte, re di Corinto.
18.89 poi che l'ardite femmine spietate
18.90 tutti li maschi loro a morte dienno.

18.91 Ivi con segni e con parole ornate
18.92 Isifile ingannò, la giovinetta
18.93 che prima avea tutte l'altre ingannate.

18.94 Lasciolla quivi, gravida, soletta;
18.95 tal colpa a tal martiro lui condanna;
18.96 e anche di Medea si fa vendetta.

18.97 Con lui sen va chi da tal parte inganna:vedi nota in-18-97 da tal parte: in questo modo, cioè con la seduzione.
18.98 e questo basti de la prima vallevedi nota in-18-98 prima valle: la prima bolgia.
18.99 sapere e di color che 'n sé assanna».vedi nota in-18-99 assanna: azzanna, racchiude.

18.100 Già eravam là 've lo stretto callevedi nota in-18-100 calle: il ponticello incrocia con il secondo argine e questo fa da base ("spalle") al ponte che attraversa la seconda bolgia.
18.101 con l'argine secondo s'incrocicchia,
18.102 e fa di quello ad un altr'arco spalle.

18.103 Quindi sentimmo gente che si nicchiavedi nota in-18-103 si nicchia: si lamenta. Sono gli adulatori.
18.104 ne l'altra bolgia e che col muso scuffa,vedi nota in-18-104 scuffa: soffia rumorosamente con le narici.
18.105 e sé medesma con le palme picchia.

18.106 Le ripe eran grommate d'una muffa,
18.107 per l'alito di giù che vi s'appasta,vedi nota in-18-107 vi s'appasta: vi si deposita, formando come una sozza patina che travagliava violentemente la vista e l'olfatto.
18.108 che con li occhi e col naso facea zuffa.

18.109 Lo fondo è cupo sì, che non ci basta
18.110 loco a veder sanza montare al dossovedi nota in-18-110 sanza montare: se non salendo sulla parte più elevata del ponte.
18.111 de l'arco, ove lo scoglio più sovrasta.

18.112 Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso
18.113 vidi gente attuffata in uno sterco
18.114 che da li uman privadi parea mosso.vedi nota in-18-114 da li uman privadi: pareva provenire dalle latrine.

18.115 E mentre ch'io là giù con l'occhio cerco,
18.116 vidi un col capo sì di merda lordo,
18.117 che non parea s'era laico o cherco.vedi nota in-18-117 che non parea: non appariva chiaro se avesse la chierica o no.

18.118 Quei mi sgridò: «Perché se' tu sì gordo
18.119 di riguardar più me che li altri brutti?».
18.120 E io a lui: «Perché, se ben ricordo,

18.121 già t'ho veduto coi capelli asciutti,
18.122 e se' Alessio Interminei da Lucca:vedi nota in-18-122 Alessio Interminei: è il lucchese Interminelli, nobile di parte bianca, vissuto nella seconda metà del secolo XIII.
18.123 però t'adocchio più che li altri tutti».

18.124 Ed elli allor, battendosi la zucca:
18.125 «Qua giù m'hanno sommerso le lusinghe
18.126 ond'io non ebbi mai la lingua stucca».vedi nota in-18-126 stucca: stanca, sazia.

18.127 Appresso ciò lo duca «Fa che pinghe»,vedi nota in-18-127 che pinghe: che tu spinga, sì da raggiungere ("attinghe").
18.128 mi disse «il viso un poco più avante,
18.129 sì che la faccia ben con l'occhio attinghe

18.130 di quella sozza e scapigliata fantevedi nota in-18-130 fante: giovane donna.
18.131 che là si graffia con l'unghie merdose,
18.132 e or s'accoscia e ora è in piedi stante.

18.133 Taide è, la puttana che rispuosevedi nota in-18-133 Taide: è la meretrice di cui si parla in una scena dell'"Eunuco" di Terenzio, citata da Cicerone nel "De Amicitia". Trasone (il "drudo suo"), avendole donato una schiava, chiese al mezzano, Gnatone se il regalo fosse giunto gradito. La risposta di Gnatone è qui da Dante attribuita a Taide stessa.
18.134 al drudo suo quando disse "Ho io grazievedi nota in-18-134 grazie: grandi meriti presso ("appo", cfr. lat. "apud") di te.
18.135 grandi apo te?": "Anzi maravigliose!".

18.136 E quinci sien le nostre viste sazie».vedi nota in-18-136 quinci: di questa bolgia.

Inferno : Canto 19

19.1 O Simon mago, o miseri seguacivedi nota in-19-1 O Simon mago: è il mago Simone di Samaria il quale, vedendo infondere lo Spirito Santo mediante l'imposizione delle mani, volle anche lui ottenere quel potere, offrendo del denaro agli Apostoli Pietro e Giovanni; per questo fu maledetto da San Pietro (cfr. Atti degli Apostoli VIII, 9 e segg.). Dal suo nome si chiamano simoniaci quelli che fanno mercato delle cose sacre, che sono puniti nella terza bolgia.
19.2 che le cose di Dio, che di bontate
19.3 deon essere spose, e voi rapaci

19.4 per oro e per argento avolterate,vedi nota in-19-4 avolterate: adulterate; cioè corrompete e prostituite.
19.5 or convien che per voi suoni la tromba,
19.6 però che ne la terza bolgia state.

19.7 Già eravamo, a la seguente tomba,vedi nota in-19-7 tomba: la bolgia e il ponte che l'attraversa.
19.8 montati de lo scoglio in quella parte
19.9 ch'a punto sovra mezzo 'l fosso piomba.

19.10 O somma sapienza, quanta è l'arte
19.11 che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,
19.12 e quanto giusto tua virtù comparte!vedi nota in-19-12 e quanto giusto: e quanto giustamente la tua virtù distribuisce le pene e i premi.

19.13 Io vidi per le coste e per lo fondo
19.14 piena la pietra livida di fóri,
19.15 d'un largo tutti e ciascun era tondo.vedi nota in-19-15 d'un largo tutti: tutti della medesima larghezza.

19.16 Non mi parean men ampi né maggiori
19.17 che que' che son nel mio bel San Giovanni,vedi nota in-19-17 nel mio bel San Giovanni: il Battistero di Firenze (San Giovanni) aveva, presso il fonte battesimale, quattro pozzetti per immergervi i battezzandi; ancora al tempo di Dante il Battesimo si amministrava mediante l'immersione. Dante spezzò uno di questi pozzetti per salvare un bambino che, caduto in acqua, rischiava di annegare. L'episodio avrà dato luogo a calunnie e ad accuse di sacrilegio, che il poeta si fa premura di smentire ( " e questo sia suggel ").
19.18 fatti per loco d'i battezzatori;

19.19 l'un de li quali, ancor non è molt'anni,
19.20 rupp'io per un che dentro v'annegava:
19.21 e questo sia suggel ch'ogn'omo sganni.

19.22 Fuor de la bocca a ciascun soperchiavavedi nota in-19-22 soperchiava: sporgeva fino al polpaccio ( " al grosso " ).
19.23 d'un peccator li piedi e de le gambe
19.24 infino al grosso, e l'altro dentro stava.

19.25 Le piante erano a tutti accese intrambe;
19.26 per che sì forte guizzavan le giunte,vedi nota in-19-26 le giunte: le giunture, che avrebbero spezzato corde di vimini (" ritorte ") e di fibre intrecciate (" strambe ").
19.27 che spezzate averien ritorte e strambe.

19.28 Qual suole il fiammeggiar de le cose unte
19.29 muoversi pur su per la strema buccia,vedi nota in-19-29 per la strema buccia: sulla superficie esterna, come è proprio delle cose grasse (" unte ") quando bruciano.
19.30 tal era lì dai calcagni a le punte.

19.31 «Chi è colui, maestro, che si cruccia
19.32 guizzando più che li altri suoi consorti»,vedi nota in-19-32 consorti: compagni di sorte.
19.33 diss'io, «e cui più roggia fiamma succia?».vedi nota in-19-33 più roggia: cui più rossa fiamma dà il martirio, e la fiamma più che ardere par suggere (" succia ") la untura.

19.34 Ed elli a me: «Se tu vuo' ch'i' ti porti
19.35 là giù per quella ripa che più giace,vedi nota in-19-35 che più giace: che è meno inclinata.
19.36 da lui saprai di sé e de' suoi torti».

19.37 E io: «Tanto m'è bel, quanto a te piace:vedi nota in-19-37 m'è bel: mi è gradito.
19.38 tu se' segnore, e sai ch'i' non mi parto
19.39 dal tuo volere, e sai quel che si tace».vedi nota in-19-39 quel che si tace: anche i pensieri.

19.40 Allor venimmo in su l'argine quarto:vedi nota in-19-40 quarto: se si calcola a partire dalla parete che limita Malebolge. E', cioè, l'argine che separa la terza dalla quarta bolgia.
19.41 volgemmo e discendemmo a mano stancavedi nota in-19-41 a mano stanca: a sinistra, sul fondo forato e angusto (" arto ").
19.42 là giù nel fondo foracchiato e arto.

19.43 Lo buon maestro ancor de la sua anca
19.44 non mi dipuose, sì mi giunse al rottovedi nota in-19-44 non mi dipuose: non mi lasciò allontanare dal suo fianco (" anca ") sino a quando mi condusse al foro (" mi giunse al rotto ") di quello che cosi piangeva con la gamba (" zanca ": cianca).
19.45 di quel che si piangeva con la zanca.

19.46 «O qual che se' che 'l di sù tien di sotto,
19.47 anima trista come pal commessa»,vedi nota in-19-47 come pal: piantata come un palo.
19.48 comincia' io a dir, «se puoi, fa motto».

19.49 Io stava come 'l frate che confessavedi nota in-19-49 Io stava: la mia posizione era simile a quella del frate che confessa il perfido assassino, condannato alla propagginazione, cioè ad essere interrato col capo in giù, il quale, dopo che é stato posto nella fossa (" poi ch'è fitto" ), richiama il confessore, per cui ritarda l'esecuzione (" per che la morte cessa ").
19.50 lo perfido assessin, che, poi ch'è fitto,
19.51 richiama lui, per che la morte cessa.

19.52 Ed el gridò: «Se' tu già costì ritto,
19.53 se' tu già costì ritto, Bonifazio?vedi nota in-19-53 Bonifazio: Benedetto Caetani, papa dal 1294 al 1303, col nome di Bonifacio VIII. Il dannato che si rivolge a Dante è il pontefice Niccolò III, che si meraviglia della prematura venuta di Bonifacio (" Se' tu già costì "), e crede che gli abbia mentito " lo scritto ", cioè il libro del futuro che i dannati sono in grado di leggere. Siamo, infatti, nel 1300, e Bonifacio VIII morrà nel 1303. Tutto l'equivoco, per cui Niccolò scambia Dante con Bonifacio, dipende dal fatto che i simoniaci sono capofitti nel foro e non vedono all'esterno.
19.54 Di parecchi anni mi mentì lo scritto.

19.55 Se' tu sì tosto di quell'aver saziovedi nota in-19-55 Se' tu: sei tu così presto sazio di quelle ricchezze (" aver ") per le quali non esitasti a prendere con inganno la bella signora (" donna " : cfr., lat. domina), cioè la Chiesa, ed a farne scempio? L'" inganno" allude alla voce secondo la quale Bonifacio avrebbe influito sul debole Celestino V per condurlo all'abdicazione in altro luogo stigmatizzata da Dante (cfr. c. III, 59 e n.).
19.56 per lo qual non temesti tòrre a 'nganno
19.57 la bella donna, e poi di farne strazio?».

19.58 Tal mi fec'io, quai son color che stanno,vedi nota in-19-58 quai son: come sono quelli che per non aver capito ciò che loro vien detto, restano confusi (" stanno… scornati ") e non sanno rispondere.
19.59 per non intender ciò ch'è lor risposto,
19.60 quasi scornati, e risponder non sanno.

19.61 Allor Virgilio disse: «Dilli tosto:
19.62 "Non son colui, non son colui che credi"»;
19.63 e io rispuosi come a me fu imposto.

19.64 Per che lo spirto tutti storse i piedi;vedi nota in-19-64 storse i piedi: è l'unica manifestazione di dolore concessa a questi spiriti capovolti.
19.65 poi, sospirando e con voce di pianto,
19.66 mi disse: «Dunque che a me richiedi?

19.67 Se di saper ch'i' sia ti cal cotanto,vedi nota in-19-67 ti cal: ti sta a cuore.
19.68 che tu abbi però la ripa corsa,vedi nota in-19-68 però: per questo.
19.69 sappi ch'i' fui vestito del gran manto;vedi nota in-19-69 gran manto: il manto dei pontefici (cfr. c. II, 27).

19.70 e veramente fui figliuol de l'orsa,vedi nota in-19-70 figliuol de l'orsa: Niccolò III, al secolo Giovanni Gaetano Orsini (" dell'orsa ") fu così avido, per favorire i suoi parenti (" per avanzar li orsatti "), che, sulla terra, mise in borsa le ricchezze (" su l'avere ") e, nell'Inferno, per conseguenza cacciò sè stesso nella bolgia (" borsa ") dei simoniaci.
19.71 cupido sì per avanzar li orsatti,
19.72 che sù l'avere e qui me misi in borsa.

19.73 Di sotto al capo mio son li altri trattivedi nota in-19-73 tratti: trascinati. Sono i suoi predecessori.
19.74 che precedetter me simoneggiando,
19.75 per le fessure de la pietra piatti.

19.76 Là giù cascherò io altresì quando
19.77 verrà colui ch'i' credea che tu fossivedi nota in-19-77 colui: Bonifacio VIII. Man mano che giunge un nuovo dannato, occupa il posto dell'ultimo arrivato, con le gambe sporgenti dal foro e gli altri che lo han preceduto scendono verso il basso.
19.78 allor ch'i' feci 'l sùbito dimando.

19.79 Ma più è 'l tempo già che i piè mi cossivedi nota in-19-79 Ma più: il tempo di questa mia pena é più lungo di quello che toccherà a lui. Infatti Niccolò, morto nel 1280; sarà sostituito da Bonifacio nel 1303; e il nuovo simoniaco, Clemente V, giungerà nel 1314.
19.80 e ch'i' son stato così sottosopra,
19.81 ch'el non starà piantato coi piè rossi:

19.82 ché dopo lui verrà di più laida opravedi nota in-19-82 di più laida opra: più vergognosamente colpevole di simonia.
19.83 di ver' ponente, un pastor sanza legge,vedi nota in-19-83 di ver' ponente: dalla Francia. Clemente V, al secolo Bertrand de Got, fu arcivescovo di Bordeaux; fu pastore " sanza legge ", simile a Giasone, di cui si legge, nel II libro dei Maccabei, che comprò da Antioco, re di Siria, il pontificato per servirsene a scopi personali. E come verso Giasone fu indulgente ed incline il re Antioco, così Filippo il Bello (" chi Francia regge " ) sarà arrendevole ( " molle " ) verso di lui, ottenendo però in cambio indegne concessioni, tra cui il trasferimento della Santa Sede in Avignone.
19.84 tal che convien che lui e me ricuopra.

19.85 Novo Iasón sarà, di cui si legge
19.86 ne' Maccabei; e come a quel fu molle
19.87 suo re, così fia lui chi Francia regge».

19.88 Io non so s'i' mi fui qui troppo folle,
19.89 ch'i' pur rispuosi lui a questo metro:vedi nota in-19-89 metro : tono. Cioè: Niccolò ha citato il libro dei Maccabei e Dante replica sulla base del Vangelo e degli Atti degli Apostoli; e chiede: quale somma pretese Nostro Signore da San Pietro per affidargli le chiavi del Paradiso?….
19.90 «Deh, or mi dì : quanto tesoro volle

19.91 Nostro Segnore in prima da san Pietro
19.92 ch'ei ponesse le chiavi in sua balìa?
19.93 Certo non chiese se non "Viemmi retro".

19.94 Né Pier né li altri tolsero a Matiavedi nota in-19-94 Né Pier: Né Pietro, né gli altri Apostoli chiesero denaro a Mattia, quando dalla sorte fu chiamato a prendere il posto di Giuda (" l'anima ria ").
19.95 oro od argento, quando fu sortito
19.96 al loco che perdé l'anima ria.

19.97 Però ti sta, ché tu se' ben punito;
19.98 e guarda ben la mal tolta monetavedi nota in-19-98 guarda: conserva, custodisci (cfr. francese garder).
19.99 ch'esser ti fece contra Carlo ardito.vedi nota in-19-99 contra Carlo ardito: Niccolò III avversò Carlo I d'Angiò, facendosi forte del denaro estorto con l'appropriazione indebita delle decime.

19.100 E se non fosse ch'ancor lo mi vieta
19.101 la reverenza delle somme chiavivedi nota in-19-101 somme chiavi: le chiavi di San Pietro (cfr. n. 89).
19.102 che tu tenesti ne la vita lieta,

19.103 io userei parole ancor più gravi;
19.104 ché la vostra avarizia il mondo attrista,
19.105 calcando i buoni e sollevando i pravi.

19.106 Di voi pastor s'accorse il Vangelista,vedi nota in-19-106 s'accorse il Vangelista: San Giovanni Evangelista nell'Apocalisse raffigurò nella meretrice la Roma pagana. Dante, variando i valori simbolici, nella donna identifica la Chiesa corrotta, che estende il suo dominio sui popoli (" sopra l'acque "), disposta a fornicare (" puttaneggiar") coi potenti della terra. Le sette teste sarebbero i sette doni dello Spirito Santo o i Sacramenti, da cui la Chiesa prese vita (" nacque ") e le dieci corna sarebbero i comandamenti di Dio, che le diedero forza ( " argomento " ) finché il papa ( " suo marito " ) fu virtuoso.
19.107 quando colei che siede sopra l'acque
19.108 puttaneggiar coi regi a lui fu vista;

19.109 quella che con le sette teste nacque,
19.110 e da le diece corna ebbe argomento,
19.111 fin che virtute al suo marito piacque.

19.112 Fatto v'avete Dio d'oro e d'argento;
19.113 e che altro è da voi a l'idolatre,vedi nota in-19-113 e che altro: e che differenza c'è tra voi e gli idolatri.
19.114 se non ch'elli uno, e voi ne orate cento?

19.115 Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
19.116 non la tua conversion, ma quella dotevedi nota in-19-116 quella dote: la donazione con cui Costantino cedette Roma a papa Silvestro, che fu il primo papa ricco (" ricco patre "). Lorenzo Valla, nel sec. XV, dimostrò esser falsa tale donazione, ritenuta autentica ancora ai tempi di Dante.
19.117 che da te prese il primo ricco patre!».

19.118 E mentr'io li cantava cotai note,
19.119 o ira o coscienza che 'l mordesse,
19.120 forte spingava con ambo le piote.vedi nota in-19-120 spingava: scalciava con entrambe le piante dei piedi (" piote ").

19.121 I' credo ben ch'al mio duca piacesse,
19.122 con sì contenta labbia sempre attesevedi nota in-19-122 labbia: aspetto (cfr. c. XIV, 67).
19.123 lo suon de le parole vere espresse.

19.124 Però con ambo le braccia mi prese;
19.125 e poi che tutto su mi s'ebbe al petto,
19.126 rimontò per la via onde discese.vedi nota in-19-126 la via: il pendio dell'argine.

19.127 Né si stancò d'avermi a sé distretto,vedi nota in-19-127 distretto: stretto a sè.
19.128 sì men portò sovra 'l colmo de l'arco
19.129 che dal quarto al quinto argine è tragetto.vedi nota in-19-129 tragetto : passaggio.

19.130 Quivi soavemente spuose il carco,vedi nota in-19-130 spuose: depose il carico.
19.131 soave per lo scoglio sconcio ed ertovedi nota in-19-131 sconcio: impraticabile.
19.132 che sarebbe a le capre duro varco.

19.133 Indi un altro vallon mi fu scoperto.vedi nota in-19-133 un altro vallon: la valle formata dalla quarta bolgia.

Inferno : Canto 20

20.1 Di nova pena mi conven far versi
20.2 e dar matera al ventesimo canto
20.3 de la prima canzon ch'è d'i sommersi.vedi nota in-20-3 canzon : cantica.

20.4 Io era già disposto tutto quanto
20.5 a riguardar ne lo scoperto fondo,
20.6 che si bagnava d'angoscioso pianto;

20.7 e vidi gente per lo vallon tondo
20.8 venir, tacendo e lagrimando, al passovedi nota in-20-8 al passo : lentamente, come chi avanza recitando le litanie (" letane ") in questo mondo.
20.9 che fanno le letane in questo mondo.

20.10 Come 'l viso mi scese in lor più basso,
20.11 mirabilmente apparve esser travoltovedi nota in-20-11 esser travolto ciascun: ciascuno, di questa nuova schiera di dannati, era volto al contrario (" travolto ") nel punto ove il mento sovrasta il busto (" casso "), poiché il viso era girato (" tornato ") dalla parte delle reni ed era necessario che camminasse all'indietro, dato che a ciascuno era impedito vedere davanti.
20.12 ciascun tra 'l mento e 'l principio del casso;

20.13 ché da le reni era tornato 'l volto
20.14 e in dietro venir li convenia,
20.15 perché 'l veder dinanzi era lor tolto.

20.16 Forse per forza già di parlasiavedi nota in-20-16 parlasia : paralisi.
20.17 si travolse così alcun del tutto;
20.18 ma io nol vidi, né credo che sia.

20.19 Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto
20.20 di tua lezione, or pensa per te stessovedi nota in-20-20 di tua lezione: dalla lettura del poema.
20.21 com'io potea tener lo viso asciutto,

20.22 quando la nostra imagine di pressovedi nota in-20-22 la nostra imagine: la figura umana così deformata, che le lacrime bagnavano il posteriore lungo la fenditura (" fesso ") dei glutei.
20.23 vidi sì torta, che 'l pianto de li occhi
20.24 le natiche bagnava per lo fesso.

20.25 Certo io piangea, poggiato a un de' rocchivedi nota in-20-25 rocchi: sporgenze rocciose.
20.26 del duro scoglio, sì che la mia scorta
20.27 mi disse: «Ancor se' tu de li altri sciocchi?vedi nota in-20-27 sciocchi: coloro che hanno compassione dei malvagi.

20.28 Qui vive la pietà quand'è ben morta;vedi nota in-20-28 Qui: in questa bolgia, dove i dannati sono consapevoli di aver voluto usurpare prerogative divine, la pietà consiste nel non aver pietà.
20.29 chi è più scellerato che coluivedi nota in-20-29 che colui: passo oscuro, di cui sono possibili almeno due spiegazioni. La prima è che nessuno è più scellerato di colui che s'impietosisce per gli effetti del giudizio divino. Ma che Virgilio dia a Dante dello " scellerato " oltre che dello " sciocco " è parso un po' forte. Si è fatta perciò strada un'altra interpretazione, che nessuno, cioè, è più scellerato di colui, che pretendendo di conoscere il futuro, rende passivo (" passion comporta ") il giudizio divino.
20.30 che al giudicio divin passion comporta?

20.31 Drizza la testa, drizza, e vedi a cuivedi nota in-20-31 a cui: Anfiarao, al quale, davanti agli occhi dei Tebani, si aperse la terra di sotto, per cui quelli gli gridavano: "Dove precipiti ( " rui "), perché abbandoni il combattimento?". Anfiarao aveva previsto la sua tragica fine e si nascose; ma fu tradito dalla moglie Erifile e costretto a seguire Polínice nella guerra dei sette contro Tebe, ove la sua previsione si avverò (cfr. Purg. c. XII, 50 e n.).
20.32 s'aperse a li occhi d'i Teban la terra;
20.33 per ch'ei gridavan tutti: "Dove rui,

20.34 Anfiarao? perché lasci la guerra?".
20.35 E non restò di ruinare a valle
20.36 fino a Minòs che ciascheduno afferra.

20.37 Mira c'ha fatto petto de le spalle:
20.38 perché volle veder troppo davante,
20.39 di retro guarda e fa retroso calle.

20.40 Vedi Tiresia, che mutò sembiantevedi nota in-20-40 Tiresia: indovino tebano il quale, avendo separato due serpenti in amore, fu trasformato in femmina; e gli fu necessario, sette anni dopo ( " poi " ), battere di nuovo con un bastoncello i due serpenti, ancora una volta in amore (" avvolti"), prima di riassumere sembianze (" penne ") maschili (cfr. Ovidio: Metamorfosi III, 324, segg.).
20.41 quando di maschio femmina divenne
20.42 cangiandosi le membra tutte quante;

20.43 e prima, poi, ribatter li convenne
20.44 li duo serpenti avvolti, con la verga,
20.45 che riavesse le maschili penne.

20.46 Aronta è quel ch'al ventre li s'atterga,vedi nota in-20-46 Aronta: é Arunte, aruspice etrusco, il quale oscuramente predisse la vittoria di Cesare su Pompeo; abitava nei monti di Luni, antica città etrusca presso la foce della Magra, dove i Carraresi, che vivono nella pianura sottostante, lavorano la campagna con la roncola (donde il verbo " ronca "). Arunte " s'atterga al ventre " di Tiresia, cioè segue l'altro che, come s'è detto, cammina all'indietro ed ha il ventre al posto delle spalle (terga).
20.47 che ne' monti di Luni, dove ronca
20.48 lo Carrarese che di sotto alberga,

20.49 ebbe tra ' bianchi marmi la spelonca
20.50 per sua dimora; onde a guardar le stelle
20.51 e 'l mar no li era la veduta tronca.

20.52 E quella che ricuopre le mammelle,
20.53 che tu non vedi, con le trecce sciolte,
20.54 e ha di là ogne pilosa pelle,

20.55 Manto fu, che cercò per terre molte;vedi nota in-20-55 Manto: figlia di Tiresia; fuggita da Tebe, vagò per molte terre in cerca di rifugio, finché prese dimora nel luogo dove poi fu costruita Mantova, città che da lei prese il nome e che diede i natali a Virgilio.
20.56 poscia si puose là dove nacqu'io;
20.57 onde un poco mi piace che m'ascolte.

20.58 Poscia che 'l padre suo di vita uscìo,
20.59 e venne serva la città di Baco,vedi nota in-20-59 e venne serva: quando Tebe, città sacra a Bacco, cadde in potere di Creonte, dopo la morte di Eteocle e Polinice.
20.60 questa gran tempo per lo mondo gio.

20.61 Suso in Italia bella giace un laco,vedi nota in-20-61 un laco: il lago di Garda o Benaco.
20.62 a piè de l'Alpe che serra Lamagnavedi nota in-20-62 Lamagna : Alemagna, Germania.
20.63 sovra Tiralli, c'ha nome Benaco.vedi nota in-20-63 Tiralli: castello presso Merano, sede dei conti del Tirolo.

20.64 Per mille fonti, credo, e più si bagna
20.65 tra Garda e Val Camonica e Penninovedi nota in-20-65 tra Garda: il territorio compreso tra Garda, Valcamonica e le Alpi, (chiamate al tempo di Dante Alpes Apenninae), è bagnato da mille e più corsi d'acqua che confluiscono nel detto lago; e, nel mezzo, vi è il punto d'incrocio, che segna il confine delle diocesi e che è sotto comune giurisdizione dei vescovi dl Trento, Brescia e Verona, i quali potrebbero tutti impartire la benedizione (" segnar ") ammesso che volessero recarvisi.
20.66 de l'acqua che nel detto laco stagna.

20.67 Loco è nel mezzo là dove 'l trentino
20.68 pastore e quel di Brescia e 'l veronese
20.69 segnar poria, s'e' fesse quel cammino.

20.70 Siede Peschiera, bello e forte arnesevedi nota in-20-70 Peschiera : è la bella e forte rocca (" arnese ") capace di fronteggiare Bresciani e Bergamaschi. Qui confluiscono le acque che non possono essere contenute dal Garda e l'emissario che se ne forma, come l'acqua comincia (" mette co ") a scorrere, prende il nome di Mincio, fino a Governolo (" Governol "), dove si getta nel Po.
20.71 da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,
20.72 ove la riva 'ntorno più discese.

20.73 Ivi convien che tutto quanto caschi
20.74 ciò che 'n grembo a Benaco star non può,
20.75 e fassi fiume giù per verdi paschi.

20.76 Tosto che l'acqua a correr mette co,
20.77 non più Benaco, ma Mencio si chiama
20.78 fino a Governol, dove cade in Po.

20.79 Non molto ha corso, ch'el trova una lama,vedi nota in-20-79 lama : una depressione.
20.80 ne la qual si distende e la 'mpaluda;
20.81 e suol di state talor essere grama.vedi nota in-20-81 grama : malsana.

20.82 Quindi passando la vergine crudavedi nota in-20-82 la vergine cruda: la fiera e selvaggia fanciulla è Manto.
20.83 vide terra, nel mezzo del pantano,
20.84 sanza coltura e d'abitanti nuda.

20.85 Lì, per fuggire ogne consorzio umano,
20.86 ristette con suoi servi a far sue arti,
20.87 e visse, e vi lasciò suo corpo vano.vedi nota in-20-87 vano: vuoto perché senz'anima.

20.88 Li uomini poi che 'ntorno erano sparti
20.89 s'accolsero a quel loco, ch'era forte
20.90 per lo pantan ch'avea da tutte parti.

20.91 Fer la città sovra quell'ossa morte;vedi nota in-20-91 Fer: fecero, fondarono.
20.92 e per colei che 'l loco prima elesse,
20.93 Mantua l'appellar sanz'altra sorte.vedi nota in-20-93 sanz'altra sorte: senza interrogare gli oracoli.

20.94 Già fuor le genti sue dentro più spesse,vedi nota in-20-94 più spesse: più numerose.
20.95 prima che la mattia da Casalodivedi nota in-20-95 prima che la mattia: prima che la stoltezza del guelfo conte Alberto Casalodi fosse ingannata dal ghibellino Pinamonte de' Bonacolsi il quale, nel 1272, si impadronì della città.
20.96 da Pinamonte inganno ricevesse.

20.97 Però t'assenno che, se tu mai odivedi nota in-20-97 t'assenno: ti avverto, ti ammonisco.
20.98 originar la mia terra altrimenti,
20.99 la verità nulla menzogna frodi».vedi nota in-20-99 la verità: nessuna menzogna prenda il posto (" frodi ") della verità.

20.100 E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti
20.101 mi son sì certi e prendon sì mia fede,
20.102 che li altri mi sarien carboni spenti.

20.103 Ma dimmi, de la gente che procede,
20.104 se tu ne vedi alcun degno di nota;
20.105 ché solo a ciò la mia mente rifiede».vedi nota in-20-105 rifiede: ferisce di nuovo, torna a mirare.

20.106 Allor mi disse: «Quel che da la gotavedi nota in-20-106 Quel: é Euripilo, l'indovino che al tempo della guerra di Troia, quando la Grecia si trovò ad essere deserta degli uomini partiti all'assedio, sì che appena vi rimasero i bambini nella culla, insieme con Calcante scelse il momento ( " 'l punto " ) per salpare (" tagliar la prima fune ") dal porto di Aulide.
20.107 porge la barba in su le spalle brune,
20.108 fu - quando Grecia fu di maschi vòta,

20.109 sì ch'a pena rimaser per le cune -
20.110 augure, e diede 'l punto con Calcanta
20.111 in Aulide a tagliar la prima fune.

20.112 Euripilo ebbe nome, e così 'l canta
20.113 l'alta mia tragedìa in alcun loco:vedi nota in-20-113 tragedìa : l'Eneide (cfr. c. II, 114 e segg.). Tragedia è per Dante un componimento d'argomento e di stile elevati.
20.114 ben lo sai tu che la sai tutta quanta.

20.115 Quell'altro che ne' fianchi è così poco,vedi nota in-20-115 ne' fianchi…: è cosi scarno nei fianchi.
20.116 Michele Scotto fu, che veramentevedi nota in-20-116 Michele Scotto: scozzese di nascita, fu astrologo di Federico II e tradusse in latino alcune opere di Aristotele.
20.117 de le magiche frode seppe 'l gioco.

20.118 Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,vedi nota in-20-118 Guido Bonatti: forlivese, fu astrologo di Guido da Montefeltro; Asdente è maestro Benvenuto di Parma, ciabattino dedicatosi alla scienza della divinazione. Salimbene afferma che fu chiamato Asdente (= senza denti) per scherno, in quanto i denti grossi e irregolari quasi gli impedivano di parlare.
20.119 ch'avere inteso al cuoio e a lo spago
20.120 ora vorrebbe, ma tardi si pente.

20.121 Vedi le triste che lasciaron l'ago,
20.122 la spuola e 'l fuso, e fecersi 'ndivine;
20.123 fecer malie con erbe e con imago.

20.124 Ma vienne omai, ché già tiene 'l confine
20.125 d'amendue li emisperi e tocca l'onda
20.126 sotto Sobilia Caino e le spine;vedi nota in-20-126 Caino e le spine: secondo un'antica credenza popolare si scorgerebbe Caino con un fascio di spine (cfr. Par. II, 51) nella luna; questa tocca il mare sotto Siviglia (" Sobilia ") e si trova ora al confine tra i due emisferi, cioè tramonta. Poiché la notte precedente ci fu plenilunio (" tonda ") si calcola che siano le sei del mattino.

20.127 e già iernotte fu la luna tonda:
20.128 ben ten de' ricordar, ché non ti nocquevedi nota in-20-128 non ti nocque: ti giovò (litote).
20.129 alcuna volta per la selva fonda».

20.130 Sì mi parlava, e andavamo introcque.vedi nota in-20-130 introcque: intanto (cfr. latino inter hoc).

Inferno : Canto 21

21.1 Così di ponte in ponte, altro parlandovedi nota in-21-1 di ponte in ponte: dal ponte della quarta bolgia a quello della quinta.
21.2 che la mia comedìa cantar non cura,
21.3 venimmo; e tenavamo 'l colmo, quandovedi nota in-21-3 'l colmo: la parte più elevata, come in c. XIX, 128.

21.4 restammo per veder l'altra fessuravedi nota in-21-4 fessura: la quinta bolgia.
21.5 di Malebolge e li altri pianti vani;
21.6 e vidila mirabilmente oscura.

21.7 Quale ne l'arzanà de' Vinizianivedi nota in-21-7 arzanà: l'arsenale di Venezia.
21.8 bolle l'inverno la tenace pece
21.9 a rimpalmare i legni lor non sani,vedi nota in-21-9 a rimpalmare: per spalmare di nuovo le loro navi colpite da avaria (" non sani "), che non possono navigare; e invece di prendere il mare ( " in quella vece ")….

21.10 ché navicar non ponno - in quella vece
21.11 chi fa suo legno novo e chi ristoppavedi nota in-21-11 ristoppa: tura con nuova stoppa le falle delle fiancate.
21.12 le coste a quel che più viaggi fece;

21.13 chi ribatte da proda e chi da poppa;vedi nota in-21-13 ribatte: ribadisce le parti inchiodate.
21.14 altri fa remi e altri volge sarte;vedi nota in-21-14 volge sarte: attorciglia le sartie, chi attoppa la vela minore (" terzeruolo "), chi la maggiore (" artimon ").
21.15 chi terzeruolo e artimon rintoppa -;

21.16 tal, non per foco, ma per divin'arte,
21.17 bollia là giuso una pegola spessa,vedi nota in-21-17 pegola: pece (cfr. impegolare), che imbrattava con la sua viscosità (" 'nviscava ").
21.18 che 'nviscava la ripa d'ogne parte.

21.19 I' vedea lei, ma non vedea in essavedi nota in-21-19 I' vedea lei: io vedevo la pece, ma non vi scorgevo altro che (" mai che ") le bolle.
21.20 mai che le bolle che 'l bollor levava,
21.21 e gonfiar tutta, e riseder compressa.vedi nota in-21-21 riseder: riabbassarsi di livello.

21.22 Mentr'io là giù fisamente mirava,
21.23 lo duca mio, dicendo «Guarda, guarda!»,vedi nota in-21-23 Guarda, guarda!: bada, bada!.
21.24 mi trasse a sé del loco dov'io stava.

21.25 Allor mi volsi come l'uom cui tardavedi nota in-21-25 l'uom cui tarda: l'uomo ansioso di vedere (" cui tarda di veder ") ciò che gli é necessario (" convien ") evitare e al quale l'improvvisa paura toglie gagliardia ( " sgagliarda " ); e che, sebbene continui a guardare (" per veder "), non indugia a fuggire.
21.26 di veder quel che li convien fuggire
21.27 e cui paura sùbita sgagliarda,

21.28 che, per veder, non indugia 'l partire:
21.29 e vidi dietro a noi un diavol nero
21.30 correndo su per lo scoglio venire.vedi nota in-21-30 su per lo scoglio: su per il ponte ove Dante si trova.

21.31 Ahi quant'elli era ne l'aspetto fero!
21.32 e quanto mi parea ne l'atto acerbo,vedi nota in-21-32 acerbo : crudele nell'atteggiamento (" atto ").
21.33 con l'ali aperte e sovra i piè leggero!

21.34 L'omero suo, ch'era aguto e superbo,vedi nota in-21-34 L'omero suo: un peccatore gravava (" carcava " ) le sue spalle che erano ben rilevate e ossute, con entrambi i fianchi, e il diavolo ("quei") teneva stretto il collo dei piedi (" nerbo ").
21.35 carcava un peccator con ambo l'anche,
21.36 e quei tenea de' piè ghermito 'l nerbo.

21.37 Del nostro ponte disse: «O Malebranche,vedi nota in-21-37 Del : dal. Malebranche : nome generico dei diavoli di questa bolgia.
21.38 ecco un de li anzian di Santa Zita!vedi nota in-21-38 anzian di santa Zita: magistrati della Signoria di Lucca, ove era particolarmente venerata santa Zita. Si tratterebbe, stando alla testimonianza di un antico commentatore, di un certo Martino Bottaio (morto nel 1300), forse compagno in baratteria con il Bonturo nominato al v.41.
21.39 Mettetel sotto, ch'i' torno per anchevedi nota in-21-39 sotto: sotto la pece bollente.

21.40 a quella terra che n'è ben fornita:vedi nota in-21-40 a quella terra: alla città di Lucca che é ben fornita di barattieri.
21.41 ogn'uom v'è barattier, fuor che Bonturo;vedi nota in-21-41 Bonturo: è Bonturo Dati, capo del partito popolare di Lucca, e famoso barattiere: la frase, quindi è ironica. Barattiere è chi trae illeciti guadagni dal pubblico denaro e chi prostituisce la giustizia. Ciò spiega il tono forense del v. seg., con la presenza del lat. " ita ".
21.42 del no, per li denar vi si fa ita».vedi nota in-21-42 del no: per denaro il no diventa sì ("ita " : cfr. lat. ita est: é cosi).

21.43 Là giù 'l buttò, e per lo scoglio duro
21.44 si volse; e mai non fu mastino sciolto
21.45 con tanta fretta a seguitar lo furo.vedi nota in-21-45 a seguitar lo furo: ad inseguire un ladro (cfr. lat. fur).

21.46 Quel s'attuffò, e tornò sù convolto;vedi nota in-21-46 convolto: raccolto nelle membra e mostrando la schiena.
21.47 ma i demon che del ponte avean coperchio,vedi nota in-21-47 avean coperchio: erano coperti dal ponte, cioè vi stavano sotto.
21.48 gridar: «Qui non ha loco il Santo Volto:vedi nota in-21-48 Qui non ha loco: qui non c'è il Santo Volto, cioè un antico crocifisso di legno, davanti al quale i Lucchesi usavano inchinarsi, in atto somigliante a quello del dannato, tornato a galla tutto " convolto ".

21.49 qui si nuota altrimenti che nel Serchio!vedi nota in-21-49 Serchio: fiume presso Lucca. Continua la crudele ironia del v. precedente.
21.50 Però, se tu non vuo' di nostri graffi,
21.51 non far sopra la pegola soverchio».vedi nota in-21-51 non far: non soperchiare, non venire a galla; sì da star sopra la pece.

21.52 Poi l'addentar con più di cento raffi,vedi nota in-21-52 raffi : uncini.
21.53 disser: «Coverto convien che qui balli,
21.54 sì che, se puoi, nascosamente accaffi».vedi nota in-21-54 nascosamente accaffi: arraffi di nascosto qualcosa sotto la pece, come, in vita, occulti guadagni ti procurò la baratteria.

21.55 Non altrimenti i cuoci a' lor vassalli
21.56 fanno attuffare in mezzo la caldaia
21.57 la carne con li uncin, perché non galli.vedi nota in-21-57 non galli: non galleggi.

21.58 Lo buon maestro «Acciò che non si paia
21.59 che tu ci sia», mi disse, «giù t'acquatta
21.60 dopo uno scheggio, ch'alcun schermo t'aia;vedi nota in-21-60 dopo: dietro (cfr. lat. post) una sporgenza che ti offra riparo (" schermo ").

21.61 e per nulla offension che mi sia fatta,vedi nota in-21-61 e per nulla offension: e per qualsiasi offesa mi possa esser fatta, non temere, che queste cose mi sono note (" conte " : cognite), e già altra volta mi trovai a simile contesa (cfr. c. IX, 22 e segg.).
21.62 non temer tu, ch'i' ho le cose conte,
21.63 perch'altra volta fui a tal baratta».

21.64 Poscia passò di là dal co del ponte;vedi nota in-21-64 dal co: dal capo.
21.65 e com'el giunse in su la ripa sesta,vedi nota in-21-65 ripa sesta: quella tra la quinta e la sesta bolgia.
21.66 mestier li fu d'aver sicura fronte.

21.67 Con quel furore e con quella tempesta
21.68 ch'escono i cani a dosso al poverello
21.69 che di sùbito chiede ove s'arresta,vedi nota in-21-69 chiede: domanda l'elemosina dal punto in cui la furia dei cani l'ha costretto a fermarsi.

21.70 usciron quei di sotto al ponticello,
21.71 e volser contra lui tutt'i runcigli;vedi nota in-21-71 runcigli : roncigli, uncini.
21.72 ma el gridò: «Nessun di voi sia fello!vedi nota in-21-72 fello : ribaldo.

21.73 Innanzi che l'uncin vostro mi pigli,
21.74 traggasi avante l'un di voi che m'oda,
21.75 e poi d'arruncigliarmi si consigli».

21.76 Tutti gridaron: «Vada Malacoda!»;vedi nota in-21-76 Malacoda: é il primo dei numerosi diavoli presentati da Dante in questo canto.
21.77 per ch'un si mosse - e li altri stetter fermi -,
21.78 e venne a lui dicendo: «Che li approda?».vedi nota in-21-78 Che li approda?: che gli giova? A cosa gli serve?.

21.79 «Credi tu, Malacoda, qui vedermi
21.80 esser venuto», disse 'l mio maestro,
21.81 «sicuro già da tutti vostri schermi,vedi nota in-21-81 schermi : ostacoli.

21.82 sanza voler divino e fato destro?vedi nota in-21-82 destro : favorevole, propizio.
21.83 Lascian'andar, ché nel cielo è voluto
21.84 ch'i' mostri altrui questo cammin silvestro».

21.85 Allor li fu l'orgoglio sì caduto,
21.86 ch'e' si lasciò cascar l'uncino a' piedi,
21.87 e disse a li altri: «Omai non sia feruto».vedi nota in-21-87 feruto : ferito.

21.88 E 'l duca mio a me: «O tu che siedi
21.89 tra li scheggion del ponte quatto quatto,
21.90 sicuramente omai a me ti riedi».

21.91 Per ch'io mi mossi, e a lui venni ratto;
21.92 e i diavoli si fecer tutti avanti,
21.93 sì ch'io temetti ch'ei tenesser patto;vedi nota in-21-93 temetti ch'ei: costruzione latineggiante, come timeo ut per cui si desidera ciò che si teme; e Dante qui desidera che i diavoli mantengano la promessa del v.87. Della costruzione analoga a quella latina di timeo ne, per cui si teme una cosa indesiderata, ci sono diversi esempi nel poema (cfr. Inf. XVII, 76; XXII, 92).

21.94 così vid'io già temer li fanti
21.95 ch'uscivan patteggiati di Caprona,vedi nota in-21-95 Caprona: castello dei Pisani, conquistato dai Fiorentini e Lucchesi nel 1289, l'anno in cui Dante combatté a Campaldino. I difensori si arresero a patto di aver salva la vita.
21.96 veggendo sé tra nemici cotanti.

21.97 I' m'accostai con tutta la persona
21.98 lungo 'l mio duca, e non torceva li occhi
21.99 da la sembianza lor ch'era non buona.

21.100 Ei chinavan li raffi e «Vuo' che 'l tocchi»,
21.101 diceva l'un con l'altro, «in sul groppone?».
21.102 E rispondien: «Sì, fa che gliel'accocchi!».vedi nota in-21-102 accocchi: aggiusti, assesti. .

21.103 Ma quel demonio che tenea sermone
21.104 col duca mio, si volse tutto presto,
21.105 e disse: «Posa, posa, Scarmiglione!».

21.106 Poi disse a noi: «Più oltre andar per questo
21.107 iscoglio non si può, però che giace
21.108 tutto spezzato al fondo l'arco sesto.vedi nota in-21-108 l'arco sesto: il ponte sulla sesta bolgia.

21.109 E se l'andare avante pur vi piace,
21.110 andatevene su per questa grotta;vedi nota in-21-110 grotta: l'argine roccioso tra la quinta e la sesta bolgia.
21.111 presso è un altro scoglio che via face.vedi nota in-21-111 che via face: che consente il passaggio. Ma è una maligna bugia.

21.112 Ier, più oltre cinqu'ore che quest'otta,vedi nota in-21-112 Ier…: Ieri, all'ora che ne conta oltre cinque più di quest'ora (" otta "), si sono compiuti 1266 anni da che questa via fu interrotta. Il terremoto che causò le interruzioni (cfr. c. XII, 37-45) avvenne alla morte di Cristo. E poiché, secondo Dante (cfr. Conv. IV, XXIII, 10-11) Cristo morì nel suo 34° anno, quasi all'ora sesta, cioè a mezzogiorno, si ha: 1266 + 34 = 1300, giorno del Venerdì Santo, in cui comincia il viaggio oltremondano (cfr. c. I, 1). Riguardo all'ora si ha: 12 - 5 = 7. Sono cioè circa le sette del mattino; è trascorsa circa un'ora da quando Dante é giunto al ponte della quinta bolgia (cfr. c. XX 124 e n. 126).
21.113 mille dugento con sessanta sei
21.114 anni compié che qui la via fu rotta.

21.115 Io mando verso là di questi miei
21.116 a riguardar s'alcun se ne sciorina;vedi nota in-21-116 se ne sciorina: si solleva sulla pece emergendo.
21.117 gite con lor, che non saranno rei».

21.118 «Tra'ti avante, Alichino, e Calcabrina»,
21.119 cominciò elli a dire, «e tu, Cagnazzo;
21.120 e Barbariccia guidi la decina.vedi nota in-21-120 la decina: la squadra di dieci diavoli.

21.121 Libicocco vegn'oltre e Draghignazzo,
21.122 Ciriatto sannuto e Graffiacane
21.123 e Farfarello e Rubicante pazzo.

21.124 Cercate 'ntorno le boglienti pane;vedi nota in-21-124 Cercate 'ntorno: controllate le bollenti panie.
21.125 costor sian salvi infino a l'altro scheggio
21.126 che tutto intero va sovra le tane».vedi nota in-21-126 tane : bolge.

21.127 «Omè, maestro, che è quel ch'i' veggio?»,
21.128 diss'io, «deh, sanza scorta andianci soli,
21.129 se tu sa' ir; ch'i' per me non la cheggio.

21.130 Se tu se' sì accorto come suoli,
21.131 non vedi tu ch'e' digrignan li denti,
21.132 e con le ciglia ne minaccian duoli?».vedi nota in-21-132 e con le ciglia: con l'ammiccare degli sguardi.

21.133 Ed elli a me: «Non vo' che tu paventi;
21.134 lasciali digrignar pur a lor senno,
21.135 ch'e' fanno ciò per li lessi dolenti».vedi nota in-21-135 li lessi dolenti: i dannati bolliti nella pece.

21.136 Per l'argine sinistro volta dienno;vedi nota in-21-136 Per l'argine sinistro: voltarono a sinistra.
21.137 ma prima avea ciascun la lingua stretta
21.138 coi denti, verso lor duca, per cenno;vedi nota in-21-138 per cenno: come invito a dare un sonoro segnale di partenza, che non tarda a venire (v. 139).

21.139 ed elli avea del cul fatto trombetta.

Inferno : Canto 22

22.1 Io vidi già cavalier muover campo,vedi nota in-22-1 muover campo: mettersi in cammino.
22.2 e cominciare stormo e far lor mostra,vedi nota in-22-2 stormo: assalto; e schierarsi per la rassegna (" far lor mostra ").
22.3 e talvolta partir per loro scampo;vedi nota in-22-3 partir: ritirarsi per cercare scampo.

22.4 corridor vidi per la terra vostra,vedi nota in-22-4 corridor : avanguardie esploranti.
22.5 o Aretini, e vidi gir gualdane,vedi nota in-22-5 gualdane: incursioni dl cavalleria.
22.6 fedir torneamenti e correr giostra;vedi nota in-22-6 fedir torneamenti: combattere tornei e gareggiare nelle giostre.

22.7 quando con trombe, e quando con campane,
22.8 con tamburi e con cenni di castella,vedi nota in-22-8 cenni di castella: segnali lanciati dalla torre dei castelli (cfr. c. VIII, 1 e segg.).
22.9 e con cose nostrali e con istrane;vedi nota in-22-9 nostrali e con istrane: segnali nostri o stranieri.

22.10 né già con sì diversa cennamellavedi nota in-22-10 né già: però mai con così straordinario strumento a fiato ( " cennamella " ) come quello usato da Barbariccia.
22.11 cavalier vidi muover né pedoni,
22.12 né nave a segno di terra o di stella.vedi nota in-22-12 a segno: al segnale proveniente da terra o dalla stella polare.

22.13 Noi andavam con li diece demoni.
22.14 Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesavedi nota in-22-14 ne la chiesa…: proverbio popolare. 16. 'ntesa : attenzione.
22.15 coi santi, e in taverna coi ghiottoni.

22.16 Pur a la pegola era la mia 'ntesa,
22.17 per veder de la bolgia ogne contegnovedi nota in-22-17 contegno : condizione.
22.18 e de la gente ch'entro v'era incesa.vedi nota in-22-18 incesa: bruciata, lessata.

22.19 Come i dalfini, quando fanno segno
22.20 a' marinar con l'arco de la schiena,vedi nota in-22-20 con l'arco de la schiena: il paragone richiama l'aspetto dell'Anziano di Lucca che riemerge " convolto " (cfr. c. XXI 48).
22.21 che s'argomentin di campar lor legno,vedi nota in-22-21 che s'argomentin: perché s'industrino a salvare la loro nave dalla tempesta, che si credeva i delfini preannunciassero.

22.22 talor così, ad alleggiar la pena,vedi nota in-22-22 alleggiar : alleviare.
22.23 mostrav'alcun de' peccatori il dossovedi nota in-22-23 il dosso: la schiena.
22.24 e nascondea in men che non balena.

22.25 E come a l'orlo de l'acqua d'un fosso
22.26 stanno i ranocchi pur col muso fuori,
22.27 sì che celano i piedi e l'altro grosso,vedi nota in-22-27 l'altro grosso: il resto del corpo.

22.28 sì stavan d'ogne parte i peccatori;
22.29 ma come s'appressava Barbariccia,
22.30 così si ritraén sotto i bollori.

22.31 I' vidi, e anco il cor me n'accapriccia,vedi nota in-22-31 me n'accapriccia: espressione già vista in c. XIV, 78.
22.32 uno aspettar così, com'elli 'ncontravedi nota in-22-32 'ncontra : capita.
22.33 ch'una rana rimane e l'altra spiccia;vedi nota in-22-33 spiccia: fugge via.

22.34 e Graffiacan, che li era più di contra,
22.35 li arruncigliò le 'mpegolate chiome
22.36 e trassel sù, che mi parve una lontra.vedi nota in-22-36 una lontra: la lontra, quando è bagnata, appare untuosa.

22.37 I' sapea già di tutti quanti 'l nome,
22.38 sì li notai quando fuorono eletti,vedi nota in-22-38 eletti: scelti (da Malacoda); e, quando si chiamarono tra loro, feci attenzione (" attesi ") a come si chiamassero.
22.39 e poi ch'e' si chiamaro, attesi come.

22.40 «O Rubicante, fa che tu li metti
22.41 li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!»,
22.42 gridavan tutti insieme i maladetti.

22.43 E io: «Maestro mio, fa, se tu puoi,
22.44 che tu sappi chi è lo sciagurato
22.45 venuto a man de li avversari suoi».vedi nota in-22-45 a man: nelle mani. In generale, per Dante, il demonio è l'"antico avversaro " (cfr. Purg. XI, 20).

22.46 Lo duca mio li s'accostò allato;
22.47 domandollo ond'ei fosse, e quei rispuose:
22.48 «I' fui del regno di Navarra nato.vedi nota in-22-48 nato: nativo. E' Ciampolo di Navarra. La madre che lo aveva avuto da uno scioperato (" ribaldo ") scialacquatore e, forse, suicida ( " distruggitor di sè " ), lo pose al servizio di un signore. Fu poi alla corte (" famiglia ") del re Tebaldo II di Navarra, ove esercitò 1a baratteria, colpa di cui rende conto nella pece bollente.

22.49 Mia madre a servo d'un segnor mi puose,
22.50 che m'avea generato d'un ribaldo,
22.51 distruggitor di sé e di sue cose.

22.52 Poi fui famiglia del buon re Tebaldo:
22.53 quivi mi misi a far baratteria;
22.54 di ch'io rendo ragione in questo caldo».

22.55 E Ciriatto, a cui di bocca uscia
22.56 d'ogne parte una sanna come a porco,
22.57 li fé sentir come l'una sdrucia.vedi nota in-22-57 come l'una sdrucia: come la zanna stracciava.

22.58 Tra male gatte era venuto 'l sorco;vedi nota in-22-58 'l sorco: Ciampolo è come un topo tra i gatti.
22.59 ma Barbariccia il chiuse con le braccia,
22.60 e disse: «State in là, mentr'io lo 'nforco».vedi nota in-22-60 lo 'nforco: lo circondo con le braccia; al modo che un cavaliere inforca la sua cavalcatura con le gambe.

22.61 E al maestro mio volse la faccia:
22.62 «Domanda», disse, «ancor, se più disii
22.63 saper da lui, prima ch'altri 'l disfaccia».vedi nota in-22-63 altri : i demoni.

22.64 Lo duca dunque: «Or dì : de li altri rii
22.65 conosci tu alcun che sia latinovedi nota in-22-65 latino: italiano; come in c. XXVII, 27 e 33.
22.66 sotto la pece?». E quelli: «I' mi partii,

22.67 poco è, da un che fu di là vicino.vedi nota in-22-67 vicino: perché nato in Sardegna, non nella penisola. Si tratta di frate Gomita.
22.68 Così foss'io ancor con lui coperto,
22.69 ch'i' non temerei unghia né uncino!».

22.70 E Libicocco «Troppo avem sofferto»,vedi nota in-22-70 sofferto : tollerato, pazientato.
22.71 disse; e preseli 'l braccio col runciglio,
22.72 sì che, stracciando, ne portò un lacerto.vedi nota in-22-72 lacerto: un brano di carne e muscolo.

22.73 Draghignazzo anco i volle dar di piglio
22.74 giuso a le gambe; onde 'l decurio lorovedi nota in-22-74 'l decurio: il decurione, comandante la " decina " (cfr. c. XXI, 120).
22.75 si volse intorno intorno con mal piglio.vedi nota in-22-75 mal piglio: aspetto minaccioso.

22.76 Quand'elli un poco rappaciati fuoro,
22.77 a lui, ch'ancor mirava sua ferita,
22.78 domandò 'l duca mio sanza dimoro:vedi nota in-22-78 sanza dimoro: senza indugio.

22.79 «Chi fu colui da cui mala partitavedi nota in-22-79 da cui: da cui dici di esserti allontanato per tua disgrazia.
22.80 di' che facesti per venire a proda?».
22.81 Ed ei rispuose: «Fu frate Gomita,vedi nota in-22-81 frate Gomita: personaggio poco conosciuto; forse fu funzionario di Nino Visconti in Sardegna, nel giudicato di Gallura; fu ricettacolo (" vasel ") d'ogni frode, e, avuti in suo potere i nemici del suo signore (" donno "), li lasciò andare, previo compenso, dopo un farsesco giudizio ( "di piano": cfr. lat. de plano: procedura sommaria ).

22.82 quel di Gallura, vasel d'ogne froda,
22.83 ch'ebbe i nemici di suo donno in mano,
22.84 e fé sì lor, che ciascun se ne loda.

22.85 Danar si tolse, e lasciolli di piano,
22.86 sì com'e' dice; e ne li altri offici anche
22.87 barattier fu non picciol, ma sovrano.

22.88 Usa con esso donno Michel Zanchevedi nota in-22-88 Usa: sta abitualmente con quel messere (" donno " in Sardegna aveva anche questo senso) Michele Zanche, del giudicato sardo del Logudoro. Anche di costui non si sa molto. Forse fu vicario di Enzo, re di Sardegna, della cui prigionia avrebbe approfittato per esercitare la baratteria. Fu ucciso dal genero Branca Doria (cfr. c. XXXIII, 137 e segg.).
22.89 di Logodoro; e a dir di Sardigna
22.90 le lingue lor non si sentono stanche.

22.91 Omè, vedete l'altro che digrigna:
22.92 i' direi anche, ma i' temo ch'ellovedi nota in-22-92 anche : ancora.
22.93 non s'apparecchi a grattarmi la tigna».vedi nota in-22-93 a grattarmi la tigna: a graffiarmi con l'uncino.

22.94 E 'l gran proposto, vòlto a Farfarellovedi nota in-22-94 'l gran proposto: il gran capo Barbariccia.
22.95 che stralunava li occhi per fedire,
22.96 disse: «Fatti 'n costà, malvagio uccello!».vedi nota in-22-96 Fatti 'n costà: fatti in là.

22.97 «Se voi volete vedere o udire»,
22.98 ricominciò lo spaurato appresso
22.99 «Toschi o Lombardi, io ne farò venire;

22.100 ma stieno i Malebranche un poco in cesso,vedi nota in-22-100 in cesso : fermi e in disparte.
22.101 sì ch'ei non teman de le lor vendette;
22.102 e io, seggendo in questo loco stesso,vedi nota in-22-102 seggendo: stando fermo; promessa ingannevole per far ritirare i diavoli e aver modo di rituffarsi.

22.103 per un ch'io son, ne farò venir sette
22.104 quand'io suffolerò, com'è nostro usovedi nota in-22-104 suffolerò: fischierò; con questo segnale, dice Ciampolo, i dannati usano avvertire che non ci sono demoni in giro.
22.105 di fare allor che fori alcun si mette».

22.106 Cagnazzo a cotal motto levò 'l muso,
22.107 crollando 'l capo, e disse: «Odi malizia
22.108 ch'elli ha pensata per gittarsi giuso!».

22.109 Ond'ei, ch'avea lacciuoli a gran divizia,vedi nota in-22-109 lacciuoli: inganni, trappole.
22.110 rispuose: «Malizioso son io troppo,
22.111 quand'io procuro a' mia maggior trestizia».vedi nota in-22-111 quand'io procuro: dal momento che l'inganno ricade sui miei simili.

22.112 Alichin non si tenne e, di rintoppo
22.113 a li altri, disse a lui: «Se tu ti cali,
22.114 io non ti verrò dietro di gualoppo,

22.115 ma batterò sovra la pece l'ali.
22.116 Lascisi 'l collo, e sia la ripa scudo,vedi nota in-22-116 Lascisi 'l collo: lasciamo il colle, cioè la sommità dell'argine e questo sia riparo a Ciampolo, per vedere se da solo vale più di noi.
22.117 a veder se tu sol più di noi vali».

22.118 O tu che leggi, udirai nuovo ludo:vedi nota in-22-118 ludo : gara.
22.119 ciascun da l'altra costa li occhi volse;vedi nota in-22-119 ciascun: ognuno volse gli occhi dall'argine e, primo fra tutti, Cagnazzo che era il più restio (" crudo ").
22.120 quel prima, ch'a ciò fare era più crudo.

22.121 Lo Navarrese ben suo tempo colse;
22.122 fermò le piante a terra, e in un punto
22.123 saltò e dal proposto lor si sciolse.vedi nota in-22-123 dal proposto lor si sciolse: si liberò dalla stretta di Barbariccia (" proposto "), che lo aveva inforcato (v. 50).

22.124 Di che ciascun di colpa fu compunto,
22.125 ma quei più che cagion fu del difetto;vedi nota in-22-125 ma quei: Alichino, maggiore responsabile dell'errore (" difetto "), si slancia gridando: Sei preso !.
22.126 però si mosse e gridò: «Tu se' giunto!».

22.127 Ma poco i valse: ché l'ali al sospettovedi nota in-22-127 ché l'ali: le ali non poterono essere più veloci della paura (" sospetto ") dell'altro.
22.128 non potero avanzar: quelli andò sotto,
22.129 e quei drizzò volando suso il petto:

22.130 non altrimenti l'anitra di botto,
22.131 quando 'l falcon s'appressa, giù s'attuffa,
22.132 ed ei ritorna sù crucciato e rotto.vedi nota in-22-132 rotto : sconfitto.

22.133 Irato Calcabrina de la buffa,vedi nota in-22-133 buffa: beffa.
22.134 volando dietro li tenne, invaghitovedi nota in-22-134 invaghito: desideroso che Ciampolo scampasse, per aver motivo di zuffa con Alichino.
22.135 che quei campasse per aver la zuffa;

22.136 e come 'l barattier fu disparito,
22.137 così volse li artigli al suo compagno,
22.138 e fu con lui sopra 'l fosso ghermito.vedi nota in-22-138 e fu… ghermito: e si trovò allacciato.

22.139 Ma l'altro fu bene sparvier grifagnovedi nota in-22-139 grifagno: è lo sparviero catturato adulto, difficile da addomesticare, ma adatto alla caccia.
22.140 ad artigliar ben lui, e amendue
22.141 cadder nel mezzo del bogliente stagno.

22.142 Lo caldo sghermitor sùbito fue;vedi nota in-22-142 Lo caldo: il caldo fu un rapido separatore (" sghermitor " : contrario di ghermitore).
22.143 ma però di levarsi era neente,vedi nota in-22-143 era neente: non c'era possibilità.
22.144 sì avieno inviscate l'ali sue.

22.145 Barbariccia, con li altri suoi dolente,
22.146 quattro ne fé volar da l'altra costa
22.147 con tutt'i raffi, e assai prestamente

22.148 di qua, di là discesero a la posta;vedi nota in-22-148 discesero a la posta: si calarono dove occorreva appostarsi per aiutare i compagni.
22.149 porser li uncini verso li 'mpaniati,
22.150 ch'eran già cotti dentro da la crosta;vedi nota in-22-150 crosta: la piaga causata dalla scottatura.

22.151 e noi lasciammo lor così 'mpacciati.

Inferno : Canto 23

23.1 Taciti, soli, sanza compagnia
23.2 n'andavam l'un dinanzi e l'altro dopo,
23.3 come frati minor vanno per via.

23.4 Vòlt'era in su la favola d'Isopovedi nota in-23-4 la favola d'Isopo: la favola cui allude Dante, che non è di Esopo ma di Fedro, narra che una volta una rana, volendo affogare un topo, che le aveva chiesto aiuto per attraversare un fiume, gli legò una zampa alla sua, con la scusa di meglio sostenerlo; quando fu in mezzo alla corrente, la rana si inabissò, cercando di trascinare il topo, i cui sforzi per restare a galla attirarono, però, un nibbio; e, come il rapace, sceso in volo, artigliò il topo, trascinò in alto anche la rana, sempre legata per la zampa. E Dante aggiunge: mo e issa (l'uno dal lat. "modo", l'altro dal lat. "ipsa hora" significano entrambi: ora) non sono uguali l'uno all'altro più che la favola e la zuffa dei diavoli, a patto che si paragonino con discernimento il principio e la fine. Infatti al principio la rana e Calcabrina hanno un analogo fine: nuocere al topo e ad Alichino; e alla fine il nibbio e la pece fanno entrambi giustizia delle cattive intenzioni.
23.5 lo mio pensier per la presente rissa,
23.6 dov'el parlò de la rana e del topo;

23.7 ché più non si pareggia "mo" e "issa"
23.8 che l'un con l'altro fa, se ben s'accoppia
23.9 principio e fine con la mente fissa.

23.10 E come l'un pensier de l'altro scoppia,
23.11 così nacque di quello un altro poi,
23.12 che la prima paura mi fé doppia.vedi nota in-23-12 la prima paura: quella di cui al. c XXI, 91 e 127.

23.13 Io pensava così: «Questi per noivedi nota in-23-13 per noi: per colpa nostra.
23.14 sono scherniti con danno e con beffa
23.15 sì fatta, ch'assai credo che lor nòi.vedi nota in-23-15 nòi: li irriti, riempiendoli di vergogna. Notare la rima equivoca col verso 13.

23.16 Se l'ira sovra 'l mal voler s'aggueffa,vedi nota in-23-16 s'aggueffa: si accumula, si aggiunge. Propriamente " gueffa " è un gomitolo di spago.
23.17 ei ne verranno dietro più crudeli
23.18 che 'l cane a quella lievre ch'elli acceffa».vedi nota in-23-18 a quella lievre: a quella lepre che afferra col muso (" ceffo " è il muso; cfr. c. XVII, 50).

23.19 Già mi sentia tutti arricciar li peli
23.20 de la paura e stava in dietro intento,
23.21 quand'io dissi: «Maestro, se non celi

23.22 te e me tostamente, i' ho pavento
23.23 de Malebranche. Noi li avem già dietro;
23.24 io li 'magino sì, che già li sento».

23.25 E quei: «S'i' fossi di piombato vetro,vedi nota in-23-25 piombato vetro: uno specchio che è una lastra di vetro con uno strato di piombo.
23.26 l'imagine di fuor tua non trarreivedi nota in-23-26 l'imagine: non ritrarrei la tua immagine esteriore più presto di quanto non otterrei quella dei tuoi riposti pensieri.
23.27 più tosto a me, che quella dentro 'mpetro.

23.28 Pur mo venieno i tuo' pensier tra' miei
23.29 con simile atto e con simile faccia,
23.30 sì che d'intrambi un sol consiglio fei.vedi nota in-23-30 sì che d'intrambi: così che presi una comune risoluzione, data l'analogia dei pensieri e tuoi e miei.

23.31 S'elli è che sì la destra costa giaccia,vedi nota in-23-31 giaccia: abbia tale pendenza.
23.32 che noi possiam ne l'altra bolgia scenderevedi nota in-23-32 ne l'altra bolgia: nella sesta.
23.33 noi fuggirem l'maginata caccia».

23.34 Già non compié di tal consiglio renderevedi nota in-23-34 Già non compié: non aveva ancor finito di espormi la sua decisione (" consiglio ").
23.35 ch'io li vidi venir con l'ali tese
23.36 non molto lungi, per volerne prendere.vedi nota in-23-36 volerne : volerci.

23.37 Lo duca mio di sùbito mi prese
23.38 come la madre ch'al romore è desta
23.39 e vede presso a sè le fiamme accese

23.40 che prende il figlio e fugge e non s'arresta
23.41 avendo più di lui che di sé cura,
23.42 tanto che solo una camicia vesta;vedi nota in-23-42 tanto che: neppure il tempo occorrente ad indossare una camicia. Nel Medio Evo non si usava camicia da notte.

23.43 e giù dal collo de la ripa duravedi nota in-23-43 collo: sommità (cfr. c. XXII, 118).
23.44 supin si diede a la pendente roccia,vedi nota in-23-44 supin si diede: si lasciò andare supino lungo il pendio roccioso che chiude la sesta bolgia dalla parte della quinta.
23.45 che l'un de' lati a l'altra bolgia tura.

23.46 Non corse mai sì tosto acqua per docciavedi nota in-23-46 doccia : canale.
23.47 a volger ruota di molin terragno,vedi nota in-23-47 terragno: che sta in terraferma.
23.48 quand'ella più verso le pale approccia,vedi nota in-23-48 quand'ella: quando essa (l'acqua) più si avvicina alle pale e accresce la velocità, data dalla pendenza del canale da cui proviene.

23.49 come 'l maestro mio per quel vivagno,vedi nota in-23-49 vivagno: margine, orlo (cfr. XIV, 123).
23.50 portandosene me sovra 'l suo petto,
23.51 come suo figlio, non come compagno.

23.52 A pena fuoro i piè suoi giunti al lettovedi nota in-23-52 al letto: al fondo della sesta bolgia (" fondo ").
23.53 del fondo giù, ch'e' furon in sul collevedi nota in-23-53 ch'e': che essi, i diavoli.
23.54 sovresso noi; ma non lì era sospetto;vedi nota in-23-54 ma non lì era sospetto: ma non c'era da aver paura, perché la Provvidenza vieta a tutti la possibilità (" poder… tolle ") di allontanarsi dalla bolgia, cui li ha posti a guardia.

23.55 ché l'alta provedenza che lor volle
23.56 porre ministri de la fossa quinta,
23.57 poder di partirs'indi a tutti tolle.

23.58 Là giù trovammo una gente dipintavedi nota in-23-58 una gente dipinta: sono gli ipocriti, che in vita mascherarono sempre ogni loro pensiero, per cui Dante ne dà una pittorica aggettivazione, che ben s'adatta, del resto, anche alle cappe dorate che qui indossano.
23.59 che giva intorno assai con lenti passi,
23.60 piangendo e nel sembiante stanca e vinta.

23.61 Elli avean cappe con cappucci bassi
23.62 dinanzi a li occhi, fatte de la tagliavedi nota in-23-62 de la taglia: della foggia con lunghe maniche e largo cappuccio, che si fa dai monaci di Cluny, in Francia.
23.63 che in Clugnì per li monaci fassi.

23.64 Di fuor dorate son, sì ch'elli abbaglia;
23.65 ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
23.66 che Federigo le mettea di paglia.vedi nota in-23-66 che Federigo: che, al confronto, quelle con cui erano puniti i rei di lesa maestà al tempo di Federico II, sembravano leggere come paglia.

23.67 Oh in etterno faticoso manto!
23.68 Noi ci volgemmo ancor pur a man manca
23.69 con loro insieme, intenti al tristo pianto;

23.70 ma per lo peso quella gente stanca
23.71 venìa sì pian, che noi eravam nuovivedi nota in-23-71 nuovi di compagnia: nuovi compagni avevamo a fianco, ad ogni passo, per il lentissimo procedere di quelli.
23.72 di compagnia ad ogne mover d'anca.

23.73 Per ch'io al duca mio: «Fa che tu trovi
23.74 alcun ch'al fatto o al nome si conosca,vedi nota in-23-74 al fatto o al nome: per le azioni o per il nome sia noto.
23.75 e li occhi, sì andando, intorno movi».

23.76 E un che 'ntese la parola tosca,
23.77 di retro a noi gridò: «Tenete i piedi,vedi nota in-23-77 Tenete i piedi: fermate il passo.
23.78 voi che correte sì per l'aura fosca!

23.79 Forse ch'avrai da me quel che tu chiedi».vedi nota in-23-79 Forse ch': forse.
23.80 Onde 'l duca si volse e disse: «Aspetta
23.81 e poi secondo il suo passo procedi».

23.82 Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta
23.83 de l'animo, col viso, d'esser meco;
23.84 ma tardavali 'l carco e la via stretta.vedi nota in-23-84 ma tardavali: ma li attardava il peso e lo spazio ristretto dall'ingombro delle cappe di piombo.

23.85 Quando fuor giunti, assai con l'occhio biecovedi nota in-23-85 con l'occhio bieco: guardando di traverso, e per l'ostacolo del cappuccio, e perché non hanno perso lo sguardo ipocrita.
23.86 mi rimiraron sanza far parola;
23.87 poi si volsero in sé, e dicean seco:vedi nota in-23-87 in sé: tra di loro (cfr. lat. inter se).

23.88 «Costui par vivo a l'atto de la gola;vedi nota in-23-88 a l'atto della gola: le pulsazioni e il respiro sono visibili proprio nella gola.
23.89 e s'e' son morti, per qual privilegio
23.90 vanno scoperti de la grave stola?».vedi nota in-23-90 grave stola: la cappa di piombo.

23.91 Poi disser me: «O Tosco, ch'al collegio
23.92 de l'ipocriti tristi se' venuto,
23.93 dir chi tu se' non avere in dispregio».

23.94 E io a loro: «I' fui nato e cresciuto
23.95 sovra 'l bel fiume d'Arno a la gran villa,vedi nota in-23-95 villa: città; cioè Firenze.
23.96 e son col corpo ch'i' ho sempre avuto.

23.97 Ma voi chi siete, a cui tanto distillavedi nota in-23-97 a cui: a cui giù per le guance scende, a stilla a stilla, tanto dolore quanto io ne vedo.
23.98 quant'i' veggio dolor giù per le guance?
23.99 e che pena è in voi che sì sfavilla?».vedi nota in-23-99 sfavilla: le cappe sono estesamente dorate e lucenti.

23.100 E l'un rispuose a me: «Le cappe rancevedi nota in-23-100 rance: color arancio, dorate.
23.101 son di piombo sì grosse, che li pesi
23.102 fan così cigolar le lor bilance.vedi nota in-23-102 le lor bilance: corpi che le sostengono.

23.103 Frati godenti fummo, e bolognesi;vedi nota in-23-103 Frati godenti: ordine di frati laici, istituito a Bologna nel 1261. Il nome Gaudenti assunto dai frati perché era " lo più diritto nome " di " ogni omo a Dio renduto " (Guittone), finì col suonare scherno quando l'ordine si traviò.
23.104 io Catalano e questi Loderingovedi nota in-23-104 io Catalano: è Catalano dei Malavolti, bolognese, il quale con Loderingo degli Andalò, suo concittadino, ebbe diverse podesterie in varie città. Nel 1268 i due furono chiamati a Firenze (" da tua terra ") con l'ufficio di podestà (" per conservar sua pace "); ma, ipocritamente, favorirono la parte guelfa, per cui si ebbe la fuga dei ghibellini e la distruzione delle case degli Uberti site presso il " Gardingo ", antica fortezza longobarda eretta " a guardia " di Firenze.
23.105 nomati, e da tua terra insieme presi,

23.106 come suole esser tolto un uom solingo,
23.107 per conservar sua pace; e fummo tali,
23.108 ch'ancor si pare intorno dal Gardingo».

23.109 Io cominciai: «O frati, i vostri mali...»;
23.110 ma più non dissi, ch'a l'occhio mi corse
23.111 un, crucifisso in terra con tre pali.

23.112 Quando mi vide, tutto si distorse,
23.113 soffiando ne la barba con sospiri;
23.114 e 'l frate Catalan, ch'a ciò s'accorse,vedi nota in-23-114 ch'a ciò s'accorse: che al sentir sospirare il crocifisso si accorse che io lo guardavo.

23.115 mi disse: «Quel confitto che tu miri,
23.116 consigliò i Farisei che conveniavedi nota in-23-116 consigliò i Farisei: è Caifas, il sommo pontefice che, fingendo di parlare per il comune interesse, persuase i Farisei che era necessario far morire un uomo per il bene del popolo; determinando in tal modo la crocifissione di Gesù Cristo.
23.117 porre un uom per lo popolo a' martìri.

23.118 Attraversato è, nudo, ne la via,
23.119 come tu vedi, ed è mestier ch'el sentavedi nota in-23-119 ed è mestier ch'el senta: ed è giusto che senta come pesa chiunque passi, prima che sia passato (" pria ").
23.120 qualunque passa, come pesa, pria.

23.121 E a tal modo il socero si stentavedi nota in-23-121 il socero: così é punito il suocero Anna e gli altri Farisei, che parteciparono a quel concilio che fu la prima radice di sciagura per gli Ebrei. Infatti Dio vendicò la morte di Cristo con la distruzione di Gerusalemme, ad opera di Tito.
23.122 in questa fossa, e li altri dal concilio
23.123 che fu per li Giudei mala sementa».

23.124 Allor vid'io maravigliar Virgiliovedi nota in-23-124 maravigliar Virgilio: la commossa meraviglia può, in linea subordinata, ricordarci che, nella precedente discesa, Virgilio non aveva visto Caifas, non ancora morto.
23.125 sovra colui ch'era disteso in croce
23.126 tanto vilmente ne l'etterno essilio.

23.127 Poscia drizzò al frate cotal voce:
23.128 «Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci
23.129 s'a la man destra giace alcuna focevedi nota in-23-129 foce : sbocco, uscita.

23.130 onde noi amendue possiamo uscirci,
23.131 sanza costrigner de li angeli nerivedi nota in-23-131 angeli neri: i demoni.
23.132 che vegnan d'esto fondo a dipartirci».

23.133 Rispuose adunque: «Più che tu non speri
23.134 s'appressa un sasso che de la gran cerchiavedi nota in-23-134 un sasso: una serie di ponti.
23.135 si move e varca tutt'i vallon feri,

23.136 salvo che 'n questo è rotto e nol coperchia:
23.137 montar potrete su per la ruina,vedi nota in-23-137 su per la ruina: su per le macerie del ponte, rotto proprio sulla sesta bolgia, che giacciono in pendenza (" in costa ") e si elevano dal fondo (" soperchia ").
23.138 che giace in costa e nel fondo soperchia».

23.139 Lo duca stette un poco a testa china;
23.140 poi disse: «Mal contava la bisognavedi nota in-23-140 Mal contava: ci informava male su quel che bisognasse fare, colui che afferra con l'uncino i peccatori nella quinta bolgia (" di qua "). Si ricordi la falsa informazione di Malacoda (cfr. c. XXI, 111).
23.141 colui che i peccator di qua uncina».

23.142 E 'l frate: «Io udi' già dire a Bolognavedi nota in-23-142 E 'l frate: la frase di Catalano è una sapida e sottile canzonatura dei dotti teologi bolognesi e, per riflesso, di Virgilio, così malignamente giocato da Malacoda.
23.143 del diavol vizi assai, tra ' quali udi'
23.144 ch'elli è bugiardo, e padre di menzogna».

23.145 Appresso il duca a gran passi sen gì,vedi nota in-23-145 sen gì: si avviò.
23.146 turbato un poco d'ira nel sembiante;
23.147 ond'io da li 'ncarcati mi parti'vedi nota in-23-147 da li 'ncarcati : dai peccatori gravati dal peso delle cappe.

23.148 dietro a le poste de le care piante.vedi nota in-23-148 poste: peste, passi.

Inferno : Canto 24

24.1 In quella parte del giovanetto annovedi nota in-24-1 giovanetto: cominciato da poco, tra il 21 gennaio e il 21 febbraio, quando il sole rinforza (" tempra ") i suoi raggi (" i crin "), trovandosi sotto la costellazione dell'Acquario e già le notti si avviano (" sen vanno ") a durare la metà esatta del giorno (" al mezzo dí "); il che accade il giorno dell'equinozio di primavera (21 marzo).
24.2 che 'l sole i crin sotto l'Aquario tempra
24.3 e già le notti al mezzo dì sen vanno,

24.4 quando la brina in su la terra assempravedi nota in-24-4 assempra: imita l'aspetto che offre la neve ( " sorella bianca " ), ma per poco tempo, che la " penna " con cui la brina disegna i suoi bianchi arabeschi si stempera al primo raggio di sole.
24.5 l'imagine di sua sorella bianca,
24.6 ma poco dura a la sua penna tempra,

24.7 lo villanello a cui la roba manca,vedi nota in-24-7 la roba: il foraggio per nutrire il bestiame.
24.8 si leva, e guarda, e vede la campagna
24.9 biancheggiar tutta; ond'ei si batte l'anca,

24.10 ritorna in casa, e qua e là si lagna,
24.11 come 'l tapin che non sa che si faccia;
24.12 poi riede, e la speranza ringavagna,vedi nota in-24-12 riede: torna ad uscire e ripone nell'animo la speranza. Le gavagne sono delle grosse ceste usate dai contadini.

24.13 veggendo 'l mondo aver cangiata faccia
24.14 in poco d'ora, e prende suo vincastro,vedi nota in-24-14 vincastro: verga flessibile, per guidare il gregge.
24.15 e fuor le pecorelle a pascer caccia.

24.16 Così mi fece sbigottir lo mastrovedi nota in-24-16 lo mastro: il maestro, Virgilio.
24.17 quand'io li vidi sì turbar la fronte,
24.18 e così tosto al mal giunse lo 'mpiastro;vedi nota in-24-18 lo 'mpiastro: il rimedio.

24.19 ché, come noi venimmo al guasto ponte,vedi nota in-24-19 guasto ponte: il ponte crollato.
24.20 lo duca a me si volse con quel piglio
24.21 dolce ch'io vidi prima a piè del monte.

24.22 Le braccia aperse, dopo alcun consiglio
24.23 eletto seco riguardando primavedi nota in-24-23 eletto seco: scelto tra sè il partito più conveniente.
24.24 ben la ruina, e diedemi di piglio.

24.25 E come quei ch'adopera ed estima,vedi nota in-24-25 adopera ed estima: agisce e pensa a ciò che deve fare, sì che pare che sempre si premunisca ( " si proveggia " ).
24.26 che sempre par che 'nnanzi si proveggia,
24.27 così, levando me sù ver la cima

24.28 d'un ronchione, avvisava un'altra scheggiavedi nota in-24-28 avvisava: valutava con l'occhio.
24.29 dicendo: «Sovra quella poi t'aggrappa;
24.30 ma tenta pria s'è tal ch'ella ti reggia».

24.31 Non era via da vestito di cappa,vedi nota in-24-31 da vestito di cappa: possibile per gli ipocriti, ricoperti delle loro cappe di piombo.
24.32 ché noi a pena, ei lieve e io sospinto,
24.33 potavam sù montar di chiappa in chiappa.vedi nota in-24-33 di chiappa in chiappa: di sporgenza in sporgenza, che offrisse un facile appiglio.

24.34 E se non fosse che da quel precinto
24.35 più che da l'altro era la costa corta,vedi nota in-24-35 era la costa corta: poiché il fondo di Malebolge è tutto in pendenza verso l'abisso, gli argini di ogni bolgia risultano più alti dal lato verso la bolgia precedente e più bassi verso quella seguente. Dante sale la parete scoscesa che cinge (" precinto ") la sesta bolgia e immette nella settima.
24.36 non so di lui, ma io sarei ben vinto.

24.37 Ma perché Malebolge inver' la porta
24.38 del bassissimo pozzo tutta pende,
24.39 lo sito di ciascuna valle portavedi nota in-24-39 lo sito: la posizione.

24.40 che l'una costa surge e l'altra scende;
24.41 noi pur venimmo al fine in su la puntavedi nota in-24-41 pur : finalmente.
24.42 onde l'ultima pietra si scoscende.

24.43 La lena m'era del polmon sì munta
24.44 quand'io fui sù, ch'i' non potea più oltre,
24.45 anzi m'assisi ne la prima giunta.vedi nota in-24-45 ne la prima giunta: appena giunto in cima.

24.46 «Omai convien che tu così ti spoltre»,vedi nota in-24-46 ti spoltre: ti spoltrisca, abbandoni la pigrizia.
24.47 disse 'l maestro; «ché, seggendo in piuma,vedi nota in-24-47 seggendo: stando adagiati.
24.48 in fama non si vien, né sotto coltre;

24.49 sanza la qual chi sua vita consuma,
24.50 cotal vestigio in terra di sé lascia,vedi nota in-24-50 vestigio: segno, ricordo.
24.51 qual fummo in aere e in acqua la schiuma.

24.52 E però leva sù: vinci l'ambascia
24.53 con l'animo che vince ogne battaglia,
24.54 se col suo grave corpo non s'accascia.vedi nota in-24-54 grave corpo: corpo appesantito dalla materia.

24.55 Più lunga scala convien che si saglia;vedi nota in-24-55 si saglia: si salga.
24.56 non basta da costoro esser partito.
24.57 Se tu mi 'ntendi, or fa sì che ti vaglia».vedi nota in-24-57 ti vaglia: ti valga.

24.58 Leva'mi allor, mostrandomi fornitovedi nota in-24-58 Leva'mi: mi levai:.
24.59 meglio di lena ch'i' non mi sentìa;
24.60 e dissi: «Va, ch'i' son forte e ardito».

24.61 Su per lo scoglio prendemmo la via,
24.62 ch'era ronchioso, stretto e malagevole,
24.63 ed erto più assai che quel di pria.vedi nota in-24-63 ed erto: più difficile da attraversare che quello situato a cavallo della quinta bolgia.

24.64 Parlando andava per non parer fievole;vedi nota in-24-64 Parlando andava: procedevo conversando, per non parere troppo debole.
24.65 onde una voce uscì de l'altro fosso,
24.66 a parole formar disconvenevole.vedi nota in-24-66 disconvenevole: incapace di articolar parole.

24.67 Non so che disse, ancor che sovra 'l dossovedi nota in-24-67 ancor che: sebbene mi trovassi sul punto centrale (" dosso ") del ponte ( " de l'arco ").
24.68 fossi de l'arco già che varca quivi;
24.69 ma chi parlava ad ire parea mosso.vedi nota in-24-69 ad ire: sembrava spinto all'ira e perciò la sua voce non articolava bene le parole (cfr. v. 66).

24.70 Io era vòlto in giù, ma li occhi vivi
24.71 non poteano ire al fondo per lo scuro;
24.72 per ch'io: «Maestro, fa che tu arrivi

24.73 da l'altro cinghio e dismontiam lo muro;vedi nota in-24-73 cinghio : l'argine della bolgia.
24.74 ché, com'i' odo quinci e non intendo,vedi nota in-24-74 odo: percepisco, ma non comprendo; così spingo giù lo sguardo, ma non distinguo.
24.75 così giù veggio e neente affiguro».

24.76 «Altra risposta», disse, «non ti rendo
24.77 se non lo far; ché la dimanda onestavedi nota in-24-77 onesta : giusta.
24.78 si de' seguir con l'opera tacendo».

24.79 Noi discendemmo il ponte da la testa
24.80 dove s'aggiugne con l'ottava ripa,vedi nota in-24-80 l'ottava ripa: l'argine fra la settima e l'ottava bolgia.
24.81 e poi mi fu la bolgia manifesta:

24.82 e vidivi entro terribile stipavedi nota in-24-82 stipa: massa imponente e confusa.
24.83 di serpenti, e di sì diversa menavedi nota in-24-83 mena : comportamento.
24.84 che la memoria il sangue ancor mi scipa.vedi nota in-24-84 scipa: sciupa, guasta, come al c. VII, 21. Cioè: lo spaventoso ricordo fa guastare il sangue.

24.85 Più non si vanti Libia con sua rena;
24.86 ché se chelidri, iaculi e fareevedi nota in-24-86 chelidri, iaculi e faree: con " cencri " e " anfisibena " sono nomi di serpenti desunti da Lucano (cfr. Farsaglia IX, 700 e segg.).
24.87 produce, e cencri con anfisibena,

24.88 né tante pestilenzie né sì ree
24.89 mostrò già mai con tutta l'Etiopia
24.90 né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.vedi nota in-24-90 di sopra al Mar Rosso èe: è di sopra al Mar Rosso: l'Arabia, anch'essa desertica e infestata da serpenti.

24.91 Tra questa cruda e tristissima copiavedi nota in-24-91 copia: l'intricata massa dei serpenti.
24.92 correan genti nude e spaventate,
24.93 sanza sperar pertugio o elitropia:vedi nota in-24-93 pertugio o elitropia: un anfratto ove rifugiarsi o la famosa pietra filosofale (" elitropia ") che si credeva rendesse invisibili.

24.94 con serpi le man dietro avean legate;
24.95 quelle ficcavan per le ren la coda
24.96 e 'l capo, ed eran dinanzi aggroppate.

24.97 Ed ecco a un ch'era da nostra proda,vedi nota in-24-97 da nostra proda: presso l'argine sul quale noi eravamo.
24.98 s'avventò un serpente che 'l trafisse
24.99 là dove 'l collo a le spalle s'annoda.

24.100 Né O sì tosto mai né I si scrisse,vedi nota in-24-100 Né O sì tosto mai né I: la O e la I sono le vocali più rapide a scriversi.
24.101 com'el s'accese e arse, e cener tutto
24.102 convenne che cascando divenisse;

24.103 e poi che fu a terra sì distrutto,
24.104 la polver si raccolse per sé stessa,vedi nota in-24-104 per sé stessa: per un moto spontaneo ed improvviso (" di butto ") ritornò nella forma di prima (" in quel medesmo ").
24.105 e 'n quel medesmo ritornò di butto.

24.106 Così per li gran savi si confessavedi nota in-24-106 per li gran savi: dai sapienti si attesta (" si confessa "); e tra questi soprattutto Ovidio, al quale Dante si ispira (cfr. Metamorfosi, XV, 392 e segg.): ma, della Fenice, uccello leggendario, si legge anche in Plinio e in Brunetto Latini.
24.107 che la fenice more e poi rinasce,
24.108 quando al cinquecentesimo anno appressa;

24.109 erba né biado in sua vita non pasce,
24.110 ma sol d'incenso lagrime e d'amomo,vedi nota in-24-110 amomo: è sostanza aromatica come l'incenso.
24.111 e nardo e mirra son l'ultime fasce.vedi nota in-24-111 l'ultime fasce: quando è presso a morire, la Fenice si avvolge in spighe di nardo e mirra.

24.112 E qual è quel che cade, e non sa como,vedi nota in-24-112 E qual è quel: l'epilettico era considerato posseduto dal demonio, oppure oppresso da altra ostruzione (" oppilazion ") " delle vie degli spiriti vitali " (Tommaseo).
24.113 per forza di demon ch'a terra il tira,
24.114 o d'altra oppilazion che lega l'omo,

24.115 quando si leva, che 'ntorno si mira
24.116 tutto smarrito de la grande angoscia
24.117 ch'elli ha sofferta, e guardando sospira:

24.118 tal era il peccator levato poscia.
24.119 Oh potenza di Dio, quant'è severa,
24.120 che cotai colpi per vendetta croscia!vedi nota in-24-120 croscia: abbatte, fa piombare; il verbo, costruito transitivamente, ha il suo oggetto in " colpi ". " Vendetta " è la giusta punizione, come nel c. XIV, 16.

24.121 Lo duca il domandò poi chi ello era;
24.122 per ch'ei rispuose: «Io piovvi di Toscana,
24.123 poco tempo è, in questa gola fiera.

24.124 Vita bestial mi piacque e non umana,
24.125 sì come a mul ch'i' fui; son Vanni Fuccivedi nota in-24-125 Vanni Fucci: è il figlio bastardo (perciò si definisce mulo) di Fucci dei Lazzari, pistoiese. E' qui punito tra i ladri, che non devono essere confusi con i predoni del 1° girone del VII cerchio (cfr. c. XII), perché quelli agirono con violenza, questi con malizia (cfr. v. 137 seg.).
24.126 bestia, e Pistoia mi fu degna tana».

24.127 E io al duca: «Dilli che non mucci,vedi nota in-24-127 mucci : sgusci via.
24.128 e domanda che colpa qua giù 'l pinse;
24.129 ch'io 'l vidi uomo di sangue e di crucci».vedi nota in-24-129 ch'io 'l vidi: l'ho conosciuto come uomo sanguinario e attaccabrighe. Dante poté conoscerlo durante la guerra contro Pisa, quando Vanni militò sotto le insegne fiorentine (1292-93).

24.130 E 'l peccator, che 'ntese, non s'infinse,
24.131 ma drizzò verso me l'animo e 'l volto,
24.132 e di trista vergogna si dipinse;

24.133 poi disse: «Più mi duol che tu m'hai colto
24.134 ne la miseria dove tu mi vedi,
24.135 che quando fui de l'altra vita tolto.

24.136 Io non posso negar quel che tu chiedi;
24.137 in giù son messo tanto perch'io fui
24.138 ladro a la sagrestia d'i belli arredi,vedi nota in-24-138 a la sagrestia: il furto di arredi sacri e del tesoro della cappella di San Iacopo, nella cattedrale di Pistoia, fu attribuito (" apposto ") ad altri, e cioè a Rampino di Ranuccio Foresi, poi scagionato dal notaio Vanni della Monna.

24.139 e falsamente già fu apposto altrui.
24.140 Ma perché di tal vista tu non godi,
24.141 se mai sarai di fuor da' luoghi bui,

24.142 apri li orecchi al mio annunzio, e odi:
24.143 Pistoia in pria d'i Neri si dimagra;vedi nota in-24-143 si dimagra: si spopola dei Neri cacciati dai Bianchi (maggio 1301).
24.144 poi Fiorenza rinova gente e modi.vedi nota in-24-144 Fiorenza rinova: il I novembre 1301, per l'intervento di Carlo di Valois, la situazione politica di Firenze cambia con il ritorno al potere dei Neri e con la cacciata dei Bianchi.

24.145 Tragge Marte vapor di Val di Magravedi nota in-24-145 Tragge: Marte trascina dalla Lunigiana ( " Val di Magra " ) il Marchese Moroello Malaspina, che è circondato dai Bianchi, suoi nemici (" nuvoli "); con una dura battaglia si combatterà nel territorio di Pistoia (" Campo Picen "), e il Malaspina, capo dei Neri, sconfiggerà i Bianchi (" spezzerà la nebbia "). Sono avvenimenti che vanno dal 1302 al 1306.
24.146 ch'è di torbidi nuvoli involuto;
24.147 e con tempesta impetuosa e agra

24.148 sovra Campo Picen fia combattuto;
24.149 ond'ei repente spezzerà la nebbia,
24.150 sì ch'ogne Bianco ne sarà feruto.

24.151 E detto l'ho perché doler ti debbia!».vedi nota in-24-151 perché doler ti debbia: Dante era stato Guelfo di parte Bianca.

Inferno : Canto 25

25.1 Al fine de le sue parole il ladro
25.2 le mani alzò con amendue le fiche,vedi nota in-25-2 le fiche: gesto sconcio che Vanni Fucci, (" il ladro "), leva come una bestemmia, alzando le mani chiuse a pugno, e con il pollice sporgente tra l'indice e il medio.
25.3 gridando: «Togli, Dio, ch'a te le squadro!».

25.4 Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,
25.5 perch'una li s'avvolse allora al collo,
25.6 come dicesse "Non vo' che più diche";vedi nota in-25-6 diche : parli.

25.7 e un'altra a le braccia, e rilegollo,
25.8 ribadendo sé stessa sì dinanzi,
25.9 che non potea con esse dare un crollo.vedi nota in-25-9 con esse dare un crollo: con le braccia non poteva effettuare il minimo movimento, tanto strettamente era avvinto il serpente.

25.10 Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzivedi nota in-25-10 stanzi: decidi di incenerirti.
25.11 d'incenerarti sì che più non duri,
25.12 poi che 'n mal fare il seme tuo avanzi?vedi nota in-25-12 il seme tuo avanzi: superi i tuoi antenati, cioè i ribaldi fuggiaschi dell'esercito di Catilina, dai quali Pistoia si credeva fosse stata fondata.

25.13 Per tutt'i cerchi de lo 'nferno scuri
25.14 non vidi spirto in Dio tanto superbo,
25.15 non quel che cadde a Tebe giù da' muri.vedi nota in-25-15 quel che cadde a Tebe: Capaneo (cfr. c. XIV, 68 e segg.).

25.16 El si fuggì che non parlò più verbo;vedi nota in-25-16 verbo: parola (cfr. lat. verbum).
25.17 e io vidi un centauro pien di rabbia
25.18 venir chiamando: «Ov'è, ov'è l'acerbo?».vedi nota in-25-18 l'acerbo: il malvagio.

25.19 Maremma non cred'io che tante n'abbia,
25.20 quante bisce elli avea su per la groppa
25.21 infin ove comincia nostra labbia.vedi nota in-25-21 nostra labbia: il nostro aspetto, quello umano; i centauri, come s'è visto, erano per metà uomini e per metà cavalli.

25.22 Sovra le spalle, dietro de la coppa,vedi nota in-25-22 coppa: nuca; particolarmente detto di animali.
25.23 con l'ali aperte li giacea un draco;
25.24 e quello affuoca qualunque s'intoppa.vedi nota in-25-24 s'intoppa : s'incontra, urtando.

25.25 Lo mio maestro disse: «Questi è Caco,vedi nota in-25-25 Caco: personaggio mitologico descritto da Virgilio (cfr. En. VIII 194 e segg.) e liberamente trasformato da Dante in centauro; abitava sotto una rupe (" sasso ") del monte Aventino ove più volte mostrò la sua violenza (" di sangue… fece laco "). Non è punito nello stesso cerchio degli altri centauri (" suoi fratei ") perché, oltre ad essere violento, rubò con frode gli armenti di Ercole e di Gerione, trascinando i buoi per la coda, in modo che le orme rovesciate guidassero lontano dal luogo ove li aveva nascosti. Ma fu smascherato da Ercole, che l'uccise con la sua mazza, dandogli cento colpi mentre, forse, Caco non sentì che i primi dieci (" non sentì le diece "), ben sufficienti ad ammazzarlo.
25.26 che, sotto 'l sasso di monte Aventino,
25.27 di sangue fece spesse volte laco.

25.28 Non va co' suoi fratei per un cammino
25.29 per lo furto che frodolente fece
25.30 del grande armento ch'elli ebbe a vicino;

25.31 onde cessar le sue opere biecevedi nota in-25-31 biece : bieche.
25.32 sotto la mazza d'Ercule, che forse
25.33 gliene diè cento, e non sentì le diece».

25.34 Mentre che sì parlava, ed el trascorse,vedi nota in-25-34 trascorse : corse via.
25.35 e tre spiriti venner sotto noi,vedi nota in-25-35 e: ecco che.
25.36 de' quai né io né 'l duca mio s'accorse,

25.37 se non quando gridar: «Chi siete voi?»;
25.38 per che nostra novella si ristette,vedi nota in-25-38 per che: e per questo richiamo si interruppe (" si ristette ") il racconto (" nostra novella ") e rivolgemmo ad essi la nostra attenzione.
25.39 e intendemmo pur ad essi poi.

25.40 Io non li conoscea; ma ei seguette,vedi nota in-25-40 ei seguette: accadde, come suole accadere talvolta, che uno dovette (" convenette ") chiamare un altro.
25.41 come suol seguitar per alcun caso,
25.42 che l'un nomar un altro convenette,

25.43 dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»;vedi nota in-25-43 Cianfa dove fia rimaso?: Cianfa dove sarà rimasto? Cianfa Donati fu guelfo fiorentino di parte Nera.
25.44 per ch'io, acciò che 'l duca stesse attento,
25.45 mi puosi 'l dito su dal mento al naso.vedi nota in-25-45 su dal mento al naso: cioè il dito incrocia la bocca nel gesto di chi domanda silenzio, per meglio prestare attenzione.

25.46 Se tu se' or, lettore, a creder lento
25.47 ciò ch'io dirò, non sarà maraviglia,
25.48 ché io che 'l vidi, a pena il mi consento.vedi nota in-25-48 il mi consento: me lo permetto; cioè posso crederlo.

25.49 Com'io tenea levate in lor le ciglia,
25.50 e un serpente con sei piè si lanciavedi nota in-25-50 e un serpente: ecco che un serpente con sei piedi…; naturalmente è Cianfa, così trasformato in serpe, che aggredisce Agnolo Brunelleschi (cfr. v. 68) per dar vita ad una nuova misteriosa trasformazione.
25.51 dinanzi a l'uno, e tutto a lui s'appiglia.

25.52 Co' piè di mezzo li avvinse la pancia,
25.53 e con li anterior le braccia prese;
25.54 poi li addentò e l'una e l'altra guancia;

25.55 li diretani a le cosce distese,vedi nota in-25-55 li diretani: i piedi posteriori.
25.56 e miseli la coda tra 'mbedue,
25.57 e dietro per le ren sù la ritese.

25.58 Ellera abbarbicata mai non fuevedi nota in-25-58 Ellera : edera.
25.59 ad alber sì, come l'orribil fiera
25.60 per l'altrui membra avviticchiò le sue.

25.61 Poi s'appiccar, come di calda ceravedi nota in-25-61 s'appiccar: si appiccicarono, si fusero.
25.62 fossero stati, e mischiar lor colore,
25.63 né l'un né l'altro già parea quel ch'era:vedi nota in-25-63 né l'un : né il serpe ( " l'un " ) né l'uomo (" l'altro ") ormai ( " già " ) appariva come era prima, come procede innanzi alla fiamma (" ardore ") su per la carta ( " lo papiro "), mentre brucia, un color bruno che non è ancor nero, come la carta bruciata, mentre il bianco del foglio va scomparendo (" more ").

25.64 come procede innanzi da l'ardore,
25.65 per lo papiro suso, un color bruno
25.66 che non è nero ancora e 'l bianco more.

25.67 Li altri due 'l riguardavano, e ciascuno
25.68 gridava: «Omè, Agnel, come ti muti!vedi nota in-25-68 Agnel: è Agnolello o Agnolo Brunelleschi, nobile fiorentino di famiglia ghibellina, il quale dopo il 1300 passò prima ai Bianchi, indi ai Neri.
25.69 Vedi che già non se' né due né uno».vedi nota in-25-69 né due né uno: Dante coglie il momento in cui la trasformazione si va compiendo, e non è ancor compiuta.

25.70 Già eran li due capi un divenuti,
25.71 quando n'apparver due figure miste
25.72 in una faccia, ov'eran due perduti.

25.73 Fersi le braccia due di quattro liste;vedi nota in-25-73 Fersi: si fecero, divennero due liste, di quattro che erano; due del serpe, due dell'uomo.
25.74 le cosce con le gambe e 'l ventre e 'l cassovedi nota in-25-74 casso : torace.
25.75 divenner membra che non fuor mai viste.

25.76 Ogne primaio aspetto ivi era casso:vedi nota in-25-76 primaio: ogni aspetto di prima era cancellato (" casso ").
25.77 due e nessun l'imagine perversa
25.78 parea; e tal sen gio con lento passo.vedi nota in-25-78 sen gio: se ne andava, simile ad un uomo ed a serpente, senza esser né l'uno né l'altro.

25.79 Come 'l ramarro sotto la gran fersavedi nota in-25-79 fersa: sferza dei giorni di canicola.
25.80 dei dì canicular, cangiando sepe,
25.81 folgore par se la via attraversa,

25.82 sì pareva, venendo verso cvedi nota in-25-82 l'epe : i ventri.
25.83 de li altri due, un serpentello acceso,vedi nota in-25-83 un serpentello acceso: con gli occhi fiammeggianti. II serpentello è Francesco Cavalcanti (cfr. v. 151). 85 e quella parte: è l'ombelico, parte donde l'uomo, ancor nel seno materno, trae il suo primo alimento.
25.84 livido e nero come gran di pepe;

25.85 e quella parte onde prima è preso
25.86 nostro alimento, a l'un di lor trafisse;
25.87 poi cadde giuso innanzi lui disteso.

25.88 Lo trafitto 'l mirò, ma nulla disse;
25.89 anzi, co' piè fermati, sbadigliavavedi nota in-25-89 sbadigliava: l'uomo morsicato comincia a perder conoscenza ed ha inizio la trasformazione.
25.90 pur come sonno o febbre l'assalisse.

25.91 Elli 'l serpente, e quei lui riguardava;
25.92 l'un per la piaga, e l'altro per la bocca
25.93 fummavan forte, e 'l fummo si scontrava.

25.94 Taccia Lucano ormai là dove toccavedi nota in-25-94 Lucano: è il poeta latino Anneo Lucano, autore del poema Farsaglia (cfr. c. IV, 90 e n. 86), nel quale narra (cfr. IX, 761 segg.) di Sabello, soldato dell'esercito di Catone, morto di consunzione per il morso di un serpente e di Nassidio, suo commilitone (cfr. IX, 789 segg.), gonfiatosi fino a scoppiare per analoga causa.
25.95 del misero Sabello e di Nasidio,
25.96 e attenda a udir quel ch'or si scocca.

25.97 Taccia di Cadmo e d'Aretusa Ovidio;vedi nota in-25-97 Ovidio: è il poeta latino Ovidio Nasone (cfr. c. IV, 90 e n. 86), autore delle Metamorfosi, in cui si legge (cfr. IV, 563 segg.) di Cadmo, fondatore di Tebe, trasformato in serpente e di Aretusa (cfr. V, 572 segg.) trasformata in fonte.
25.98 ché se quello in serpente e quella in fonte
25.99 converte poetando, io non lo 'nvidio;

25.100 ché due nature mai a fronte a fronte
25.101 non trasmutò sì ch'amendue le forme
25.102 a cambiar lor matera fosser pronte.

25.103 Insieme si rispuosero a tai norme,vedi nota in-25-103 si rispuosero: si corrisposero secondo tali regole (" norme ") per cui il serpente biforcò la coda (" in forca fesse "), formando due gambe e il ferito unì i piedi (" l'orme "), formando una coda. Le gambe e le cosce si congiunsero al punto che, in breve, la giuntura non mostrava alcun segno che apparisse (" paresse "). La coda del serpente (" fessa ") prendeva (" togliea ") la figura che si perdeva nell'uomo ( " là ") e la sua pelle si faceva morbida, mentre quella dell'uomo si faceva squamosa.( " dura " ).
25.104 che 'l serpente la coda in forca fesse,
25.105 e il feruto ristrinse insieme l'orme.

25.106 Le gambe con le cosce seco stesse
25.107 s'appiccar sì, che 'n poco la giuntura
25.108 non facea segno alcun che si paresse.

25.109 Togliea la coda fessa la figura
25.110 che si perdeva là, e la sua pelle
25.111 si facea molle, e quella di là dura.

25.112 Io vidi intrar le braccia per l'ascelle,
25.113 e i due piè de la fiera, ch'eran corti,
25.114 tanto allungar quanto accorciavan quelle.

25.115 Poscia li piè di retro, insieme attorti,vedi nota in-25-115 li piè di rietro: i piedi posteriori del serpente, formando un unico corpo (" attorti "), diventarono il membro virile, che l'uomo tien coperto (" cela "), e l'uomo ( " 'l misero " ), dal suo membro, aveva sporti ( " porti " ) due piedi, corrispondenti a quelli posteriori del serpente. Mentre il fumo avvolge entrambe le figure, attribuendo a ciascuna il colore dell'altra, dando peli al serpente e rendendo glabro l'uomo, il serpente si levò in piedi e l'altro cadde giù, senza torcer gli occhi (" lucerne ") empi, sotto i quali ciascuno cambiava il volto ancora informe (" muso ").
25.116 diventaron lo membro che l'uom cela,
25.117 e 'l misero del suo n'avea due porti.

25.118 Mentre che 'l fummo l'uno e l'altro vela
25.119 di color novo, e genera 'l pel suso
25.120 per l'una parte e da l'altra il dipela,

25.121 l'un si levò e l'altro cadde giuso,
25.122 non torcendo però le lucerne empie,
25.123 sotto le quai ciascun cambiava muso.

25.124 Quel ch'era dritto, il trasse ver' le tempie,
25.125 e di troppa matera ch'in là venne
25.126 uscir li orecchi de le gote scempie;vedi nota in-25-126 scempie: prive. Il serpente, infatti, non aveva orecchie.

25.127 ciò che non corse in dietro e si ritenne
25.128 di quel soverchio, fé naso a la faccia
25.129 e le labbra ingrossò quanto convenne.

25.130 Quel che giacea, il muso innanzi caccia,
25.131 e li orecchi ritira per la testa
25.132 come face le corna la lumaccia;vedi nota in-25-132 la lumaccia: la lumaca.

25.133 e la lingua, ch'avea unita e prestavedi nota in-25-133 presta: pronta e adatta.
25.134 prima a parlar, si fende, e la forcuta
25.135 ne l'altro si richiude; e 'l fummo resta.vedi nota in-25-135 si richiude: si salda, divenendo una. E il fumo scompare.

25.136 L'anima ch'era fiera divenuta,
25.137 suffolando si fugge per la valle,vedi nota in-25-137 suffolando : sibilando.
25.138 e l'altro dietro a lui parlando sputa.vedi nota in-25-138 sputa: quale estremo segno della trascorsa animalità.

25.139 Poscia li volse le novelle spalle,
25.140 e disse a l'altro: «I' vo' che Buoso corra,vedi nota in-25-140 Buoso: è, probabilmente, Buoso Donati; altri propende per Buoso degli Abati.
25.141 com'ho fatt'io, carpon per questo calle».

25.142 Così vid'io la settima zavorravedi nota in-25-142 la settima zavorra: i dannati della settima bolgia.
25.143 mutare e trasmutare; e qui mi scusi
25.144 la novità se fior la penna abborra.vedi nota in-25-144 la novità: mi sia di scusa la novità dell'argomento, se la mia penna un poco (" fior ") si è espressa inadeguatamente e confusamente (" abborra " da abborracciare).

25.145 E avvegna che li occhi miei confusi
25.146 fossero alquanto e l'animo smagato,vedi nota in-25-146 smagato: smarrito.
25.147 non poter quei fuggirsi tanto chiusi,vedi nota in-25-147 chiusi: nascosti.

25.148 ch'i' non scorgessi ben Puccio Sciancato;vedi nota in-25-148 Puccio Sciancato: fiorentino, della famiglia ghibellina dei Galigai. I "tre compagni" sono, dunque: Agnello, che si tramuta con Cianfa (v. 49-78) Puccio, che non subisce trasformazioni e Buoso, tramutato con Francesco Cavalcanti, come è detto al v.151.
25.149 ed era quel che sol, di tre compagni
25.150 che venner prima, non era mutato;

25.151 l'altr'era quel che tu, Gaville, piagni.vedi nota in-25-151 Gaville: paese del Valdarno superiore, i cui abitanti furono sanguinosamente perseguitati dai congiunti di Francesco Cavalcanti, ucciso da ignoti dl quel paese.

Inferno : Canto 26

26.1 Godi, Fiorenza, poi che se' sì grande,
26.2 che per mare e per terra batti l'ali,
26.3 e per lo 'nferno tuo nome si spande!

26.4 Tra li ladron trovai cinque cotalivedi nota in-26-4 Cotali: tali… che (" onde ").
26.5 tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
26.6 e tu in grande orranza non ne sali.vedi nota in-26-6 orranza : onore.

26.7 Ma se presso al mattin del ver si sogna,vedi nota in-26-7 presso al mattin: si credeva, ai tempi di Dante, che i sogni avuti sul far del giorno fossero autentici presagi (cfr. Purg. IX, 16).
26.8 tu sentirai di qua da picciol tempovedi nota in-26-8 di qua da picciol tempo: tra breve.
26.9 di quel che Prato, non ch'altri, t'agogna.vedi nota in-26-9 t'agogna: desidera per te, quindi ti augura sciagure. Prato era città minore, soggetta a Firenze.

26.10 E se già fosse, non saria per tempo.vedi nota in-26-10 non saria per tempo: non sarebbe troppo presto.
26.11 Così foss'ei, da che pur esser dee!vedi nota in-26-11 Così foss'ei: così fosse già accaduto, dato che non si può evitare; che tanto più mi addolorerà, quanto più mi invecchio (" m'attempo ").
26.12 ché più mi graverà, com'più m'attempo.

26.13 Noi ci partimmo, e su per le scalee
26.14 che n'avea fatto iborni a scender pria,
26.15 rimontò 'l duca mio e trasse mee;vedi nota in-26-15 rimontò: risalì lungo le scalee che, prima, nello scendere, ci avevano offerto le sporgenze (" i borni ").

26.16 e proseguendo la solinga via,
26.17 tra le schegge e tra ' rocchi de lo scoglio
26.18 lo piè sanza la man non si spedia.vedi nota in-26-18 sanza la man: senza l'aiuto delle mani.

26.19 Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
26.20 quando drizzo la mente a ciò ch'io vidi,
26.21 e più lo 'ngegno affreno ch'i' non soglio,

26.22 perché non corra che virtù nol guidi;vedi nota in-26-22 perché non corra: perché non proceda troppo oltre, senza che la virtù lo diriga; di modo che, se un benevolo influsso delle stelle o la grazia divina (" o miglior cosa ") mi ha dato il bene, io stesso non me ne privi ( " nol m'invidi "). Dante intende riprovare l'abuso della ragione umana, quando sia volta a fini maliziosi.
26.23 sì che, se stella bona o miglior cosa
26.24 m'ha dato 'l ben, ch'io stessi nol m'invidi.

26.25 Quante 'l villan ch'al poggio si riposa,
26.26 nel tempo che colui che 'l mondo schiaravedi nota in-26-26 nel tempo: d'estate, quando il sole (" colui… ") ci tien meno nascosta la sua presenza (" faccia "), e sul far della sera, quando la mosca cede il posto alla zanzara.
26.27 la faccia sua a noi tien meno ascosa,

26.28 come la mosca cede alla zanzara,
26.29 vede lucciole giù per la vallea,vedi nota in-26-29 vede lucciole : far precedere da : " quante 'l villan… ".
26.30 forse colà dov'e' vendemmia e ara:

26.31 di tante fiamme tutta risplendea
26.32 l'ottava bolgia, sì com'io m'accorsi
26.33 tosto che fui là 've 'l fondo parea.vedi nota in-26-33 've 'l fondo parea: ove il fondo appariva, si poteva scorgere; cioè sul ponte che attraversa la bolgia.

26.34 E qual colui che si vengiò con li orsivedi nota in-26-34 colui: secondo il racconto biblico, Eliseo, deriso da alcuni fanciulli per la sua calvizie, li maledisse solennemente; due orsi, usciti dal bosco presso la città di Betel, ne sbranarono quarantadue, cosi Eliseo si vendicò (" si vengiò ") con gli orsi.
26.35 vide 'l carro d'Elia al dipartire,vedi nota in-26-35 'l carro d'Elia.: Eliseo, mentre camminava col suo maestro Elia, se lo vide rapire su un carro di fuoco, tirato da cavalli di fuoco, così rapidamente che non riuscì a scorgere altro che la fiamma sparire in cielo come una " nuvoletta ".
26.36 quando i cavalli al cielo erti levorsi,

26.37 che nol potea sì con li occhi seguire,
26.38 ch'el vedesse altro che la fiamma sola,
26.39 sì come nuvoletta, in sù salire:

26.40 tal si move ciascuna per la gola
26.41 del fosso, ché nessuna mostra 'l furto,vedi nota in-26-41 'l furto: ciò che contiene; e si spiega con " invola" (carpisce, ruba) del v. seg.
26.42 e ogne fiamma un peccatore invola.

26.43 Io stava sovra 'l ponte a veder surto,vedi nota in-26-43 surto: ritto in piedi.
26.44 sì che s'io non avessi un ronchion preso,
26.45 caduto sarei giù sanz'esser urto.vedi nota in-26-45 urto: urtato.

26.46 E 'l duca che mi vide tanto atteso,vedi nota in-26-46 atteso: intento.
26.47 disse: «Dentro dai fuochi son li spirti;
26.48 catun si fascia di quel ch'elli è inceso».vedi nota in-26-48 catun: ciascuno si trova ad esser fasciato dalla fiamma che lo accende.

26.49 «Maestro mio», rispuos'io, «per udirtivedi nota in-26-49 per udirti: per le parole che ho udito da te.
26.50 son io più certo; ma già m'era avvisovedi nota in-26-50 m'era avviso : pensavo.
26.51 che così fosse, e già voleva dirti:

26.52 chi è 'n quel foco che vien sì diviso
26.53 di sopra, che par surger de la pira
26.54 dov'Eteòcle col fratel fu miso?».vedi nota in-26-54 Eteòcle: fratello di Polinice, il quale, con altri sei re, gli mosse guerra (guerra dei sette contro Tebe cfr. c. XIV, 68 seg. e n. 46); entrambi figli di Edipo, nati da un incesto e maledetti dal padre che essi cacciarono da Tebe, si odiarono così ferocemente che, posti i loro cadaveri su di un medesimo rogo, ne sorse una fiamma che si divise in due lingue, simbolo di discordia anche dopo la morte.

26.55 Rispuose a me: «Là dentro si martiravedi nota in-26-55 si martira: sono puniti.
26.56 Ulisse e Diomede, e così insiemevedi nota in-26-56 Ulisse e Diomede: figlio di Laerte il primo e di Tideo l'altro, uniti più di una volta, durante la guerra di Troia nella realizzazione di imprese basate sulla violenza e la frode, si trovano insieme a subire la pena (" vendetta ") imposta da Dio, come insieme ne affrontarono " l'ira ".
26.57 a la vendetta vanno come a l'ira;

26.58 e dentro da la lor fiamma si gemevedi nota in-26-58 si geme: si sconta l'inganno del cavallo di legno, ideato da Ulisse, che rese possibile l'occupazione di Troia da parte dei Greci e, quindi la fuga di Enea dalla città in fiamme, con tutte le conseguenze, anche indirette, di questa fuga, come la fondazione di Roma (" onde uscì de' Romani il gentil seme ").
26.59 l'agguato del caval che fé la porta
26.60 onde uscì de' Romani il gentil seme.

26.61 Piangevisi entro l'arte per che, morta,vedi nota in-26-61 l'arte: l'astuzia con la quale, mostrandogli delle armi, Ulisse e Diomede riuscirono a far si che Achille li accompagnasse alla guerra di Troia, quando lo trovarono, travestito da donna, presso la corte di Licomede in Sciro, dove la madre Teti lo aveva nascosto e dove il giovane principe aveva sposato Deidamia, la fanciulla che dopo la morte rimpiange il prestigioso eroe.
26.62 Deidamìa ancor si duol d'Achille,
26.63 e del Palladio pena vi si porta».vedi nota in-26-63 Palladio: statua di Pallade Atena, che Ulisse e Diomede rubarono con frode.

26.64 «S'ei posson dentro da quelle faville
26.65 parlar», diss'io, «maestro, assai ten priego
26.66 e ripriego, che 'l priego vaglia mille,

26.67 che non mi facci de l'attender niegovedi nota in-26-67 che non mi facci: che tu non mi dia un rifiuto per l'attendere.
26.68 fin che la fiamma cornuta qua vegna;vedi nota in-26-68 cornuta: biforcata in due lingue di fuoco.
26.69 vedi che del disio ver' lei mi piego!».

26.70 Ed elli a me: «La tua preghiera è degna
26.71 di molta loda, e io però l'accetto;
26.72 ma fa che la tua lingua si sostegna.vedi nota in-26-72 si sostegna: si astenga dal parlare.

26.73 Lascia parlare a me, ch'i' ho concettovedi nota in-26-73 concetto : concepito, compreso.
26.74 ciò che tu vuoi; ch'ei sarebbero schivi,
26.75 perch'e' fuor greci, forse del tuo detto».vedi nota in-26-75 perch'e' fuor greci: perché furono dei grandi dell'antica Grecia, meglio qualificato a rivolgere la parola è Virgilio; il quale col suo poema ha acquistato dei meriti nei loro confronti (cfr. v. 80 e 81).

26.76 Poi che la fiamma fu venuta quivi
26.77 dove parve al mio duca tempo e loco,
26.78 in questa forma lui parlare audivi:vedi nota in-26-78 audivi: udii; è un latinismo.

26.79 «O voi che siete due dentro ad un foco,
26.80 s'io meritai di voi mentre ch'io vissi,
26.81 s'io meritai di voi assai o poco

26.82 quando nel mondo li alti versi scrissi,
26.83 non vi movete; ma l'un di voi dica
26.84 dove, per lui, perduto a morir gissi».vedi nota in-26-84 dove: dove egli, sperdutosi, andò (" gissi ") a morire.

26.85 Lo maggior corno de la fiamma anticavedi nota in-26-85 Lo maggior corno: quello che " invola " Ulisse.
26.86 cominciò a crollarsi mormorando
26.87 pur come quella cui vento affatica;

26.88 indi la cima qua e là menando,
26.89 come fosse la lingua che parlasse,
26.90 gittò voce di fuori, e disse: «Quando

26.91 mi diparti' da Circe, che sottrassevedi nota in-26-91 Circe: figlia del Sole, esercitava i suoi incantesimi sui malcapitati stranieri, trasformandoli in animali. Trattenne per oltre un anno Ulisse il quale, ripartito, non tornò, afferma Dante, contrariamente alla tradizione omerica, nella sua Itaca, ma volle vivere l'esperienza " del mondo sanza gente ".
26.92 me più d'un anno là presso a Gaeta,vedi nota in-26-92 Gaeta: il monte Circello, poi chiamato Gaeta dal nome della nutrice di Enea, Caieta, che vi fu sepolta.
26.93 prima che sì Enea la nomasse,

26.94 né dolcezza di figlio, né la pietavedi nota in-26-94 la pieta: l'amor filiale.
26.95 del vecchio padre, né 'l debito amore
26.96 lo qual dovea Penelopé far lieta,vedi nota in-26-96 Penelopè: Penelope, la sposa di Ulisse.

26.97 vincer potero dentro a me l'ardore
26.98 ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto,
26.99 e de li vizi umani e del valore;vedi nota in-26-99 valore: virtù (cfr. lat. virtus).

26.100 ma misi me per l'alto mare aperto
26.101 sol con un legno e con quella compagnavedi nota in-26-101 compagna: compagnia, ciurma.
26.102 picciola da la qual non fui diserto.vedi nota in-26-102 diserto: abbandonato.

26.103 L'un lito e l'altro vidi infin la Spagna,vedi nota in-26-103 L'un lito: le coste europee e quelle d'Africa (" Morrocco ").
26.104 fin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi,
26.105 e l'altre che quel mare intorno bagna.

26.106 Io e ' compagni eravam vecchi e tardi
26.107 quando venimmo a quella foce stretta
26.108 dov'Ercule segnò li suoi riguardi,vedi nota in-26-108 riguardi: limiti; le colonne d'Ercole, cioè Gibilterra.

26.109 acciò che l'uom più oltre non si metta:
26.110 da la man destra mi lasciai Sibilia,vedi nota in-26-110 Sibilia: Siviglia, in Spagna.
26.111 da l'altra già m'avea lasciata Setta.vedi nota in-26-111 Setta: Ceuta, sulla costa d'Africa.

26.112 "O frati", dissi "che per cento miliavedi nota in-26-112 per cento milia: attraverso centomila pericoli.
26.113 perigli siete giunti a l'occidente,
26.114 a questa tanto picciola vigiliavedi nota in-26-114 vigilia: veglia dei sensi che precede il sonno della morte.

26.115 d'i nostri sensi ch'è del rimanente,
26.116 non vogliate negar l'esperienza,
26.117 di retro al sol, del mondo sanza gente.vedi nota in-26-117 di retro al sol: seguendo l'apparente moto del sole da oriente ad occidente.

26.118 Considerate la vostra semenza:vedi nota in-26-118 semenza : natura.
26.119 fatti non foste a viver come bruti,
26.120 ma per seguir virtute e canoscenza''.

26.121 Li miei compagni fec'io sì aguti,vedi nota in-26-121 aguti : disposti favorevolmente.
26.122 con questa orazion picciola, al cammino,
26.123 che a pena poscia li avrei ritenuti;

26.124 e volta nostra poppa nel mattino,vedi nota in-26-124 nel mattino: ad oriente; perciò la nave va verso occidente.
26.125 de' remi facemmo ali al folle volo,
26.126 sempre acquistando dal lato mancino.vedi nota in-26-126 dal lato mancino: lungo la costa dell'Africa.

26.127 Tutte le stelle già de l'altro polovedi nota in-26-127 Tutte le stelle: la notte mostrava già tutte le stelle del polo antartico mentre il polo artico (" 'l nostro ") non si levava al di sopra dell'orizzonte. Cioè era stato oltrepassato l'equatore.
26.128 vedea la notte e 'l nostro tanto basso,
26.129 che non surgea fuor del marin suolo.

26.130 Cinque volte racceso e tante cassovedi nota in-26-130 Cinque volte: il lume della luna si era riacceso e spento (" casso ") cinque volte, cioè erano passati cinque mesi da quando ci eravamo posti in viaggio.
26.131 lo lume era di sotto da la luna,
26.132 poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,

26.133 quando n'apparve una montagna, brunavedi nota in-26-133 una montagna: è la montagna del Purgatorio.
26.134 per la distanza, e parvemi alta tanto
26.135 quanto veduta non avea alcuna.

26.136 Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto,
26.137 ché de la nova terra un turbo nacque,
26.138 e percosse del legno il primo canto.vedi nota in-26-138 il primo canto: la prora.

26.139 Tre volte il fé girar con tutte l'acque;
26.140 a la quarta levar la poppa in susovedi nota in-26-140 levar: infinito narrativo come " ire " del v. seg.
26.141 e la prora ire in giù, com'altrui piacque,vedi nota in-26-141 altrui: ad altri, alla divina volontà.

26.142 infin che 'l mar fu sovra noi richiuso».

Inferno : Canto 27

27.1 Già era dritta in sù la fiamma e queta
27.2 per non dir più, e già da noi sen giavedi nota in-27-2 per non dir più: per il fatto che più non parlava.
27.3 con la licenza del dolce poeta,

27.4 quand'un'altra, che dietro a lei venia,
27.5 ne fece volger li occhi a la sua cima
27.6 per un confuso suon che fuor n'uscia.

27.7 Come 'l bue cicilian che mugghiò primavedi nota in-27-7 Come 'l bue cicilian: l'artefice ateniese Perillo aveva fabbricato un toro di rame da donare a Falaride tiranno d'Agrigento, perché vi rinchiudesse i condannati e ne ascoltasse i lamenti, provocati dall'essere il toro posto sul fuoco, e simili a veri muggiti; perciò: come il bue siciliano che per la prima volta mugghiò con le urla di Perillo (" colui "), e ciò fu giusto ("dritto"), che l'aveva fabbricato con la sua lima, e che Falaride fece arrostire per primo, come, dunque, il bue siciliano muggiva con la voce del condannato (" l'afflitto ") si che, sebbene fosse di rame, pure sembrava straziato dal dolore, così le misere (" grame ") parole, poiché non avevano via d'uscita, in un primo tempo, né sfogo (" forame " ) nel fuoco, si convertivano nel linguaggio del fuoco stesso, cioè in un rugghiante (cfr. v. 58) " confuso suon " (crf. v. 6).
27.8 col pianto di colui, e ciò fu dritto,
27.9 che l'avea temperato con sua lima,

27.10 mugghiava con la voce de l'afflitto,
27.11 sì che, con tutto che fosse di rame,
27.12 pur el pareva dal dolor trafitto;

27.13 così, per non aver via né forame
27.14 dal principio nel foco, in suo linguaggio
27.15 si convertian le parole grame.

27.16 Ma poscia ch'ebber colto lor viaggiovedi nota in-27-16 viaggio : via.
27.17 su per la punta, dandole quel guizzo
27.18 che dato avea la lingua in lor passaggio,

27.19 udimmo dire: «O tu a cu' io drizzo
27.20 la voce e che parlavi mo lombardo,
27.21 dicendo "Istra ten va, più non t'adizzo",vedi nota in-27-21 Istra: ora; corrisponde ad " issa " (crf. c. XXIII, 7). Più non t'adizzo: non ti aizzo, incito più a parlare. E' la frase con cui Virgilio dà " licenza " (cfr. v. 3) ad Ulisse.

27.22 perch'io sia giunto forse alquanto tardo,
27.23 non t'incresca restare a parlar meco;
27.24 vedi che non incresce a me, e ardo!

27.25 Se tu pur mo in questo mondo cieco
27.26 caduto se' di quella dolce terra
27.27 latina ond'io mia colpa tutta reco,vedi nota in-27-27 ond'io: da cui ho qui portato tutta la mia colpa.

27.28 dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;
27.29 ch'io fui de' monti là intra Orbinovedi nota in-27-29 de' monti: della contea di Montefeltro, tra Urbino e la cima da cui nasce il Tevere.
27.30 e 'l giogo di che Tever si diserra».

27.31 Io era in giuso ancora attento e chino,
27.32 quando il mio duca mi tentò di costa,vedi nota in-27-32 mi tentò di costa: mi toccò di fianco.
27.33 dicendo: «Parla tu; questi è latino».vedi nota in-27-33 latino: Guido da Montefeltro è italiano, perciò connazionale di Dante e suo contemporaneo (1220 ca.-1298). Con lui Dante può parlare, mentre con Ulisse e Diomede, " perché fur greci ", la reverente considerazione verso il mondo classico impone al poeta di cedere la parola a Virgilio (cfr. c. XXVI, 75).

27.34 E io, ch'avea già pronta la risposta,
27.35 sanza indugio a parlare incominciai:
27.36 «O anima che se' là giù nascosta,

27.37 Romagna tua non è, e non fu mai,
27.38 sanza guerra ne' cuor de' suoi tiranni;vedi nota in-27-38 ne' cuor de' suoi tiranni: : signori di Romagna hanno sempre la guerra nei loro desideri; ma, al presente, non ve ne sono in atto (" 'n palese "). Nell'aprile 1300, a Castel S. Pietro, si era giurata la completa pacificazione della Romagna.
27.39 ma 'n palese nessuna or vi lasciai.

27.40 Ravenna sta come stata è molt'anni:
27.41 l'aguglia da Polenta la si cova,vedi nota in-27-41 la si cova: se la cova sì che con le ali (" vanni ") raggiunge e ricopre Cervia. L'aquila è nello stemma dei da Polenta.
27.42 sì che Cervia ricuopre co' suoi vanni.

27.43 La terra che fé già la lunga provavedi nota in-27-43 La terra: Forlì, che combatté a lungo contro i Francesi (" Franceschi ") e i Guelfi, inviati da Martino IV, si trova sotto l'artiglio (" branche ") del leone verde in rampo d'oro che figura nello stemma degli Ordelaffi.
27.44 e di Franceschi sanguinoso mucchio,
27.45 sotto le branche verdi si ritrova.

27.46 E 'l mastin vecchio e 'l nuovo da Verrucchio,vedi nota in-27-46 E 'l mastin : i due " mastini " sono Malatesta da Verrucchio e suo figlio Malatestino, fratello di Gianciotto e Paolo (cfr. c. V, n. 74); essi fecero trucidare in carcere il capo ghibellino Montagna da Parcitade e fanno succhiello (" succhio ") dei loro denti, cioè azzannano la città di Rimini (" là dove soglion ").
27.47 che fecer di Montagna il mal governo,
27.48 là dove soglion fan d'i denti succhio.

27.49 Le città di Lamone e di Santernovedi nota in-27-49 Le città: Maghinardo Pagani da Susinana, il cui stemma accampa un leone azzurro su sfondo bianco, e che muta alleanze col variar delle stagioni, regge Faenza (bagnata dal Lamone) e Imola (sita presso il Santerno).
27.50 conduce il lioncel dal nido bianco,
27.51 che muta parte da la state al verno.

27.52 E quella cu' il Savio bagna il fianco,vedi nota in-27-52 il Savio: Cesena, bagnata dal Savio, così come siede….
27.53 così com'ella sie' tra 'l piano e 'l monte
27.54 tra tirannia si vive e stato franco.

27.55 Ora chi se', ti priego che ne conte;
27.56 non esser duro più ch'altri sia stato,vedi nota in-27-56 altri: io.
27.57 se 'l nome tuo nel mondo tegna fronte».vedi nota in-27-57 se: ha il consueto valore ottativo; possa il tuo nome sopravvivere nel tempo.

27.58 Poscia che 'l foco alquanto ebbe rugghiatovedi nota in-27-58 rugghiato: il rugghio è il linguaggio della fiamma (cfr. n. 7).
27.59 al modo suo, l'aguta punta mosse
27.60 di qua, di là, e poi diè cotal fiato:vedi nota in-27-60 di qua, di là: cfr. c. XXVI, 88.

27.61 «S'i' credesse che mia risposta fosse
27.62 a persona che mai tornasse al mondo,
27.63 questa fiamma staria sanza più scosse;vedi nota in-27-63 staria: starebbe senza parlare. Non é la prima volta che i dannati si preoccupano della fama lasciata nel mondo (cfr. c. VI, 88 e seg.).

27.64 ma però che già mai di questo fondo
27.65 non tornò vivo alcun, s'i' odo il vero,
27.66 sanza tema d'infamia ti rispondo.

27.67 Io fui uom d'arme, e poi fui cordigliero,vedi nota in-27-67 Io fui uom d'arme: Guido da Montefeltro fu abile condottiero e protagonista dei principali avvenimenti di Romagna; poi entrò nell'Ordine francescano ("cordigliero") cingendo i fianchi con il cingolo o cordiglio.
27.68 credendomi, sì cinto, fare ammenda;
27.69 e certo il creder mio venìa intero,

27.70 se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,vedi nota in-27-70 il gran prete: il pontefice Bonifacio VIII.
27.71 che mi rimise ne le prime colpe;
27.72 e come e quare, voglio che m'intenda.vedi nota in-27-72 e come e *quare*: in qual modo e per qual ragione (cfr. lat. quare).

27.73 Mentre ch'io forma fui d'ossa e di polpe
27.74 che la madre mi diè, l'opere mie
27.75 non furon leonine, ma di volpe.vedi nota in-27-75 non furon leonine; non ispirate al coraggio, ma all'astuzia.

27.76 Li accorgimenti e le coperte vie
27.77 io seppi tutte, e sì menai lor arte,